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Linguistica
Domande e risposte - (29 gennaio 2017) PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Lunedì 30 Gennaio 2017 17:35

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 29 gennaio 2017, p. 9]

 

Di mestiere faccio il linguista. Da quando questa rubrica appare su «Nuovo Quotidiano» ricevo molte lettere di lettori che segnalano fenomeni singolari o impropri della lingua ascoltati in radio o in televisione, letti sui giornali, in rete e perfino nei libri. O riflettono sull’italiano che essi stessi usano. La cosa mi piace, è bello che gli italiani discutano su «che lingua fa» (come parlano di «che tempo fa»), è segno di appartenenza e di identità: ci interroghiamo sui nostri comportamenti linguistici, se la riflessione diventa un’abitudine la applicheremo a tutte le forme del vivere collettivo, saremo più consapevoli, aumenterà la democrazia. Commentiamo un paio di lettere.

1. Un caro amico, matematico della nostra università, mi scrive. «Mi scuso se torno a scrivere su questioni di lingua. Uso sistematicamente la “i” eufonica: dico e scrivo abitualmente in istrada, in Ispagna, in Isvezia, in ispecie, in Iscozia, in iscuola…. So che a molti, in primo luogo ai miei figli, sembra una maniera antiquata di esprimersi, ma sono stato abituato cosí e a me piace. Tuttavia, vi sono espressioni nelle quali non solo non mi verrebbe in mente di usarla, ma addirittura mi suonerebbe stonata; mi vengono in mente in Statistica (matematica), in spagnolo. Mi domando se ciò accada perché le parole dei primi esempî sono bisillabi, mentre statistica e spagnolo hanno tre sillabe; o è forse questa una regola che mi sono inventato io e che non ha alcun fondamento». Chi scrive è persona discreta, non ama mettersi in mostra, mi chiede di non fare il suo nome, pur se la lettera è firmata. Rispetto la sua volontà.

Il fenomeno descritto si chiama prostesi, indica l’aggiunta di un elemento non etimologico (la i-) all’inizio di una parola che comincia per s- complicata (cioè seguita da un'altra consonante), quando precedono con, in, per o altra parola uscente in consonante. Come negli esempi che abbiamo visto e in altri: per ischerzo, con isdegno, per iscritto, ecc. Serve ad evitare sequenze di suoni non abituali nell’italiano, come [n+str] (in strada), [r+sk] (per scherzo), ecc. La parola italiana prostesi nasce dal latino prosthesi(n), a sua volta dal greco prosthesis ‘aggiunta’: accade spesso, una massa imponente di parole italiane deriva dal latino che a sua volta le ha prese dal greco. Basterebbe questo per giustificare l’insegnamento delle lingue classiche nelle scuole, che non consiste nell’imparare a memoria desinenze e coniugazioni astruse. Ben guidati da professori intelligenti, i ragazzi si abituerebbero a riflettere sulla storia dell’italiano, imparerebbero molte cose su passato e presente, sui rapporti tra civiltà diverse, sulla storia e sulla geografia.

Torniamo a noi. La forma prostesi è connessa con protesi (parola che conosciamo meglio). Il verbo greco è il medesimo, tithénai ‘porre’: cambia il segmento iniziale prós ‘verso’ nel primo caso, pró ‘davanti’ nel secondo. Il fenomeno della prostesi è in declino nell’italiano contemporaneo, sopravvive in alcune locuzioni cristallizzate come per iscritto (frequente nell’italiano burocratico). L’italiano attuale tende a ridurre la gamma delle varianti formali, specie quelle condizionate dal contesto: così tra la forma Ispagna (possibile solo dopo parola che termini per consonante) e Spagna (possibile sempre), la seconda prevale (una specie di selezione naturale delle parole).

Il matematico che ha posto la domanda usa un italiano colto e forbito. Guardate la sua lettera: scrive cosí (con l’accento acuto) e esempî (con l’accento circonflesso). Sono forme corrette, un tempo diffuse, oggi meno usate rispetto a così (con l’accento grave) e a esempi (senza accento). Si possono usare le une e le altre, dipende dai nostri gusti e dalle circostanze. Vale per la lingua come vale, per esempio, per le scelte del vestire. Possiamo vestirci in modi diversi, purché adeguati alle circostanze: nessuno andrebbe a un funerale vestito da pagliaccio. La lingua è variabile, può essere usata in modo diverso a seconda delle situazioni e delle inclinazioni personali. A condizione che non si commettano errori: nessuno può dire o scrivere se io avrebbi saputo, è sempre sbagliato.

2. Il prof. Luigi Pranzo, di Torre Santa Susanna, osserva che nello scritto e nell’orale coesistono frasi come «Il contributo delle famiglie ha continuato a calare...» e «Il contributo delle famiglie è continuato a calare...» e si chiede se siano entrambe accettabili oppure se si debba preferire l’una all’altra. La domanda non è peregrina: le grammatiche, anche le migliori, non danno regole precise che permettano di stabilire a priori quale ausiliare debba essere usato con ciascun verbo intransitivo (è il caso di continuare). Neanche la consultazione dei vocabolari aiuta a risolvere il dubbio. Alcuni indicano solo l’ausiliare essere («la pioggia è continuata per tutta la notte»); altri affermano che “seguito da v. impers. assume valore impers. («ha/è continuato a nevicare tutto il giorno»)”; altri che l’ausiliare cambia a seconda del significato del verbo: ‘durare, non smettere, non cessare’ richiede essere («la pioggia è continuata per tutta la notte »), ‘perseverare, insistere, persistere’ richiede avere («quell’uomo ha continuato con le sue provocazioni»); altri ancora distinguono: si usa avere quando è riferito a persona («quell’uomo ha continuato con le sue provocazioni»), essere o avere quando è riferito a cosa («la battaglia ha continuato / è continuata per ore»). In sostanza, direi che continuare intransitivo ammette l’uso di entrambi gli ausiliari, la coesistenza negli esempi indicati dal prof. Pranzo è consentita. Del resto l’uso oscillante di essere o avere è normale con i verbi che indicano fenomeni metereologici (piovere, nevicare, lampeggiare, tuonare, grandinare, ecc.). Ecco gli esempi: «aveva nevicato tutta la mattina» (Moravia); «la mattina era piovuto» (Cassola) [da Luca Serianni, Grammatica italiana, p. 333]. Qualcuno suggerisce di adottare essere per indicare un’azione momentanea o comunque breve o non specificata nella sua durata («ieri finalmente è piovuto») e invece di usare avere» quando si indica un’azione prolungata («ieri ha piovuto per quattro ore»). Ma non è una regola, è una pedanteria inutile.

Riflettere sui processi in atto nella lingua serve a metterci in guardia dall’uso maldestro o inefficace dell’italiano. Per opporsi a tale fenomeno non servono le lamentele, frequenti nell’opinione comune e a volte rimbalzanti perfino sui media, per l’ “imbarbarimento” a cui la lingua andrebbe oggi incontro. Non ci sono barbari nei nostri confini, ma per diffondere a tutti i livelli l’uso appropriato e ricco dell’italiano è necessario impegnarsi, a partire da scuola e università, che sono fondamentali. E agire concretamente.

Così fanno associazioni meritorie (Accademia della Crusca, Accademia dei Lincei, Società Dante Alighieri, Associazione per la Storia della lingua Italiana), così fanno studiosi di eccezionale levatura intellettuale e di forte impegno civile. Mi limito a due soli nomi, veri punti di riferimento. Tutti i media nazionali (e anche il nostro giornale, due volte, il 6 e il 7 gennaio) hanno ricordato l’opera esemplare di Tullio De Mauro, una vita dedicata all’educazione linguistica. Si impegna sugli stessi temi Francesco Sabatini, presidente onorario dell’Accademia della Crusca, che anche il grande pubblico conosce per la trasmissione televisiva domenicale «Mattina in famiglia». Decenni fa Sabatini ha insegnato nella nostra università, è legato al Salento, vi torna spesso. Sarà nel Liceo Scientifico «Leonardo da Vinci» di Maglie il 1 febbraio (invitato da una bravissima dirigente scolastica, la prof. Annarita Corrado), occasione straordinaria per gli insegnanti e per gli studenti.

 

p.s.: per domande o riflessioni sulla lingua italiana (e sui dialetti) scrivete a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . I temi più stimolanti e di interesse generale saranno commentati su questo giornale.

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Quando la televisione è una buona maestra - (22 gennaio 2017) PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Lunedì 23 Gennaio 2017 17:13

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 22 gennaio 2017, p. 10]


Di mestiere faccio il linguista. La società cambia, entrano in crisi tradizioni, certezze e modelli di vita. Le mutate condizioni di un mondo nel quale emergono fenomeni e sfide mai visti prima si travasano nella lingua: essa pure cambia in collegamento con i nuovi assetti sociali ed economici, mutano i bisogni linguistici dei parlanti e le forme della comunicazione. Tutto questo si riflette nei giornali, nella radio e nella televisione, nella rete e nei social: i mezzi di comunicazione di massa sono davvero lo specchio dei tempi. In questa puntata parliamo di lingua e di televisione.

Partiamo da lontano. Il 15 novembre 1960 andò per la prima volta in onda una trasmissione televisiva della RAI intitolata «Non è mai troppo tardi». Aveva lo scopo di insegnare a leggere e a scrivere agli italiani adulti che non ne erano capaci, si rivolgeva agli analfabeti. Ecco spiegato il titolo: non è mai troppo tardi per sconfiggere l’analfabetismo. La trasmissione ebbe successo. Divenne un appuntamento quasi quotidiano, dal lunedì al venerdì, nel tardo pomeriggio per permettere a chi lavorava durante il giorno di potervi assistere. Così per anni, per 484 puntate, fino alla chiusura, che avvenne il 10 maggio 1968. Il programma, organizzato con il sostegno del Ministero della Pubblica Istruzione, era condotto dal maestro Alberto Manzi, un signore gentile, mai supponente. Autentiche lezioni a distanza, rivolte a una classe sterminata di adulti analfabeti sparsi in tutt’Italia. Con tecniche di insegnamento moderne, filmati, supporti audio, dimostrazioni pratiche; il maestro Manzi commentava e spiegava tutto, mentre con il carboncino su una lavagna a grandi fogli tracciava parole e frasi, disegnava schizzi e bozzetti. In rete si trova facilmente qualche foto o video del programma e del suo affabile conduttore; alcuni ricorderanno anche il volto dell’attore Claudio Santamaria, protagonista di una recente (2014) piccola (due puntate) serie di Rai1 dedicata a «Non è mai troppo tardi» e alla vita del maestro Manzi.

La trasmissione ebbe un importante ruolo sociale ed educativo. Secondo alcuni calcoli, grazie a quelle lezioni a distanza quasi un milione e mezzo di persone arrivò a conseguire la licenza elementare. Se anche il numero fosse inferiore (come crede Aldo Grasso del «Corriere della Sera»), è certo che attraverso la televisione centinaia di migliaia di persone furono sottratte, anche imperfettamente, alla terribile prigione dell’analfabetismo e poterono accostarsi per la prima volta nella loro vita all’italiano scritto, apporre la propria firma, mettere per iscritto i propri pensieri e i propri sentimenti, leggere un libro o un giornale. L’insegnamento della lingua italiana diede un contributo formidabile all’unificazione culturale della nazione.

In quegli anni l’Italia, da poco uscita dalla seconda guerra mondiale, era caratterizzata da bassa scolarità e analfabetismo. Sono gli anni dell’abbandono delle campagne, dell’industrializzazione, del miracolo economico, delle migrazioni di massa dal sud al nord: i contadini meridionali, che parlavano solo dialetto, con le valigie di cartone si trasferivano al nord, diventavano operai e imparavano un po’ di italiano zoppicante. I film raccontano la storia di quel periodo, a volte in maniera efficace come i saggi scientifici. Paisà di Roberto Rossellini (1946) mette in scena italiano, lingue straniere e dialetti con alto grado di realismo: «cheste è ’a chiave ’e casa» «che vòi, che vai cercando?» «me frate e me patre sono fore da quattro juorne»; Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti (1960), ispirato al romanzo Il ponte della Ghisolfa di Giovanni Testori, racconta il dramma esistenziale di una famiglia lucana emigrata a Milano. Lo ripeto spesso ai miei studenti. Se si sa scegliere, se si sa riflettere, anche i film possono insegnare molte cose, come i libri. Ma bisogna usar bene il cervello, è decisiva la qualità della scelta, in giro ci sono cose ottime e cose pessime. Così va la vita.

Passano gli anni, aumenta la scolarizzazione. Il 31 dicembre 1962 viene approvata la legge che istituisce la scuola media unificata e sancisce l’obbligatorietà della scuola per almeno 8 anni (anche se rimane alta la dispersione, soprattutto al sud). Un bel libro di Tullio De Mauro (il grandissimo studioso appena scomparso, cfr. «Nuovo Quotidiano» del 6 e del 7 gennaio), La storia linguistica dell’Italia repubblicana dal 1946 ai nostri giorni, spiega queste cose e dà molti dati, chi vuol saperne di più lo legga.

Col tempo ci sono sempre meno analfabeti, per fortuna. Una trasmissione come «Non è mai troppo tardi» alla fine degli anni sessanta non ha più senso, non avrebbe spettatori. Ed ecco allora che nasce un nuovo progetto adeguato ai tempi: tra il 1985 e il 1988, e poi tra il 2002 e il 2003, va in onda «Parola mia», gioco televisivo sulla lingua italiana condotto da Luciano Rispoli (morto di recente, il 26 ottobre 2016) e arbitrato da Gian Luigi Beccaria, Accademico della Crusca e dei Lincei. Protagonisti erano ragazzi delle scuole medie superiori, quindi con un buon bagaglio culturale e un buon possesso della lingua italiana. Nel programma si giocava con la lingua italiana. Tre rubriche: Conoscere l'italiano, Usare l'italiano, Amare l’italiano. Uno dei migliori quiz culturali prodotto dalla Rai, immagine di una televisione intelligente e garbata, dove i protagonisti erano sintassi, grammatica, neologismi, figure retoriche, parole difficili. I concorrenti dovevano cimentarsi in scrittura di brevi testi su un tema dato e nella realizzazione di slogan, rispondere a quesiti sulla provenienza di alcuni termini italiani o sul loro significato. Il premio finale non consisteva in soldi ma esclusivamente in libri, assegnati al concorrente che redigeva il miglior testo.

E veniamo ai nostri giorni. Per fortuna l’italiano non è più una lingua sconosciuta agli italiani, quasi tutti sanno leggere e scrivere, dal 2007 l’obbligo scolastico garantisce ai giovani 10 anni di istruzione. Siamo nella fascia alta dei paesi che più puntano sull’istruzione, la media mondiale è di 7 anni e 8 mesi. Ormai 60 milioni di italiani parlano e scrivono l’italiano, lo usano correntemente nelle più diverse situazioni comunicative. Ma sorgono altri problemi, problemi di qualità. Siamo incerti sull’uso della lingua, non conosciamo il significato di molte parole, se leggiamo un articolo di giornale spesso non ne capiamo a fondo il significato.

La televisione si adegua alla nuova situazione, nel 2008-2009 nasce «Mattina in famiglia» (RAI1), con Tiberio Timperi e conduttrici varie. Ogni domenica mattina Francesco Sabatini, presidente emerito dell’Accademia della Crusca, con Pronto soccorso linguistico «risponde a curiosità e risolve i dubbi degli ascoltatori sulla lingua italiana». Ecco i temi trattati domenica 15 gennaio 2017. È corretto scrivere (con accento) per faccio? Come si spiega l’abuso di ne pleonastico in frasi come «Di questo ne parleremo dopo»? Si deve dire: «15 calci d’angoli» o «15 calci d’angolo»? Quale è l’origine delle frasi fatte che tanto spesso ricorrono nella nostra lingua: «mettere il carro davanti ai buoi», «tagliare la testa al toro», «essere tra l’incudine e il martello» ?

Per concludere. Nella loro diversa impostazione, le trasmissioni rispecchiano il mutare nel tempo delle condizioni linguistiche d’Italia. Negli anni sessanta molti italiani erano analfabeti. Oggi quasi tutti conosciamo e usiamo l’italiano, la sfida è usarlo in modo ricco e appropriato. La partita si gioca soprattutto nella scuola, la televisione è importantissima ma non basta. Ne riparleremo.

 


p.s.: Alcuni lettori mi scrivono, fanno osservazioni, pongono domande. Per quanto possibile rispondo ai singoli, ma a volte non ce la faccio. In accordo con «Nuovo Quotidiano» vi proponiamo questo. Scrivete a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . I quesiti più stimolanti e di interesse generale saranno da me commentati su questo giornale.

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Un pezzo di storia (linguistica) salentina PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Domenica 15 Gennaio 2017 17:48

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di domenica 15 gennaio 2017, p. 9]

 

Di mestiere faccio il linguista. Oggi racconto un pezzo di storia (linguistica) salentina.

Nell’ultimo decennio del sec. XIV Sabatino Russo, un mercante ebreo di Lecce (più volte si autodefinisce «judio de Leze»), organizza con il veneziano Biagio Dolfin una società per commerciare in Levante. Dopo un avvio favorevole, il rapporto va male perché una nave carica di frumento, di formaggio e di carne salata destinati a essere venduti viene assaltata dai predoni: si trovava «intru lu portu di Nyrdò» (verosimilmente l’odierna Santa Maria al Bagno, o forse Santa Caterina), salpa per rifugiarsi a Taranto (luogo più sicuro, il Mar Piccolo si difende meglio), viene raggiunta dagli assalitori perché «mancò lu ventu e ffo bynaza» (‘mancò il vento e fu bonaccia’), viene depredata, con conseguente perdita dell’intero carico (e quindi delle somme investite). Questi fatti vengono riferiti dallo stesso Sabatino Russo in cinque lettere, verosimilmente autografe, indirizzate a Biagio Dolfin in Venezia, nel periodo compreso tra il 7 maggio 1392 e il 18 ottobre 1403. Ma forse le cose non andarono proprio così. Sulla verità delle affermazioni del Russo insinua pesantissimi dubbi una sesta lettera di un altro scrivente salentino, Mosè de Meli (anch’egli ebreo, a giudicare dal nome), il quale rivela al veneziano Dolfin come in realtà il Russo l’abbia truffato, fingendo che ci sia stato il furto della merce e appropriandosi invece dei denari della compagnia.

Non sapremo mai come sono effettivamente andate le cose tanti secoli addietro, non esiste altra documentazione, oltre alle lettere di Sabatino Russo e di Mosè de Meli conservate nell’Archivio di Stato di Venezia. Nulla che ci aiuti a capire si trova a Lecce e in Salento, questa è una costante della nostra storia: pochissime sono le memorie scritte o i documenti rimasti in sede, moltissimo è andato disperso o distrutto. Quello che si è salvato si deve, paradossalmente, al fatto che sia stato portato o trafugato altrove, dove altri hanno saputo custodire e conservare quello che questa terra ha trascurato. Conclusione. La storia linguistica e culturale del Salento medievale non si può fare in loco, i documenti salentini da leggere e da studiare si trovano altrove, nella Biblioteca Apostolica Vaticana, nella Biblioteca Laurenziana di Firenze, nella Biblioteca Comunale “Augusta” di Perugia, nella Biblioteca Ambrosiana di Milano, nella Bibliothèque Nationale de France a Parigi, o ancora più lontano.

In un’altra occasione spiegherò come questo sia accaduto: capire alcuni frammenti del passato serve a illuminare il presente, molto spesso la storia si ripete. Con questi presupposti potremmo chiederci se davvero oggi salvaguardiamo in maniera adeguata tradizioni, cultura e ambiente del Salento, di cui a parole meniamo vanto. Di questo vorrei che parlassero quelli che si candidano ad amministrare la città, ma non trovo nulla di concreto nei programmi dei possibili candidati. A proposito: sapranno esprimere candidati credibili ed efficienti i gruppi dirigenti delle parti in campo? Terranno alla larga arrivisti e imbroglioni? Non serve questo, più d’ogni cosa, alla città?

Torniamo ai nostri ebrei salentini dei secoli scorsi da cui siamo partiti. La storia dei gruppi di lingua ebraica stanziati in Salento si interseca di continuo con quella della popolazione locale e costituisce un fenomeno affascinante di convivenza, a volte non violenta a volte intollerante, di etnie diverse. Fin dall’alto Medio Evo (e anzi già da epoca tardo-latina), una fitta rete di insediamenti ebraici si dirama in tutto il Mezzogiorno e particolarmente in Puglia, terra che rappresenta un vero fulcro della vita culturale e religiosa degli ebrei italiani. Nelle città pugliesi si esercita l’attività di grandi scuole talmudiche, si costituiscono importanti biblioteche, si scrivono opere cronachistiche e storiografiche, filosofiche, e nasce una poesia religiosa poco nota ma non indegna, dove affiora anche qualche personalità di un certo interesse. Alla fine del sec. XIII, sotto il governo degli Angioini, l’etnia ebraica viene sottoposta a persecuzione violenta. Il fatto determina la crisi di questo fiorente mondo culturale, in parte arginata nella seconda metà del Quattrocento, sotto il più tollerante dominio degli Aragonesi: al recupero del prestigio economico-sociale di tali comunità si accompagna una ripresa della produzione scrittoria. Proprio in questo campo si segnala la figura del facoltoso leccese Abraham de Balmes, nel 1452 medico del principe Giovanni Antonio del Balzo Orsini (quello della Torre del Parco, per capirci), successivamente nelle grazie degli Aragonesi intorno al 1470 e morto nel 1488-89. Quasi sicuramente il personaggio va identificato in quel maestro Habraam medico leccese di cui il francescano Roberto Caracciolo (1425-1495), uno dei più grandi predicatori del Quattrocento, amico di sovrani e di principesse, parla con tono greve in uno dei suoi accessi di polemica antiebraica contenuto in una sua opera teologica, lo Specchio della fede (1490). In questo scritto il Caracciolo insiste ripetutamente su temi antisemiti, e tra gli altri racconta il seguente episodio: «Ho provato io peccatore quanto puzano gli Iudei in due exempli. E lo primo exemplo fu trovandomi in Lezze: una donna Iudea mogliere di maestro Habraam medico, mi mandò a donare certe galline ben grasse, le quali io feci stare alcuni giorni e governarle bene, poi le volse mangiare. Quando furono poste in tavola mi venne tanto fetore che bisognò che le facesse portare via [...]». Considerate l’apologo. Gli ebrei, che non conoscono la vera fede, puzzano, addirittura puzzano le galline da loro donate: vanno insieme puzzo metaforico (la falsa fede) e puzzo reale (i corpi di uomini e di animali), tanto più repellenti se si pensa al profumo che si diffonde dal corpo incorrotto dei santi, anche dopo la morte.

Caracciolo faceva a suo modo il suo mestiere, si proponeva di difendere la fede cattolica denigrando volgarmente gli ebrei: non è un metodo elegante, ma ci siamo abituati. Nella vita reale, per interi secoli, gli ebrei hanno ricoperto a Lecce ruoli importanti nel contesto della vita cittadina, ce lo ricorda anche la toponomastica: via Abramo Balmes, via della Sinagoga, nell’area dell’antico ghetto ebraico ammiriamo ora la grandiosa basilica cattolica di Santa Croce. A un passo da Santa Croce sorge (e in parte s’interra) Palazzo Taurino, un bel museo che raccoglie le testimonianze della presenza ebraica in Salento, a partire dalle fasi remote.

Il museo è privato. Un gruppo di amici ha creato un allestimento permanente in grado di riportare alla luce le tracce dell’antico insediamento ebraico presente nella Lecce medievale; si è avvalso della collaborazione di esperti, in particolare di Fabrizio Lelli, che insegna Lingua e letteratura ebraica presso l’Università del Salento. I locali del museo sono quelli della antica Sinagoga. Il percorso del visitatore attraversa la sala delle vasche, la sala ipogea dei bagni, la sala del granaio, l’area dei laboratori; efficaci pannelli illustrativi bilingui in italiano e in inglese richiamano personaggi, testi, usanze, riti del popolo ebraico. In una sala in fondo, un video è dedicato alle vicende più recenti: alla fine della seconda guerra mondiale molti ebrei che si erano rifugiati in Salento coronarono il loro sogno, riuscirono a raggiungere il neonato stato d’Israele.

Ho consultato rapidamente un registro esposto al pubblico per raccogliere le firme e i commenti dei visitatori del museo. Molti stranieri, pochi italiani, ancor meno salentini e leccesi. Peccato, si può fare di più. La visita è interessante, mostra un pezzo semisconosciuto del nostro passato che è giusto conoscere. Per fortuna non sono poche le scuole che scelgono di visitare il museo, con l’aiuto dei responsabili del museo docenti illuminati guidano i ragazzi, spiegano, rispondono alle domande. Queste sì che sono gite d’istruzione.

 

p.s.: Alcuni lettori mi scrivono, fanno osservazioni, pongono domande. Per quanto possibile rispondo ai singoli, ma a volte non ce la faccio. In accordo con «Nuovo Quotidiano» vi proponiamo questo. Scrivete a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . I quesiti più stimolanti e di interesse generale saranno da me commentati su questo giornale.

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I paradossi delle parole - (18 dicembre 2016) PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Lunedì 19 Dicembre 2016 09:18

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di domenica 18 dicembre 2016, p. 10]

 

Di mestiere faccio il linguista. Anche questa settimana parliamo di parole che ricorrono spesso nelle cronache: vediamone usi, significati e implicazioni.

1: cattiveria, cattivo. Sul «Corriere della Sera» di alcuni giorni fa, nella sezione dedicata al calcio, un intero paginone riporta un’intervista a Dzeko, il centravanti della Roma che quest’anno segna e convince, per la gioia dei tifosi romanisti e per la disperazione degli avversari. Negli anni precedenti Dzeko, pagato non so quanti milioni di euro, ha un po’ deluso, quest’anno invece gioca meravigliosamente. Il titolo recita: «Io cattivo? Mai». Leggendo l’intervista il senso del titolo si precisa. Domanda l’intervistatore: «Spalletti [l’allenatore della squadra] le fa i complimenti ma batte sempre su un tasto: vuole da lei più cattiveria. I tifosi si innamorano più dei bad boys alla Ibra [Ibrahimović, calciatore svedese che ha giocato anche in Olanda, in Italia, in Francia e ora gioca in Inghilterra. Nel 2016 guadagna 11.44 milioni di euro di stipendio, sponsorizzazioni e pubblicità escluse] che dei buoni. Ma si può essere bravi nella vita e cattivi in campo?». Ed ecco la risposta di Dzeko: «Bisogna capire che cosa vuol dire essere cattivo. Se sbaglio due occasioni è perché non sono cattivo? Sbaglio perché sono buono? Per me cattivo significa che devi sfruttare tutte le occasioni che hai, che ti devi concentrare di più. E io mi impegno per farlo. Ma non posso cambiare a 30 anni. Sono fatto così. Sono nato cosi».

Osservate il paradosso. Il malcapitato Dzeko deve giustificarsi per essere buono, viene invitato ad essere cattivo. La positività risiede nella cattiveria, negativa è la bontà. Ma i vocabolari della nostra lingua affermano il contrario. Ecco le definizioni: cattivo ‘contrario alla legge morale; moralmente riprovevole o pericoloso; che ha tendenza a compiere il male; malvagio, disonesto’. E buono ‘che tende al bene; onesto; moralmente positivo’. Il rovesciamento dei valori non è solo nell’articolo che ho citato, ricorre spesso. Ecco un’altra frase, pure desunta dalle pagine sportive dei quotidiani. «Per battere la Juve dobbiamo essere più cattivi contro le squadre piccole» proclama Totti, il celebratissimo capitano della Roma. E dunque cattiveria nel mondo del calcio è una qualità, se vuoi emergere devi dimostrare di possederla. Figuriamoci i valori che vengono inculcati ai giovanissimi aspiranti calciatori che frequentano le scuole di calcio! Quale modello di cittadino viene loro proposto?

Intendiamoci. Il calcio mi piace, è un gioco bellissimo, richiede sacrificio, spirito di squadra, capacità di cooperare. Ci sono i campioni grandissimi, quelli che segnano le epoche e rifulgono nell’immaginario di molti. Ma in questo sport è fondamentale il gruppo, la solidarietà, l’intesa collettiva, insomma le doti che fanno difetto a noi italiani, individualisti fino all’autolesionismo. Il calcio mi piace e sono in buona compagnia. Saba ha scritto una poesia che molti conoscono, anche a memoria: «Il portiere caduto alla difesa / ultima vana, contro terra cela / la faccia a non veder l’amara luce …». Pasolini dichiarava una passione illimitata per il calcio, lo assimilava a un vero e proprio linguaggio, con poeti e prosatori. Ricordava: «I pomeriggi che ho passato a giocare a pallone sui Prati di Caprara […] sono stati indubbiamente i più belli della mia vita. Mi viene quasi un nodo alla gola, se ci penso».

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Le parole della violenza - (11 dicembre 2016) PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Lunedì 12 Dicembre 2016 12:23

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 11 dicembre 2016, p. 10]

 

Di mestiere faccio il linguista. Anche questa settimana traggo spunto da fatti di cronaca. Mi servono per discutere delle parole che usiamo correntemente; e per riflettere sulle implicazioni collegate agli usi della lingua, parole e comportamenti vanno insieme.

1: stalker, stalking.  Pochi giorni fa, il 1° dicembre, ero in macchina: ascoltavo la radio un po’ distrattamente, guidavo e seguivo il flusso dei miei pensieri. All’improvviso qualcosa attrae la mia attenzione. Un po’ confusamente,  capto: «Per la prima volta … a Ferrara … stalking di quartiere». Ho perso il comunicato intero e quindi la notizia resta per me indecifrabile. Né ho mai sentito l’espressione «stalking di quartiere», non capisco bene cosa significhi. Appena a casa consulto il vocabolario, ecco la definizione di  stalking: ‘azione di chi molesta ossessivamente una persona con pedinamenti, appostamenti, telefonate o intrusioni nella vita privata’. Qualche rigo sopra c’è anche stalker: ‘individuo affetto da un disturbo della personalità che lo spinge a perseguitare ossessivamente un’altra persona con minacce, pedinamenti, molestie e attenzioni indesiderate’ .

L’uso di questi  termini (come di altre forme inglesi) provoca a volte  reazioni, lo vedo dalle lettere che ricevo: ad alcuni appaiono “fastidiosi”,  troppi gli anglicismi inutili in ambito giuridico, economico, tecnico, politico, “insopportabili” nella lingua di tutti i giorni. Vorremmo che le parole risultassero comprensibili a tutti, addetti ai lavori e singoli cittadini. Inoltre nella notizia che ho ascoltato per radio è una novità il riferimento al quartiere, non più ad una singola persona (come invece indica il vocabolario).

Voglio saperne di più, cerco in rete, trovo. Più o meno si tratta di questo. Una famiglia, marito, moglie e figlio minorenne, da vari mesi ha messo sotto tiro non una persona ma gli abitanti di un’intera strada, via Rambaldi a Ferrara. Condotte moleste che si manifestano con offese ripetute, ingiurie accompagnate da gesti sessuali, maltrattamenti di animali. E poi disturbo della quiete pubblica, rumori e urla, radio accesa per ore con musica ad altissimo volume, con la radio collocata all’interno di un contenitore metallico per amplificare i decibel, rendendo la vita insopportabile all’intero vicinato. E ancora frasi sconclusionate, offensive, brutali, minacce di morte: «Di qui non passi, verrà il momento in cui non passerai più» e «chiama tuo nonno finché sei in tempo...ti ammazzerò».

I vessati si ribellano, denunziano, depositano un esposto in procura. Dopo mesi di verifiche e accertamenti da parte di carabinieri, polizia, polizia municipale, la procura chiude l’indagine e formula l’atto d’accusa: «stalking di quartiere». Neologismo linguistico, credo anche concetto nuovo dal punto di vista giuridico, gli avvocati mi aiutino. Non posso prevedere se nel codice penale entrerà un nuovo specifico reato. Mi chiedo con quali parole verrà indicato, se entrerà. Faccio una semplice ricerca in rete. La parola stalking ricorre circa 257.000 volte nei siti italiani, stalker vi ricorre di più, 1.030.000 volte. Dunque sono parole diffuse nella nostra lingua, verosimilmente ben note a una buona percentuale, forse alla maggioranza, degli italiani.

Ciononostante faccio una modesta proposta operativa. Usiamo un lessico trasparente per tutti, invece delle parole inglesi indichiamo i corrispettivi lessicali della nostra lingua, diamo al reato e a chi lo commette nomi italiani: persecuzione e persecutore sono efficaci (come mi suggerisce Nando Boero, che spesso scrive sul nostro giornale). Tutti capiscono persecuzione, rivolta a una singola persona o un intero quartiere, in qualsiasi modo e con qualsiasi mezzo attuata. La parola ha più valore, fa comprendere appieno la brutalità del reato e la bestialità del persecutore che commette il crimine.

2. bullo, bullismo. Eccone i significati: bullo ‘giovane prepotente e spavaldo; teppista’; bullismo ‘comportamento di chi cerca di imporsi con atteggiamenti prevaricatori o di sopraffazione’.

Queste due parole non sono inglesi, rispetto al caso precedente la situazione è diversa per quanto riguarda la forma. Ma vi si avvicina per il significato, anche questa coppia richiama comportamenti aggressivi e violenti, certo non esprime positività. Sorge naturale la domanda. Come è possibile che i protagonisti di atti di bullismo spesso mettano spontaneamente in rete video che ritraggono le loro gesta? Non dovrebbero, semmai, vergognarsene, perché l’esibizione?

Chi ha un carattere forte, capace di imporre il proprio potere e di dominare nelle relazioni interpersonali, si colloca in una posizione di superiorità rispetto ai compagni del proprio gruppo e agli altri studenti della scuola. La rete amplifica questa condizione, estende la fama del bullo ben oltre l’ambiente scolastico, ne fa un personaggio vincente. Inversione dei valori. Esibizionismo allo stato puro.

L’uso asfissiante e pervasivo della rete domina le nostre vite. Umberto Eco fece notare che i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar o all’osteria dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli. Tutti parlano di tutto, sentenziano la verità. Che è solo dichiarata, quasi mai argomentata o provata. Si spiega così il successo straordinario di twitter, piattaforma che fornisce agli utenti una pagina personale aggiornabile tramite messaggi di testo con lunghezza massima di 140 caratteri. Tutto condensato in un cinguettio, questa sì che è filosofia, altro che Aristotele o Kant che impegnarono l’intera vita per scrivere libri!

Ma c’è di più, non è solo questione di superficialità. È inarrestabile l’abitudine di mettere in rete sé stessi, in continuazione. Pensieri o riflessioni di una qualche importanza, pochissimi. Un po’ più frequenti dichiarazioni personali, che riguardano la propria vita e che non dovrebbero interessare nessuno: «ho sentito una bella canzone», «ho fatto una passeggiata», fino a «ho mangiato un panino» o «mi sono lavato i denti».  Soprattutto foto, con variazione maniacale,  in un continuo bisogno di attrarre l’attenzione altrui: in posa atletica, in posa riflessiva, in posa provocante, in posa ammiccante, con pochi vestiti. Il fenomeno non riguarda solo i più giovani, i cosiddetti nativi digitali, attraversa le generazioni e le classi sociali. Esibizionismo allo stato puro.

Mi ha colpito un fatto recente, ne hanno parlato i giornali ai primi di dicembre. A Bologna,  una ragazza di nome Jenni Galloni, 25 anni, incinta di 4 mesi, muore in circostanze ancora da chiarire. La ragazza era di Bari, ma risiedeva da anni a Bologna e così, a quanto pare, sua madre. Dopo la morte della figlia, la madre posta sul profilo Facebook di Jenni la foto del cadavere (un corpo freddo, senza più vita, non composto, esibito con indosso solo gli indumenti intimi, il ventre appena rigonfio, un’immagine angosciante) accompagnata da parole terribili. La madre definisce «gente di merda» gli amici della figlia morta, aggiungendo: «ora non la potete più toccare con le vostre sporche mani, con le vostre false parole, con i vostri plagi…non la potete più invitare a far festa ai rave».

Nessuno può giudicare il gesto di una madre affranta dal dolore, non è questo il punto. Ma una barriera è stata infranta, un’altra frontiera è stata superata, il dolore si sfoga in una piazza digitale, una madre affida alla rete il rancore per le persone che ritiene moralmente responsabili della morte della figlia e elabora sui social il proprio lutto.

Esiste una bussola che possa orientare i nostri comportamenti in una società così frammentata? Nessuno vuole arrestare il progresso, la rete esiste. Ma bisognerà pure trovare delle regole. Abbiamo strumenti – Facebook, i social network – che permettono di rendere pubblica qualsiasi cosa, dalla più bella alla più atroce, di divulgare senza alcun limite fatti un tempo confinati nella sfera della propria persona, della cerchia parentale o amicale, della piccola comunità.

Non invoco interventi legislativi. Invoco di tornare a chiamare le cose con il loro nome. Lo stalking è persecuzione, il bullismo è prevaricazione e non c’è niente di cui vantarsi. I fatti personali sono fatti personali e tali debbono restare.

Atteniamoci a queste regole, rispettiamo la lingua e i comportamenti che questa suggerisce.

 

p.s.: Alcuni lettori mi scrivono, fanno osservazioni, pongono domande. Per quanto possibile rispondo ai singoli, ma a volte non ce la faccio. In accordo con «Nuovo Quotidiano» vi proponiamo questo. Scrivete a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . I quesiti più stimolanti e di interesse generale saranno da me commentati su questo giornale.

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