Programma di Dicembre
UNIVERSITA' POPOLARE ALDO VALLONE GALATINA Lunedì 2 dicembre, sala Contaldo, ore 18,00: prof. Vincenzo Mello, Myflor e Flormart 2019: Orto-Floro-Vivaismo internazionale. Venerdì 6 dicembre, sala... Leggi tutto...
Programma di Novembre
UNIVERSITA' POPOLARE ALDO VALLONE GALATINA Martedì 5 Novembre, ore 17,45 sala Contaldo : cineforum Belle. La ragazza del dipinto, a cura di Roberta Lisi   Giovedì 7 novembre, ore 17, Lecce,... Leggi tutto...
Si ricomincia...
Dopo la pausa estiva, interrotta dall'Open Day che come sempre ci ha permesso di incontrarci e presentare le nostre attività ad amici e soci vecchi e nuovi, il nostro anno accademico 2019-20 ha... Leggi tutto...
Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
A causa dell'assenza di soci e membri del Consiglio Direttivo nella data precedentemente indicata, l'Assemblea dei soci programmata per il 1° marzo è stata rimandata a giovedì 7 marzo alle ore 18,... Leggi tutto...
"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
La scelta di riservare il primo lunedì di ogni mese al nostro cineforum ci permette di cominciare il 2019 con La signora dello zoo di Varsavia: la scelta di Roberta Lisi, alla quale dobbiamo il... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
Ecologia


Il senso di responsabilità nel fare meno figli - (12 giugno 2016) PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Mercoledì 15 Giugno 2016 11:15

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” del 12 giugno 2016]

 

E così la popolazione italiana ha smesso di crescere, per la prima volta dal 1917, l’anno di Caporetto. E tutti sono preoccupati. Domanda: ma quale potrebbe essere la popolazione ideale per il nostro territorio? Ottanta milioni? O cento? Ma se dovessimo arrivare a cento, poi ci fermeremmo? O continueremmo a crescere? E quindi diventeremmo centocinquanta, e poi duecento milioni? Perché i casi sono tre: o si continua a crescere, e si arriva a questi numeri, o ci si ferma, o si diminuisce. Se diminuire o anche solo fermarsi di crescere è negativo, è ovvio che si pensa che sia giusto continuare a crescere all’infinito. La crescita infinita degli economisti è condivisa anche dai demografi. Posso dirlo? E’ una castroneria pazzesca. In passato si moriva prima, e ora viviamo a lungo. In passato il tasso di analfabetismo era altissimo, e ora siamo molto più acculturati. I paesi che fanno tanti figli di solito sono poverissimi. Se si raggiungono livelli sociali alti, e le donne lavorano, è ovvio che si facciano meno figli. L’istruzione alle donne è l’anticoncezionale più efficace e, nel nostro paese, funziona perfettamente.

Abbiamo un tasso di disoccupazione giovanile spaventoso. Ma si chiede che si mettano al mondo sempre più giovani. Forse si pensa che se ce ne fossero di più allora ci sarebbe lavoro per più giovani? Si dice che sono i giovani a sostenere gli anziani, con i loro contributi. Intanto sono gli anziani che mantengono i giovani, con le loro pensioni. I giovani sono precari e non sanno se avranno mai una pensione. In questa situazione sarebbe semplicemente irresponsabile mettere al mondo dei figli. E, se si hanno gli strumenti culturali per non farlo, si rimanda il momento della riproduzione e ci si limita nel numero di figli.

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Il leone e la gazzella - (10 maggio 2016) PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Martedì 10 Maggio 2016 10:41

 

["Il Secolo XIX" di martedì 10 maggio 2016]


Nei primi documentari di Walt Disney il leone non prende mai la gazzella. La scena sarebbe troppo truce. Quando si scoprì che gli scimpanzé uccidono altre scimmie per mangiarle, molti rimasero male. Il panda ha un intestino da carnivoro e forse la scelta di mangiare bambù lo porterà all’estinzione, a causa della scarsa digeribilità del suo attuale alimento. La nostra biologia prevede una dieta mista di origine animale e vegetale, questa natura ha sviluppato una cultura, quella dei cacciatori e raccoglitori. E ancora ci sono centinaia di migliaia di onesti cittadini di sani principi che si divertono a uccidere animali selvatici. A volte li allevano, li liberano, e poi li prendono all’amo, o a fucilate. Quando prendiamo un pesce lo lasciamo morire sulla coperta della barca, soffocato dall’aria come noi saremmo soffocati dall’acqua. Siamo contenti se si muove ancora, quando lo compriamo. Per la sopravvivenza, comunque, deleghiamo agli allevatori il lavoro che una volta era dei cacciatori. Sappiamo come sono tenuti gli animali negli allevamenti industriali, cosa succede alle galline da uova, non parliamo di quel che si combina alle anatre per fare il fois gras. Solo che non avviene sotto i nostri occhi. I vegetariani non sono da meno. Con l’agricoltura miriamo a che cresca solo una specie. Il resto viene sterminato con insetticidi e erbicidi.
Ora, due rom hanno scannato un capretto, praticamente in pubblico. Un sacrificio, come quelli descritti nella Bibbia. A Pasqua mangiamo capretto in memoria di quel sacrificio. Solo che lo facciamo fare ad altri. Loro no, lo hanno fatto sotto gli occhi di tutti. Prima sono stati condannati, poi sono stati assolti perché la crudeltà verso gli animali è giustificabile per motivi religiosi. Non voglio commentare le decisioni dei giudici. Siamo biologicamente carnivori e dobbiamo uccidere altri animali. Non siamo mangiatori di carogne, come gli avvoltoi, che mangiano animali morti o uccisi da altri. Noi facciamo il “lavoro sporco”: li prendiamo, li uccidiamo e li dividiamo all’interno del gruppo. Ora lo facciamo industrialmente. Forse quel capretto dei rom ha fatto una vita più felice degli animali allevati industrialmente. E la sua morte è durata qualche secondo in più. Quanto basta per assolverci dalle nostre colpe di carnivori additando le colpe di altri carnivori. Forse potremo diventare come i panda e, pur avendo una biologia da carnivori, potremmo passare a una dieta vegetariana. I panda, occorre ricordarlo, sono una specie a forte pericolo di estinzione. Detto questo, ipocritamente, preferirei che certe scene non avvenissero sotto gli occhi di chi potrebbe riceverne una situazione sgradevole. I film porno mostrano quel che avviene spessissimo nelle camere da letto di persone normalissime. Uccidere animali e mostrarlo pubblicamente è come mostrare accoppiamenti tra umani. Fa parte della nostra biologia, ma deve restare non visto.

Ma il petrolio non uccide solo così – (20 aprile 2015) PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Giovedì 21 Aprile 2016 06:16

[“La Stampa” di mercoledì 20 aprile 2016]

 

Qualche tonnellata di petrolio finisce in un torrente, a Genova, una città abituata a ben altro. Quando, nel 1991, naufragò la Haven finirono in mare 144.000 tonnellate di petrolio. 90.000 bruciarono. Sul fondo ne finirono tra 10.000 e 50.000. Dopo un quarto di secolo il Mar Ligure è ancora lì, la gente va al mare, ma i pescatori evitano quella zona, perduta per chissà quanto tempo ancora, asfaltata.

Le poche tonnellate finite nel torrente sono niente al confronto. Gli effetti non saranno così devastanti, la perdita è sotto controllo, sono stati posti argini alla piena nera. Rane, uccelli e pesci presenti in quel tratto di torrente ne hanno sofferto, molti esemplari sono morti e, dato che un po’ di petrolio è finito nel porto, ci sarà qualche conseguenza anche nell’ambiente marino. Questi fenomeni si mitigano con solventi e con la rimozione fisica del petrolio. L’acqua dei fiumi si rinnova continuamente e a parte il fenomeno acuto che colpisce specie carismatiche (uccelli, anfibi, pesci), se si agirà con perizia è presumibile che i danni non saranno permanenti.

Questa volta non è andata così male. Questi impianti sono gestiti da tecnici esperti, e ai danni degli incidenti si risponde tempestivamente. Fa parte del gioco.

Non deve essere questo a farci pentire di aver disertato le urne del referendum. Gli italiani diventano ambientalisti a fronte di disastri. Ci vollero Chernobyl e Fukushima per trascinare i referendum antinucleari. Per fortuna il petrolio non è il nucleare. Gli effetti di un incidente nucleare restano per tempi lunghissimi. Quelli derivanti da sversamenti di petrolio sono bazzecole al confronto. Tutto bene, allora? Non direi. Sono campanelli di allarme. Gli impianti invecchiano (anche le piattaforme di estrazione invecchiano) si tende sempre al risparmio e le manutenzioni, spesso, sono meno assidue di quanto dovrebbero. Se questa volta abbiamo un piccolo disastro, rispetto agli enormi disastri che hanno afflitto lo stesso territorio in tempi passati, non ci possiamo rassicurare. Forse gli ambientalisti più estremi mi accuseranno di minimizzare. Certo, mi commuovo anche io per gli uccelli e le rane, per i pesci. Non mi piace, non è giusto. Ma quella fauna tornerà. Preoccupano maggiormente i fenomeni più subdoli, cronici. E magari dolosi. Le scorie smaltite illegalmente che, ogni tanto, scopre la Magistratura, anche in tempi recentissimi.

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Il referendum sulle trivelle: una domanda da azzeccagarbugli – (5 aprile 2016) PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Giovedì 07 Aprile 2016 18:09

[“La Gazzetta del Mezzogiorno” di martedì 5 aprile 2016]

 

Tra poco il referendum. La domanda è da azzeccagarbugli e riguarda un fatterello irrilevante, incomprensibile ai più, nella modalità con cui la troveremo nella scheda. Nella sostanza, si tratta di decidere se prolungare la durata delle concessioni a sfruttare giacimenti di combustibili fossili entro le 12 miglia (nelle nostre acque territoriali) o se restringere le concessioni alla loro naturale scadenza. La logica di chi dice NO, o chiede di astenersi, è: oramai quelle trivellazioni sono state fatte, quelle piattaforme ci sono, sarebbe un peccato non sfruttare sino in fondo una risorsa che abbiamo e che ci aiuta a essere indipendenti dalle importazioni. Lasciamo che le piattaforme continuino a funzionare e garantiamo lavoro a chi si occupa del loro funzionamento. In più il paese guadagna con le royalties (quello che le compagnie ci pagano per prendere una risorsa nel nostro territorio).

Mi trovai di fronte a questa logica quando mi impegnai in una campagna contro la raccolta dei datteri di mare. Per prendere questi deliziosi molluschi si devastano i fondali. E’ una cosa che non si deve fare. Punto. Ma mi si diceva: oramai li hanno presi… è peccato non mangiarli!

E’ una logica che non condivido.

Chi dice di votare SI, dice: finite le concessioni, basta. Le royalties sono irrisorie, queste fonti fossili coprono in minima parte il nostro fabbisogno energetico e le piattaforme sono un potenziale rischio per l’integrità ambientale.

Il movimento per il sì viene chiamato anche NO TRIV. No alle trivelle. In effetti le trivellazioni si sono già fatte, all’inizio. Poi le piattaforme per la trivellazione sono state sostituite da quelle per l’estrazione. E quindi si dovrebbe chiamare NO PIAT. In effetti sarà vietato aprire nuovi campi di estrazione (e quindi trivellare) nelle nostre acque. Il messaggio è un pochino distorto.

Si chiede il mio parere… Direi che al 70% concordo con il SI e al 30% concordo con il NO. Sono in totale disaccordo con l’astensione. Domenica scorsa Scalfari ha incitato all’astensione, nel suo fondo su Repubblica. Auspicando un compromesso tra crescita economica e difesa dell’ambiente. Non sono d’accordo. Ha anche citato Taranto, e l’ILVA.

E in effetti le analogie ci sono. Anche per l’ILVA ci troviamo di fronte al ricatto occupazionale: si perdono i posti di lavoro. E chi chiede rispetto per l’ambiente e la salute umana viene tacciato di terrorismo ecologico. Però sappiamo che rimettere a posto i danni perpetrati con questa impresa industriale costa di più di quello che si è guadagnato. Per non parlare delle vite umane (che non si valutano in euro). Economicamente non conviene. O meglio, conviene nel breve termine. I francesi hanno guadagnato a fare le centrali nucleari. Ora le devono dismettere (smantellare) e i costi sono enormi, e non sanno neppure come fare. Quarant’anni dopo l’installazione, le generazioni attuali devono far fronte ai disastri perpetrati dalle generazioni precedenti. Il benessere passato si paga con il malessere presente.

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Verso un nuovo Rinascimento - (31 marzo 2016) PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Venerdì 01 Aprile 2016 06:14

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di giovedì 31 marzo 2016]


La domanda della Regina Elisabetta agli economisti: “come mai non siete riusciti a prevedere la crisi?”, con una variante, potrebbe essere rivolta anche all’altra categoria che così fortemente influenza le nostre vite: gli ingegneri. Se siete così in grado di risolvere i problemi, come mai ogni soluzione genera nuovi problemi? Il mio esempio preferito è Giulio Natta, premio Nobel per aver inventato la plastica. Ma signora guardi ben che sia fatto di Moplen, diceva Gino Bramieri mentre vantava le magnifiche proprietà di secchi e bacinelle di plastica. Poi arrivarono le bottiglie. E tutto il resto. Grande soluzione. Ora abbiamo gli oceani invasi dalla plastica, e non riusciamo più a liberarcene. Se la bruciamo emette diossina. Abbiamo risolto magnificamente moltissimi problemi, per cinquant’anni. Ma ora ne abbiamo moltissimi altri che stentiamo a risolvere.
Abbiamo risolto il problema della malaria bonificando le paludi. Ma ora abbiamo il dissesto idrogeologico. E potremmo andare avanti così a lungo. Gli ultimi 50 anni hanno visto un progresso prodigioso delle tecnologie. Nessuno mai, in passato, ha avuto così tanto a disposizione come noi oggi. La qualità della vita è migliorata in modo esponenziale: viviamo più a lungo, e meglio. C’è un piccolo problema: per quanto ancora? In più, chi non vive come noi vuole vivere come noi. E ci rendiamo conto che non si può. Già non si può continuare a vivere così bene come hanno vissuto le generazioni del dopoguerra. Lavoro per tutti, posti fissi, pensioni e assistenza per tutti, diritto allo studio, al lavoro, alla casa, alla salute, all’istruzione. Pochi doveri. E ora ci accorgiamo che non ce lo possiamo permettere. Il conto di questo benessere lo pagano, economicamente, le generazioni più giovani. E poi lo paga l’ambiente devastato.
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