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Linguistica


Lasciamo che l’uso perfezioni e modelli le parole PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Gigi Montonato   
Lunedì 22 Agosto 2016 08:21

[“Presenza taurisanese" anno XXXIV n. 285 - agosto 2016, p. 6]

 

Uno dei primi seminari di aggiornamento per giornalisti a Lecce, in osservanza della Legge Severino, fu dedicato al rispetto del femminile nella comunicazione giornalistica (Lecce 2015). Il tema ormai è noto. Tutti i nomi che indicano i titolari di mestieri, professioni, cariche, una volta ad uso esclusivo o quasi del maschile, vanno sic et simpliciter volti al femminile, secondo le circostanze. Avvocato? Avvocata! Notaio? Notaia! Commissario? Commissaria!

Per i nomi maschili che finiscono con vocale diversa dalla "o" basta cambiare l’articolo che li precede:   "il presidente" per il maschile?  "la presidente" per il femminile!

Questo è il trend anche nella comunicazione orale, quotidiana e popolare. Direi anzi che in questo genere di esercizio il popolo è ancora più pronto alle trasformazioni perché non si preoccupa d’altro se non di farsi capire nell’immediato. Nei soprannomi, che è il regno della comunicazione popolare, spesso il cognome  "Barone" diventa "barona" se indica una donna.

Dello stesso parere sono i linguisti. Del resto è l’uso che comanda, contro di esso non valgono ragioni. Già Orazio nella sua Ars poetica ribadiva che tutto nel parlare dipende dall’uso: “si volet usus, quem penes arbitrium est, et ius et norma loquendi” (Epistula III, Ai Pisoni, 71-72).

Ovvio che non si toccano quei nomi che per tradizione hanno il loro consolidato femminile, come, per esempio, professore/professoressa.

Ma è poi vero che la questione sia così semplice? E se invece del  "capo", che è stato sempre maschio per indicare il responsabile generico di un’azienda, di un’impresa o di una banda, si deve indicare "la capa"? Francamente suona male.

Ma il problema non si esaurisce ai soli nomi maschili che per tradizione al femminile suonano male. Dire "un politico", per indicare un uomo che si occupa di politica o ricopre cariche politico-amministrative, va benissimo. Ma se il politico è una donna? Si viene meno ad immediatezza e chiarezza se si dice "una politica"; qui non si intende immediatamente una donna che sta in politica, ma una particolare filosofia politica. Se poi usiamo questo nome al femminile plurale è ancora peggio. "Le politiche" non sono donne che stanno in politica, ma i diversi approcci metodologici nell’affrontare problemi politici relativi a vari settori della pubblica amministrazione per raggiungere determinate finalità.

E, allora, che fare? Non ci resta che affidarci ad Orazio e lasciamo che l’uso faccia quello che in altra sede fa la natura, che non sbaglia mai e non fa mai nulla a caso.


Incertezze linguistiche - (14 agosto 2016) PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Venerdì 19 Agosto 2016 09:32

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 14 agosto 2016]

 

Di mestiere faccio il linguista. Leggiamo queste frasi: «una gran quantità di persone ... parlano italiano»; «una serie di verifiche…non avevano dato alcun esito»; «ringrazio inoltre il personale delle biblioteche di […] per la loro pazienza e competenza»; «oggi sono colpita che di quanto accadde io non mi feci una ragione plausibile»; «complementarietà». Badate ai grassetti, segnalano l’uso improprio o errato della lingua italiana. Elenco i fenomeni. Accordo tra soggetto singolare e verbo plurale nei primi due casi (da evitare ma è frequente, se il nome collettivo [quantità, serie] è seguito da di + nome plurale); accordo tra sostantivo singolare e agg. possessivo plurale nel terzo caso (sbagliato); uso di che “polivalente” nel quarto caso (improprio); dittongo «ie» nell’ultimo (sbagliato. Si deve dire complementarità, senza dittongo. Come interdisciplinarità, pecularità, singolarità, e così via).

Questi esempi si leggono in scritti scientifici di miei colleghi (di tutt’Italia, non salentini). Linguisti, filologi e letterati di professione quando scrivono a volte si distraggono e usano impropriamente la lingua, sbagliano addirittura. Confesso. Per curiosità e per civetteria ho raccolto svarioni linguistici commessi da professori universitari nella redazione di articoli scientifici. Sembra un’iniziativa perfida, ma non lo è. Assicuro che non ho mai usato (né mai userò) quei  materiali per un giudizio pubblico o per un concorso; né mai rivelerò i nomi dei miei colleghi in difficoltà. Tutto è consegnato ad un file segreto che mai nessuno conoscerà, a parte me, neppure sotto tortura.

Bando all’ironia, poniamoci domande serie. Come può accadere che scriventi che dovrebbero conoscere bene la nostra lingua, commettano errori? Lo scritto dà modo di riflettere, se sbagli e te ne accorgi puoi rimediare. Allora potremmo pensare che i fenomeni elencati prima non siano dovuti a semplice distrazione, c’è qualcosa che sfugge, al di là delle statistiche apparentemente positive. In teoria, i numeri che indicano quanti nostri concittadini siano in grado di usare correntemente l’italiano (i cosiddetti italofoni, mi scuso per il tecnicismo) sono confortanti. Per secoli siamo stati un paese politicamente e linguisticamente disunito, con una ridotta percentuale di italofoni. Gli altri, la maggioranza, quasi tutti analfabeti, possedevano solo il loro dialetto, comunicavano solo con quello. Questa situazione era normale nella società dei secoli passati, di tipo agricolo-pastorale e con scarsa mobilità. Poi, dopo l’unità e ancor più dopo la seconda guerra mondiale, tutto è cambiato. Gli anni del “miracolo economico” hanno prodotto un “miracolo linguistico” non meno importante, l’italiano è progressivamente diventato la lingua di tutti, per la prima volta nella storia. Fattori socio-economici sono alla base di questo risultato straordinario, a partire dall’aumento dell’istruzione scolastica: dal 1979 ad ogni cittadino si garantiscono otto anni di istruzione obbligatoria, siamo per questo un paese avanzato. E oggi, secondo le statistiche, il 94% degli italiani è in grado di usare l’italiano, lingua viva percorsa da innovazioni e mutamenti che a volte ci lasciano perplessi.

Non tutto è risolto: possediamo la lingua ma siamo incerti sul suo uso, dubbi di lingua tormentano chi parla e chi scrive. Perché tanta incertezza? La spiegazione è presto data: in passato cerchie ristrette di letterati e di grammatici indicavano la strada linguistica da seguire e fornivano l’esempio da imitare. Oggi tanti modelli si confrontano, i mezzi di comunicazione amplificano usi diversi: un conduttore televisivo, un politico, un calciatore, una velina parlano ognuno a proprio modo e possono influire moltissimo sul comportamento (anche linguistico) di milioni di individui.

Vengono alla ribalta della lingua forme e usi nuovi, diversi da quelli tradizionali. Ricordiamo con tenerezza, ci appaiono ingenue, alcune frasi che nel 1990 il maestro elementare Marcello D’Orta registrò nei temi dei suoi scolari napoletani e poi pubblicò in un libro di successo, «Io speriamo che me la cavo» (se ne fece anche un film, protagonista Paolo Villaggio): «Mio padre non so quanti hanni ha, però non è troppo vecchio: un poco è anche giovane!»; «Al Nord il maltempo è sempre cattivo, piove e nevica sempre, le persone si svegliano umide».

Oggi si sente e si legge molto di più, si diffondono prepotentemente strutture diverse da quelle tradizionali. Dappertutto troviamo frasi segmentate, con dislocazione e ripresa del tipo: «il libro, l’ho letto»; «il giornale, lo compro io»; o anche: «l’ho letto, il libro»; «lo compro io, il giornale». Riflettete: queste frasi sono diverse dalle semplici «ho letto il libro» e «compro il giornale», mettono l’enfasi sull’azione, è come se dicessero «stai sicuro, ho letto davvero il libro» e «non comprare tu il giornale, ci penso io». Abbiamo periodi spezzati del tipo: «l’università, quel professore non se ne cura proprio»; «io, non mi piace la panna». Sono sintatticamente impropri, ma comunicano efficacemente. Perfino Manzoni una volta fa parlare così la monaca di Monza, incuriosita dalle vicende di Lucia: «Padre guardiano […], lei sa che noi altre monache, ci piace di sentire le storie per minuto». È il più famoso anacoluto della nostra storia letteraria, ma è efficace. Lo sapeva Lucio Dalla, quando cantava: «e si farà l’amore, ognuno come gli va».

Abbiamo visto prima un esempio di che polivalente, nello scritto di un professore. Eccone altri, in cui che sostituisce altre congiunzioni. Con valore finale (affinché, perché): «vieni che ti do un bacio» (un ragazzo che dicesse alla sua bella «vieni affinché io ti dia un bacio» riceverebbe certo un rifiuto); temporale (nel quale): «maledetto il giorno che ti ho incontrata» (non diremmo pure noi così, come Verdone?); perfino consecutivo: «voglio una vita che non è mai tardi, voglio una vita che non dormi mai» (canta Vasco Rossi, e tutti si emozionano).

Sentiamo spesso e perfino leggiamo costrutti censurati dalle grammatiche. 1) miaffettivo”: «mi faccio una passeggiata, una bella dormita»; 2) ci attualizzante, originariamente avv. di luogo: «ci ho fame, ci ho sonno, ci hai ragione»; spesso in unione con essere e avere: «oggi c’è sciopero dei treni»; «oggi non c’è lezione»; 3) sono collegati i tipi niente + sost.: «oggi niente lezione», e no + sost.: una pubblicità asseriva: «no Martini, no party», vicino casa ho letto un cartello scritto a mano che garantiva: «clementini no semi».

Tra i miei lettori c’è un attento professore in pensione, novantenne (non ne faccio il nome per discrezione). Il professore mi scrive (una bella grafia, non usa il computer): «mi sembra che, nel parlato come nello scritto, sia stato quasi abolito l’uso del modo congiuntivo. Cosa ne pensa?». Il professore ha ragione, il regresso del congiuntivo è evidente, in particolare nelle interrogative indirette: «non so se questo è vero», e nelle ipotetiche dell’irrealtà: «se venivi prima, ti dicevo tutto».

Per capirci. L’italiano, finalmente lingua di tutti, non è solo quello letterario. Fenomeni vari si affacciano sulla scena, le lingue non sono immobili né monolitiche. Non possiamo rifiutare a priori né accettare tutto indiscriminatamente. Ecco le bussole. 1. Respingere gli errori, senza alcun dubbio: a partire dalla scuola, i professori correggano gli alunni che sbagliano. 2. Accettare che si possa parlare e scrivere in modo diverso a seconda delle circostanze e dei differenti livelli di formalità, lo scritto formale è diverso dai messaggini e dalle conversazioni spontanee. In pubblico e con estranei ci si comporta in modo linguisticamente diverso rispetto alla comunicazione in famiglia o con gli amici: quando si parla con i coetanei certe forme sono ammesse, quando si scrive un tema bisogna usare l’italiano formale.

Più in generale, come comportarsi di fronte alle novità? Alcune cadranno, altre forse in futuro prevarranno, decideremo noi, siamo noi i padroni della lingua (l’abbiamo visto nella prima puntata). L’incertezza, il bisogno di individuare la strada giusta spiega il successo straordinario del «Pronto soccorso linguistico» che Francesco Sabatini, presidente emerito dell’Accademia della Crusca, domenicalmente offre dagli schermi di RAI 1. Ancora. L’Accademia della Crusca (www.accademiadellacrusca.it) mette a disposizione del pubblico un servizio di consulenza rivolto a coloro che cercano informazioni e chiarimenti grammaticali e lessicali, spiegazioni di fenomeni linguistici, origine e storia delle parole. La redazione esamina i quesiti, risponde in rete a quelli più diffusi e più interessanti. È dedicato alle scuole e agli amatori della lingua il semestrale «La Crusca per voi», fondato da Giovanni Nencioni e diretto oggi da Paolo D’Achille. L’Accademia dei Lincei ha varato da alcuni anni il progetto «I Lincei per una nuova didattica nella scuola: una rete nazionale», dedicato ai professori che nella scuola insegnano scienze, matematica e italiano, le materie intellettualmente più formative. I corsi si tengono anche in Puglia, a Lecce e a Bari, professori di molte scuole vi partecipano senza alcuna ricompensa, impiegano così il loro tempo. La scuola italiana è ricca di bravi docenti, smentiamo i luoghi comuni.

Con intelligenza possiamo tutti imparare ad usare una lingua corretta, che varia a seconda delle situazioni comunicative. Con scelte appropriate, scrivendo e parlando adeguatamente, a seconda delle circostanze. Così si costruisce il nostro futuro linguistico.

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L’Italiano all’estero - (7 agosto 2016) PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Martedì 16 Agosto 2016 11:13

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 7 agosto 2016]


Di mestiere faccio il linguista. Dopo le puntate precedenti,  mi chiedono. Quale è lo stato di salute della nostra lingua? Spesso bistrattata da chi la parla, attaccata dall’invadenza delle lingue straniere, messa in crisi anche a scuola e all’università, è davvero ridotta così male? E come viene considerata all’estero, che idea hanno gli altri di noi?

I fatti e i numeri non lasciano dubbi, all’estero la nostra lingua è apprezzata, spesso amata. L’italiano è la quarta lingua più studiata al mondo. Inglese a parte, viene dopo lo spagnolo, il francese, più o meno alla pari con il tedesco, e batte tutte le altre, anche quelle parlate da popolazioni enormemente più numerose. Non c’è male, per una nazione di soli 60 milioni di abitanti, una briciola rispetto ai 7 miliardi di abitanti della terra. Non c’è male, per una nazione che non ha avuto un impero coloniale come Inghilterra, Francia, Spagna, Portogallo e altre che hanno disseminato le loro lingue nei territori africani, asiatici, americani, perfino australiani.

Come si spiega il successo dell’italiano? Vediamo di capirne di più. L’Accademia della Crusca ha intitolato Italiano per il mondo un bel volume uscito nel 2012 (lo ha curato Vittorio Coletti, che insegna all’università di Genova); la preposizione «per» del titolo rimanda alla proiezione della nostra lingua fuori dai confini nazionali e,  nello stesso tempo,  allude alla meravigliosa qualità del nostro idioma, quasi un dono regalato al mondo. Nel libro si passano in rassegna i fattori che hanno determinato l’espansione all’estero della nostra lingua. Ecco le ragioni del successo. Siamo eccellenti in alcuni campi propri della tradizione e della storia italiane, a volte da epoca remota, altre volte da tempi più recenti. Oltre al predominio letterario (in alcuni periodi straordinario, pensate al Trecento con il grandissimo Dante, pensate al Rinascimento), siamo apprezzati all’estero per le nostre capacità nell’arte, nella musica, in tempi più recenti nella cucina e nell’alimentazione, nella moda.  In questi campi la nostra civiltà ha raggiunto posizioni di preminenza che il mondo ci riconosce; attraverso questi percorsi privilegiati la nostra cultura e la nostra lingua si espandono fuori dai confini nazionali.

E poi c’è l’emigrazione, che viviamo quotidianamente. Sbarcano sulle nostre coste migliaia di esseri umani con la pelle di un altro colore, spesso per sfuggire a morte e oppressione;  tutti sognano una vita migliore. Ne nascono problemi mastodontici, le opinioni sono diverse, lo so, forse non possiamo accogliere tutti coloro che arrivano da noi. Speriamo che chi è chiamato a decidere decida bene.

Ma ognuno deve fare la propria parte. Anche ricordando, aiuta a riflettere. Nei secoli passati le cose andavano in senso inverso rispetto ad oggi, siamo stati noi gli emigranti, in Europa, in America del nord e in America del sud (oggi in parte ricominciamo). Per decenni gli emigranti sono stati ambasciatori straordinari della nostra lingua, che hanno diffuso in tante parti del mondo. È recente (2011) la prima Storia linguistica dell’emigrazione italiana nel mondo, che affronta globalmente le dinamiche che hanno coinvolto gli emigrati italiani all’estero, ricostruendo gli aspetti linguistici del fenomeno migratorio, diversamente articolati nelle diverse zone. Il progetto Italiano 2010. Lingua e cultura italiana all’estero, varato pochi anni fa dal Ministero degli Affari Esteri, rappresenta una ricca disamina diretta a «studiare, attraverso una ricerca su scala planetaria, l’interesse che l’italiano suscita fuori dai confini nazionali e gli strumenti messi in campo per favorirne la diffusione e l’apprendimento» (vi hanno lavorato Claudio Giovanardi e Pietro Trifone, che insegnano a Roma). La conclusione collima con quanto ho detto prima: nel mondo c’è un crescente bisogno di italiano, cresce la domanda, crescono la qualità e la intensità delle risposte che la nostra nazione riesce a dare, pur a volte con difficoltà.

Le motivazioni che spingono gli stranieri all’apprendimento della nostra lingua si dispongono secondo le seguenti percentuali: tempo libero e interessi vari 55,8 %, studio 21 %, lavoro 12,8 %, motivi personali e familiari 10,4%. Naturalmente i numeri mutano a seconda dei contesti storici e geografici. Per fare un solo esempio, è legato alla storia e ai flussi migratori, alla volontà di rinsaldare le proprie radici, il fatto che in America Latina le percentuali delle motivazioni all’apprendimento dell’italiano siano diversamente distribuite rispetto a quelle globali che abbiamo richiamato prima: motivi personali e familiari (esplicitamente indicata “la famiglia di origine italiana”) 37%, tempo libero e interessi vari 27%, studio 27%, lavoro 9%. Il ribaltamento non è casuale: si tratta delle nazioni dove il legame dei gruppi migranti con la lontana terra d’origine è particolarmente avvertito e l’intensità del fenomeno migratorio è quantitativamente rilevante.

All’estero l’italiano va forte, non c’è dubbio. Non solo siamo amati; si fa di più, siamo imitati. In alcuni campi, quelli in cui siamo molto apprezzati, si verificano episodi sintomatici, con risvolti pratici tutt’altro che secondari. In ambito commerciale si usa la nostra lingua a fini promozionali,  si inventano nomi inesistenti, che pretendono di richiamare il mondo italiano con accostamenti linguistici più o meno fantasiosi. Sui menu di ristoranti italiani negli Stati Uniti è normale leggere «primo» e «secondo», come da noi, certo fa piacere. Ma, in aggiunta, alcuni ristoranti di New York  con cucina italiana offrono pietanze come «Lobster Fra Diavolo», «Shrimp Fra Diavolo», «Chicken Scarpariello», ecc.,  che propongono con nomi fintamente italiani piatti che in Italia non esistono (li ha catalogati un linguista che insegna a New York, Hermann Haller). I clienti, confusi dal nome, cedono al richiamo e credono di mangiare cibi italiani.

Il ricorso a italianismi fittizi, coniati allo scopo di agevolare il consumo e lo smercio di prodotti fintamente italiani non riguarda solo un gruppo di ristoranti newyorkesi, non è limitato ad una sola città, per quanto importantissima. Da circa vent’anni Howard Schutz, fondatore e guida della più grande catena americana di caffetterie, cerca di entrare nel mercato italiano per vendere in Italia, patria del caffè, la miscela da noi preferita in versione americana. Per di più a un prezzo quasi tre volte superiore a quello della tazzina nostrana. L’idea di aprire il primo «coffee store» venne all’imprenditore nel 1983, dopo un viaggio in Italia. Tornato a Seattle, decise di ricreare lo spirito della caffetteria italiana, intesa come punto d’incontro e di lettura dei quotidiani. La sua prima iniziativa imprenditoriale nel campo fu battezzata «il Giornale», dal nome del quotidiano milanese.  La catena è «Starbucks» (registro il nome con trepidazione, involontariamente sto facendo pubblicità), i punti vendita nel mondo sono 22.519 in 67 paesi (crescono in continuazione, magari oggi sono di più). Da qui sono nate bevande che si ispirano a nomi italiani, in parte inventati: «Frappuccino», «Americano», «Espresso macchiato», «Espresso doppio». Per concludere: nomi italiani servono a pubblicizzare un’iniziativa imprenditoriale americana, che ora cerca di entrare commercialmente nel nostro paese. Non conosco gli esiti della lunga trattativa, se approderà lo vedremo.

Non va diversamente nel mondo commerciale tedesco. Recentemente a Lecce una grande catena tedesca di supermercati ha aperto un nuovo punto vendita. Verificate. Negli scaffali predominano vari prodotti etichettati «Italiamo» (che è una ditta con sede in Germania), ci sono grissini,  crackers e fette biscottate che si chiamano «Certossa», sughi, olive e carciofini prodotti da «Baresa»,  marche di caffè e cioccolata che si chiamano «Bellarom» e «Caffeciao»: insomma marchi tedeschi con fono-morfologia allusivamente italiana. Il prodotto (fintamente) italiano si vende di più. In Germania dappertutto è diffuso il «parmesan», che non ha nulla che vedere con l’originale italiano. Non ha avuto successo il «freddocino»  ‘sorta di cappuccino freddo’ che veniva propagandato nei bar, non sempre il trucco funziona.

Parmigiano e prosciutto sono i prodotti alimentari italiani più imitati all’estero. Negli Stati Uniti si spaccia per originale un falso «Parmeggiano». Un articolo di Federico Rampini su «la Repubblica» informa:  «Gli americani […] non hanno mai riconosciuto i marchi locali, come la denominazione del prosciutto di Parma: per loro esistono solo marchi aziendali. Fino alla “circonvenzione d’incapace”, che è l’uso del cosiddetto “Italian Sounding”» (ecco un altro anglicismo, servirà anche questo a mascherare il fenomeno? O a renderlo quasi attraente?), cioè nomi che suonano italiani, assomigliano agli originali, e traggono in inganno la massa dei consumatori meno avveduti. Il giornalista conclude: «Ma ci sono cascato anch’io, confesso: una volta, nella fretta mi è capitato di scambiare l’infame “Parmeggiano” per il prodotto vero».

Il giro d’affari dei cibi che hanno un nome italiano ma non sono italiani pare che valga circa 60 miliardi di euro all’anno. Il ministero del commercio estero, i politici che lavorano in Europa, i nostri imprenditori, hanno niente da dire (o meglio: da fare) in proposito? Si muovano. La battaglia per la lingua può diventare  una battaglia per l’economia.

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“Inglesorum”. Le parole oneste sono l’antidoto - (31 luglio 2016) PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Sabato 13 Agosto 2016 19:53

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 31 luglio 2016]


Di mestiere faccio il linguista. Dopo l’articolo della scorsa settimana, che tratta dei troppi anglicismi nella lingua italiana, ho ricevuto due tipi di lettere. Molti, la maggioranza, condividono e aggiungono tantissimi altri esempi, nei campi più svariati. Altri, in minor numero, affermano (più o meno): il fenomeno non è allarmante, perché preoccuparsene? La differenza di posizioni non deve stupire, su questo tema ci sono opinioni diverse anche tra gli specialisti.

Ne hanno trattato recentemente, in un agile volumetto del Mulino, uno storico contemporaneo, Andrea Graziosi (che insegna a Napoli ed è anche presidente nazionale dell’ANVUR, l’Agenzia Nazionale per la Valutazione della Ricerca Universitaria) e uno storico della lingua italiana, Gian Luigi Beccaria (professore emerito dell’università di Torino, Accademico della Crusca e dei Lincei, noto al pubblico televisivo per aver condotto negli anni Novanta del secolo scorso la trasmissione «Parola mia», gioco televisivo sulla lingua italiana, uno dei migliori quiz culturali della Rai, immagine di una televisione intelligente e garbata che rimpiangiamo).

Provo a riassumere. Graziosi sostiene che «l’italiano non è in pericolo: esso è destinato a restare la lingua dei nostri sentimenti, dei nostri affetti, della nostra intimità e della nostra vita pubblica, la nostra lingua, insomma». Soffre (è vero), insieme alle altre grandi lingue europee, di una riduzione del suo status e del suo prestigio dovuta alla affermazione di una nuova lingua veicolare universale, cioè l’inglese; ma non c’è molto da fare, oggi le cose stanno così. Beccaria la pensa diversamente, non condivide i casi troppo numerosi di anglofilia spinta. Accattiamo espressioni inglesi inutili, con atteggiamento quasi snobistico, per sembrare internazionali; non cerchiamo delle sostituzioni, neppure quando lo potremmo fare senza danni di isolamento. Anche le istituzioni, da parte loro,  non badano granché a difendere  l’italiano:

Non c’è dubbio, noi italiani badiamo poco alle sorti della nostra lingua, altri si comportano diversamente. Guardiamo cosa succede in paesi vicinissimi a noi, la Spagna e la Francia,  dove pure si parla una lingua derivata dal latino, come la nostra. Gli spagnoli usano redes sociales (e noi social networks), primera dama (e noi first lady), ordenador o computadora (e noi computer), deporte (e noi sport), segunda fase (e noi play off); i francesi hanno moniteur (e noi monitor), ordinateur (e noi computer), courri-el (e noi email), SIDA (e noi AIDS).  Un esperimento: chi sa, esattamente, cosa significhi AIDS? Chi sa sciogliere la sigla, che riproduce la sequenza sintattica inglese, non  quella italiana? Al contrario di quanto  succede in Italia, lo stato francese interviene sull’uso della terminologia ufficiale, scientifica, tecnica, istituzionale, raccomanda, consiglia. In Francia nelle disposizioni e negli atti ufficiali promananti dalle strutture centrali e periferiche una parola straniera può essere usata solo a condizione che non esista già una onesta parola francese («un honnête mot français», dicono loro) per designare la stessa cosa o esprimere la stessa idea. Se facessimo lo stesso, molte oneste parole italiane rimpiazzerebbero senza difficoltà gli anglicismi più o meno abusivi presenti nella nostra lingua. In Italia ci comportiamo diversamente,  certe questioni non ci sfiorano neppure. Ma almeno una domanda è lecita. Perché parlare «itangliano» o «inglesorum», come alcuni definiscono l’invadente e sciatto miscuglio linguistico che genera la continua immissione di parole inglesi nell’italiano?

Non è un argomento che interessa solo gli specialisti, riguarda tutti noi. Una lingua non è solo un insieme di parole regolate da una grammatica, ma esprime i modi di vivere e di sentire, di pensare, di concepire le relazioni tra le persone, i rapporti sociali, economici, giuridici, i sogni, i progetti di vita, i valori, il bene e il male. Abbiamo visto le terribili immagini della strage di Nizza. All’inizio della sequenza, quando il tir assassino comincia ad abbattere vittime incolpevoli, si sente una voce che angosciata grida ripetutamente: «Madonna, Madonna!». Non sappiamo chi sia quell’uomo, sappiamo solo che è un italiano, parla italiano. È così: nei momenti drammatici che segnano la vita, la morte, nelle emozioni fortissime, ognuno usa la propria lingua materna, in quei momenti non ci si può esprimere in una lingua straniera.

Qualcosa si muove, per fortuna. Il sito http://www.letteratura.rai.it/gallery-refresh/50-anglicismi-di-cui-potete-anche-fare-a-meno/620/0/default.aspx elenca 50 anglicismi molto diffusi e praticamente inutili, indicando parole italiane che potremmo usare al posto dei forestierismi (e ci capiremmo meglio). Ecco qualche esempio: abstract (ma abbiamo sommario, sintesi); advanced (ma abbiamo avanzato); aftershave (ma abbiamo dopobarba); all inclusive (ma abbiamo tutto incluso); asset (ma abbiamo beni, risorse); budget (ma abbiamo bilancio); cameraman (ma abbiamo operatore), ecc.

Recentemente presso l’Accademia della Crusca si è costituito il gruppo «Incipit»: il gruppo ha la finalità di monitorare i forestierismi nella fase in cui si affacciano nella lingua italiana e di proporre sostituzioni italiane a espressioni e termini stranieri prima che prendano piede. Ne fanno parte studiosi e specialisti della comunicazione italiani e svizzeri (si parla italiano nel Cantone svizzero del Ticino). Ed è significativo che del gruppo faccia parte una pubblicitaria, Annamaria Testa, che lo scorso anno lanciò con grande successo (70.000 firme) la petizione  «#Dilloinitaliano». Usiamo l’italiano, evitiamo gli anglicismi inutili: ce lo ricorda, opportunamente, chi col proprio lavoro vuol raggiungere un pubblico vasto nella maniera più efficace. Torniamo a «Incipit». Il gruppo, attraverso la riflessione e lo sviluppo di una migliore coscienza linguistica e civile, suggerisce alternative italiane agli operatori della comunicazione e ai politici, con ricadute sulla lingua d’uso comune. Cercate www.accademiadellacrusca > attività > gruppo Incipit. Vi troverete suggerimenti utili: «chiamiamoli “centri di identificazione” e non “hot spots”»; «abbandoniamo la “voluntary disclosure” e accogliamo la “collaborazione volontaria”»; ecc. Chi cerca una bussola, ora può averla.

Intendiamoci. Non si tratta di battersi contro l’inglese, di restare ancorati al solo italiano. Sarebbe suicida. La conoscenza delle lingue straniere è fondamentale, un giovane che non conosca l’inglese avrà enormi difficoltà nel lavoro, qualsiasi cosa egli faccia. La questione è un’altra: quando parliamo italiano, parliamo italiano (bene, senza errori o strafalcioni). Quando parliamo inglese, parliamo inglese. Tutto qui. Non monolinguismo, plurilinguismo.

Non è solo questione di moda, le mode passano. Purtroppo l’anglomania si riflette nelle scelte di istituzioni come la scuola e l’università, ha riflessi sull’intera società.

In alcune scuole vige l’abitudine di tenere un insegnamento disciplinare in inglese. Badate: solo in inglese, l’italiano è cancellato. In genere questi corsi funzionano malissimo, interrogare insegnanti e alunni per conferma. Il 2 maggio 2016 si è svolta la prova del concorso a cattedra per docenti di materie letterarie nelle scuole secondarie di primo e secondo grado, non c’era una sola domanda sulla lingua italiana (che i docenti vincitori dovranno insegnare).

Non va meglio nell’università. Il Politecnico di Milano ha deciso di adottare l’inglese come lingua esclusiva di corsi magistrali e di dottorato; su quella spinta altre università prendono decisioni analoghe (anche Unisalento). Non polemizzo con i miei colleghi, non è mia intenzione, invito a riflettere. Attenti alle parole: «lingua esclusiva», l’inglese e null’altro. La lingua italiana è bandita da corsi e dottorati che si tengono nelle nostre università: si farebbe così per attrarre studenti stranieri e anche per offrire ai nostri laureati occasioni di impiego all’estero. Ma sarebbe interessante sapere quanti sono gli studenti stranieri che si sono iscritti ai corsi solo in inglese e vorrei chiedere se davvero sembra razionale predisporre all’emigrazione i nostri studenti, formati con soldi pubblici, invece di dar loro un’ottima padronanza della lingua nazionale e di agire perché possano lavorare in Italia, battendosi contro le condizioni che li spingono ad emigrare.

Si tratta di questioni complesse, prevedo reazioni da chi promuove iniziative del genere. Ma bisogna sforzarsi di capire, discutere, non farsi attrarre dalle sirene della presunta modernità. L’italiano, la lingua di noi tutti, non può essere scacciato dalla scuola italiana e dall’università italiana. Non monolinguismo (straniero); plurilinguismo, questa è la strada. Nei paesi seri si fa così.

Sogno un’Italia plurilingue in cui i giovani, italiani e stranieri, parlino e scrivano correttamente la nostra lingua e conoscano una o più lingue straniere: non sarebbe questa una buona via per la conoscenza reciproca e per l’integrazione, contro l’intolleranza?

Così avrei scritto fino a poco tempo fa. Ma i fatti atroci delle ultime settimane fanno vacillare i miei convincimenti. Mi dispiace.

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Charm English. L’esterofilia salta in bocca - (24 luglio 2016) PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Mercoledì 10 Agosto 2016 12:42

[“Nuovo Quotidiano di Puglia di domenica 24 luglio 2016]

 

Di mestiere faccio il linguista. Il sito www.funzionepubblica.gov.it rende note le iniziative del Governo italiano, Ministero per la Semplificazione e la Pubblica Amministrazione. Vi leggo: «Abbiamo mantenuto la promessa. Il Foia è legge - ha sottolineato il ministro per la Semplificazione e la pubblica amministrazione Marianna Madia» e per un momento rimango sconcertato. Non mi colpisce tanto l’uso del maschile «ministro» riferito a Marianna Madia, ci siamo abituati. Abbiamo visto già nella scorsa puntata che resistenze ad usare le parole che sottolineano l’avvento di donne in nuove professioni o in importanti funzioni pubbliche («ministra», «sindaca», «magistrata», ecc.) persistono anche nell’universo femminile; incomprensibilmente, perché le donne dovrebbero essere disponibili alle innovazioni lessicali che testimoniano questi importanti mutamenti sociali. No, resto perplesso di fronte alla parola «Foia» di cui ignoro il significato (si tratta, evidentemente, di una legge ma non so su cosa). Continuo a leggere e finalmente capisco: «Con il decreto attuativo della riforma della pubblica amministrazione, approvato definitivamente, l’Italia adotta una legislazione sul modello del Freedom of Information Act. I cittadini hanno ora diritto di conoscere dati e documenti in possesso della pubblica amministrazione, anche senza un interesse diretto […] Il FOIA [tutto maiuscolo, adesso va meglio, si tratta di una sigla] può garantire la massima trasparenza della PA e la più ampia partecipazione dei cittadini, che possono esercitare un controllo democratico sulle politiche e le risorse pubbliche. L’impegno sulla trasparenza - ha concluso Marianna Madia - non finisce qui. A breve, con un metodo che sin qui ha funzionato, coinvolgeremo le realtà della società civile sull’open government [accidenti, perché l’inglese? per un momento vacillo!] e apriremo un percorso di confronto e lavoro comune».

Sono testardo, voglio saperne di più, mi metto a cercare, trovo. Il «Freedom of Information Act (FOIA)» ‘atto per la libertà di informazione’ è una legge emanata negli Stati Uniti il 4 luglio 1966 durante il mandato del presidente Lyndon B. Johnson. Quindi: in Italia, nel 2016, abbiamo varato un provvedimento che favorisce una nuova forma di accesso civico ai dati e ai documenti pubblici (provvedimento senza dubbio positivo nelle intenzioni e nelle finalità, la trasparenza è un bene) e l’abbiamo etichettato con una vetusta denominazione anglosassone, Freedom of information act o (ancor meno comprensibile) Foia. Alla faccia della semplificazione, verrebbe di commentare.

A scanso di equivoci. Non sto facendo polemica antigovernativa (il provvedimento è ottimo nelle intenzioni e nelle finalità, anche se per valutare bisognerà aspettare i fatti); ma è mio dovere, per il mestiere che faccio, rendere evidenti i difetti di comunicazione che implicano certe scelte linguistiche. Usare nomi o sigle inglesi per definire fatti o concetti italiani è sbagliato: i parlanti, almeno in parte, correranno il rischio di non capire, di conseguenza non potranno giudicare e decidere con la propria testa. Vien meno la trasparenza, ne risulta compromessa la democrazia reale.

Ho voluto fare una verifica, ho provato a chiedere ai miei studenti se conoscevano il significato preciso di Jobs Act. Molti erano completamente all’oscuro; qualcuno ha parlato di ‘riforma per il lavoro’, interpretando la -s finale come plurale della parola inglese job ‘lavoro’; nessuno sapeva che si tratta di una sigla per «Jumpstart Our Business Startups», iniziativa americana mirante a favorire creazione di posti di lavoro e crescita economica con il ricorso a forme di capitale pubblico.

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