Programma maggio 2022
Università Popolare “Aldo Vallone” Anno accademico 2021-2022 Programma di Maggio 2022 Mercoledì 4 maggio, ore 18:30, Sala Convegni dell’ex Monastero delle Clarisse: dott. Massimo Graziuso,... Leggi tutto...
Convocazione Assemblea dei Soci 22 aprile 2022
Convocazione Assemblea dei Soci   L’Assemblea dei Soci è convocata nella Sala Convegni dell’ex Monastero delle Clarisse venerdì 22 aprile alle ore 16,00 in prima convocazione e 17,00 in... Leggi tutto...
Programma Aprile 2022
Università Popolare “Aldo Vallone” Anno accademico 2021-2022 Programma di Aprile 2022 ●       Venerdì 1 aprile, ore 17:00, Officine di Placetelling - L’Università del Salento... Leggi tutto...
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Inaugurazione Anno accademico 2021-2022
Venerdì 22 ottobre alle ore 18:00, nell’ex Convento delle Clarisse in piazza Galluccio, avrà luogo l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università Popolare “Aldo Vallone”:... Leggi tutto...
A rivederci. In presenza, Forse anche a distanza. Ma sempre attivi. E comunque uniti.
Il nostro Anno Accademico è finito, come sempre, con l'arrivo dell'estate, anche se il contemporaneo "sbiancamento" della nostra Regione e la possibilità, finalmente, di organizzare incontri in... Leggi tutto...
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Università è traino, non rimorchio – (25 gennaio 2015) PDF Stampa E-mail
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Lunedì 26 Gennaio 2015 07:46

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 25 gennaio 2015]

 

Tra poco saranno 60 anni dall’istituzione dell’Università degli Studi di Lecce, poi Università del Salento. Ricordiamolo: l’Università fu fortemente voluta dai contadini, che volevano un futuro diverso per i propri figli. Un futuro da insegnanti, per esempio. E infatti cominciammo con Magistero, e anche quando arrivarono le Scienze, con Matematica e Fisica, i maggiori sbocchi professionali per i nostri laureati erano soprattutto di tipo didattico. Dopo aver fatto i maestri, facciamo i professori. E così Lettere e Filosofia. Poi arrivò la Biologia e le cose cambiarono solo un poco, perché anche molti biologi trovarono sbocco nella scuola. E poi Economia, Giurisprudenza, Beni Culturali, Scienze della Comunicazione. E Ingegneria. Con le riforme, i nomi delle facoltà cambiarono, e anche quelli dei corsi di laurea. Oggi l’offerta è molto più variegata.

Antonio Errico dice che l’Università deve dare opportunità di lavoro, e si deve collegare con il mondo del lavoro. Giusto, approvo. Ma l’Università deve anche contribuire al progresso culturale del territorio. Se l’ambiente viene devastato (e da noi lo è stato e continua ad esserlo) è sacrosanto proporre corsi di laurea che siano dedicati all’ambiente. Se il patrimonio culturale è enorme, e merita molte cure, è bene dare gli strumenti per proteggerlo e valorizzarlo. Lo stesso dicasi per l’agricoltura.

Ora vi svelo un segreto: il territorio apparentemente non sa che farsene di chi si intende di ambiente e di beni culturali. Chi si laurea in queste discipline ha sì occasioni di lavoro, ma non tante quante la logica vorrebbe. Siamo ancora alla concezione di Tremonti: la cultura non si mangia. E chiediamo all’Università di adattarsi alle esigenze del territorio. Ma se un territorio è vocato alle truffe all’Unione Europea noi che facciamo? Formiamo specialisti in truffe? Se vengono qui a seppellire rifiuti, forse è bene preparare persone che potrebbero affrontare e risolvere questo problema. E non bastano i magistrati che lo scoprono. Se chi potrebbe svolgere questi ruoli, necessari al bene comune, non trova lavoro che facciamo? Smettiamo? Se il patrimonio culturale salentino, e non solo, è enorme e fragile e ha bisogno di cure e di valorizzazione, che facciamo se chi dovrebbe pensare a queste cose non ci pensa? Abbiamo una quantità ineguagliabile di beni culturali e li facciamo andare in malora. Visto che chi potrebbe lavorare alla loro valorizzazione trova lavoro con difficoltà, noi che facciamo, non ne produciamo più?

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L’Università che vogliamo - (6 gennaio 2015) PDF Stampa E-mail
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Martedì 06 Gennaio 2015 09:17

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di martedì 6 gennaio 2015]

 

L’Università del Salento iniziò la sua storia come strumento di riscatto sociale da parte dei contadini del basso Salento che volevano strappare i loro figli al destino di agricoltori. I più abbienti (per non dire i ricchi), i nobili, i professionisti, non sentivano la mancanza dell’Università: i loro figli si staccavano dalla famiglia dopo ottimi licei e venivano mandati al nord, da Roma in su, per prendere la laurea. L’Università di Lecce, e poi del Salento, partì con corsi di laurea di tipo umanistico, per iniziare i giovani salentini alla professione nobile dell’insegnamento. Poi arrivarono le facoltà scientifiche, anch’esse utilizzate in gran parte per formare insegnanti. Erano tempi in cui i maestri e i professori avevano uno status sociale non indifferente, senz’altro superiore a quello dei contadini. Poi, a furor di popolo, arrivarono Giurisprudenza, Economia e Ingegneria. Con una saturazione del bacino di utenza e i laureati dovettero emigrare al nord, magari temporaneamente, per fare punteggio e poi tornare con un posto di ruolo. Nel frattempo, la professione dell’insegnamento, la più importante di tutte, visto che è grazie ad essa che si passa il testimone culturale alle giovani generazioni, perse importanza e diventò un ripiego. Nonostante le richieste pressanti di una parte della società salentina, ci fu sempre resistenza a istituire una facoltà di Agraria. Sembra quasi che il distacco dalla terra sia stato sancito con la possibilità di accedere all’istruzione superiore, e il ritorno alla terra potrebbe essere percepito, almeno nel subconscio collettivo, come una sconfitta. Ovviamente, almeno per me, si tratterebbe del miglior riscatto sociale: i contadini vedono tornare alla terra i loro figli, non più come braccianti ma come tecnici che danno valore a quel che prima era una condanna biblica: ti guadagnerai il pane con il sudore della fronte. Da sede di riscatto sociale, però, l’Università sta giocando da più di un ventennio il ruolo di ammortizzatore sociale. I giovani diplomati non trovano lavoro e, invece che entrare subito nel novero dei disoccupati, per qualche anno sono studenti universitari, magari con borse di studio. Poi “qualche santo ci penserà”. Con questa filosofia, ci ritroviamo con uno studio legale in ogni portone. Sembra che ci siano troppi laureati, e che il “territorio” non riesca ad assorbirli. Certo, si dice che c’è bisogno di agronomi, ma non c’è la volontà di istituire agraria.

Come ho già avuto modo di scrivere, le nuove regole con cui si affidano risorse all’Università ci impongono una scelta che potremmo definire esistenziale. Vogliamo avere un’Università che sia un ammortizzatore sociale che attragga tanti studenti dal territorio circostante? Basta seguire quel che abbiamo fatto sino ad ora. Con rare eccezioni. O vogliamo un’Università che diventi attraente per i giovani di tutto il paese? E se gli snob locali continuano a mandare i figli “al nord” poco importa, basta che i giovani “del nord” vengano qui per avere un’istruzione di alto livello, magari assieme ai giovani locali che sanno scegliere la qualità. Avevamo intrapreso questa seconda strada. Roberto Cingolani, per esempio, aveva fondato qui una scuola di alto livello. Lecce lo aveva eletto cittadino onorario. Ora vi svelo un segreto: Roberto Cingolani se n’è andato qualche anno fa. Ve n’eravate accorti? Posso dire che ho sentito colleghi esprimere soddisfazione per la sua partenza ma, in generale, il fatto che se ne sia andato è stato passato sotto silenzio. Quando Napolitano è venuto a Lecce, è con lui che ha voluto parlare. Era il simbolo del salto di qualità. Da ammortizzatore sociale a propulsore scientifico e culturale. Da Università a vocazione didattica, a Università dove la ricerca diventa la catapulta di didattica di alto livello.

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Didattica o didattica e ricerca? Università a un bivio - (30 dicembre 2014) PDF Stampa E-mail
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Martedì 30 Dicembre 2014 11:44

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di martedì 30 dicembre 2014]

 

In molti paesi le Università non sono tutte uguali. Ci sono quelle dove si fa didattica e ricerca, e quelle dove si fa solo didattica. Inutile dire che le università più rinomate sono quelle dove la qualità della didattica è garantita dalla qualità della ricerca. I docenti sono eminenti personalità nella disciplina che insegnano, e ne incrementano le conoscenze con i contributi originali dei loro studi. Nelle università dove si fa solo didattica si conferiscono lauree ma, per esempio, non ci sono i dottorati di ricerca. In Italia tutte le università sono Università in senso anglosassone. E non esistono i College, cioè le università dove si fa solo didattica. Le recenti valutazioni hanno mostrato che questo non è vero, e che ogni Università è un misto di Università (dove si fa didattica e ricerca) e di College (dove si fa didattica). Ci sono docenti che fanno ricerca a un certo livello, e ce ne sono che proprio non ne fanno o che, comunque, hanno ricevuto una bassa valutazione. Ogni Università ha un mosaico di queste tre tipologie, con diverse proporzioni. Lo stato non può più permettersi di mantenere questa finzione in cui tutte le università sono Università. E, piano piano, ognuna prenderà la sua strada. In alcune si farà ricerca e didattica, e in altre si farà solo didattica.

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Università concorsi e burocrazia – (19 ottobre 2014) PDF Stampa E-mail
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Lunedì 20 Ottobre 2014 20:01

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 19 ottobre 2014]

 

Mi spiace vedere di nuovo l’Università del Salento nelle notizie di cronaca, con inchieste su concorsi. Un Direttore di Dipartimento ha fatto un decreto di urgenza per nominare una Commissione di concorso. Sarebbe stata prerogativa del Consiglio di Dipartimento, ma il Direttore lo ha scavalcato emettendo il decreto. A dir la verità il Consiglio era stato convocato, ma era mancato il numero legale. E’ una cosa che si verifica sempre più spesso. Cosa significa? Significa che il Direttore convoca il Consiglio ma, perché la seduta sia valida, deve presentarsi un numero minimo di aventi diritto a partecipare. Si tratta di docenti, e di rappresentanti del personale non docente e degli studenti. Spesso e volentieri quel numero minimo non viene raggiunto, e la seduta non può essere tenuta. Ma il mondo scorre e bisogna fare le cose. E per questo esistono i decreti d’urgenza. Non spetta certo a me dire se il Direttore che ha nominato la Commissione abbia o meno ragione, o se la ragione sia dei denuncianti. Lo deciderà il giudice (magari tra dieci anni). Il problema è che abbiamo inventato procedure complicatissime che si fatica a seguire. Il patto tacito è che si aggirino, altrimenti si ferma tutto. Gli operatori di qualunque campo, quando vogliono fare sciopero bianco, applicano alla lettera il regolamento. Se si applica alla lettera il regolamento … si ferma tutto. Se non applichi alla lettera il regolamento, comunque, sei sempre ricattabile da chi cerca un pretesto per metterti nei guai. Su quel foglio non c’è il timbro giusto! Tutta la procedura è fallace e gli atti non valgono. Chi si sente prevaricato cerca il cavillo e la legge procede. Ho fatto mille concorsi (è un’iperbole) e la paura unica dei commissari è che tutti i verbali siano compilati nel modo giusto. I ricorsi non si vincono perché è stato promosso un candidato non valido, ma perché qualche dettaglio della procedura non è stato seguito. D’altronde il giudice che ne sa di tassonomia degli invertebrati? Come può giudicare la correttezza dei giudizi dei commissari? Il giudice guarda la forma. Se la forma è impeccabile, nessun problema. Ma se ci sono falle… sono guai.

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Finanziare solo la buona ricerca - (8 settembre 2014) PDF Stampa E-mail
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Martedì 09 Settembre 2014 08:30

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di lunedì 8 settembre 2014]

 

La Valorizzazione Culturale ed economica della ricerca scientifica, così si chiamava la tavola rotonda, con insigni relatori, a cui ho assistito il 5 settembre presso Palazzo Turrisi.

Era presente, ed ha anche concluso, il Sottosegretario del Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, Roberto Reggi.

Ho sentito tante cose sacrosante sulle quali concordo. Ma ce ne sono alcune che non ho sentito, e quindi mi avvalgo del privilegio di poter scrivere per il Quotidiano quel che avrei voluto dire in un intervento estemporaneo, se ci fosse stata la possibilità di intervenire.

Non si è parlato di ambiente. Si è parlato molto di industria, di tecnologia, di beni culturali, di ricerca applicata e di base, ma la parola ambiente non è mai stata usata, eppure i relatori erano dieci! Eppure, ogni volta che si parla di Sviluppo si mette sempre la foglia di fico del “Sostenibile”, il che significa che qualunque cosa facciamo non dovrebbe intaccare il patrimonio naturale. Forse si è dato per scontato ma, visto lo stato in cui è ridotto l’ambiente nel nostro paese, forse sarebbe valsa la pena rimarcarlo.

Un’altra cosa che non è stata menzionata è la valutazione della ricerca scientifica. L’abbiamo fatta, ma non se ne è parlato. I pochi fondi che la nostra Università distribuisce per la ricerca scientifica sono suddivisi a pioggia. In passato chi riusciva ad ottenere un Progetto di Rilevante Interesse Nazionale (PRIN) riceveva un cofinanziamento dall’Università. Ora quei progetti sono tassati dall’Università. Si toglie a chi ha comportamenti virtuosi, presentando e vincendo i PRIN, e si dà anche a chi non ha presentato prodotti per la valutazione della nostra Università, penalizzandola. 
Ho sentito parlare di finanziamenti europei distribuiti attraverso la Regione che, a dir la verità, ce la mette tutta per dare una mano alla ricerca in Puglia, ma non ho sentito parlare di progetti europei vinti con gare competitive a livello europeo. I veri soldi sono lì, e lì dobbiamo andarli a prendere. Ma vi assicuro che è molto difficile perché le procedure sono molto complesse e il personale amministrativo spesso non è adeguato a farvi fronte. 
Non ho sentito parlare di corruzione. Purtroppo, da quel che apprendo dalla stampa, due Direttori Generali di due Ministeri sono stati arrestati per reati di corruzione. Uno è persino stato Ministro. Mi sorprendevo sempre che dessero moltissimi soldi a colleghi con scarse produzioni scientifiche, ora capisco. Forse queste pratiche erano solo in quei Ministeri ma, come Pasolini, so che non è così anche se non ho le prove per andare a denunciare i fatti presso la Magistratura. Se le avessi ci andrei.

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