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Parole che fanno male alle donne PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Lunedì 05 Dicembre 2016 07:23

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di domenica 4 dicembre 2016, p. 10]

 

Di mestiere faccio il linguista. In questa puntata e nella prossima ci occuperemo di parole molto usate ai nostri giorni e del valore che alle stesse attribuiamo.

Spunto di partenza. La scorsa settimana, venerdì 25 novembre, si è tenuta la «Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne», istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Con questa iniziativa governi e organizzazioni di tutto il mondo sono sollecitati a promuovere attività in grado di sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema delle violenza contro le donne. La data è simbolica, ricorda il brutale assassinio nel 1960 delle tre sorelle Mirabal, che  pagarono con la vita la loro opposizione al regime di Rafael Leónidas Trujillo (1930-1961), dittatore che tenne la Repubblica Dominicana nell’arretratezza e nel caos per oltre 30 anni. Il 25 novembre 1960 le sorelle Mirabal, mentre si recavano a far visita ai loro mariti in prigione, furono bloccate sulla strada da agenti del Servizio di informazione militare. Condotte in un luogo nascosto nelle vicinanze furono torturate, massacrate a colpi di bastone e strangolate, gettate in un precipizio a bordo della loro auto per simulare un incidente.

Il giorno prima della giornata contro la violenza, giovedì 24 novembre, in non casuale coincidenza, Laura Boldrini, Presidente della camera dei Deputati, ha messo un post su Facebook per mostrare alcuni degli insulti e delle minacce ricevuti nell’ultimo mese. Una caterva impressionante, in un sol mese. Messaggi terribili come questi: «Ma mai nessuno l’ammazza a sta terrorista»; «Per Natale voglio stare chiuso in una stanza con te, soli, tu ed io. Solo noi e la mia accetta. Partirei con il taglio delle mani». E insulti a sfondo sessuale.

Il fenomeno richiede attenzione, non si tratta di un caso isolato. I social network traboccano di volgarità, di espressioni violente e di minacce con riferimenti sessuali. La Presidente della Camera ha fatto benissimo a denunziare questi messaggi indicandone anche il mittente, chi si esprime in modo così squallido deve essere identificato e richiamato alle proprie responsabilità.

La rete è un mezzo meraviglioso, una miniera praticamente inesauribile di informazioni e riflessioni. Ma attenzione. Non sempre le informazioni che vi circolano sono attendibili, spesso si tratta di vere e proprie falsità, magari messe in giro ad arte. «Non è vero ma ci credo – Vita, morte e miracoli di una falsa notizia» è il titolo del convegno che si è svolto il 29 novembre nella Sala della Lupa di Montecitorio. Morale: verificare sempre, fa bene all’intelligenza e alla democrazia. La rete a volte può rivelarsi terribile, vi circola un’enorme quantità di «parole per ferire» (così le definisce Tullio De Mauro nell’«Internazionale» del 27 settembre 2016), «parole, parolacce e paroline» usate nella lingua di tutti i giorni, attraverso le quali vengono veicolate intolleranza, discriminazione e odio. Diventa un vero strumento di tortura, sono numerosi i suicidi di persone che non resistono alla pressione moltiplicata del mezzo e alla violenza estrema che vi circola. Di fronte a problemi così complessi in molti invocano interventi legislativi. «Cosa aspettiamo a mettere un freno, anche legale, a questo stupidario minaccioso e insolente?» reclama Dacia Maraini sul «Corriere della Sera» del 26 novembre. È giusto, non possiamo far finta di niente, dobbiamo far qualcosa. Anche la lingua può fare la sua parte, l’uso adeguato del lessico conta moltissimo.

Una parola non più tanto nuova, impiantatasi nella lingua da una decina d’anni per indicare qualcosa che accade da sempre e che oggi si ripete spessissimo, è femminicidio. Significa l’ ‘uccisione di una donna o di una ragazza’, ma anche ‘qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte’. Così dicono i vocabolari: i vocabolari sono preziosi, ci insegnano moltissime cose, se sappiamo interrogarli. Un collega intelligente mi ha chiesto: perché inventare una nuova parola, non basterebbe omicidio, una parola che già esiste e che tutti conoscono? Omicidio secondo i vocabolari dell’italiano indica l’uccisione di una o più persone. E quindi la parola omicidio può riferirsi sia all’assassinio di donne che a quello di uomini.

Il dubbio è legittimo. Se l’italiano ha già la parola omicidio, che indica l’assassinio dell’uomo e della donna, perché creare una parola nuova? Non è inutile? La risposta, anche in questo caso viene dai vocabolari. La voce femmina viene spiegata cosi: ‘essere umano di sesso femminile, spesso con valore spregiativo’. Badate all’aggettivo spregiativo, la soluzione è lì. Anche ai piani alti della letteratura: «Femina è cosa mobil per natura» afferma Petrarca, 183 12, per la verità con accezione più negativa che spregiativa, riprendendo un luogo comune secolare che rimonta a Virgilio, Eneide IV 569: «mutabile semper femina». Chi userebbe la parola femmina per definire la propria moglie, la propria madre, la propria sorella o la propria figlia? Nei dialetti meridionali malafemmina indica una donna di facili costumi, ricordate la notissima canzone napoletana Malafemmena scritta e musicata da Totò (1951) e il film collegato Totò, Peppina e la malafemmina di qualche anno dopo (1956). Il femminicidio, l’assassinio della femmina, indica il delitto  commesso da chi considera la moglie, la compagna, l’ amica, la donna incontrata casualmente, non un essere umano di pari dignità e di pari diritti, ma un oggetto di cui si è proprietari; se la proprietà viene negata, se la donna si rifiuta, se un altro maschio si avvicina all’oggetto che si ritiene proprio, scatta la violenza cieca che nasce da un atteggiamento culturale ributtante.

Quando in una società si generano forme mostruose di sopraffazione e di violenza è opportuno inventare un termine che esprima quella violenza e quella sopraffazione. Non si tratta di una parola inutile o in più: l’invenzione del neologismo indica un rovesciamento di prospettiva rispetto al sentire di alcuni, costituisce una fondamentale precisazione culturale e morale, chiarisce le implicazioni etiche collegate. E quindi è giusto usare femminicidio, per denunziare la brutalità dell’atto e per indicare che si è contro la violenza e la sopraffazione. Bene ha fatto la lingua italiana a mettere in circolo la parola femminicidio; il generico omicidio risulterebbe troppo blando.

Torniamo all’episodio di partenza, alla denunzia pubblica fatta dalla Presidente della Camera. Insulti e allusioni malevole purtroppo non sono esclusiva di alcuni imbecilli che approfittano della copertura che la rete fornisce per dare sfogo alla propria violenza malata. È bellissima la raffigurazione che Maurizio Crozza fa dell’odiatore telematico di professione, che insulta chiunque gli capiti a tiro informatico e così dà sfogo alle sue frustrazioni. Non sono immuni da questa attività personaggi pubblici dimentichi del proprio ruolo, forse alla ricerca di facili consensi elettorali, più presunti che reali (credo a elettori più saggi e probi dei loro rappresentanti). Circa 3 anni fa Beppe Grillo postava sul suo profilo Facebook con finta ingenuità la seguente domanda: «Cosa faresti se ti trovassi la Boldrini in macchina?». Le risposte dei seguaci non si fecero attendere: moltissimi gli insulti (spesso a sfondo sessuale), i suggerimenti alla violenza, le frasi di scherno. Più recentemente Matteo Salvini  ha così commentato l’arrivo sulla scena di una bambola gonfiabile durante un comizio a Soncino, in provincia di Cremona: «C’è una sosia della Boldrini qui sul palco. Non so se sia già stata esibita...». Di fronte alle critiche, Salvini ha confermato il suo atteggiamento e non si è scusato («anzi è lei che dovrebbe chiedere scusa agli italiani»). Su Facebook  ha scritto: «Ipocrita, buonista, razzista con gli italiani. Dimettiti!» con tanto di foto e sopra la scritta «#sgonfialaboldrini». Ancora la rete come facile mezzo per offendere.

Sta a noi compiere scelte linguistiche adeguate, usare la lingua per argomentare e per difendere le proprie ragioni puntando sul convincimento e non sull’irrisione o sulla sopraffazione. Ovviamente l’uso corretto e moderato della lingua non può impedire la violenza che attraversa la società. Ma può favorire la presa di coscienza dei comportamenti collettivi e, in una certa misura, contribuire al miglioramento della società.

 

p.s.: Alcuni lettori mi scrivono, fanno osservazioni, pongono domande. Per quanto possibile rispondo ai singoli, ma a volte non ce la faccio. In accordo con «Nuovo Quotidiano» vi proponiamo questo. Scrivete a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . I quesiti più stimolanti e di interesse generale saranno da me commentati su questo giornale.

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La lingua batte dove l’accento vuole PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Martedì 29 Novembre 2016 06:27

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 27 novembre 2016, p. 10]

 

Di mestiere faccio il linguista. Anche questa settimana rispondo agli interventi dei lettori, molti scrivono e mostrano interesse per i temi che trattiamo. Benissimo.

Diego Símini, che insegna Letteratura spagnola nella nostra università, fa un’osservazione che riguarda l’uso degli accenti nella lingua scritta. «In spagnolo la Real Academia ha da tempo dettato norme ortografiche che in pratica, se applicate (e in genere lo sono) tolgono al lettore ogni dubbio circa l’accentazione delle parole. In italiano invece solo il contesto o l’intuito consentono di disambiguare l’accentazione di parole come ancora (àncora ‘oggetto per ormeggiare l’imbarcazione’ ~ ancóra avverbio di tempo), nocciolo (nòcciolo ‘parte interna di certi frutti’ [es.: «il nòcciolo della ciliegia»] ~ nocciòlo ‘arbusto che produce le nocciole’), ecc. Inoltre si dà per scontato, senza segnalare, che regola, torrido siano con l’accento sulla prima sillaba, mentre la maggioranza delle parole italiane sono piane, con l’accento sulla penultima sillaba. Più difficile è la situazione dei nomi di luogo. Sulle carte geografiche a volte ci sono gli accenti, ma non sempre. Prima di arrivare a Lecce [Símini è toscano, insegna e vive nella nostra città da molti anni] avevo notato la vicinanza di Galatina e Galatone (leggendo, non sapevo che l’accento è diverso) e mi ero lasciato portare dall’idea che uno fosse diminutivo e l'altro accrescitivo di un ipotetico *Galata [???]. Ma i casi sono tanti. Parlando di toponimi, c’è una curiosità riguardante la loro traduzione. Le città importanti hanno nomi diversi a seconda delle lingue (Milano è Milan in francese e in inglese, Milán [con l’accento] in spagnolo, Mailand in tedesco) mentre i piccoli centri mantengono il nome originario. Mi piace citare alcuni curiosi spostamenti di accento: in spagnolo Ravènna si chiama Rávena, Brìndisi diventa Brindìsi».

La questione è complessa, lo capiamo meglio se paragoniamo la nostra lingua ad altre vicine. In altre lingue l’accento grafico fornisce una varietà di informazioni, per scopi differenti. Abbiamo visto prima la situazione dello spagnolo. Nel francese si pongono accenti differenti perfino in forme diverse dello stesso verbo: l’infinito régner ‘regnare’ ha l’accento acuto (per indicare che la vocale è chiusa) e il presente (je) règne ‘(io) regno’ ha l’accento grave (per indicare che la vocale è aperta).

L’italiano fa un uso più parco dell’accento, l’obbligo di segnarlo ricorre in un numero limitato di casi. L’accento deve essere segnato in fine di parola sui polisillabi tronchi (verrò, partirà) e su quei monosillabi che rischierebbero di confondersi con altre parole che si scrivono allo stesso modo (i linguisti dicono che sono omografe): è (verbo) ~ e (congiunzione), (indicativo di dare: «questa zanzara mi dà fastidio») ~ da (preposizione: «resto da solo»), (bevanda: «una tazza di tè») ~ te (pronome: «ascolto solo te»), ecc. La nostra lingua conosce tre tipi di accento: grave (ˋ), acuto (ˊ) e circonflesso (ˆ). Accento grave e acuto sono obbligatori, si usano il primo per indicare è ed ò aperte (caffè; mangiò), il secondo é ed ó chiuse (, perché; córso). Attenzione. Le vocali dell’italiano orale sono 7 non 5 (come comunemente si crede), ci sono due timbri di e (aperta e chiusa) e due timbri di o (aperta e chiusa); nello scritto si usano solo 5 segni grafici. Non si spaventino i salentini che parlando o ascoltando non sanno distinguere le vocali aperte dalle chiuse. La distinzione è tipica della Toscana, da lì è passata nel parlato standard, quello dei grandi attori di teatro (Albertazzi, Bene, Gassmann e altri). La distinzione toscana è sconosciuta ai parlanti di altre regioni (quelli del sud estremo, in particolare). Ma non è un impedimento grave. Nel parlato possiamo fare a meno della opposizione tra vocali aperte e vocali chiuse, la comunicazione passa ugualmente. Al contrario dell’accento grave e acuto, quello circonflesso non segnala un fatto fonico, è facoltativo, di impiego rarissimo e ormai desueto: nessuna grafia comporta l’accento circonflesso obbligatorio, chi lo usa lo fa per preferenza personale. Viene a volte usato nel plurale degli aggettivi e dei nomi in -io: un tempo si scriveva varî (o anche varii) come plurale di vario, principî (o anche principii) come plurale di principio (e serviva anche per distinguerlo da principi plurale di principe). Ma si tratta di grafie un po’ fuori moda, quasi nessuno le usa più. È normale. La lingua cambia nel tempo, cambiano uso e norma linguistica, ormai lo sappiamo.

Pur se mancano regole rigide, a volte si sente il bisogno di ricorrere all’accento per disambiguare le parole che si scrivono allo stesso modo ma hanno significati diversi: «i rimproveri possono essere benèfici» ~ «fare sport comporta benefìci fisici»; «queste è una lotta ìmpari» ~ «così impàri a tue spese!», «gli amici mi pàgano una birra» ~ «il mondo pagàno». Su “Nuovo Quotidiano di Puglia”, domenica 6 novembre 2016, p. 3, trovo il titolo: «Taranto, 860 milioni in cassa. Il Patto volàno per la svolta. Secondo il report, il contratto con il governo inciderà sulla crescita». Sotto la foto del ponte girevole tarantino, la spiegazione: «Per Taranto è prevista una crescita annua del 2% sino al 2020, superiore a quella del 5,44% stimata per la provincia in quattro anni». Il titolo mette l’accento su volàno, qui usato in senso metaforico ‘elemento che può favorire lo sviluppo’, per distinguere questa parola dal verbo vólano: «gli uccelli vólano».

Le ambiguità aumentano quando si tratta di parole poco ricorrenti o poco conosciute, di città e stati lontani, di alcuni cognomi. Nel servizio di consulenza dell’Accademia della Crusca (www.accademiadellacrusca.it) Paolo D’Achille, che insegna a Roma 3, così risponde al quesito se si debba dire Ucràina o Ucraìna, ucràino o ucraìno (quasi mai nello scritto queste forme vengono accentate): «Molti si pongono questa domanda, specie dopo la grave crisi nei rapporti di questo Stato con la Russia. Del resto, non è che uno dei tanti problemi di accentazione dei polisillabi che affliggono o caratterizzano l’italiano di oggi (guaìna sarebbe più corretto di guàina e diàtriba di diatrìba, ma chi usa la forma corretta può facilmente passare per uno che sbaglia!) e che non di rado riguardano proprio i toponimi (Benàco pronunciato Bènaco, Belìce pronunciato Bèlice) Gli spostamenti dell’accento di parola sono in genere un tipico fattore dell'evoluzione delle lingue (noi diciamo cadére ma i latini dicevano càdere, diciamo rìdere e loro dicevano ridére). Per quanto riguarda i nostri due nomi (e aggettivi) va detto subito che oggi sono accettabili entrambe le pronunce, anche se la più corretta, a rigore, sarebbe quella in passato spesso ritenuta sbagliata, cioè quella con l’accento sulla i».

Oscillazioni sono frequenti. Sento pronunziare indifferentemente come Bìrago o Biràgo la via ove si trovano gli edifici del Dipartimento di Beni culturali del nostro Ateneo. L’intitolazione ricorda Dalmazio Birago, un aviatore alessandrino caduto ventisettenne nel cielo di Amba Alagi durante la guerra di Etiopia. Birago (con accento sulla à, Biràgh in dialetto) è una piccola località della Brianza ove nacque Giovanni Pietro Birago, miniatore lombardo che godette del favore di Bona Sforza, regina di Polonia e duchessa di Bari. In Salento la doppia pronunzia è giustificabile: la località lombarda, il miniatore rinascimentale, l’aviatore caduto in guerra sono piuttosto estranei alle conoscenze dei salentini, che non possono conoscere la storia di cognomi e di località così remoti.

Ma non sempre si tratta di scarsa conoscenza. Il cognome dell’attuale ministro dell’Economia viene pronunciato Pàdoan anziché Padoàn, come suggerisce l’etimologia (nasce da Padovano, in veneto Padoàn). Nei primi mesi di vita del governo Renzi alla televisione e alla radio le due pronunce (Pàdoan e Padoàn) si alternavano; ma ormai prevale decisamente la prima, perché è stata indicata come quella corretta dallo stesso interessato, la cui famiglia, di origine veneta, si trasferì in Piemonte. Ecco un esempio analogo che riguarda il Salento. Qui è piuttosto diffuso il cognome Bray (Braj, Braì), pronunziato con l’accento sull’ultima (correttamente, secondo l’etimologia: deriva dal nome arabo Ibrahìm). Ma spesso viene pronunziato Brài (con accento su à) quando ci si riferisce a Massimo Bray, ex Ministro dei Beni culturali (di origine salentina), e l’interessato pare condividere.

Nei casi di possibile ambiguità nella pronunzia, possiamo ritenere decisiva l’indicazione proveniente dalle persone direttamente coinvolte? Non può sovvertire l’etimologia, questo è certo, ma può indicare una tendenza o una volontà. Torno al collega citato all’inizio che ha offerto lo spunto per questo articolo. Intenzionalmente mette l’accento sulla prima í del cognome (Símini, l’unico della famiglia a farlo) perché (testualmente) ci tiene «a rimare con Rimini e vimini», e per «facilitare il lettore (che a volte non se ne accorge e sbaglia)».

Quante cose si nascondono dietro quei microscopici segni grafici che chiamiamo accenti!

 

p.s.: Alcuni lettori mi scrivono, fanno osservazioni, pongono domande. Per quanto possibile rispondo ai singoli, ma a volte non ce la faccio. In accordo con «Nuovo Quotidiano» vi proponiamo questo. Scrivete a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . I quesiti più stimolanti e di interesse generale saranno da me commentati su questo giornale.

 

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La lingua di papa Francesco PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Lunedì 21 Novembre 2016 20:02

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di domenica 20 novembre 2016, p. 13]

 

Di mestiere faccio il linguista. Anche questa settimana rispondo alle sollecitazioni di lettori che scrivono al giornale. Questioni d’interesse generale e temi vasti, così seleziono le domande. Ricordo le regole. Il nome del mittente verrà indicato o omesso (rispettando la volontà di chi scrive) ma i messaggi vanno sempre firmati, non si potrà tener conto di scritti anonimi.

Questa settimana traggo spunto dalle osservazioni di un collega che insegna all’università del Salento. Donato Scolozzi, ordinario di matematica generale al dipartimento di Scienze dell’economia, osserva che il 1 ottobre 2016 papa Francesco, durante la messa allo stadio di Tblisi, ha tenuto l’omelia in italiano. È giustamente colpito: siamo in Georgia, solo pochissimi tra i presenti avranno potuto capire le parole del papa, che è poliglotta e avrebbe potuto usare un’altra lingua lì più nota. Si chiede: certo ci saranno state ragioni precise alla base di quella scelta linguistica, ma non sono chiare. E conclude: «viene da pensare, e lo faccio ormai da tempo, che doveva venire un argentino con origini italiane a tenere alto il valore della nostra bellissima lingua».

Nella scelta linguistica del papa ragioni di carattere generale si sommano a motivazioni legate alla personalità del pontefice.

La Chiesa cattolica ha nella Città del Vaticano il suo centro mondiale: da lì promana nel mondo il processo di evangelizzazione. Ne risulta che, accanto alla dottrina, la Chiesa svolge un ruolo di grande importanza anche per quanto riguarda la promozione della nostra lingua. In italiano stampa la maggioranza dei suoi scritti e pubblica l’«Osservatore romano», quotidiano a diffusione universale (al quale negli ultimi anni si sono affiancate edizioni settimanali o mensili in altre lingue), svolge l’insegnamento nelle proprie università e nei collegi pontifici che attraggono studenti di varia nazionalità, assicura le comunicazioni tra prelati di diversa origine e in genere tra coloro che hanno contatti con la vita ecclesiale, diffonde parole universali relative ad attività istituzionali, a titoli ecclesiastici, perfino all’abbigliamento clericale: conclave, confessionale, monsignore, nunzio, papalina, ecc. Veniamo all’episodio da cui siamo partiti. Nelle omelie pubbliche e nelle occasioni ufficiali i pontefici (al di là della loro nazionalità originaria) usano quasi esclusivamente l’italiano come lingua della comunicazione veicolare, orale e scritta; anche nelle visite all’estero, quando non adoperano la lingua del luogo. L’abbiamo visto con gli ultimi tre pontefici. Woytila, Ratzinger, Bergoglio, tutti stranieri, nei loro viaggi all’estero hanno usato spesso l’italiano, come ha fatto recentemente papa Francesco, prima in Corea del Sud e poi in Georgia.

Poi c’è l’uso personale, ricco di inventiva e di fascino, che della lingua sanno fare i pontefici, spesso comunicatori straordinari oltre che grandi uomini di fede. Tutti ricordano l’emozione e l’uragano di applausi che accolsero il «Se sbaglio mi corrigerete» con cui Woytila si rivolse alla folla che per la prima volta lo ascoltava in piazza San Pietro. Forse Woytila sbagliò davvero, in quell’occasione: ma da quel momento l’errore legò in maniera fortissima il papa ai fedeli, con un vincolo che negli anni non è mai venuto meno, fino alla santità dopo la morte. Usa la lingua italiana in modo creativo Bergoglio, che spesso riprende forme antiche dando alle stesse nuova vita e riportandole all’attenzione di tutti noi: costituisce un fenomeno linguistico straordinario, pur non essendo un parlante nativo dell’italiano.

Se ne sono accorti, a più riprese, i linguisti; in particolare Salvatore Claudio Sgroi ha intitolato Il linguaggio di papa Francesco un suo libro uscito qualche mese addietro presso la Libreria Editrice Vaticana. Il papa è un comunicatore eccellente. Grazie al prestigio che promana dalla figura papale, siamo tutti più convinti che la corruzione spuzza moltissimo, come proclamò una volta efficacemente. Non serve tanto ricordare che quel verbo, inesistente nell’italiano, ha radici dialettali piemontesi, nei dialetti di quella regione il verbo esiste davvero; importa che la frase del papa colpisce, ci esorta a rifiutare la corruzione molto più efficacemente di mille parole corrette messe in bell’ordine. Di fronte alla limpidezza del messaggio anche l’eventuale errore (consapevole o meno) passa in secondo piano.

Sono molte le parole inventate dal pontefice. Ecco qualche esempio: misericordiando nel senso di ‘provando misericordia’, coniato pensando al latino miserando, con questa spiegazione: «il gerundio latino miserando mi sembra intraducibile sia in italiano sia in spagnolo. A me piace tradurlo con un altro gerundio che non esiste: misericordiando». O nostalgiare, creato a partire da nostalgia, sull’esempio dello spagnolo nostalgiar. Una volta ha scelto la forma si pentiscano (usata da molti scrittori religiosi, antichi e moderni, e quindi qui la scelta pare intenzionale) per ‘comincino a pentirsi’ (i malfattori) rispetto al più scontato ‘si pentano’.

È recentissimo il ripristino di attimino, che negli anni scorsi imperversava ovunque, nel parlato e nello scritto. Una volta dissi a lezione che proponevo l’ergastolo per chiunque usasse attimino per indicare ‘una quantità minima’, anche al di là dei riferimenti temporali: «questa birra è un attimino calda», «questo spettacolo è un attimino noioso». Naturalmente scherzavo, sollecitavo i miei studenti a non usare la lingua in modo ripetitivo, a non abusare delle frasi fatte. Con il diminutivo ci rivolgiamo ai bambini, a volte in forme zuccherose: la pappina, la manina. In termini più generali, Beppe Severgnini ha osservato che l’abuso del diminutivo spesso cela un’insidia nella lingua di tutti i giorni: manovrina (per le nuove tasse), aiutino (per una raccomandazione), programmino (per l’acquisto di un programma inutile per il computer), seratina (per una gozzoviglia), giochino (per una pratica erotica particolare), ecc.

Torniamo ad attimino. Il 9 novembre, durante l’omelia della messa celebrata alla domus di Santa Marta in Vaticano, Bergoglio ha affermato: «Al momento in cui verrà il Signore, tutto sarà trasformato. In un attimino, tutto. Il mondo, noi, tutto!».

L’agenzia adnkronos ha chiesto il parere di due Accademici della Crusca: non avrà esagerato papa Francesco? «Il termine attimino per la verità sembrava essere passato oramai di moda», precisa Francesco Sabatini. «Lo si usava per indicare una misura di quantità applicata a qualsiasi cosa, come “un vestito dal colore un attimino sgargiante”, “un piatto un attimino piccante”, “un regalo un attimino caro”, anziché legarlo solo a una misura di tempo. Sembrava che la parola avesse concluso il suo ciclo vitale e l’avevamo archiviata risultando non più funzionale se non addirittura fastidiosa nel suo abuso. Ora rinasce nell’espressione del Papa ma usata con un significato proprio, correttamente legata al tempo, anche se appare insolito riferirla alle opere di Dio. Ma qui c'è tutto il linguaggio spontaneo cui ci ha abituato Francesco». E Luca Serianni: «Negli anni scorsi noi linguisti abbiamo fatto un gran parlare del termine attimino perché se ne faceva francamente un abuso, lo si inseriva in ogni discorso, quasi in ogni frase. Oggi mi sembra che si senta dire molto meno e può darsi che ora il Papa rilanci questa parola. In questo caso Francesco ha usato attimino nel senso originario riferito al tempo».

Dunque nulla da ridire, via libera all'attimino di Papa Francesco. Ma attenzione. È futile, anzi sbagliato, intervenire con la matita rossa o blu per censurare le scelte linguistiche del papa non italiano o addirittura per correggere i presunti suoi errori di lingua, spesso invece dovuti a scelte intenzionali, fatte per aumentare l’efficacia della comunicazione.

La tolleranza linguistica non si può estendere all’infinito, deve essere applicata con giudizio. Nella scuola e nell’università i professori debbono sollecitare gli studenti a usare la lingua in modo consapevole, deviazioni dalla norma possono essere consentite solo quando esse siano consapevoli e funzionali. Vanno corrette, invece, se nascono da povertà o inadeguatezza lessicali e da ignoranza dell’italiano. Usiamo in modo adeguato la nostra lingua, ci sono limiti alla creatività individuale. Petaloso può andar bene per mezza volta, non esageriamo.

 

p.s.: Alcuni lettori mi scrivono, fanno osservazioni, pongono domande. Per quanto possibile rispondo ai singoli, ma a volte non ce la faccio. In accordo con «Nuovo Quotidiano» vi proponiamo questo. Scrivete a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . I quesiti più stimolanti e di interesse generale saranno da me commentati su questo giornale.

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Signorine e giovanotti PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Martedì 15 Novembre 2016 19:34

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 13 novembre 2016, p. 10]



Di mestiere faccio il linguista. Anche questa settimana, per la seconda volta di fila, rispondo a domande proposte dai lettori che scrivono al giornale. Ricordo le regole. Verrà sempre rispettata la volontà del mittente indicandone o omettendone il nome, caso per caso. Ma il nome di chi scrive dovrà essere sempre esplicito nella lettera, i messaggi vanno firmati, non si potrà tener conto di scritti anonimi.

Un lettore mi scrive di essere rimasto colpito da quanto visto in televisione il 7 ottobre, durante la trasmissione condotta da Lilli Gruber. Discutevano del prossimo referendum Maria Elena Boschi, ministra per le Riforme Costituzionali e i Rapporti con il Parlamento, e Matteo Salvini, leader della Lega Nord. Il dibattito era piuttosto acceso e spesso da parte di Salvini si facevano allusioni e insinuazioni anche di tipo personale, al punto che la conduttrice Gruber ha rimproverato Salvini: «Eravamo d’accordo che avremmo parlato di referendum». E lui ha replicato: «Lo so, ma avere davanti la Boschi non capita tutti i giorni, ho abusato del ministro». Durante lo scontro verbale il leghista ha detto: «Votare “no” servirà a mandare via la signorina Boschi». «Al giovanotto Salvini – ha ribattuto la ministra – vorrei chiedere se vuole ridurre il numero dei parlamentari e i costi della politica oppure no, se vuole abolire il Cnel oppure no, se vuole velocizzare la burocrazia in questo Paese oppure no». Ecco la domanda del lettore. «L’uso di signorina da parte di Salvini e di giovanotto da parte di Boschi non mi è parso neutro, mi è parso di scorgervi un tono di attacco, forse di irrisione. È così? Eppure quelle parole non sono offensive, fanno parte della lingua corrente e si usano normalmente».

Non entro in questo momento nel merito delle diverse posizioni, favorevoli o contrarie al referendum. Non è materia di questa rubrica, perlomeno non direttamente. Ma il lettore ha ragione, l’uso che è stato fatto in quel contesto dei due termini di cui parliamo non è neutro, sottintende altro. Vediamo perché. Definiamo «appellativi allocutivi» le parole usate per chiamare gli interlocutori in situazioni di dialogo diretto, reale o fittizio, o per richiamare la loro attenzione: caro dottore, egregio signore, ecc. Anche signorina e giovanotto rientrano in questa categoria, ma il loro uso richiede precisazioni.

I vocabolari ci aiutano a capire. Signorina è il titolo con cui di solito ci si rivolge a una donna giovane non sposata: «buon giorno, signorina»; «si accomodi, signorina»; spesso scherzosamente, parlando a bambine: «vogliamo smettere, signorina, di fare i capricci?». Nei contesti formali (non nella conversazione di tutti i giorni, lì le regole possono essere diverse) ormai da oltre un decennio alle donne dopo una certa età (diciamo dopo i diciotto-venti anni) viene dato l’appellativo allocutivo di signora (senza distinguere se si tratti di donna sposata o meno): è un modo di rispettare l’interlocutrice, la si rispetta in quanto persona, non importa la presenza o l’assenza del matrimonio.

In alcune donne molto giovani l’abolizione di signorina suscita qualche perplessità. Se durante una seduta di laurea (è un momento importante, il culmine degli studi universitari) il presidente di seduta o qualche commissario si rivolge alla laureanda con l’appellativo signora, spesso l’interpellata si mostra sorpresa. Non gradisce, alla sua giovane età, essere qualificata come signora. Ma non è mancanza di rispetto, anzi testimonia esattamente il contrario. Basta osservare cosa avviene con i corrispettivi termini maschili. Perché solo nell’appellativo allocutivo femminile deve esiste­re una distinzione basata sul matrimonio, visto che a signore non si con­trappone signorino? Signorino esiste nella lingua italiana ma viene usato in accezione ironica, per indicare un giovane troppo esigente e di gusti difficili, non è un complimento: «il signorino non si accontenta mai, pretende sempre cibi raffinati».

Da molti il nuovo atteggiamento linguistico, quello di rivolgersi alle donne con signora senza chiedersi se si tratti di persona sposata o nubile, è visto come segnale di una parità di genere finalmente raggiunta. Se ne occupa anche la politica, a livelli elevati. Tra le Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua (Presidenza del Consiglio dei Ministri) si rileva l’uso «dissimmetrico di nomi, cognomi e titoli». Ecco l’invito: «Abolire l’uso del titolo signorina, che tende a scomparire ed è dissimmetrico rispetto al signorino per uomo, ormai scomparso e che non è mai stato usato con lo stesso valore».

Una decisione del 2009 del Parlamento Europeo, relativa però solo agli atti legislativi e ai docu­menti interni dello stesso parlamento, contiene linee guida per la neutralità di genere e consiglia di omettere, in riferimento a donne, qualsiasi appellativo relativo allo stato civile, ricorrendo al solo nome e cognome. Il Primo Ministro francese ha abolito il termine mademoiselle dai documenti amministrativi ormai da alcuni anni. Gli spagnoli continuano a usare señorita, ma si interrogano se sia corretto. Se gli inglesi utilizzano Mrs e Miss per indicare le donne sposate e quelle nubili, con Ms cercano invece di introdurre neutralità e di evitare etichette. Infine, in Germania vi è il termine Fräulein (‘signorina’ contrapposto a Frau ‘signora), ma già negli anni ottanta il termine veniva considerato desueto e da evitare. L’uso della lingua richiede attenzione, se vogliamo essere politicamente corretti. Ne abbiamo parlato a luglio, ricordate?

Torniamo al caso iniziale, il dibattito televisivo tra Boschi e Salvini. Quest’ultimo, sottolineando la condizione di giovane donna non sposata della sua interlocutrice, intendeva alludere ad altro: insisteva sulla presunta immaturità e sulla presunta inadeguatezza al ruolo di ministra (senza darsi la pena di dimostrare le sue affermazioni). Bene ha fatto Boschi a replicare con l’appellativo giovanotto ‘maschio celibe, robusto e troppo spigliato’ (dicono così i vocabolari, che come sempre ci aiutano a capire molte cose, al di là dei fatti strettamente linguistici). Fa bene Boschi a difendersi, troppo spesso chi la attacca insiste sui suoi dati anagrafici e sulle sue caratteristiche fisiche, perfino sui dettagli di glutei e seno. Benissimo ha fatto Valerio Onida, ex Presidente della Corte Costituzionale, sostenitore del “no”, ad esprimere la sua solidarietà alla ministra Boschi durante un dibattito televisivo, la sera del 7 novembre. Onida espone idee opposte a quelle della ministra ma lo fa con garbo e razionalità, il politico citato all’inizio di quest’articolo fa allusioni che vorrebbero essere irridenti e sono invece stupide.

Non sto privilegiando le ragioni del “sì” al referendum contro quelle del “no”. Parlo del modo di trattare i temi importanti che ci interessano. Dobbiamo considerare le idee e i fatti, non i pregiudizi.

Una mia amica che segue attentamente la pagina domenicale di «Parole al sole» mi ha chiesto una volta. Dove trovi gli argomenti di cui tratti? La risposta è semplice, come abbiamo appena visto. Gli argomenti vengono dalla vita, basta guardarsi intorno, la lingua ci coinvolge tutti e ci insegna a vivere!



p.s.: Alcuni lettori mi scrivono, fanno osservazioni, pongono domande. Per quanto possibile rispondo ai singoli, ma a volte non ce la faccio. In accordo con «Nuovo Quotidiano» vi proponiamo questo. Scrivete a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . I quesiti più stimolanti e di interesse generale saranno da me commentati su questo giornale.

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Grafia e pronuncia: il semaforo dell'ortografia PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Martedì 08 Novembre 2016 07:27

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 6 novembre 2016, p. 10]

 

Di mestiere faccio il linguista. Questa settimana rispondo a sollecitazioni o domande dei lettori che scrivono al giornale. Non a tutte posso rispondere adesso, ne scelgo una, altre verranno nelle prossime occasioni. Rispetterò sempre la volontà di chi scrive indicando o omettendo, caso per caso, il nome del mittente. Il nome di chi scrive comunque deve essere sempre indicato nella lettera, i messaggi vanno firmati, non si potrà tener conto di scritti anonimi.

Lino Baldi racconta un divertente episodio accaduto molti anni fa a Foggia, dove il padre, ex carabiniere, svolgeva il suo servizio. Nella cappella della caserma, su un altarino, era collocata la statua della protettrice dell'Arma, la vergine «Virgo Fidelis». Un imbianchino, su indicazione del cappellano militare, doveva scrivere sulla parete retrostante la statua mariana la dicitura latina «Ave Maria Gratia Plena». Quando ebbe finito un carabiniere che passò e vide la scritta corse subito a richiamare l'imbianchino esortandolo a modificare il testo perché aveva scritto gratia e non grazia, con «t» e non con «z». Quindi per lui aveva sbagliato. Il raccontino è reale e non c’è in Baldi alcuna voglia di irridere il solerte rappresentante del benemerito corpo dello Stato. Ma serve a introdurre la domanda. Perché si scrive in un modo e si legge in un altro? La questione non vale solo per il latino. Fa altri esempi. Perché in francese si scrive oiseau ‘uccello’ e si legge «uasò»? Perché il nome proprio inglese Philip si pronunzia «Filip»? Chiede, in generale. Cosa è successo alle lingue, perché si scrivono in un modo ma si leggono in un altro?

Cominciamo dal caso più semplice, la pronunzia del latino. Le più antiche documentazioni scritte in quella lingua sono remote, rimontano quasi agli albori della storia di Roma. Nel latino classico il nesso «-ti-» davanti a vocale (è il caso di gratia) veniva pronunziato con la vocale piena, come il «ti-» di tino. Quindi i latini del tempo di Cicerone leggevano come era scritto, con un trisillabo: «gra - ti - a», con «t» e non con «z», proprio come nella grafia; bene aveva scritto quell’imbianchino inconsapevole che il carabiniere intendeva rimproverare (a torto). Poi, con il passare del tempo, tra il II e il III secolo dopo Cristo, la pronunzia comincia a mutare lentamente, i grammatici del tempo avvertono che in «ti» si insinua un sibilus (così scrivono). Stanno mutando le condizioni storiche, Roma non è solida e potente come un tempo, si allenta la sua capacità di dirigere e indirizzare la società multiforme di un impero così vasto, anche la lingua è meno stabile. Passano i decenni. Un grammatico come Cassiodoro († 580-585 ca.), autore di un trattato De orthographia, registra il cambio di pronunzia, «ti» viene ormai pronunziato «zi». I latini dicevano ormai «grazia» (la nuova pronunzia) ma hanno continuato a scrivere nel modo di sempre, scrivevano in un modo e pronunziavano in un altro. La pronunzia di «ti» con «zi» che vige nelle nostre scuole rispecchia il mutamento linguistico; a rigore è corretta per il latino postclassico ed ecclesiastico, ma non corrisponde a quella esatta dell’epoca aurea.

Il fenomeno che abbiamo descritto non vale solo per il caso esaminato, è giusta la domanda del lettore. Un altro esempio. I latini scrivevano Cicero, nelle fasi antiche pronunziavano «Chichero», poi a partire dal III secolo quella pronunzia è stata abbandonata. Nei territori italiani si è pronunziato «Cicero», noi oggi diciamo «Cicerone». In termini generali possiamo affermare che nelle lingue storico-naturali, quelle che gli uomini adottano per comunicare tra loro, non esiste corrispondenza perfetta tra lettere e suoni (tra grafemi e fonemi, si dice in termini tecnici). La pronunzia cambia più o meno velocemente, la grafia si mantiene più stabile, conserva le vecchie abitudini scrittorie (a scrivere si impara a scuola, la scuola di norma si erge a custode delle regole).

La differenza tra grafia e pronunzia ci colpisce particolarmente quando studiamo le lingue straniere. Quale più quale meno, ci appaiono tutte caratterizzate da scarto notevole nel passaggio dal sistema grafico a quello fonetico. Si scrivono in un modo e si leggono in un altro, osserva l’attento lettore.

Vale la spiegazione già data per il latino. Per condizioni storiche e sociali la pronunzia muta, a volte velocemente. La grafia, più conservatrice, muta assai meno.

Il francese attuale corrisponde assai poco al francese antico. Con lo scorrere del tempo molte innovazioni fonetiche provenienti da Parigi si sono diffuse in tutta la Francia, fanno parte della norma del francese, ma la grafia non registra i mutamenti del parlato. Un esempio per tutti. Le classi popolari parigine pronunziavano «oi» come «uà» fin dal XVI secolo, ma questa pronunzia non veniva accettata dal francese ufficiale. Le cose cambiano con la rivoluzione del 1789: le classi popolari (i sans-coulottes) vanno al potere, l’aristocrazia e il clero sono spodestati, i sovrani e molti nobili sono ghigliottinati, ecc. La pronunzia delle classi popolari si impone. Il popolo pronunziava «ruà» la parola roi ‘re’, risultato della evoluzione del lat. regem (non cito i passaggi, non serve per il nostro ragionamento); con la rivoluzione la pronunzia «uà» per le forme scritte con «oi» si generalizza, diventa di tutti. Oggi quella è la pronunzia standard, la grafia continua tradizionalmente ad essere roi. Lingua e società in collegamento, come sempre, così vanno le cose. Ecco la risposta alla domanda iniziale, ecco perché in francese si scrive oiseau ‘uccello’ e si legge «uasò».

Ancora più forte è lo stacco tra grafia e pronunzia nell’inglese, lo sanno bene coloro che cercano di apprendere quella lingua, oggi la più universale. E il fenomeno continua. Uno studio dell’università di York prevede che tra qualche decennio il suono “interdentale” di «th» in mother sparirà dall’inglese, è troppo difficile per i molti stranieri che imparano quella lingua, sarà sostituito forse da un più facile «v», si dirà «muver», anche se si continuerà a scrivere mother. Io non so se quelle previsioni di avvereranno, chi può assicurarlo? Le previsioni in linguistica sono più difficili di quelle in meteorologia (e anche i meteorologi falliscono). Ma so per certo che la grafia di quella lingua resterà relativamente stabile, pur se la pronunzia sarà attraversata da molte novità determinate anche dall’incrociarsi di parlate diverse.

Nel corso della storia ogni lingua evolve secondo linee proprie di svolgimento. Tra le lingue romanze (così si chiamano quelle derivate dal latino), l’italiano è la lingua in cui la grafia meglio si collega alla pronuncia. Un notevole numero di lettere (i linguisti dicono grafemi), 11 su 21, indica stabilmente un sol suono (i linguisti dicono fonema). Il sistema non è rigido, la corrispondenza tra grafema e fonema non è assoluta. Ecco qualche esempio, altri potrei aggiungere. Nello scritto usiamo a volte una sola lettera per due suoni diversi, usiamo indifferentemente per cane e per cena, per gatto e per gelo, per casa (va pronunziato con la sorda) e per paradiso (va pronunziato con la sonora), per zio (va pronunziato con la sorda) e per zero (va pronunziato con la sonora). E altre “imperfezioni” potrei enumerare.

L’architettura del modello scritto oggi in uso viene stabilita nel Cinquecento, pur se oscillazioni e selezione delle diverse possibilità continuano a manifestarsi nei secoli seguenti. La relativa “imperfezione” del nostro alfabeto si spiega con l’evoluzione storica della nostra lingua, con le scelte collettive fatte da chi scrive. Ricordate? Fino a qualche decennio fa il plurale di un aggettivo come vario poteva scriversi varii (con due -ii), varî (con accento circonflesso), vari. Ormai abbiamo scelto, scriviamo solo vari.

In conclusione. Neanche in italiano esiste perfetta corrispondenza tra grafia e pronunzia (pur se nell’italiano lo scarto è assai inferiore rispetto a lingue europee vicine come il francese o l’inglese). Ce ne accorgiamo meno, abituati a scrivere come ci è stato insegnato. Ma facciamo attenzione. Dobbiamo rispettare rigorosamente le regole dello scrivere, non sono tollerabili deviazioni rispetto alla norma grafica corrente, in questo campo non esiste democrazia, non si può agire “ognuno come gli va”. Fabio Marri, che insegna a Bologna, spiega ai suoi studenti che l’ortografia è come un semaforo, a volte appare un po’ noiosa e quasi una perdita di tempo, ma per comunicare efficacemente dobbiamo rispettarne le regole. Vale per la lingua, vale per la società: dobbiamo rispettare le regole.

 

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