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"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
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Programma gennaio 2019
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Linguistica


I nomi, i suffissi e il senso di appartenenza – (2 ottobre 2016) PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Lunedì 03 Ottobre 2016 06:48

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 2 ottobre 2016]

 

Di mestiere faccio il linguista. Nelle scorse puntate della rubrica che ogni domenica appare sul nostro giornale ho invitato i lettori interessati a proporre osservazioni e domande. La sollecitazione comincia a funzionare, alcuni scrivono. Un lettore mi pone questioni molto acute. «Esistono delle regole con cui la lingua italiana designa gli abitanti (o cittadini) di un paese o di una città?  In altre parole perché gli abitanti di Roma si chiamano Romani e quelli di Milano  si chiamano Milanesi e non  "Milanani"? e come si chiamano gli abitanti di Aradeo o di Patù? e gli abitanti del Bangladesh si chiamano Bangladeshi o Bengalesi? la questione è venuta fuori anche su Internet, in occasione dell’attentato. Naturalmente gli esempi sono infiniti, e anche se si può sempre ricorrere a un generico “abitanti di XXX” penso che concorderai con me che non è la stessa cosa dire  “sono Galatinese” e sono “un abitante  (cittadino) di Galatina”».

Preciso. Chi scrive dandomi del “tu” («concorderai con me») è mio amico, uno dei miei più amici più brillanti, non ne faccio il nome per discrezione. Sa usare benissimo la lingua italiana,  non commetterebbe mai la leggerezza di abusare del «Tu» in luogo del formale «Lei», come invece si sente sempre più spesso, in diverse situazioni. Questo fenomeno linguistico apparentemente banale  (il «Tu»  che prevale sul «Lei» anche nei rapporti tra sconosciuti) merita attenzione, è una spia del mondo in cui viviamo, forse ne parleremo in una prossima occasione.

Torniamo ai quesiti del mio amico. Non esiste una regola rigida, per capirne di più dobbiamo rifarci al latino, da cui la nostra lingua discende (così è per l’italiano, così è anche per il francese, per lo spagnolo, per il portoghese, per il rumeno e per altre lingue). Basterebbe solo questo, la grande opportunità  che rappresenta il latino come strumento utile a farci capire molti fenomeni dell’italiano, per certificare l’importanza di mantenere l’insegnamento del latino nelle nostre scuole e nelle nostre università. Bisogna farlo bene, naturalmente. Se ci sappiamo fare, se noi professori siamo bravi, addestriamo gli studenti a riflettere sul funzionamento dell’italiano, mettendoli nella condizione di paragonare le strutture della propria lingua con quelle della lingua madre, il latino. In questo modo lo studente ragiona su come funziona la mente: il linguaggio appartiene alla sola specie umana, abbiamo imparato a parlare poche decine di migliaia di anni fa (un soffio, rispetto all’età del nostro pianeta),  per questo ci distinguiamo rispetto a tutti gli altri viventi. Altro che «aboliamo il latino, non serve», come a volte si ripete.

Torniamo alla domanda iniziale. Il latino aveva varie terminazioni (potremmo anche dire desinenze, suffissi) per indicare il rapporto di appartenenza, usate per la formazione dei nomi di abitanti a partire dal luogo di provenienza: -anus, -ensis/-esis, -inus e altre che non analizzo per brevità.

Il primo suffisso,  -anus (>  it. -ano), dà origine a  romano (< Roma), mantovano (da Mantova), padovano (< Padova), napoletano, bresciano, orvietano, veneziano, goriziano, aostano, emiliano, ecc. Molto spesso da quelle forme nascono nomi propri e cognomi: Romano nome proprio, come Prodi; Emiliano nome proprio e anche cognome, come l’attuale presidente della regione Puglia; ecc. Con il suffisso -anus applicato al nome dei proprietari in epoca latina si formavano i  nomi dei poderi: Ottaviano ‘podere di un Ottavio’ (e poi diventa nome proprio), Corigliano (< lat. Corelianum) ‘podere di un Corelius’, Martano ‘villa rurale di un Martus’, Martignano ‘podere di un Martinius’ (e poi tutti diventano cognomi). Nei paesi di lingua greca del Salento (quelli che abbiamo citato e altri) esiste anche la desinenza -anò, corrispondente a quella latina, nella forma dell’antico neutro: ta Corianà, ta Martignanà, ta Martanà (per i nomi dei paesi) e curianò, martignanò, martanò, cutrifianò, ecc. (per designare gli abitanti di quelle località).

Il secondo suffisso, -ensis/-esis (> it. -ense /-ese), è quello di gran lunga più usato: milanese, bolognese, torinese, calabrese, galatinese, leccese, e nomi etnici come danese, francese, inglese. Anche in questo caso nascono cognomi: Calabrese, Milanese, ecc. La desinenza può applicarsi anche in forma più generica: borghese ‘appartenente a un borgo’,  forese/furese (< forensis ‘che vive fuori dalla città’) ‘contadino’,  carrese ‘che adopera il carro’, ‘carrettiere’ (Carrese / Carrisi è un cognome, quello di Al Bano e di altri).

Il terzo suffisso, -inus (> it. -ino), è un po’ meno diffuso: fiorentino, perugino, aretino, tarantino, brindisino, bitontino (tutti poi diventano anche cognomi). Ma, oltre a indicare la provenienza geografica, assume molte altre funzioni, ne ricordo alcune. Indica l’appartenenza in pecorino ‘di pecora’, vaccino ‘di vacca’, settembrino ‘di settembre’; assume valore diminutivo in camerino, tavolino, villino; spesso rivela una partecipazione affettiva quando ci rivolgiamo ai bambini: ditino, manina, fratellino; nei nomi propri assume valore vezzeggiativo (e a volte ironico):  Carlino, Paolino, Pietrino, Peppino; anche al femminile: Mariannina, Teresina. Dai romanzi e dai film televisivi del commissario Montalbano abbiamo imparato a conoscere un uso specifico del dialetto siciliano: quarantino ‘uomo di quarant’anni’, cinquantino ‘uomo di cinquant’anni’ (qui -ino sostituisce -enne della lingua nazionale: quarantenne, cinquantenne).

Esiste un’opera bellissima, che spiega nei dettagli le cose di cui parliamo: è la Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti di Gerhard Rohlfs, in tre volumi, stampata prima in Germania in lingua tedesca e uscita poi in traduzione italiana tra il 1966 e il 1969. Gli studenti che imparano a consultarla ne restano affascinati: la storia meravigliosa della nostra lingua e dei dialetti, dalle attestazioni più antiche fino alla metà del Novecento è lì. Rohlfs è morto ultranovantenne e forse qualche vecchio dei nostri paesi ricorda ancora la figura inconfondibile di quel professore tedesco che per decenni, più volte all’anno, di preferenza in primavera e in autunno, è venuto nel nostro Salento (e in Sicilia, e in Calabria) per studiare i dialetti meridionali. Ne restano monumenti scientifici ancora insuperati, in primo luogo il Vocabolario dei Dialetti Salentini (ristampato anni fa dall’editore Congedo di Galatina).

Su queste basi, possiamo rispondere a tutte le domande del lettore. Rientrano appieno nelle tipologie tradizionali, anche se sono poco conosciuti, i nomi degli abitanti di Aradeo: aradeini (con -ino); e di Patù: patuensi (con -ense), se ci riferiamo al nome attuale del piccolo centro, o veretini (con -ino), se si prende spunto dal nome della collina situata alla periferia dell’abitato, dove sorgeva l’antica città messapica di Veretum.

La scelta tra questi suffissi non è soggetta a regole definite, è libera, decidono i parlanti, lo sa bene Alice, la ragazzina del Paese delle meraviglie (ricordate il dialogo con Humpty Dumpty? ne abbiamo parlato il 3 luglio). Un’opera importante, in quattro grossi volumi, il Deonomasticon Italicum. Dizionario storico dei derivati da nomi geografici, di Wolfgang Schweickard (università di Saarbrücken), pubblicata da Niemeyer a Tübingen, registra in modo ampio e molto documentato le parole italiane che derivano da nomi propri come quelli di cui ci stiamo occupando. In quest’opera si distingue tra bangladese (non bangladeshe, che non è registrato) ‘del Bangladesh’ e bengalese (con la variante bengalino) ‘del Bengala’ (regione dell’Asia meridionale, appartenente per la parte occidentale all’Unione Indiana e per la parte orientale al Bangladesh).  E dunque i due termini non sono equivalenti; la confusione si spiega perché si tratta di realtà lontane e poco conosciute, non molti di noi vanno e vengono quotidianamente dal Bangladesh…

A Rohlfs (scomparso) e a Schweickard (in piena attività) dobbiamo lavori magnifici dedicati alla nostra lingua e alla nostra cultura. Parleremo in una prossima occasione di un’altra impresa straordinaria, il Lessico Etimologico Italiano di Max Pfister. In Germania, il Consiglio Nazionale finanzia ricerche sulla lingua e sui dialetti italiani, stampate spesso in italiano. Benissimo, dobbiamo solo essere compiaciuti, sarebbe bella la reciprocità. Con studi del genere, che gettano ponti tra le culture e tra gli uomini, si rinsaldano all’interno dell’Europa rapporti che oggi rischiano di sbriciolarsi. Sarebbe terribile se il sogno dell’Europa unita andasse in frantumi, se ognuno si rinchiudesse nel proprio orticello, illudendosi di salvarsi. La ricerca abbatte i muri e unisce gli uomini, è questa la strada.

 

p.s.: Alcuni lettori mi scrivono, fanno osservazioni, pongono domande. Per quanto possibile rispondo ai singoli, ma a volte non ce la faccio. In accordo con «Nuovo Quotidiano» vi proponiamo questo. Scrivete a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . I quesiti più stimolanti e di interesse generale saranno da me commentati su questo giornale.


Se la cultura fa audience grazie a Dante - (25 settembre 2016) PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Lunedì 26 Settembre 2016 06:52

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 25 settembre 2016]

 

Di mestiere faccio il linguista. Il 17 settembre ero a Ravenna, partecipavo a una manifestazione intitolata «Dante 2021» (www.Dante2021.it). Ormai da vari anni, la terza settimana di settembre, Ravenna ospita questo bel festival internazionale interamente dedicato  alla vita e all’opera del poeta fiorentino. Alla rassegna partecipano ospiti vari, italiani e stranieri, e molto pubblico attento e interessato: siamo ormai alla sesta edizione, il successo è crescente.

L’iniziativa scientifica si deve dell’Accademia della Crusca, che sempre più spesso, accanto alle attività consuete che si svolgono nella sua sede, la fiorentina Villa medicea di Castello (ricerche di vario tipo, pubblicazioni, biblioteca, ricevimento e visite guidate per scolaresche [da concordare in anticipo, naturalmente]) si proietta in azioni esterne, nei luoghi e negli ambienti più vari; ma la manifestazione non potrebbe svolgersi senza il sostegno fondamentale della Fondazione «Cassa di Risparmio di Ravenna». La collaborazione strategica tra un’importante Istituzione scientifica e una lungimirante Fondazione bancaria produce risultati straordinari, che consentono a un pubblico vasto di accostarsi all’affascinante e multiforme universo dantesco.

Perché «Dante 2021» e perché Ravenna? Nel 2021 ricorrerà il settimo centenario della morte del più grande poeta della nostra storia, avvenuta nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1321, nell’esilio di Ravenna. Ravenna è una città non molto più grande di Lecce, con straordinari monumenti della civiltà bizantina (San Vitale, Galla Placidia, il Battistero), bella. Bella è anche la nostra Lecce, ricca del barocco e di altre tracce del suo passato. Città storiche e turistiche entrambe, cercate dai visitatori; entrambe, e non è un caso, sono state candidate a Capitale europea della Cultura per il 2019. Ma Ravenna è pulita e ordinata, gestisce bene il turismo. Lecce è spesso sporca (specie nelle periferie), il suo bellissimo centro storico a volte è caotico. Malinconie di un uomo del sud che non si rassegna, che vorrebbe vedere la propria terra rifulgere: si potrebbe, non è detto che al sud «le cose vanno per forza così» (come si sente ripetere). Preciso. Non riesco a individuare differenze reali tra le forze politiche, né tra amministratori e amministrati, se guardo ai comportamenti concreti. Per cambiare, occorrerebbe un cambio generale di mentalità. Il basolato sconnesso del centro storico leccese non è fatalità piovuta dal cielo, indica che le ditte appaltatrici hanno lavorato male o hanno usato materiali scadenti. Di fronte a questo tutti tacciono, disinteressati. E avrei mille altri esempi da aggiungere.

Torniamo a «Dante 2021», che a ragione esalta un personaggio al vertice della cultura europea, come ha sancito un’inchiesta di alcuni anni fa tra 28 università europee che colloca ai primi posti Dante, Goethe, Shakespeare, Tolstoj, Cervantes, Dostoevskij. A dispetto della apparenze che potrebbero far pensare a una data lontana, il 2021 è ormai alle porte: i tempi della filologia e della linguistica non coincidono con quelli della cronaca, da oggi fino a quella scadenza saranno molte, in Italia e nel mondo, le iniziative rivolte a studiare e celebrare l’opera dantesca. Si pone un problema non da poco. Le imprese di carattere specialistico e rigorosamente scientifico sono importantissime, anzi necessarie, su quelle si misura il progresso; ma da sole non bastano. Bisogna coinvolgere un pubblico più vasto: a questo può mirare una divulgazione intelligente, che diffonda idee corrette senza annoiare.

Quello di Ravenna è un festival vivace e poco accademico, ben organizzato e diretto da Domenico De Martino, dell’Accademia della Crusca. Vi partecipano studiosi di varia estrazione (filologi, linguisti, letterati, storici, storici dell’arte) ma è sistematicamente aperto a personaggi di formazione diversissima: uomini di teatro e di cinema, giornalisti, conduttori radiofonici e televisivi. L’edizione di quest’anno si intitola  «A piè del vero il dubbio» e trae spunto da un verso della Divina Commedia (Paradiso IV 131): vuol dire che dalla radice della verità può spuntare il dubbio, il dubbio può essere un germoglio di verità più complesse. Insomma: un invito a non accontentarsi dei dati acquisiti, una sollecitazione a mirare sempre più in alto con l’ elaborazione concettuale e del pensiero. Gli atti delle relazioni, degli incontri, dei dibattiti vengono pubblicati dall’editore Longo, un salentino che da decenni lavora a Ravenna e non ha interrotto il rapporto ideale e affettuoso con la terra d’origine (lo so, me lo ha scritto qualche tempo fa).

Nella sera dell’ultima giornata, nel teatro «Alighieri» (così intitolato, ovviamente) della città, sono stati assegnati due premi. Francesco Sabatini, presidente onorario dell’Accademia della Crusca, studioso eccellente, noto al pubblico televisivo per la trasmissione «Pronto soccorso linguistico» all’interno del contenitore  «Uno mattina in famiglia» che va in onda tutte le domeniche, ha ricevuto il premio «Dante-Ravenna». Luca Barbarossa, cantautore di grande successo, ha ricevuto il premio «Musica e parole».  Intervistato da Lorenzo Tomasin (università di Losanna), Sabatini ha trattato alcuni temi fondamentali della odierna questione della lingua: lo stato della lingua italiana nell’epoca della globalizzazione e il rapporto tra la nostra e le altre lingue, la modernità delle idee dantesche nel rivendicare l’appartenenza del linguaggio alla sola specie umana (con le implicazioni etiche e politiche che ne derivano), il rilievo assegnato al linguaggio e al costituirsi di una nazione (con i connessi valori di cittadinanza), fino al ruolo decisivo che la Divina Commedia ha avuto nel processo di costituzione dell’italiano come lingua nazionale di cultura. Introdotto da una presentazione di Giovanna Frosini (università per Stranieri di Siena), Luca Barbarossa ha raccontato il suo modo intimistico e delicato di percepire il mondo, la vena a volte nostalgica e dolorosa a volte ironica da cui sono nate, fin dai primi anni Ottanta, tante canzoni famose da lui interpretate direttamente o composte per altri artisti come Morandi, Mannoia e Pavarotti; «è difficile concentrare nei 3 minuti e mezzo di una canzone le parole giuste per esprimere uno stato d’animo, un sentimento o una situazione, l’efficacia della comunicazione decide il successo o l’insuccesso», ha sottolineato prima di eseguire alcuni dei suoi pezzi più belli: «Portami a ballare», «via Margutta» ed altri.

I presenti in sala erano attentissimi e ammirati, l’incontro ha riscosso un favore enorme, in ogni momento. Conclusione. Si può fare cultura in forma garbata e divertente, spettacolo non è solo quello schizofrenico di «L’isola dei famosi» o «Il Grande Fratello» (dove i protagonisti fingono di essere spontanei sapendo di essere costantemente osservati), non è vero che la gente accorre in massa solo alle sagre gastronomiche.

 

p.s.: Alcuni lettori mi scrivono, fanno osservazioni, pongono domande. Per quanto possibile rispondo ai singoli, ma a volte non ce la faccio. In accordo con «Nuovo Quotidiano» vi proponiamo questo. Scrivete a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . I quesiti più stimolanti e di interesse generale saranno da me commentati su questo giornale.

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La scomparsa del congiuntivo PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Giovedì 22 Settembre 2016 07:34

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 18 settembre 2016]


Di mestiere faccio il linguista. Alla fine dell’ultimo numero della serie estiva ho preso l’impegno di rispondere ai quesiti dei lettori, se non a tutti almeno a quelli più stimolanti e di interesse generale. Ne scelgo uno che viene dal prof. Giovanni Bernardini di Monteroni, ultranovantenne; il professore scrive a mano, con una grafia nitida e ordinata. Più che una domanda è un’osservazione: «Quanto al regresso del congiuntivo, forse è accettabile nel parlato, ma mi sembra che impoverisca lo scritto, salvo rare eccezioni. Condivide?».

Condivido, e aggiungo qualche riflessione. La questione è importante, ne trattano spesso i giornali, ne discutono alcune grammatiche, con posizioni diverse. Gli osservatori più pessimisti arrivano a dichiarare che il congiuntivo sta scomparendo, soprattutto nel parlato. Sarebbe questo il motivo: ai parlanti il congiuntivo appare difficile da gestire (i linguisti dicono che è poco economico) e quindi viene sostituito con l’indicativo.

Negli anni novanta del secolo scorso ebbero molto successo un libro e un film che decretavano fin dal titolo «Io speriamo che me la cavo», invece di «Speriamo che me la cavi» (o, più correttamente, «Speriamo di cavarcela»). In quella frasetta l’indicativo la faceva da padrone e c’era pure un mancato accordo tra soggetto («io») e verbo («speriamo»). Insomma, un tipo di italiano che segnalava le difficoltà linguistiche che incontrava quel simpatico gruppo di ragazzi napoletani. Ma il fenomeno è generale. Nella lingua di oggi  non sono infrequenti frasi come «credo che non hai capito», «non voglio che fai storie» (sarebbe meglio dire, e soprattutto scrivere: «credo che tu non abbia capito», «non voglio che tu faccia storie»). Il regresso del congiuntivo è evidente, anche in soggetti dotati di buona cultura; oltre che nelle oggettive (come abbiamo appena visto), si manifesta in particolare nelle interrogative indirette: «non so se questo è vero», e nelle ipotetiche dell’irrealtà: «se venivi prima, ti dicevo tutto».

L’uso dell’indicativo si afferma a scapito del congiuntivo soprattutto nel parlato e nelle comunicazioni colloquiali o informali, quando ci rivolgiamo a parenti e amici. Nello scritto e nelle situazioni comunicative formali invece il congiuntivo è assai più saldo. Molti affermano che queste condizioni sono normali, nulla di straordinario. E fanno presente che un costrutto come «si je le savais, je ne venais pas» (‘se lo sapevo, non venivo’) è norma nel francese, e i francesi comunicano benissimo. Altri, e io sono tra questi, affermano invece che il congiuntivo, usato appropriatamente, consente sfumature logiche e semantiche particolari, permette di articolare meglio il pensiero, insomma costituisce una ricchezza.

Rinunziare all’uso coerente del congiuntivo significa rinunciare alla possibilità che la lingua ci offre per esprimere meglio un nostro giudizio, una nostra ipotesi, un nostro dubbio o un nostro pensiero. Un giornalista come Beppe Severgnini, certo non sospettabile di italocentrismo e di nazionalismo, qualche anno fa è arrivato a scrivere che «la crisi del congiuntivo [...] ha un’origine chiara: pochi oggi pensano, credono e ritengono; tutti sanno e affermano. L’assenza di dubbio è una caratteristica della nuova società italiana».

Io non so se questo sia vero (esprimo il dubbio con il congiuntivo, non scrivo: non so se questo è vero). Affermo semplicemente che rinunciare al congiuntivo significa rinunciare a un mezzo che coglie le sfumature della nostra immaginazione e dei nostri pensieri.

La partita decisiva, come spesso accade, si gioca nella scuola. Il congiuntivo è ben vivo nell'uso scritto e caratterizza il parlato di livello medio-alto nei confronti del parlato informale: i professori insegnino ai ragazzi ad usarlo in tutte le situazioni comunicative che richiedono il suo impiego o che lo rendono consigliabile.

Sul web e su Facebook si trovano organizzazioni a difesa del congiuntivo, addirittura una Lega Italiana per la Difesa del Congiuntivo (L.I.Di.Co.); il sito http://salviamoilcongiuntivo.blogspot.it/ invita a usare il congiuntivo in modo appropriato nella vita di tutti i giorni. L’associazione è aperta a coloro che vogliano farne parte, purché prestino attenzione alla lingua che si usa,
individuando gli errori da chiunque commessi e correggendoli.

Non occorre arrivare a tanto, io non sono iscritto a nessuna associazione per la difesa del congiuntivo. Più semplicemente. Un’educazione linguistica adeguata deve garantire il possesso e l’efficacia d’uso della lingua, tenendo conto della norma e dei mutamenti in atto; tenere conto dei mutamenti in atto non significa aderire ad essi per velleità anarchica o per indifferenza e pressapochismo.

Oggi in troppi casi si tende a preferire l’indicativo dove, a norma, occorrerebbe il congiuntivo: è tendenza che negli scritti scolastici e in quelli formali andrebbe contrastata. Se poi il ragazzo, diventato adulto, sceglierà di preferire l’indicativo al congiuntivo (ma la “scelta” implica la conoscenza delle alternative disponibili), sarà libero di farlo, pagando quel che c’è da pagare nel rapporto con i vari interlocutori.

Certo non farà questa scelta Aurora Legittimo, studentessa del Liceo G.C. Vanini di Casarano, una delle vincitrici delle Olimpiadi di Italiano 2016. Le Olimpiadi di Italiano sono promosse dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e dall’Accademia della Crusca e si svolgono sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica. Gli studenti iscritti alle fasi iniziali di selezione sono stati 43.244. Alla prova finale hanno partecipato 84 studenti provenienti da tutta Italia e dalle scuole italiane all’estero.

La studentessa salentina ha conquistato il secondo posto nella sezione Junior e fa parte dei 12 studenti italiani che hanno dimostrato la migliore capacità di scrittura, di sintesi, di comprensione del testo e una conoscenza approfondita della struttura del nostro idioma. Questi ragazzi sono dei campioncini. Testimoniano l’importanza e il valore della lingua italiana come segno di identità.

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Il Salento, la sua lingua e un DNA ricco – (28 agosto 2016) PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Lunedì 29 Agosto 2016 12:23

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 28 agosto 2016, p. 15]

 

Di mestiere faccio il linguista. Qualche sera fa ero nel centro di Lecce. Folle di fronte a Santa Croce, le guide spiegano e illustrano, i turisti ascoltano e naturalmente fanno mille foto con il telefonino. Sento risuonare pronunzie di regioni del sud, del centro e del nord Italia, frasi in lingue straniere si diffondono qua e là. Il plurilinguismo mi piace, l’ho detto altre volte, segnala l’incontro tra genti diverse. La città è animatissima, constato di persona quanto in queste settimane leggiamo e ascoltiamo nelle cronache dei media: tanti turisti italiani e stranieri scelgono il Salento per le loro vacanze. Va bene, ovviamente, anche se non tutto è semplice, il cambiamento comporta impegno. Classe dirigente e singoli cittadini, siamo chiamati a gestire l’importantissima partita: sviluppo sostenibile, come si usa dire, a cominciare dalle forme esterne e dal decoro. L’accoglienza si accompagni all’osservanza delle regole del vivere associato: tutti, abitanti del posto e turisti, si sappiano comportare. Centri abitati, strade, spiagge e campagne non siano luoghi sporchi e disordinati, profitto economico e bellezza debbono coesistere. Benissimo ha fatto «Nuovo Quotidiano» a scrivere in prima pagina, il 19 agosto, «Sole, mare vento e spazzatura: sulle strade il peggio del Salento»; e a insistere nel giorni successivi, non bisogna tacere. Non va molto meglio nel capoluogo, specie nelle periferie: la città è sporca. E spesso non va meglio in altre località del Salento, sono sporche. Tutto questo non succede a caso, le cause si individuano facilmente. Inciviltà dei singoli, certo; ma anche negligenza di chi dovrebbe pulire e menefreghismo di chi dovrebbe controllare, nonostante le tasse della TARI, altissime per il servizio reso. Non cito episodi incivili cui ho assistito di persona. Di questo parleremo, forse, in un’altra occasione.

Torniamo al punto di partenza. Il mio sguardo si sposta da Santa Croce a un palazzo sulla destra, un’insegna attrae la mia attenzione: «Palazzo Taurino. Medieval Jewish Lecce». Vi entro, è un museo sotterraneo che illustra un aspetto poco conosciuto della nostra storia, la presenza pluricentenaria degli ebrei in città. L’iniziativa si deve a un gruppo di cinque giovani che, animati da buona volontà, hanno realizzato una mostra permanente. Il percorso si snoda costeggiando la sala delle vasche, la sala del granaio, la sala del camino ed è accompagnato da pannelli e foto, c’è un video, in un angolo si vende cibo kosher (la cucina kosher è quella che rispetta i dettami della religione ebraica sull'alimentazione). Fabrizio Lelli, che insegna lingua e cultura ebraica nella nostra Università, ha fornito l’indispensabile consulenza scientifica.

Lo slogan che leggiamo sui pannelli luminosi diffusi in città recita: «Benvenuti a Lecce, capitale del barocco». È giusto, il barocco segna la nostra storia. Ma esistono, a Lecce e nel Salento, pezzi del passato non meno affascinanti. Il Salento preistorico offre una delle più grandi concentrazioni di dolmen e menhir d’Italia a Giurdignano, un piccolo centro vicino Otranto, vero giardino megalitico d'Italia. In tante diverse località è ben visibile il Salento messapico, greco, romano, bizantino con le mura, gli anfiteatri, gli scavi, le chiese, le cripte che archeologi e storici dell’arte con tenacia recuperano, studiano, sottraggono al degrado del tempo e molto spesso anche all’incuria degli uomini e delle istituzioni (quando la smetteremo di farci male?). Il Salento liberty si lascia ammirare con le dimore borghesi di Lecce lungo viale Lo Re e viale Gallipoli e con la sfilata maestosa delle Cenate (da Nardò verso il mare), dove ville in stile liberty si alternano ad altre barocche, ad altre ancora in stile moresco e ricche di motivi orientali, costruite per la maggior parte tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, alcune già nei secoli precedenti (trovo una citazione delle Cenate in un documento della fine del Quattrocento).

E c’è, ancora poco noto, il Salento medievale successivo all’anno mille, di cui oggi voglio parlare. Quella medievale è una storia di incroci, non di isolamento o di separatismo. Popoli diversi hanno avuto contatti, a volte pacifici a volte bellicosi e traumatici, con i nostri antichi progenitori: ebrei e bizantini, già citati; e normanni, angioini, catalani e castigliani; dalla costa di fronte sono arrivati i turchi con le armi (tutti conoscono il sacco di Otranto del 1480, ma non è l’unico assalto) e albanesi e slavi chiamati a lavorare. Erano continue le relazioni, vai e vieni, con altre regioni d’Italia: Napoli (la capitale del Regno), Firenze (il centro culturale più importante), Venezia (in piazza Sant’Oronzo a Lecce, sull’architrave del Sedile, è effigiato il Leone di San Marco). E poi rapporti con le altre zone del Sud estremo, continentale e insulare (la Sicilia e l’area calabro-lucana). La storia culturale della nostra terra nel Medio Evo è animata e multiforme, percorsa da scambi molteplici. Non si viaggiava per turismo: si spostavano di continuo, per le occasioni più varie, mercanti, notai, funzionari di corte, uomini d’arme, monaci, predicatori. Quella medievale non è una società immobile, come spesso sentiamo ripetere. Impariamo a leggere le tracce giunte sino a noi, non solo attraverso i monumenti e gli edifici, ma soprattutto studiando gli antichi testi. Le situazioni del passato si riverberano nei testi, tutto si riflette nella lingua.

Non sono passati molti anni da quando studiosi eccellenti ripetevano che una storia linguistica del Salento e della Puglia era di fatto impossibile per la scarsità della documentazione disponibile. Oggi sappiamo che questa pregiudiziale non è vera: censimenti accurati e nuove indagini hanno portato alla luce molti testi fino a ieri sconosciuti, numerosi e variati. Testi letterari e di contenuto enciclopedico, grammaticale, religioso, trattati di medicina e di veterinaria, statuti, inventari, documenti del mondo giuridico-notarile e dei conventi, testimoniano una cultura varia nei contenuti, fino alla vita quotidiana. Possiamo recuperare un enorme patrimonio di parole riguardanti oggetti d’uso comune e attrezzi di lavoro, utensili, arredi della casa, vesti, tessuti, ornamenti, recipienti, mestieri, materiali e tecniche di esecuzione, animali terrestri e pesci, indicazioni di misura e di peso, monete, anche campi astratti come colori, dignità e cariche, diritto, relazioni di parentela. I testi medievali documentano parole e forme moribonde o scomparse dai nostri dialetti odierni, preziosi. Così il passato si collega al presente.

Allo studio scientifico della nostra lingua antica si dedicano giovani capaci. Mi limito a citare due pubblicazioni recenti: 1. un trattato sulla peste, il Librecto di pestilencia (1448), scritto dal galatinese Niccolò di Ingegne per Giovanni Antonio Orsini del Balzo, principe di Taranto (lo ha studiato Vito Castrignanò ed è stampato a Roma dal prestigioso Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, Centro di studi orsiniani); 2. un commento al Teseida di Boccaccio, lo Scripto sopra Theseu re, compilato da un anonimo salentino negli anni ottanta del sec. XV per Angilberto del Balzo, conte di Ugento e duca di Nardò (lo ha studiato Marco Maggiore ed è stampato in Germania dall’editore de Gruyter in una collana di prim’ordine). I due ricercatori, formatisi nel nostro Ateneo, lavorano oggi in un Istituto CNR di Firenze.

Un mio amico tedesco, che conosceva bene e amava la nostra regione, mi disse una volta: «In Salento esistono tutte le condizioni per una stagione turistica che si estenda molto al di là dei mesi estivi. Puntate sui pensionati benestanti del Centro e del Nord Europa. Approfittando del clima mite, attirateli in primavera e in autunno, mostrate loro le meraviglie di cui è disseminata la vostra terra, puntate sulla cultura». Torniamo così allo sviluppo sostenibile e ben educato di cui parlavo all’inizio. Il guanto è lanciato, una nuova sfida potrebbe avere inizio.

 

 

p.s.: la serie estiva oggi finisce. Alcuni lettori mi scrivono, fanno osservazioni, pongono domande. Per quanto possibile rispondo ai singoli, ma a volte non ce la faccio. In accordo con «Nuovo Quotidiano» vi proponiamo questo. Scrivete a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . I quesiti più stimolanti e di interesse generale saranno da me commentati su questo giornale.

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Più è semplice più è bella la nostra lingua - (21 agosto 2016) PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Mercoledì 24 Agosto 2016 20:33

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 21 agosto 2016, p. 7]

 

Di mestiere faccio il linguista. Per i miei spostamenti lontano da casa di norma viaggio in treno, in bus o in aereo. Mi è più comodo, e inoltre m’illudo di contribuire al risparmio energetico usando i mezzi pubblici (ma non ne sono sicuro). Contrariamente al solito, una settimana fa ero in macchina in autostrada. Al termine della corsa, in prossimità della sbarra, mi fermo per pagare il pedaggio. Sulla colonnina leggo: «il pagamento del pedaggio si effettua dal lato dove opera l’esattore» e la scritta mi lascia perplesso, per varie ragioni: 1. non c’è nessun esattore, la postazione è vuota, non vi opera nessuno; 2. perché «si effettua», non sarebbe più semplice scrivere «si fa»? Comunque procedo, uso il bancomat, ritiro la ricevuta, la sbarra si solleva, passo, riprendo il mio viaggio.

Ma il pensiero torna a quella frase complicata e troppo lunga. Ricordo che qualcuno mi ha detto che sulle autostrade americane la scritta è «pay here»;  non avremmo potuto anche noi scegliere di scrivere «paga qui», non sarebbe stato più semplice? E poi, «si effettua»…, perché mai? Sulla vetrina di un locale leccese leggo: «l’ingresso si effettua dalla porta accanto», in un bar del centro storico c’è il cartello «non si effettua il servizio ai tavoli ». Non sarebbe più semplice scrivere «si entra dalla porta accanto» e «non si serve ai tavoli»?  Complicati non sono solo i gestori di quegli esercizi cittadini e della società «Autostrade per l’Italia» (mi pare si chiami così, non ho controllato). Ricordo che un annunzio di Alitalia un tempo recitava: «In caso di necessità un sentiero luminoso sul pavimento …». Una volta feci notare ad una hostess educata e solerte che il sentiero non poteva trovarsi che sul pavimento, non poteva certo essere collocato a mezz’aria o in alto sulla carlinga; lei mi rispose che l’avrebbe fatto presente a un suo capo, forse ha funzionato, oggi quell’annuncio è cambiato.

Mi viene in mente un famoso brano di Calvino intitolato L’antilingua, che racconta il seguente episodio (immaginario ma realistico, sembra vero). Un poveraccio è accusato di furto con scasso, avrebbe rubato un fiasco di vino da una bottiglieria. L’accusato dichiara: «Stamattina presto andavo in cantina ad accendere la stufa e ho trovato tutti quei fiaschi di vino dietro la cassa del carbone. Ne ho preso uno per bermelo a cena. Non ne sapevo niente che la bottiglieria di sopra era stata scassinata». E il brigadiere registra la sua dichiarazione “ufficiale”: «Il sottoscritto, essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato per eseguire l’avviamento dell’impianto termico, dichiara d’essere casualmente incorso nel rinvenimento di un quantitativo di prodotti vinicoli, situati in posizione retrostante al recipiente adibito al contenimento del combustibile, e di aver effettuato l’asportazione di uno dei detti articoli nell’intento di consumarlo durante il pasto pomeridiano, non essendo a conoscenza dell’avvenuta effrazione dell’esercizio soprastante».

L’accusato per difendersi usa una lingua concreta, fatta di parole comprese da tutti: «cantina», «accendere la stufa», «fiaschi di vino», ecc. E il brigadiere traduce in una lingua burocratica e lontana, in una “antilingua”,  preferita perché sembra più importante rispetto alla lingua di tutti i giorni: «locali dello scantinato», «eseguire l’avviamento dell’impianto termico», «quantitativo di prodotti vinicoli», ecc.

Tutto questo non avviene per cattiva volontà, avviene per abitudine e per superficialità. E non ne risulta affetto solo l’immaginato funzionario di polizia, il fenomeno coinvolge segmenti estesi della popolazione, raggiunge anche chi si occupa professionalmente della lingua, perfino professori e giornalisti. L’antilingua consiste nel ricorrere a parole che sembrano solenni, più elaborate rispetto all’uso corrente, che per questo appaiono preferibili. Ma è vero esattamente il contrario, dobbiamo usare parole facili e comprensibili, migliorerà l’efficacia della comunicazione.

Su un piano diverso, non molto distante, si colloca l’abuso di frasi fatte e di stereotipi, adottati senza badare agli effetti che ne derivano, a volte addirittura comici. In un quotidiano nazionale del Nord alcuni anni fa lessi il seguente titolo involontariamente umoristico: «non piove da mesi e la Brianza è con l’acqua alla gola». Giuro che qualche tempo dopo in un quotidiano del sud (non il nostro, per fortuna) apparve: «non piove da mesi e la Puglia è con l’acqua alla gola». Quei titolisti non si copiano a vicenda, usano la lingua in modo improprio, ricorrendo senza badare a stereotipi linguistici, anche quando sono del tutto inadeguati. Non sfruttano le enormi potenzialità dell’italiano, si accontentano di «minestre riscaldate». Altre volte ho ricordato esempi reali, letti in altri articoli: «il cane, con un balzo felino…» e «i tre, benché calabresi, erano incensurati» (cronaca dell’arresto di tre individui sospettati d’una rapina in banca).

L’uso di espressioni meccaniche e ripetitive farcisce negativamente molte cronache giornalistiche e molti notiziari televisivi. Pensate agli «scafisti senza scrupoli» che traghettano sulle nostre coste migliaia di sventurati, ai «blitz» di polizia e carabinieri che invariabilmente  «scattano alle luci dell’alba», alla «morsa del gelo» (puntualmente segnalata dalla «colonnina di mercurio»), che a volte d’inverno ci «attanaglia», specie quando le nostre città sono sepolte da una «coltre di neve». Oppure, «cambiando decisamente argomento», pensate al «transatlantico», dove parlamentari del «cerchio magico» o del «giglio magico», spesso «raggiunti da avvisi di garanzia» oppure sospettatati di attività sottoposte «al vaglio degli inquirenti» («le indagini sono a 360 gradi»), invece di occuparsi dell’«interesse nazionale» si dedicano al «teatrino della politica». O infine, e così «voltiamo definitivamente pagina», veniamo dettagliatamente informati sul «lato B» di molte signore e signorine, non solo quello prototipico di Pippa Middleton, la bella sorella di Kate, «balzata agli onori della cronaca» durante le «nozze del secolo», la «cerimonia da favola» con la quale la sorella ha «impalmato» l’«affascinante/atletico principe William».

Alcuni anni fa Ornella Castellani Pollidori, che ha insegnato a Firenze, per definire questa lingua intessuta di formule consunte e vuote, e perciò stesso vaghe,  coniò l’espressione “lingua di plastica” (una variante più diffusa dell’“antilingua” di Calvino). Ci invitava a diffidare dei luoghi comuni linguistici che hanno scarsi margini di precisione, sono poco aderenti alla realtà e alla specificità delle cose e quindi risultano incapaci di esprimere esattamente il nostro pensiero. Peggio, sono fastidiosissimi.

Ricordate il dialogo di Palombella rossa, il film di Nanni Moretti.  All’intervistatrice che usa frasi come «matrimonio a pezzi», «rapporto in crisi»,  «è così kitsch», «io non sono alle prime armi», «il mio ambiente è molto "cheap"», «ma lei è fuori di testa!», il protagonista reagisce aggressivamente: «Dove le andate a prendere queste espressioni, dove le andate a prendere...?», «ma come parla?», «Come parla! Come parla! Le parole sono importanti. Come parlaaaaaaaaaa!» fino alla conclusione, che mi sento di sottoscrivere: «Chi parla male, pensa male, e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!».

Le parole valgono, senza dubbio. Un video, che ha come protagonista la giovane attrice Angela Curri, gioca in maniera divertente sull’uso ripetuto della parola «carino» per descrivere cose, circostanze, luoghi e contesti differenti. Il video ha grande successo anche in rete, è virale (come oggi si usa dire). L’attrice, con diversi toni di voce, usa  «carino» quando vede passare un bel giovane palestrato, quando un signore le cede il posto in autobus, quando commenta un film che le è piaciuto, sospira «che carino» quando abbraccia affettuosamente un cucciolo di cocker, sussurra «carinissimo» quando ammira il panorama dei sassi di Matera. Alla fine si ravvede e capisce che non tutto è semplicemente «carino», termine consunto che non può valere per definire cose o fatti così diversi. La nostra lingua possiede altri aggettivi, che possiamo variare a seconda delle circostanze: «magnifico», «emozionante», «sconvolgente», «eccezionale», «splendido», «grandioso», «fantastico», «bellissimo». Si tratta di una intelligente campagna pubblicitaria a favore del Vocabolario Treccani, potrebbe valere in generale per altri vocabolari pure eccellenti (per fortuna ve ne sono: De Mauro, Devoto-Oli, Garzanti, Sabatini-Coletti, Zingarelli). Il video si chiude con uno slogan semplice ed efficace: «Senza parole? La lingua italiana ne comprende oltre 250 mila, usiamole».  La campagna si concentra opportunamente sulla ricchezza della lingua italiana e sulle sfumature dei termini che la compongono.  L’obiettivo è condivisibile: spingere tutti noi, indipendentemente dalla nostra attività o professione, ad ampliare e diversificare il nostro lessico quotidiano.

Non bastano le 500 parole (più o meno) che parrebbero sufficienti per le necessità elementari della vita quotidiana: ne risulterebbe appiattita e manichea la visione stessa del mondo. Disporre di un lessico ampio non è un lusso per pochi: la ricchezza lessicale consente di elaborare i concetti, semplici e anche complessi, trovando le parole adeguate per poterli esprimere.


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