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Programma di Novembre
UNIVERSITA' POPOLARE ALDO VALLONE GALATINA Martedì 5 Novembre, ore 17,45 sala Contaldo : cineforum Belle. La ragazza del dipinto, a cura di Roberta Lisi   Giovedì 7 novembre, ore 17, Lecce,... Leggi tutto...
Si ricomincia...
Dopo la pausa estiva, interrotta dall'Open Day che come sempre ci ha permesso di incontrarci e presentare le nostre attività ad amici e soci vecchi e nuovi, il nostro anno accademico 2019-20 ha... Leggi tutto...
Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
A causa dell'assenza di soci e membri del Consiglio Direttivo nella data precedentemente indicata, l'Assemblea dei soci programmata per il 1° marzo è stata rimandata a giovedì 7 marzo alle ore 18,... Leggi tutto...
"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
La scelta di riservare il primo lunedì di ogni mese al nostro cineforum ci permette di cominciare il 2019 con La signora dello zoo di Varsavia: la scelta di Roberta Lisi, alla quale dobbiamo il... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
Ecologia


Depuratori e condotte: non ci sono alternative – (27 giugno 2015) PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Domenica 28 Giugno 2015 06:05

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di sabato 27 giugno 2015]

 

Vedo che sempre più spesso le comunità costiere si oppongono alle condotte fognarie sottomarine. Sarei d’accordo con loro, se ci fossero alternative valide. Il riuso in agricoltura, che molti portano come panacea a tutti i mali, non è così facilmente praticabile. Ci sono problemi di costi da sostenere, e anche di possibilità di smaltimento. Gli scarichi in falda, uno dei modi più comuni per liberarsi delle acque reflue, sono semplicemente criminali. E infatti sono oramai vietati. Chi costruisce case abusive sulla costa spesso ha adottato un sistema infallibile: butta tutto in mare. La logica è stringente: costruisco una casa in un bel posto, con un bel mare, poi metto un bel tubo che butta in mare le mie deiezioni e poi ci vado a fare il bagno. E magari mi lamento perché l’acqua è sporca. In Salento ci sono molti pozzi neri. Dovrebbero essere impermeabili. E andrebbero svuotati di tanto in tanto. Gli autospurghi dovrebbero scaricare nei depuratori, ma l’operazione costa. Così i reflui sono scaricati in mare, o nei campi. La leggenda dice che dei pescatori che stavano uscendo, di notte, dall’insenatura del Ciolo furono investiti da una pioggia di m…da proveniente da un autospurgo che stava “spurgando” dal ponte. L’autista era particolarmente romantico. Molti proprietari di abitazioni con pozzo nero adottano lo stratagemma di rompere lo strato impermeabilizzante, in modo che l’acqua (e tutto quello che contiene) esca dal contenitore in cui viene conferita (mi piace molto la terminologia tecnica che riguarda questi fenomeni: conferita) e finisca nel terreno e poi in falda. A volte questa pratica non è neppure così criminale come pare, e il filtro del terreno potrebbe anche salvare la falda acquifera dall’inquinamento fecale. Ma anche no.

Il problema del Salento, per quel che riguarda lo smaltimento dei reflui, consiste nella differenza tra le presenze normali e quelle estive. Porto Cesareo, per esempio, passa da quattromila abitanti stabili a centomila presenze nel mese di agosto. Più o meno. Un depuratore non ce la fa a passare da quattromila a centomila. Quando riesce ad andare a regime i centomila se ne vanno e tornano ad essere quattromila. Lo stesso succede a Otranto, e in tutti gli altri posti baciati dalla temporanea fortuna delle presenze stagionali. Le condotte sottomarine, ovviamente collegate ad un depuratore, sono il male minore. Altrettanto ovviamente vanno fatte bene. Per esempio il tubo non deve passare attraverso habitat di importanza comunitaria, come le praterie sottomarine di Posidonia o i fondi a coralligeno. Non si può scavare una bella trincea in una prateria di Posidonia e farvi passare il famigerato tubo. Chi lo fa è un criminale. Bisogna trovare i tracciati giusti, oppure bisogna scavare dei tunnel sotto le praterie sottomarine. Inoltre il tubo deve portare i reflui lontano dalla costa e lo sbocco deve raggiungere una profondità maggiore di quella dello strato di acqua riscaldata dalle alte temperature estive. Mi spiego: d’estate l’acqua marina superficiale si scalda e si forma uno strato caldo che può raggiungere anche 20 o più metri di profondità. Questa stratificazione, acqua calda su, acqua più fredda giù, ha un punto di transizione, quello dove la temperatura cambia in modo quasi repentino. Chi va sott’acqua lo chiama “taglio”. Le acque reflue sono dolci, e l’acqua dolce sale (con quello che contiene). Se il tubo sbocca sotto al “taglio”, l’acqua dolce sale, incontra la barriera del “taglio” e si disperde, diluendosi rapidamente con l’acqua di mare. Gli effetti dei reflui depurati sono così mantenuti entro limiti accettabili.

La soluzione del problema è quindi di costruire depuratori che funzionano e di costruire condotte sottomarine che portino i reflui al di sotto del “taglio” (io consiglierei almeno 50 m di profondità) senza passare attraverso habitat di importanza comunitaria (cosa peraltro vietata dalla Direttiva Habitat dell’Unione Europea). Non ci sono soluzioni miracolose e alternative a questa. Se le case sono molto disperse sul territorio, la cosa migliore è il pozzo nero, l’autospurgo, il conferimento nel depuratore, la condotta sottomarina.

Un altro problema di gestione dei reflui riguarda l’atteggiamento dei paesi costieri che non vogliono i reflui dei paesi che stanno nell’interno. Gli escrementi di chi abita a una certa distanza dalla costa sono trattati come Salvini tratta gli immigrati. Teneteveli a casa vostra! Non li vogliamo! Razzismo fecale. Come tutto il razzismo, del resto.

La cosa più divertente è di vedere persone che hanno devastato gli ambienti costieri con migliaia di case abusive direttamente sulla linea di costa diventare improvvisamente ambientaliste e scagliarsi contro la condotta sottomarina. Se gli fai notare che hanno costruito in modo folle ti dicono: che c’entra? Non riescono a capire il nesso. Se volessimo davvero proteggere e salvaguardare i nostri ambienti costieri dovremmo iniziare una serie di demolizioni a tappeto, con ripristino delle condizioni iniziali e, magari, con ricostruzioni a debita distanza dal mare. Questa volta con rigorosi criteri architettonici e urbanistici che tengano conto anche della bellezza di ciò che si costruisce. Fatto questo resterebbe il problema dei reflui, e la soluzione sarebbe ancora una volta un bel depuratore e una condotta sottomarina.

 


Attenti al cane – (6 giugno 2015) PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Lunedì 08 Giugno 2015 05:47

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di sabato 6 giugno 2015]

 

Ci risiamo. Un pitbull azzanna una bambina di tre anni e le spappola una gamba. Hanno dovuto tagliargliela. E’ la nipotina del proprietario del cane, una persona di famiglia. E l’aggressione è avvenuta in casa. Avete mai letto di ladri e malintenzionati ridotti in fin di vita da un cane da guardia? Abbiamo appena letto che un proprietario di cane, difeso dal suo animale fedele, lo ha visto uccidere dai suoi aggressori. Cosa ci raccontano questi due episodi? Di solito le vittime dei cani potenti e potenzialmente aggressivi sono i figli dei padroni, o di amici o parenti dei padroni. I delinquenti non si spaventano più di tanto, e se attaccano semplicemente li uccidono. I predatori rivolgono molto spesso le loro attenzioni ai cuccioli, perché sono più lenti, reagiscono poco, e sono quindi facili prede. Si corrono meno rischi ad attaccare un cucciolo che un adulto che potrebbe reagire e rendere pan per focaccia. E’ un fenomeno naturalissimo. La colpa non è del cane. Il cane fa il suo mestiere di predatore. Certo, se il predatore è un barboncino e in un attimo di disattenzione dimentica la lunga storia di coevoluzione con noi e fa riemergere il suo istinto di cacciatore e di difensore del territorio, le conseguenze fanno sorridere. E non corre rischi di essere ucciso a fucilate un barboncino che difenda il suo padrone, tutt’al più prende una pedata. Se si tratta di un pitbull no, purtroppo bisogna sparargli, per farlo smettere. Questi cani sono come armi. Le armi non uccidono, sono le persone che le usano che uccidono. Se un tale prende a martellate il migliore amico perché ha sbagliato a calare l’asso durante la partita a scopone, la colpa non è del martello.

Bisogna essere consci che questi animali sono potenzialmente pericolosi, ed hanno un’attrezzatura biologica (i muscoli, le ossa) che li rende perfette macchine per aggredire. Lo so, lo so, se allevati con dolcezza e se non esposti a stimoli che li rendono aggressivi, sono anche loro cani dolcissimi. Ma anche le persone più dolci e docili, a volte, possono reagire in modi inattesi. Lo facciamo noi, figuriamoci un cane. La casistica di questi attacchi è sconfinata. Quando ci scappa il morto, la notizia finisce nei notiziari nazionali. Se le ferite sono gravi, come in questo caso, finisce sui notiziari regionali. Se non sono gravi finisce nel dimenticatoio. E’ una regola d’oro del giornalismo che il morso di un cane a un bambino non faccia notizia, mentre è una notizia se un bambino morde un cane. Lo so, lo so, il bambino lo avrà disturbato, magari gli ha rotto le scatole tutta la mattina. Magari è apparso nella stanza all’improvviso, correndo. Qualche squilibrato potrebbe persino pensare che il bambino se la sia cercata. Mi è capitato di assistere a scenette in cui il proprietario di un cane accusava una persona sanguinante di aver disturbato il suo cane che, ovviamente, lo aveva morso. La colpa era della persona, non del cane. Chi glielo ha detto di passare di qui correndo? Ovviamente non sono cose che ho visto in un giardino privato, invaso da un intruso, sono discorsi che ho sentito per strada.

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Biodiversità ignorata - (25 maggio 2015) PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Mercoledì 03 Giugno 2015 06:01

[“La Stampa” di lunedì 25 maggio 2015]

 

 

Povera biodiversità: venerdì 22 maggio era la giornata mondiale dedicata a lei. Ma non se ne è parlato moltissimo, neppure nella sua giornata! Figuriamoci le altre. Forse il motivo è che le notizie sulla biodiversità sono deprimenti e allarmistiche. A rischio una specie su cinque, si legge da qualche parte. In altri posti trovo che si estinguono tantissime specie, tutti i giorni. Ora vi svelo un segreto: non è vero. O meglio, se sentite queste affermazioni provate a chiedere: ah, dimmene cinque, marine, che si siano estinte negli ultimi 20 anni. Cinque. Non minacciate… dimmi quelle estinte! Vedrete che non ve le sapranno dire. E quindi tutto a posto? Ma no, significa solo che, anche se ne parliamo tantissimo, e sempre con toni catastrofici (le estinzioni di massa), non ne sappiamo gran che. Fino ad ora abbiamo descritto circa due milioni di specie. Tenetevi forte: si calcola che il pianeta ne ospiti otto milioni. Significa che ci sono sei milioni di specie (più o meno: è una stima) che ancora non abbiamo scoperto. E sapete perché non le stiamo scoprendo? Perché lo sforzo (in termini di finanziamento alla ricerca) per rispondere alla domanda “quante specie ci sono sul pianeta?” è minimo. La scienza di base per esplorare la biodiversità è la tassonomia: sta scomparendo dalla comunità scientifica. Da una parte ci sono dichiarazioni altisonanti che denunciano il disastro della biodiversità, dall’altra non spendiamo quasi niente non dico per salvarla, ma almeno per fare l’inventario. Il capitale naturale è fatto dalle specie che, assieme, costituiscono la biodiversità. Come si fa a gestire e salvaguardare ciò che non si conosce? Non si può. Appunto! E quindi, a causa di crassa ignoranza, stiamo dilapidando il capitale naturale. Ora, immaginate il nostro pianeta senza il resto delle specie viventi. Pensate che potremmo viverci? No, non potremmo. Ogni specie che se ne va è una piccola badilata in più nello scavo della nostra fossa. Non riusciremo a distruggere la biodiversità, distruggeremo solo quel tanto che basta per rendere impossibile la nostra sopravvivenza. Il resto andrà avanti. Non riusciamo a far estinguere i batteri patogeni, o gli scarafaggi. Di solito siamo bravissimi a distruggere quello che ci serve di più. Con gli insetticidi abbiamo distrutto (quasi) le popolazioni di insetti nocivi, ma abbiamo anche distrutto gli impollinatori. Il bello è che quelle carogne di insetti nocivi sviluppano resistenza (proprio come i batteri patogeni) mentre le api no. Così vinciamo qualche battaglia contro gli insetti nocivi, ma perdiamo la guerra e, nel frattempo, facciamo fuori gli insetti utili. Ogni mio intervento si conclude sempre nello stesso modo: non siamo preparati culturalmente per comprendere questi argomenti e, nella nostra ignoranza, ci lanciamo allegramente, in nome della crescita economica, verso la catastrofe. Quando si dice: beata ignoranza! Ma poi no, non è vero che non sappiamo. Volete il nome di una specie marina che si è estinta in Mediterraneo? Eccovi serviti: Tricyclusa singularis. Mai sentita, vero? E pensare che è l’unico rappresentante del genere Tricyclusa ed è anche l’unico rappresentante della famiglia Tricyclusidae. Estinta lei, si estinguono anche un genere e una famiglia! Non sappiamo quale sia stato il ruolo ecologico di Tricyclusa singularis, sappiamo a malapena che più di cento anni fa era rigogliosa nel golfo di Trieste, ma sono cento anni che non se ne trovano più, né lì né altrove. Forse il motivo è che c’è sempre meno gente che studia gli animali. Ma poi no, ancora qualcuno c’è. L’anno scorso, sempre nel golfo di Trieste, con alcuni colleghi, ho descritto una specie che non era mai stata vista prima, l’abbiamo battezzata Pelagia benovici. E’ una medusa e appartiene agli cnidari, lo stesso phylum a cui appartiene Tricyclusa singularis. Probabilmente è arrivata da noi come clandestina su qualche nave, nelle acque di zavorra, e ha trovato un ambiente favorevole.

Non voglio scatenare guerre tra scienziati. Non sto chiedendo che si taglino i fondi alla ricerca. Mi chiedo però: come mai si trovano i soldi per contare le stelle, e si mandano razzi in aree remote dell’universo (con spese immani) e non ci sono i soldi per sapere quante specie ci sono sul pianeta? E anche per capire quali ruoli giocano nel far funzionare gli ecosistemi che ci sostengono? Se fossimo mediamente intelligenti, dedicheremmo altrettanti sforzi a studiare la biodiversità. E invece no. I soldi per costruire razzi per esplorare il cosmo ci sono, quelli per studiare la diversità della vita no. Il bello è che quelle stelle non sono affatto influenzate dai nostri impatti, e non hanno alcuna influenza sulle nostre possibilità di benessere, mentre la biodiversità è in corso di distruzione da parte nostra ed è essenziale per il nostro benessere. Nessuno nega l’importanza della biodiversità. Eppure questi comportamenti schizofrenici persistono. Forse perché le spese per studiare la biodiversità non possono nascondere spese dedicate a sviluppare armamenti sempre più sofisticati.


Il degrado trofico dei mari: poi non resterà più nulla per noi PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Mercoledì 20 Maggio 2015 06:36

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di martedì 19 maggio 2015]

 

La comunità scientifica denuncia da tempo l’emergenza del degrado trofico del pianeta terra. In che cosa consiste? Gli ecosistemi che realizzano i processi necessari alla nostra sopravvivenza si basano su reti alimentari in cui la materia degli organismi morti viene continuamente riciclata dai batteri e dai funghi, ad essa viene data nuova vita da parte degli organismi fotosintetici (le piante e il fitoplancton) che, a loro volta, sono mangiati dagli erbivori, e poi da predatori di erbivori e da altri predatori di livelli trofici (alimentari) superiori. A terra le reti trofiche sono abbastanza corte (sono rari i carnivori che mangiano altri carnivori) ma negli oceani sono molto lunghe. Un grande squalo mangia pesci di grandi dimensioni che hanno mangiato pesci di medie dimensioni che, a loro volta, hanno mangiato pesci di piccole dimensioni che si sono nutriti di plancton carnivoro o erbivoro. I passaggi sono molti, e complessi. Non si parla di catene alimentari ma di reti.

A terra gli ecosistemi sono oramai compromessi. Con l’agricoltura li abbiamo semplificati oltre ogni limite, concedendo spazio solo alle poche specie che ci interessano direttamente: le specie coltivate e allevate. Ora stiamo facendo la stessa cosa anche al mare. E il segnale più importante è proprio il degrado trofico. Lo sfruttamento delle risorse marine, con la pesca industriale, e la distruzione degli habitat, con moltissime attività distruttive da parte nostra, stanno scardinando questi sistemi e le prime vittime sono i grandi predatori. In alcuni casi li peschiamo attivamente, come avviene per gli squali, decimati per soddisfare il mercato cinese delle pinne. Ma a molti altri togliamo le risorse, adoperando sistemi di pesca sempre più efficienti, e distruggendo gli habitat. Prima tocca agli squali, poi ai tonni e, via via, agli animali di dimensioni decrescenti. I più grandi, le balene, mangiano organismi piccoli, alla base delle reti trofiche. Ma i grandi carnivori stanno scomparendo. E’ un segnale di allarme che ci deve preoccupare moltissimo, perché la salute dell’ambiente è una precondizione per la nostra salute. L’acquacoltura non è una soluzione: alleviamo carnivori e li nutriamo con farina di pesce prodotta a partire da piccoli pesci pescati da popolazioni naturali: alleviamo leoni e li cibiamo con le zebre, poi li mangiamo. Una vera follia.

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La dinamica dei litorali salva l’estate – (7 aprile 2015) PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Domenica 12 Aprile 2015 06:48

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di martedì 7 aprile 2015]

 

La disciplina che studia la costa marina si chiama dinamica dei litorali. La parola dinamica dice tutto: la costa non è un’entità statica. La costa cambia, in modo dinamico. Cambiano le coste rocciose, con i crolli che portano alle cadute di massi, e cambiano le coste sabbiose. Lungo la costa, tra un capo e l’altro, si definiscono le celle di sedimentazione. La sabbia rimane all’interno delle celle, ma può essere trasportata da una parte all’altra, a seconda delle mareggiate e dei venti. Le spiagge avanzano, poi arretrano. Ma poi avanzano di nuovo. Questa è la dinamica. Se si costruisce col cemento, e ci si attende che la spiaggia resti dove si trovava quando abbiamo costruito, si va incontro a “disastri” catastrofici. Se ci si adatta alla dinamica, tutto rientra nel gioco della natura. Ora siamo contenti: la sabbia è tornata. E l’ha riportata la furia del mare che prima l’aveva portata via. Le spiagge sono anche piene di foglie di posidonia (che non è un’alga) e speriamo che non venga l’idea di ripulirle. Oppure che si usi quella massa vegetale per il ripascimento delle dune, come già è stato fatto in passato lungo nelle marine leccesi. La posidonia spiaggiata protegge il litorale e le grandi masse di foglie indicano che la prateria sommersa è in buona salute. Tutto bene allora? Quasi. Aumenta a dismisura il problema della spazzatura marina. L’Unione Europea ha emanato una Direttiva in cui identifica undici descrittori di buono stato ambientale. Il descrittore numero dieci è proprio la spazzatura marina. E la costa adriatica salentina è in cattivissime condizioni, per quel che riguarda questo descrittore. In questo caso non è colpa delle amministrazioni locali. Il basso Adriatico è caratterizzato da una corrente parallela alla costa che scende da nord e fluisce verso lo Ionio.

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