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"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
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Programma gennaio 2019
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Anticipo orario conferenza di venerdì 23 marzo
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Per ricordare meglio la nostra visita a Cavallino
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Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
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Sindaca, certo. Il rinnovamento è anche questo - (17 luglio 2016) PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Domenica 17 Luglio 2016 12:00

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di domenica 17 luglio 2016]

 

Di mestiere faccio il linguista. Un articolo di Luca De Carolis, pubblicato nel «Fatto quotidiano» del 3 luglio, si intitola: «Virginia Raggi, giunta nel caos. Beppe Grillo chiama la sindaca di Roma». Comincio a leggere l’articolo e trovo: «Ha osservato a distanza per giorni il caos della Roma a 5Stelle, con ansia. Ha chiesto informazioni sulle prime nomine, invocato spiegazioni sulla giunta che pare una tela infinita. E alla fine, di fronte al brutto intoppo, è intervenuto. Giovedì Beppe Grillo ha telefonato al sindaco Virginia Raggi e le ha recapito un messaggio chiaro: “Devi rimuovere il tuo vice-capo di gabinetto, non va bene, non ce lo possiamo permettere”».

Non entro nel merito della questione politica trattata nel pezzo giornalistico, ognuno avrà le proprie idee in proposito. Colpisce però che nello stesso articolo, a poche righe di distanza, si scriva una volta «la sindaca» e un’altra «il sindaco», sempre con riferimento alla medesima persona. In effetti dopo le recenti elezioni amministrative, che hanno visto prevalere, tra l’altro, Virginia Raggi a Roma e Chiara Appendino a Torino, la stessa oscillazione (il sindaco ~ la sindaca) ricorre in queste settimane negli articoli di giornale, nelle trasmissioni e nei dibattiti televisivi, nelle conversazioni quotidiane. Sorge spontanea la domanda: quale è la forma corretta? come si decide? oppure è indifferente, ognuno può fare come gli pare? Il Direttore di «Repubblica» ha pubblicato su «twitter» la foto di un articolo del suo giornale dove è scritto: «il giorno delle sindache»; il «Corriere della sera» ha sentenziato: «E adesso chiamiamola sindaca», aggiungendo: «Evitiamo i pasticci, le formule scombinate e gli orrori grammaticali. La sindaca esiste e va chiamata sindaca».

Tutto risolto? Su questo punto sì, l’indicazione specifica è corretta: diciamo e scriviamo la sindaca, senza esitazione. Ma la questione è complessa, cerchiamo di capire.

Nella lingua italiana esistono non poche parole o espressioni che definiamo «ambigenere», possiamo declinarle al maschile o al femminile (le ha studiate un linguista che insegna a Catania, Salvatore Claudio Sgroi). Eccone alcune, abbastanza frequenti: amalgama ‘lega di metalli’ e anche, in senso estensivo, ‘mescolanza, unione di elementi diversi’; acme ‘punto culminante, apice’; asma ‘malattia dell’apparato respiratorio’; eco ‘fenomeno acustico’; interfaccia ‘sistema di connessione o di contatto (anche tra persone o organismi)’, botta e risposta ‘scambio serrato di battute, serie di domande e risposte incalzanti’.

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Ipocrisie verbali - (10 luglio 2016) PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Lunedì 11 Luglio 2016 17:20

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di domenica 10 luglio 2016]

 

Di mestiere faccio il linguista. Un amico mi chiede: è meglio dire «handicappato» o «portatore di handicap»? «Disabile o persona con disabilità»? O «Diversamente abile»? Le stesse domande si è posta, non molto tempo fa, «SuperAbile», la rivista dell’INAIL che ha promosso un’inchiesta intitolata «Qual è il modo migliore per definire la disabilità?». Non esiste una risposta valida per tutti e in tutte le circostanze, accade così quando si trattano argomenti che toccano non soltanto questioni terminologiche, ma anche (e soprattutto) sensibilità individuali e collettive. Il problema non è solo italiano, riguarda tutte le culture del mondo. L’International Classification of Functioning, approvato dalla «World Health Assembly», raccomanda l’abbandono di una terminologia troppo cruda, che enfatizza il deficit (handicappato è ormai usato pochissimo in italiano), ricorrendo a parole più neutre e a termini descrittivi dei contesti di vita. Personalmente sceglierei «disabile», che descrive senza giudicare né tantomeno offendere, o anche «diversamente abile», che focalizza l’attenzione sulle risorse e sulle abilità di un soggetto invece che sui suoi insuccessi (anche se a me pare a volte fintamente ottimista, un po’ accomodante). Lascerei perdere senza rimpianti l’espressione «diversamente fortunato», che a volte mi è capitato di sentire. No, chi ha una disabilità non è fortunato, questo non dobbiamo mai dimenticare; rispettiamo il disabile senza fingere che gli sia capitata una fortuna.

La questione non è solo linguistica. Scegliendo una parola al posto di altre facciamo capire cosa pensiamo veramente, le nostre idee e i nostri sentimenti. Questo avviene spesso, ma si verifica sistematicamente quando parliamo di fatti che toccano la nostra sensibilità, eventi che ci colpiscono perché ci riguardano direttamente. Nessuno ne è esente, nessuno può dire «non mi interessa, non mi riguarda»: la vita, la morte, la malattia, la condizione sociale, la razza, la devianza, il sesso e l’orientamento sessuale fanno parte della quotidianità di tutti noi.

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Di mestiere faccio il linguista PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Martedì 01 Marzo 2016 08:41

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 28 febbraio 2016]

 

Capita (e mi piace molto) che amici, conoscenti, a volte persone sconosciute vogliano commentare con me parole, frasi o costrutti della nostra bellissima lingua che siano (o appaiano) inconsueti o degni di nota. Nelle conversazioni ricorrono spesso le domande: si può usare? è corretto? ecc.

In questi giorni i giornali, le televisioni, le radio e la rete dedicano molto spazio al caso seguente: Matteo, un bambino di otto anni, in un esercizio ha usato l’aggettivo «petaloso» per definire un fiore che a lui piace molto (ha inventato una parola che non esiste, ha creato un neologismo); la maestra ha commentato che si tratta di un «errore bello» e ha chiesto il parere dell’Accademia della Crusca; l’Accademia ha risposto che in effetti la parola è gradevole (ma questo non vuol dire che altri parlanti la facciano propria); un altro Matteo, presidente del Consiglio dei Ministri, l’ha rilanciata su Twitter è così l’episodio è diventato notissimo, molti ne parlano. Su Twitter e su Facebook l’hashtag #petaloso ha raggiunto in poco tempo i vertici delle tendenze, è stato condiviso oltre 75mila volte. La nuova parola si è diffusa anche fuori dal mondo dei social, ecco un solo esempio. Nella nostra università, in una assemblea per eleggere un Direttore di Dipartimento, l’altro giorno un professore (non ero io) ha usato quell’aggettivo, i presenti (tutti o quasi) hanno capito. La parola è ormai conosciuta da molti.

E allora chiediamoci. Come nascono le nuove parole, chi le inventa, si possono usare o vanno respinte? Come dobbiamo comportarci? Esiste un criterio al quale attenersi?  Chi decide nella lingua?

Non c’è una regola rigida, bisogna ragionare. Una lingua è un organismo vivente, è legata alla storia della comunità che in essa si riconosce e con essa comunica. Una lingua non è solo un insieme di parole regolate da una grammatica, ma esprime i modi di vivere e di sentire, di pensare, di concepire le relazioni tra le persone, i rapporti sociali, economici, giuridici, i sogni, i progetti di vita, i valori, il bene e il male. La lingua, il suo uso e la sua continua creatività sono indispensabili per continuare ad esistere. Solo le lingue morte sono sempre immobili e uguali a sé stesse: ecco perché il vocabolario di latino (o di greco classico)  ha sempre le medesime parole, quello di italiano (o di francese, di inglese, di spagnolo, ecc.) va continuamento aggiornato. Come tutti gli organismi viventi, le lingue sono soggette a continui mutamenti, che si riflettono in particolare nel lessico: per rispondere alle esigenze della società che cambia, si creano di continuo parole nuove  e nello stesso tempo molte cadono in disuso e addirittura spariscono. Per tutelare forme dell'italiano che scompaiono, la «Società Dante Alighieri» e il «Corriere della sera» lanciarono nel 2014  la campagna «Adotta una parola» (qualcosa di simile aveva fatto in Spagna il quotidiano «El País»). Vennero selezionate alcune parole della nostra lingua che sembravano a rischio di estinzione, come accade a tante specie animali o vegetali.  Chiunque poteva scegliere una parola, adottarla e diventarne il custode per un anno, impegnandosi ad usare in modo corretto almeno una volta al giorno la parola scelta, a segnalarne abusi e a registrare eventuali nuovi significati. Ecco un elenco di parole che correvano il rischio di sparire: affastellare, calligrafico, contrito, delibare, diatriba, dirimere, emaciato, fandonia, fronzolo, stantio, fuggevolezza, improntitudine, leziosità, lusingare, narcisistico, perseveranza, presagire, propinare, sconclusionato, uggioso. Per noi una domanda: quante di queste parole conosciamo e usiamo in modo appropriato?

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