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"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
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Programma gennaio 2019
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Anticipo orario conferenza di venerdì 23 marzo
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Stagione teatrale a Lecce
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La nostra lingua nuova e antica PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Venerdì 04 Novembre 2016 20:03

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 30 ottobre 2016, p. 10]

 

Di mestiere faccio il linguista. Nei giorni precedenti due importanti manifestazioni pubbliche hanno avuto come protagonista la nostra lingua. Eccole: 1. gli «Stati generali della lingua italiana» (Firenze, 17 e 18 ottobre); 2.  la «Settimana della lingua italiana nel mondo» (varie sedi nel mondo intero, 17-22 ottobre). Provo a riassumere.

1. Quella di quest’anno è stata la seconda edizione degli «Stati generali della lingua italiana» (la prima si è tenuta nel 2014), organizzata dal Ministero degli Affari Esteri con la partecipazione ufficiale dell’Accademia della Crusca e della Società Dante Alighieri, e inoltre di società scientifiche (come l’Associazione per la Storia della Lingua Italiana. ASLI), di aziende, di istituzioni, di università, di singoli (compresi alcuni studenti). L’incontro fiorentino si intitolava «Italiano lingua viva». Non si è trattato di una sequenza di relazioni l’una slegata dall’altra, tutt’altro. Uno spirito fattivo e operativo ha accomunato gli interventi delle due giornate: proposte concrete, non parole un po’ a vuoto, come spesso capita. Cinque gruppi di lavoro hanno discusso argomenti diversi: italofonia (diffusione della lingua italiana nel mondo), internazionalizzazione delle università (saremo capaci di attrarre studenti stranieri o dovremo continuare a produrre a nostre spese laureati bravi che vanno all’estero perché in Italia non trovano lavoro?), uso delle tecnologie e metodologie didattiche (la rete è importantissima e contiene una quantità enorme di informazioni, ma bisogna insegnare ai ragazzi a saperla usare, a distinguere il vero dal falso o dall’inutile), certificazione unica e riconoscibile (dare agli stranieri che studiano l’italiano un attestato che certifichi il livello di conoscenza della nostra lingua, come inglesi, francesi, tedeschi fanno con la loro), creatività (la lingua è fondamentale nelle strategie di comunicazione delle imprese, contribuisce a segnalare la qualità, garantisce a chi compra che si tratta di eccellenza, non di scadente imitazione).

Insomma: la lingua come strumento in grado di promuovere all’estero i prodotti italiani e il sistema culturale italiano, con ricadute anche di tipo economico. Lingua, cultura ed economia debbono marciare insieme, con beneficio di tutti.

Per una volta, la politica e le istituzioni sembrano essere consapevoli, ai massimi livelli. Nella monumentale Sala dei Cinquecento di Palazzo Vecchio il Presidente del Consiglio ha parlato nella prima giornata di «gigantesca scommessa culturale»;  il Presidente della Repubblica, concludendo l’incontro il giorno successivo, ha ricordato i milioni di italiani che, emigrati all’estero,  hanno accompagnato con il loro lavoro  e con la loro capacità la diffusione della nostra lingua nel mondo. Sono intervenuti il Vice Ministro degli Esteri, il Sindaco di Firenze, la Ministra della Pubblica Istruzione, la Presidente della RAI, tanti altri che è impossibile ricordare: ognuno con un contributo personale, riflettendo sulle mille potenzialità legate alla promozione della cultura e della lingua italiana nel mondo, che attrae risorse economiche, non le dilapida. Siamo ben lontani, per fortuna, dalla sciagurata affermazione di un ministro dell’economia di pochi anni fa (il cui nome è bello tacere) che perentoriamente proclamava: «con la cultura non si mangia!».

La prossima edizione (la terza) degli «Stati generali» si terrà tra due anni. Se saremo ancora qui, faremo il bilancio di quel che avremo realizzato.

2. In collegamento con gli «Stati generali» si è svolta  la «Settimana della Lingua Italiana nel Mondo», giunta alla XVI edizione. Sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica, il Ministero degli Affari Esteri e Accademia della Crusca organizzano ogni anno,  in tutto il mondo, nella terza settimana di ottobre, la «Settimana della Lingua Italiana nel Mondo»; vi sono coinvolti Istituti Italiani di Cultura, Ambasciate e Consolati, Cattedre di Italianistica attive presso le varie Università, Comitati della Società Dante Alighieri, Associazioni di italiani all'estero, coloro che fuori d’Italia insegnano e studiano la nostra lingua. La formula, nata timidamente alcuni anni fa e alla fine rivelatasi vincente, è di organizzare iniziative rivolte a promuovere l’italiano come grande lingua di cultura classica e contemporanea. Badate agli aggettivi, lingua di cultura classica e contemporanea: indicano la capacità di rifarsi alla tradizione per valorizzare il presente e progettare il futuro.

I temi, variabili ogni anno, sottolineano il ruolo della lingua come elemento distintivo e propulsivo della nostra nazione all’estero. Nel 2014 si decise per “Scrivere la nuova Europa: editoria italiana, autori e lettori nell’era digitale”; nel 2015 per “L’Italiano della musica, la musica dell’Italiano”; nel 2016 per «L’Italiano e la creatività: marchi e costumi, moda e design». Intorno al tema dell’anno si sviluppano conferenze e dibattiti, mostre e spettacoli, incontri con scrittori e personalità. La partecipazione cresce, anno dopo anno, come dimostra la distribuzione geografica degli eventi. Quasi 1000 nel 2014:  324 nell’Unione Europea, 153 nell’Europa extra UE, 298 nelle Americhe, 144 in Asia e Oceania, 88 nel Mediterraneo e Medio Oriente, 67 nell’Africa Subsahariana. Oltre 1300 nel 2015: 408 nell’Unione europea, 171 nell’Europa extra UE, 435 nelle Americhe, 163 in Asia e Oceania, 113 nel Mediterraneo e in Medio Oriente, 75 nell’Africa Subsahariana. Mancano naturalmente i dati del 2016, la settimana si è appena conclusa.

Torniamo un momento sui temi degli ultimi anni: editoria e cultura, musica, moda e design. In questi campi siamo eccellenti, il mondo apprezza i nostri prodotti e la lingua che li veicola. Pensate a Dante, che una recente inchiesta in 28 paesi colloca al vertice, tra i personaggi più rappresentativi della letteratura europea, dalla antichità greca e latina fino ai nostri giorni: Dante, Goethe, Shakespeare, Tolstoj, Cervantes, Dostoevskij. Pensate alla musica, alle opere di Verdi, Rossini e Puccini che trionfano nei teatri del mondo, alle scelte di Haydin, Mozart e Gluck che adottano l’italiano per le loro composizioni, al successo straordinario dei cantanti italiani di oggi non solo nei paesi europei vicini ma anche in Russia, in America Latina, in Australia. Pensate alla moda, con i marchi italiani diffusi dappertutto, con negozi all’estero che si chiamano “Dolce Vita” o “Via Veneto”;  a film di successo: Prêt à porter di Robert Altman (1994), con  Gianfranco Ferré e Nicola Trussardi nella parte di sé stessi e con le foto di gruppo degli stilisti con Cerruti; o Il diavolo veste Prada (2006, da un libro del 2003): «Le borse e le scarpe … gridavano ‟Prada!, Armani!, Versace!ˮ»; o Valentino, l’ultimo imperatore (2008), di Matt Tyrnauer, giornalista di Vanity Fair, dedicato alla vita dello stilista. A chi vuol saperne di più indico un libro in formato elettronico appena uscito: L’italiano e la creatività. Marchi e costumi, moda e design, curato da Paolo D’Achille e Giuseppe Patota, entrambi dell’Accademia della Crusca.

La “qualità Italia” si propone al mondo, con i prodotti e con la lingua. E questo spiega perché sempre più stranieri scelgono di studiare l’italiano. Secondo le statistiche ufficiali nel 2012-13 erano un milione e 522 mila, nel 2014-15 arrivano a due milioni e 333 mila. L’ho scritto altre volte. I fatti e i numeri non lasciano dubbi, all’estero la nostra lingua è apprezzata, spesso amata. L’italiano è la quarta lingua più studiata al mondo. Inglese a parte, viene dopo lo spagnolo, il francese, più o meno alla pari con il tedesco, e batte tutte le altre, anche quelle parlate da popolazioni enormemente più numerose. Non c’è male, per una nazione di soli 60 milioni di abitanti, una briciola rispetto ai 7 miliardi di abitanti della terra. Non c’è male, per una nazione che non ha avuto un impero coloniale come Inghilterra, Francia, Spagna, Portogallo e altre che hanno disseminato le loro lingue nei territori africani, asiatici, americani, perfino australiani.

I mezzi di comunicazione fanno la loro parte. Francesco Sabatini, presidente emerito dell’Accademia della Crusca, ogni domenica mattina su RAI 1 offre agli spettatori un servizio di “Pronto soccorso linguistico”; su Radio 3 la domenica mattina va in onda «La lingua batte» condotta da Giuseppe Antonelli. Rubriche e articoli dedicati alla nostra lingua appaiono spesso sui giornali, «Nuovo Quotidiano» ha stabilizzato “Parole al sole” (passata l’estate, l’icona del titolo, benché fuori stagione, è un bel richiamo visivo e potrebbe valere anche metaforicamente ‘parole poste sotto la luce’, come mi suggerisce Stefano Telve, un linguista che insegna a Viterbo). «Bada a come scrivi» si intitola il primo volume della collana «L’italiano. Conoscere e usare una lingua formidabile» che “Repubblica” e Accademia della Crusca presentano a partire dal 28 ottobre.

Gli strumenti esistono, impariamo ad amare la nostra lingua, bella e ricca.

 

p.s.: Alcuni lettori mi scrivono, fanno osservazioni, pongono domande. Per quanto possibile rispondo ai singoli, ma a volte non ce la faccio. In accordo con «Nuovo Quotidiano» vi proponiamo questo. Scrivete a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . I quesiti più stimolanti e di interesse generale saranno da me commentati su questo giornale.

 

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Il microcosmo dei pronomi PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Martedì 25 Ottobre 2016 20:12

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 23 ottobre 2016]

 

Di mestiere faccio il linguista. La scorsa settimana ho introdotto un tema che ha suscitato un certo interesse tra i lettori: nell’italiano contemporaneo si va estendendo l’uso del “tu” anche tra interlocutori che non si conoscono (o si conoscono poco) e quindi dovrebbero avere relazioni formali (commesso e cliente, venditore e acquirente, ecc.). È normale questo uso crescente del “tu”? Come va giudicato il fenomeno?

Non sono il primo a trattare la questione. Alcuni mesi fa apparve su «la Repubblica» un bell’articolo di Umberto Eco, che riferiva un episodio a lui capitato. Scriveva: «In un emporio mi sono visto (io quasi ottantenne e con barba bianca) trattato col “tu” da una sedicenne col piercing al naso (che non aveva probabilmente mai conosciuto altro pronome personale), la quale è entrata gradatamente in crisi solo quando io ho interagito con espressioni quali “gentile signorina, come Ella mi dice...”. Deve aver creduto che provenissi da Elisa di Rivombrosa , tanto mondo reale e mondo virtuale si erano fusi ai suoi occhi, e ha terminato il rapporto con un “buona giornata”», rinunziando al “ciao” che usa abitualmente.

Eco sapeva bene che la ragazza non intendeva insultarlo, semplicemente trasferiva nella conversazione i modelli televisivi a cui era abituata (non so, «Uomini e donne», «Amici»), senza rendersi conto che la lingua possiede anche altre forme, che bisogna saper scegliere e variare a seconda dei momenti. Eco considerava il comportamento della ragazza un sintomo della perdita di memoria che caratterizza la società contemporanea: viviamo appiattiti in un eterno presente che per molti ha un solo tono, dimenticando l’importanza della variazione che il passato ci consegna.

Preciso. Non si tratta di restare ancorati al passato, riproponendo le forme della comunicazione di un tempo. Per rivolgersi a un gruppo di persone non vanno più tanto bene “loro” (lo usa il governatore della Banca d’Italia in situazioni molto formali) o “lorsignori” (ha un valore ironico, quasi di presa in giro). Prima ancora si usavano altri pronomi, che oggi nessuno neppure più ricorda, “eglino” per il maschile e “elleno” per il femminile. Invece a Carducci quei pronomi piacevano, ce lo testimonia quest’episodio. Carducci, appena nominato professore, entrato in una classe dell’istituto superiore femminile “Nencioni” di Firenze, alla prima lezione esordisce con un «Elleno adunque...» e viene sommerso dalle risate delle ragazze. Il professore non la prende bene: è giovane, non è bellissimo, e ha di fronte un gruppo di vivaci ragazze della borghesia fiorentina. Ammonisce la più esuberante con tono burbero: «Lo so che ella avrebbe detto: “Sicché loro...” Ma è bene intendersi subito: qui si conviene aver rispetto alla grammatica, qui non si parla a modo delle ciane». In quella classe insomma non si parlava come le ciane ‘donne sguaiate, volgari, grossolane, pettegole’; il professore diceva “ella” ed “elleno” e pretendeva che le sue allieve facessero altrettanto.

Nessuno pensa di ripristinare quelle forme antiquate: la società cambia e cambia la lingua (che rispecchia i mutamenti sociali). Ma si può e si deve riflettere su quello che succede intorno a noi, non possiamo rinunziare al pensiero e accettare tutto senza fiatare.

Eco attribuiva il comportamento spiccio della sedicenne con il piercing alla mancanza di memoria di una parte delle ultime generazioni. Ma forse c’è di più. Dare del “tu” a un adulto sconosciuto è irriguardoso, anche se non comporta una reale o supposta posizione di inferiorità dell’interlocutore. Il dilagare del “tu” finge una vicinanza che fa male a tutti, facendoci sembrare fintamente amici (l’amicizia è altra cosa). Non è sintomo di egualitarismo o di democrazia, neanche in politica lo è. Luciano Canfora ricorda una battuta attribuita a Palmiro Togliatti, probabilmente non inventata, rispecchia lo stile dell’uomo: una volta, a un iscritto che parlava con aria supponente di cose che conosceva poco, il leader del Pci rispose: «Caro compagno, dammi pure del lei». In altre parole: essere compagni di partito non significa essere compagni di osteria. Un po’ diverso l’atteggiamento di Sandro Pertini (ancora non Presidente della Repubblica), in una piazza di Galatina, in occasione di un comizio (magari qualcuno ricorda): a un giovane che gli aveva rivolto la parola dicendo «Lei, compagno Pertini…» replicò «D’accordo, accetto il “Lei”, sei giovane, ma quando crescerai dovrai darmi del “tu”». Non era politica, ma di sicuro era assai ideologizzata, l’occasione in cui il 21 ottobre del 1975, a Lecce, nell’aula magna del liceo «Palmieri»,  in un dibattito pubblico Pier Paolo Pasolini cominciava così la risposta a un precedente intervento: «Ti posso dare del tu?, sei così giovane» (si trattata dell’ultima conferenza di Pasolini, pochi giorni prima del suo assassinio, stampata poi nei «Meridiani» di Mondadori e recentemente ripubblicata, a quarant’anni esatti dalla morte).

Gli aneddoti si moltiplicano. Il professor Marcello Filotico, noto anatomopatologo del Salento, mi autorizza a pubblicare questo brano di una sua lettera. «Un mio Professore dosava l’uso del Voi, del Tu e del Lei con matematica precisione. Dava del Tu a noi giovani Laureati e ai suoi colleghi pari grado, il Lei era riservato al mondo accademico e limitato ai professori che riteneva più autorevoli. Il Voi denotava una contenuta stima nei confronti di soggetti  giudicati non  all’altezza, comunque, di ricevere il Lei. Passò dal Tu al Voi nei miei riguardi, quando conseguita la Libera Docenza fui nominato Primario». E argutamente commenta: «Il giorno un cui divenni Primario non poteva più darmi del Tu, mi avrebbe posto implicitamente al suo stesso livello. Mai più!». Guido Zaccagnini, storico della musica che su Radio 3 conduce bei programmi di divulgazione musicale,  sorridendo di sé stesso dice che lui dà il “lei” agli studenti, il “tu” ai superiori, per questo non fa carriera (ma non è vero).

Concludiamo. In alcuni casi il “tu” è ammesso anche tra persone che non si conoscono (abbiamo visto sopra alcuni esempi). Se invece è indiscriminato, è un abbassamento delle barriere falso e velleitario, nasconde la propensione a non rispettare le regole formali. Ricorrendo alla variazione appropriata di  “tu” ~ “lei” nelle diverse situazioni comunicative ripristiniamo il linguaggio della cortesia, l’insieme di norme e convenzioni verbali adottate da una comunità per contenere la conflittualità e favorire l’armonia nell’interazione.

Per una comunicazione corretta è necessario rispettare parametri importanti come il grado di familiarità tra gli interlocutori, la partecipazione affettiva e il coinvolgimento, la solidarietà, e anche le differenze di ruolo, che pure esistono nella società. Possiamo utilizzare anche ulteriori accorgimenti, accompagnando la scelta dei pronomi (formale ~  informale) con mezzi quali i toni di voce, la postura del corpo, la prossimità o la distanza fisica con l’interlocutore, ecc. Nello scritto, il “lei” di cortesia è spesso segnalato con l’iniziale maiuscola: “Lei” (come dire: ti tratto con deferenza particolare). Vedo aumentare la maiuscola anche nelle comunicazioni scritte che ricorrono alla seconda persona: “Tu” (ma forse è eccessivo, non si capisce bene se chi scrive vuole suggerire familiarità o distanza).

Le variabili scelte linguistiche non sono casuali, vanno adeguate al contesto, allo stile, al registro, al canale e al mezzo di comunicazione, insomma alla situazione complessiva. Quante cose insegnano quelle microscopiche parolette (due o tre lettere, non più) che definiamo pronomi! Non è meravigliosa la lingua italiana?

 

p.s.: Alcuni lettori mi scrivono, fanno osservazioni, pongono domande. Per quanto possibile rispondo ai singoli, ma a volte non ce la faccio. In accordo con «Nuovo Quotidiano» vi proponiamo questo. Scrivete a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . I quesiti più stimolanti e di interesse generale saranno da me commentati su questo giornale.

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I pronomi e la giusta distanza PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Martedì 25 Ottobre 2016 20:01

["Nuova Quotidiano di Puglia" di domenica 16 ottobre 2016]

 

Di mestiere faccio il linguista. Alcuni giorni fa, a Roma, in un negozio di abbigliamento, ho assistito a questa scena. Parlano una cliente e una commessa, entrambe giovani: discutono di taglia, colore e modello di un abito, si danno reciprocamente del “tu”, con grande familiarità. Penso: si conoscono, è normale. Poi entra una signora sui cinquant’anni, fa una richiesta del tipo «Mi può dire dove sono le giacche…», la commessa risponde con un sorriso, si rivolge alla cliente sconosciuta con il “tu”. Mi pare di notare una certa perplessità sul volto della signora ma prontamente si adegua, passa anche lei al “tu”, la conversazione tra le due prosegue in assoluta tranquillità.

Cosa insegna l’episodio? È normale l’uso crescente del “tu” tra persone che non si conoscono? Per capirlo, guardiamo alla storia della nostra lingua. In italiano esistono oggi tre forme principali di pronomi allocutivi. Si definiscono così, con questa parola un po’ difficile,  quelli che regolano i rapporti tra le persone:  “tu”, “voi”, “lei”.  Si usano per rivolgersi a qualcuno, per interloquire con lui e per richiamare la sua attenzione.

Lo sappiamo, la lingua cambia nel tempo. Nel Medioevo l’italiano, come altre lingue romanze, disponeva di un sistema bipartito, imperniato sull’asse “tu”/“voi”. Nella Divina Commedia Dante si rivolge di norma col “tu”  ai personaggi con cui scambia battute di dialogo, riservando il “voi” a interlocutori particolarmente autorevoli. Al suo maestro Brunetto Latini chiede con rispetto: «Siete voi qui, ser Brunetto?».

Poco alla volta, al  “tu” e al  “voi” si aggiunge il “lei”. Le prime attestazioni del “lei” risalgono al Quattrocento; tra Cinquecento e Seicento questo nuovo pronome si diffonde nelle cancellerie e nelle corti, si rafforza probabilmente per l’influsso dello spagnolo usted, fino a diventare preponderante.

Un sistema tripartito funziona nei Promessi Sposi di Manzoni. Si danno del “voi”, alla pari, Agnese e Perpetua, Renzo e Lucia, il Cardinale e l’Innominato. Ancora alla pari, il “tu” viene usato tra Renzo e Bortolo o Tonio, vecchi amici. Agnese dà del “tu” a Lucia che risponde alla mamma con il “voi”. Don Abbondio dà del “voi” ad Agnese che risponde per rispetto con il “lei”. Il dialogo tra Fra Cristoforo e don Rodrigo inizia col “lei”, ma quando il frate s’indigna passa al “voi”  (“la vostra protezione…”) e per contraccolpo don Rodrigo passa al “tu”, per disprezzo (“come parli, frate?”). Ma “tu” non indica solo disprezzo, viene usato anche per rivolgersi a un Ente superiore. «Tu dalle stanche ceneri / sperdi ogni ria parola» scrive Manzoni, rivolgendosi alla Fede nel Cinque maggio. «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» invoca Cristo sulla Croce.

Così in passato. Oggi, nella pratica, la scelta più frequente è limitata al “tu” e al “lei”, mentre il “voi”,  riferito a un singolo individuo, si usa solo in condizioni particolari (vedremo quali). L’uso dei pronomi non oscilla a caso, è soggetto a regole precise, dipende dal contesto in cui la comunicazione avviene ed è vincolato dalle norme sociali vigenti in un determinato momento storico. Esiste un sistema di regole che governa il comportamento degli interlocutori. La scelta del pronome allocutivo è determinata dal contesto (formale o informale) in cui si realizza il dialogo e dal tipo di relazione esistente tra parlante e ascoltatore. La scelta deve essere coerente con i saluti, i titoli, il tono della voce e con i comportamenti non-verbali.

A un amico con cui si è in rapporto confidenziale si dice: «ciao, Andrea, come stai?»; e la frase può essere accompagnata da comportamenti non-verbali come un abbraccio, una stretta di mano o una pacca sulla spalla. Ad una persona con cui abbiamo rapporti solo formali ci rivolgiamo con il “lei” e manteniamo anche fisicamente una certa distanza.  Un giovane che si presenta a un colloquio di lavoro deve parlare e comportarsi in modo adeguato alla circostanza, non può sbagliare nell’uso dei pronomi.

Possiamo dire che “tu”  indica familiarità, “lei” indica distanza.  Il “tu” reciproco è riservato in genere ai rapporti informali (amicizie, famiglia, lavoro, colleghi che si frequentano abitualmente);  il  “lei”  reciproco si adatta ai rapporti formali e istituzionali fra persone che non si conoscono o si conoscono poco, ai rapporti gerarchici.

Badate all’aggettivo “reciproco” che nella frase precedente segue i pronomi “tu” e “lei”: indica una condizione di simmetria, il rapporto non è sbilanciato. Gli interlocutori sono su un piano di parità e, di conseguenza, adottano lo stesso pronome.  Ma esistono anche rapporti asimmetrici, nella lingua e nella società. Se uno dei due interlocutori è in posizione di maggior potere (comunicativo e sociale) spesso si ha un rapporto asimmetrico: l’uso di “tu” da parte del superiore (o ritenuto tale) e di “lei” da parte dell’inferiore (o ritenuto tale).  A volte il rapporto asimmetrico è ammesso, anzi normale. A scuola, quando gli studenti sono molto giovani, il professore dà del “tu” agli alunni ma questi si rivolgono al professore con il “lei”; all’università, con studenti di vent’anni e oltre, è normale il “lei” reciproco.

Per passare da un pronome allocutivo formale a un altro meno formale (operazione nota come «passare al “tu”»), le buone maniere vigenti in Italia vogliono che la proposta sia fatta dalla persona superiore (dalla più anziana, dalla più elevata per grado o funzione o, in condizioni di parità sociale,  dalla donna, se l’interazione avviene tra uomo e donna).

Non ho dimenticato il “voi”, oggi in regresso. Il regime fascista aveva giudicato il “lei” capitalista e plutocratico e aveva imposto il “voi”, sembrava più virile e bellicoso.  Ma questo di fatto corrispondeva all’inglese “You” e al francese “Vous”, le lingue dei paesi ritenuti nemici; mentre il “lei” come abbiamo visto veniva dalla Spagna, in quegli anni politicamente vicina (sono noti i collegamenti tra fascismo e franchismo). A volte i risultati furono buffi. Si arrivò a sostituire il titolo delle rivista femminile  Lei con un nuovo nome, Annabella.  Ma Lei di quel titolo non era pronome personale di cortesia,  indicava che la rivista era dedicata alle donne e non agli uomini, a Lei e non a Lui.

Con la caduta del fascismo, l’uso del “voi” decade  ma non scompare del tutto. Il “voi” resiste nel Meridione,  in molti dialetti dell’Italia del sud. Viene sentito come una forma di rispetto. Fino a non molto tempo fa capitava, seppur raramente, che uno studente mi chiedesse: «Professore, mi dite a che ora cominciano gli esami?». A Napoli sono ancora frequenti domande del tipo: «Vi piace questa camicia? La volete comprare?». Specie nelle realtà rurali è ancora abbastanza diffuso l’uso del “voi” (spesso “vui”) quando ci si rivolge a genitori, persone anziane o di grande importanza e superiorità morale.

Esistono anche forme andate in disuso, quasi nessuno le usa più. Una volta, per rispetto, in un’aula universitaria o in una conferenza, si usava il plurale “loro” («come loro sanno…»).  Usato ormai in senso ironico è l’arcaico “lorsignori”; dire «come lorsignori m’insegnano…» equivale a una presa in giro degli interlocutori. I dialetti conservano più tenacemente forme arcaiche. Nel siciliano è ancora attestato (nonostante sia in calo tra i giovani), l’uso del “vossìa”, contrazione di Vossignoria che vuol dire Vostra Signoria. In Salento,  nel contado e nei ceti popolari, verso estranei e persone giudicate di livello superiore, si usa come appellativo “Signuria”, con il verbo alla seconda persona singolare (per es. «Signuria, comu stai?»).

Mi sono lasciato prendere la mano, ho scritto troppo, non ho risposto alle domande iniziali. È normale l’uso crescente del “tu” tra persone che non si conoscono? Come va giudicato questo fenomeno? Di tutto ciò parleremo nella prossima puntata.

 

p.s.: Alcuni lettori mi scrivono, fanno osservazioni, pongono domande. Per quanto possibile rispondo ai singoli, ma a volte non ce la faccio. In accordo con «Nuovo Quotidiano» vi proponiamo questo. Scrivete a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . I quesiti più stimolanti e di interesse generale saranno da me commentati su questo giornale.

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Dove nascono le nuove idee: le biblioteche PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Martedì 11 Ottobre 2016 06:45

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 9 ottobre 2016]

 

Di mestiere faccio il linguista. Di conseguenza, mi interessa ogni iniziativa dedicata alla lingua italiana. Oggi ne presento una, piuttosto importante. Dal 2007, ogni anno,  l’Accademia della Crusca organizza una manifestazione che si intitola «La Piazza delle lingue». Il titolo è trasparente: allude alla volontà  di allargare a un pubblico vasto («La Piazza», appunto) i temi apparentemente ostici o lontani della riflessione linguistica, comunicare e acquisire esperienze. «La Piazza delle lingue» rappresenta un luogo simbolico di apertura, di incontro tra soggetti diversi, tutti variamente interessati. La Crusca esce all’esterno perché la lingua non è di pochi specialisti, appartiene a tutti. Occupandoci in modo serio ma non pedante della nostra lingua, di come parliamo e come scriviamo, ci interessiamo a noi, alla nostra storia e al nostro presente, progettiamo il futuro.

La prima edizione, quella del 2007, si intitolava «Le lingue d’Europa patrimonio comune dei cittadini europei». Alludeva al grande ideale di un’Europa multilingue, abitata da cittadini animati dalla voglia di comunicare e di capirsi reciprocamente. Un’idea quasi profetica, se consideriamo le sciagurate vicende dei nostri giorni, nei quali molti innalzano barriere e muri, con l’illusione  di salvarsi rinchiudendosi nel proprio egoismo nazionale. Di fronte alle terribili difficoltà che oggi il mondo vive, sicuramente noi italiani ci comportiamo bene, diciamolo per una volta senza iattanza. Ci misuriamo con la migrazione biblica che viene dal Mediterraneo richiamando gli altri stati alla collaborazione, senza rinunziare al sogno meraviglioso di un’Europa unita, libera e plurilingue. Lo facciamo, forse con qualche insufficienza ma anche con i nostri meriti: mi auguro che molti abbiano visto Fuocammare (l’hanno dato in televisione pochi giorni fa), il film di Gianfranco Rosi candidato all’Oscar, che ha per oggetto l’isola di Lampedusa e gli sbarchi dei migranti.

Torniamo alla «Piazza delle lingue», che continua anno dopo anno. Lo scorso anno, a Milano, in coincidenza con l’EXPO, ha trattato il tema «L’italiano del cibo». Le parole della cucina e dell’alimentazione si diffondono all’estero insieme ai nostri prodotti (per cui siamo giustamente celebri) e contribuiscono a favorire l’immagine di un’Italia capace, produttiva, ammirata e da imitare. Lingua, cultura  ed economia vanno insieme, i benefici coinvolgono tutti. L’edizione di quest’anno, la decima, dal 29 settembre al 2 ottobre, svoltasi sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica (come le precedenti), con il patrocinio della Regione Toscana, della  Città Metropolitana e del Comune di Firenze, ha discusso su «Firenze e la lingua italiana». Sappiamo quanto grande è stata la parte di Firenze nella storia linguistica d’Italia; l’italiano che noi usiamo quotidianamente poggia, con le ovvie trasformazioni cui va soggetta ogni lingua, in buona parte sul fiorentino del Trecento, quello stesso del grandissimo Dante e degli altri grandi del tempo. Ma il presente impone nuove domande.  Firenze ha ancora un ruolo decisivo nel definire le tendenze della lingua nazionale?  E i fiorentini, parlando, non fanno a volte errori (come tutti gli italiani)? E quale è  la fortuna del fiorentino usato così spesso nel cinema, nella canzone, nella politica e in mille altre circostanze che vedono protagonisti diversi, dai comici toscani fino all’attuale Presidente del Consiglio?

Temi ampi in discussione, come si vede. Di tutto ciò si è trattato in luoghi vari, nella città e anche fuori dal centro cittadino: il Palazzo Medici Riccardi, il Centro commerciale di Ponte a Greve, il Palazzo Vecchio,  la Villa medicea di Castello, il Teatro della Pergola, il Teatro Manzoni di Calenzano, l’Istituto Alberghiero Francesco Datini di Prato. «La Piazza delle lingue» non è una manifestazione per pochi. Oltre a studiosi importanti (il Presidente dell’Accademia, Claudio Marazzini, e tanti altri, in numero tale da non poter essere tutti ricordati uno per uno, come meriterebbero),  vi hanno partecipato rappresentanti di istituzioni culturali, della magistratura, di comunità religiose. Ci sono state due tavole rotonde animate e coinvolgenti. La prima dedicata alle «Istituzioni di carattere nazionale che traggono linfa dalla fiorentinità». La seconda con interventi di artisti fiorentini come Ugo Chiti, Paolo Hendel, Anna Meacci, Sergio Staino e Pamela Villoresi che hanno discusso sul loro rapporto con la lingua italiana; a seguire, una videointervista con Carlo Conti, Giorgio Panariello e Leonardo Pieraccioni. Sono stati organizzati  due spettacoli teatrali: La Tancia di Michelangelo Buonarroti il Giovane (questa commedia fiorentina fu rappresentata la prima volta nel 1612) e Se tu ci pensi l’è italiano! Riflessione semiseria sulla lingua toscana.  Sono stati presentati alcuni libri recenti pubblicati dall’Accademia.

Ci sono state anche occasioni meno formali. Gli appassionati di cucina inconsueta hanno potuto partecipare a una cena in forma di «Stravizzo alla maniera degli Accademici della Crusca nel XVII secolo». Non lasciatevi ingannare dal nome. Lo «stravizzo» non ha che vedere con le «cene eleganti» le cui cronache ci sono state riferite con abbondanza di particolari dai giornali dei mesi scorsi.  Lo «stravizzo» è il banchetto annuale  a cui partecipavano i membri dell’Accademia della Crusca, che forniva occasione per la lettura di componimenti poetici elaborati per l’occasione e veniva concluso da un discorso. Per autoironia si affibbiò a questo discorso finale il nome di cicalata ‘ragionamento bizzarro, ma elegantemente composto’. Spesso si trattava di una cosa molto seria: Algarotti riferisce di un’orazione importantissima e molto  bella, conclusiva di uno stravizzo, pronunziata da Giovambattista Dati, «coronato del poetico e imperial diadema dell’alloro» (siamo in pieno Settecento).

Alcune scolaresche hanno potuto visitare gratuitamente la Villa medicea di Castello, sede dell’Accademia della Crusca (vedete la foto); i ragazzi sono entrati in quel monumento, hanno ammirato la «Sala delle Pale»  (vedete la foto) e la Biblioteca (anche questa nella foto). Il nome della Sala deriva dalle 153 Pale antiche, gli stemmi personali dei membri cinque-settecenteschi dell’Accademia (fu fondata nel 1583), qui conservate. In un’altra sala si possono vedere le pale appartenenti ad accademici contemporanei, che testimoniano la volontà di mantenere viva la tradizione (di questa seconda sala non parliamo). La pala di un Accademico della Crusca è composta dal nome accademico, da un’immagine e da un motto (tratto dalle opere di Dante, di Petrarca, di altri autori come Ariosto e Tasso): rappresenta l’“intenzione”, quello che il singolo componente si propone di fare, il suo contributo al progetto complessivo dell’Accademia. L’espressione scelta acquista un nuovo significato, indica l’impegno dell’individuo a vantaggio della lingua nazionale. Nella Sala della Pale un bel dipinto di Pier Dandini (recentemente studiato nella sua complessa allegoria)  raffigura Filippo Baldinucci, autore di un Vocabolario toscano dell’arte del disegno (1681): Baldinucci è al centro, tra due figure femminili che simboleggiano l’Accademia della Crusca e l’Accademia del Disegno, deve scegliere come Ercole al bivio tra vizio e virtù. Opportunamente Baldinucci non sceglie, per tutta la sua vita continua ad occuparsi della lingua e dell’arte, insieme.

La biblioteca è ricchissima, è la maggior biblioteca italiana di linguistica e storia della lingua italiana, a scaffali aperti alla libera consultazione. Vi sono 146.000 volumi,  780 riviste (di cui 410 correnti), 147 manoscritti antichi, 41 incunaboli, stampe quattro e cinquecentesche. Il patrimonio della biblioteca cresce di continuo: molti acquisti, anche molti doni di autori viventi e interi fondi librari di studiosi scomparsi, che regalano a quella struttura la loro biblioteca personale, costruita pezzo dopo pezzo, lungo l’intera vita. Qualche esempio recente. Arrigo Castellani ha donato circa 4500 volumi moderni e circa 2000 estratti; Giovanni Nencioni ha donato circa 200 volumi antichi e circa 8.000 volumi moderni.  Alla biblioteca si accede con un permesso (gratuito), è necessaria una lettera di presentazione di un accademico o di un professore universitario; ma non è una struttura chiusa, il permesso viene rilasciato a chiunque dimostri di saper maneggiare con cura i libri, facendo buon uso del privilegio ricevuto.

Penso alla nostra diversa situazione. Intendiamoci. Nessuno immagina che si possa recuperare in poco tempo il divario che si è creato nei secoli. Ma bisogna avere idee, saper scegliere, decidere in quale  direzione investire le non abbondanti risorse disponibili, utilizzandole al meglio. In un Consiglio di Dipartimento, a chi denunciava la carenza delle nostre biblioteche, un collega replicò che la soluzione è dimettersi. Ma quel collega è un buontempone, nessuno presta attenzione alle sue parole, probabilmente non ci crede lui stesso. Invece bisogna agire. Non vedo un progetto di questo genere, né nella mano pubblica né nell’università (e dunque tiro in ballo anche me stesso, non mi sottraggo). Anzi, a causa della crisi, si comprano sempre meno libri e le biblioteche vengono lasciate deperire. Bisogna invertire la tendenza: allestire strutture adeguate (edifici pensati allo scopo, dotati di collegamento internet, moderni, gestiti da personale addestrato), salvaguardare il patrimonio librario esistente che spesso si lascia deperire o derubare, sollecitare i privati a donare quanto hanno (se, dopo la morte, agli eredi non interessa), comprare molti libri e molte riviste. Sono soldi ben spesi, l’impresa merita qualche sacrificio, tagliamo altrove. Per quanto strano appaia, il futuro dei giovani e della nostra terra si decide nelle biblioteche. Le nuove generazioni cresceranno bene se metteremo a loro disposizione biblioteche ricche ed efficienti, luoghi piacevoli in cui studiare e scambiare idee.

p.s.: Alcuni lettori mi scrivono, fanno osservazioni, pongono domande. Per quanto possibile rispondo ai singoli, ma a volte non ce la faccio. In accordo con «Nuovo Quotidiano» vi proponiamo questo. Scrivete a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . I quesiti più stimolanti e di interesse generale saranno da me commentati su questo giornale.

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Dalla volgarità agli insulti PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Lunedì 10 Ottobre 2016 15:28

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di sabato 8 ottobre 2016]

 

Di mestiere faccio il linguista. In questa veste, vengo chiamato in causa (insieme ad un collega sociologo, Mario Spedicato) da un art. di Ettore Bambi apparso nel « Nuovo Quotidiano» di ieri, 7 novembre. Bambi è stato comprensibilmente colpito dalla reazione che si è scatenata in rete contro Roberto Benigni, reo di aver dichiarato che voterà “sì” al referendum del 4 dicembre. I dati sono impressionanti. Sui primi 100 commenti, 8 erano nella sostanza favorevoli alle opinioni di Benigni, 15 erano contrari: sin qui nulla di male, in un caso e nell’altro, la libertà di opinione è la conquista più importante che la società garantisce all’individuo  (insieme alla libertà dal bisogno). Ma fa rabbrividire che 77 commenti (la grande maggioranza) erano brevissimi e contenevano solo insulti: pagliaccio, o buffone o giullare (12); venduto (13); misero (2); da prendere a calci...(3); da sputargli in faccia (1); verme (3); figlio di... (2); bastardo (2); squallido (4); schifoso (5); sieroso (1); virus toscano (1). È giusto chiedersi cosa succeda nella rete e perché tanta gente, invece di ragionare, preferisca insultare.

Chiariamolo subito. L’insulto è insulto, da chiunque venga e a chiunque sia rivolto, con qualsiasi mezzo. Generosamente Bambi chiama in causa le parolacce (pipì, cacca, ecc.) con cui i bambini piccoli si divertono quando scoprono certe funzioni del corpo. Ma poi, a 5 o 6 anni, la smettono e i loro divertimenti diventano più maturi. I bambini non c’entrano, siamo fatti male noi adulti (non tutti, per fortuna).

La volgarità dilaga nei film, negli spettacoli televisivi, penetra nel parlare (e nello scrivere) dei nostri tempi. Qualcuno si è divertito a contare le cosiddette parolacce presenti in un film americano che ha avuto molto successo anche da noi, Il lupo di Wall Street di Martin Scorsese (2013). Nell’originale inglese la parola fuck (che traduciamo ‘vaffa…’) è  usata 506 volte: il film dura quasi tre ore, in media 3.16  ‘vaffa…’ al minuto. Se aggiungiamo le altre parolacce del film (il lettore mi scuserà se rinunzio a elencarle) raggiungiamo 569 casi di male parole, record mondiale meritevole dell’Oscar (il primo così raggiunto da Leonardo di Caprio, protagonista del film… L’Oscar “vero” l’ha ottenuto solo nel 2016).

Qualcuno (a mio avviso troppo benevolo) sostiene che la volgarità nei film di Scorsese e di altri non è mai fine a sé stessa, anzi è funzionale al racconto. In Il lupo di Wall Street servirebbe a descrivere un mondo fatto di eccessi, di sesso e di droga che non potrebbe essere spiegato in altri modi o con altre parole. Parolacce e  volgarità servirebbero a rafforzare una certa idea  di realismo, servirebbero a descrivere.  Ma la domanda è: perché altri registi raggiungono lo stesso scopo senza abusare di un certo lessico?

E poi. Dalla rappresentazione cinematografica quel modello entra nella vita quotidiana (non sempre per ottenere effetti di realismo); o forse la direzione è inversa, non so. Non mi rassegno a riconoscere a parole e locuzioni triviali la funzione di intercalare innocuo (come dire, una parola vale l’altra) o di moltiplicatori di espressività (vuoi mettere? è così bello usare le parolacce…).

Dalla volgarità si passa spesso agli insulti, il passo può essere breve. Tocchiamo per questo un altro settore della nostra vita, quello politico. Su Facebook Salvini definisce il presidente Mattarella «complice di scafisti, sfruttatori e schiavisti». Lo cito, facendogli involontariamente pubblicità, ma non è certo unico; succede troppo spesso nei dibattiti televisivi di oggi, che fanno rimpiangere le educate e argomentate (anche se un po’ soporifere) tribune televisive di un tempo. E non succede solo in Italia. Hillary Clinton e Donald Trump arrivano a scambiarsi offese sul piano personale, dimenticando che aspirano alla presidenza della nazione più potente del mondo e uno dei due avrà enormi responsabilità verso il mondo intero.

Poco male (forse) se la mancanza di educazione e la aggressività verbale fossero confinate in cerchie ristrette. Ma così non è: i cattivi modelli sono come le male erbe, proliferano. E la aggressività verbale spesso è accompagnata da comportamenti aggressivi.

Le prediche non servono. La domanda è: si può fare qualcosa di concreto? Avrei un’idea, per cominciare: chiamiamo le cose pessime con il loro nome, evitiamo i camuffamenti.

Sono numerosi i casi di «bullismo», con  conseguenze tragiche; i soggetti deboli o vulnerabili non ce la fanno, soffrono e si suicidano.  Molti giovani si sentono  «bulli», spesso se ne vantano, mettono in rete le loro imprese. Chiamiamo quel comportamento «sopraffazione» e «prevaricazione», definiamo «sopraffattore» e «prevaricatore» chi si comporta in un certo modo. Le cose saranno più chiare.

A volte ricorriamo alla lingua inglese, usiamo le parole «stalking» e «stalker» estranee alla nostra lingua: le capiamo poco, involontariamente contribuiamo a mascherare la brutalità delle azioni. L’etimologia non ci aiuta, il verbo inglese «to stalk» significa ‘camminare con circospezione’, quasi il comportamento di uno che si muove discretamente per non disturbare. Usiamo invece «violenza» e «violentatore», capiremo tutti meglio.

E infine. Oggi molti parlano di «furbetti», «del quartierino», «del cartellino», ecc. Invece no: chi tenta una frode affaristica o immobiliare,  chi  invece di lavorare va in giro a passeggiare e ruba lo stipendio non è un «furbetto», è un «criminale» (nei casi più gravi) o uno «scansafatiche» o un «nullafacente», chiamiamoli così.

I mezzi di comunicazione possono dare l’esempio, cominciamo noi. Usare bene la lingua aiuta a capire cosa succede nella società, quindi contribuisce a migliorarla.

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