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Programma di Novembre
UNIVERSITA' POPOLARE ALDO VALLONE GALATINA Martedì 5 Novembre, ore 17,45 sala Contaldo : cineforum Belle. La ragazza del dipinto, a cura di Roberta Lisi   Giovedì 7 novembre, ore 17, Lecce,... Leggi tutto...
Si ricomincia...
Dopo la pausa estiva, interrotta dall'Open Day che come sempre ci ha permesso di incontrarci e presentare le nostre attività ad amici e soci vecchi e nuovi, il nostro anno accademico 2019-20 ha... Leggi tutto...
Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
A causa dell'assenza di soci e membri del Consiglio Direttivo nella data precedentemente indicata, l'Assemblea dei soci programmata per il 1° marzo è stata rimandata a giovedì 7 marzo alle ore 18,... Leggi tutto...
"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
La scelta di riservare il primo lunedì di ogni mese al nostro cineforum ci permette di cominciare il 2019 con La signora dello zoo di Varsavia: la scelta di Roberta Lisi, alla quale dobbiamo il... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
Ecologia


Sviluppo, ambiente, cemento - (21 settembre 2014) PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Domenica 21 Settembre 2014 09:27

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 21 settembre 2014]

 

Persi 70 milioni di investimenti! Detta così sembra una magnifica occasione perduta. Ho letto di questa faccenda della mancata realizzazione di un complesso turistico a Sant’Isidoro nei resoconti dei quotidiani e non ci ho capito moltissimo. Ci sono cose che mi piacerebbe sapere. Prima però vorrei capire quali parole si debbano usare. Sono investimenti o sono speculazioni? E’ ovvio che chi investe ha intenzione di guadagnarci: non viviamo nel paese dei balocchi. Nel bilancio costi benefici, quali costi deve sostenere il territorio, per esempio in termini di distruzione di habitat e di modificazione del paesaggio, e quali benefici ne trarrà?

Penso che la realizzazione dell’opera darà beneficio alle imprese costruttrici locali. Ma si tratta di vantaggi a termine. Finiti i lavori finiti i guadagni. Lo sfruttamento della struttura porterà benefici agli investitori, e al territorio cosa arriverà, a fronte di un sacrificio ambientale e paesaggistico? Quante persone saranno assunte in questa impresa? per fare cosa? Non vorrei che al territorio arrivasse un pugno di posti di custodi e inservienti, e che il grosso del guadagno (derivante dall’uso del nostro territorio) andasse all’estero, nelle tasche degli investitori. Noi ci troveremmo deprivati di una parte del nostro territorio e i proventi di questo andrebbero all’estero.

E’ un po’ come la delocalizzazione delle industrie in zone depresse, dove la gente lavora per pochi spiccioli e le leggi sono molto permissive. Le produzioni si spostano dove produrre costa poco. Nel nostro caso non è il basso costo che interessa, è la bellezza del nostro territorio. L’investitore magari viene da un posto ricco ma non molto bello. Allora viene qui ad investire sulle nostre bellezze, per guadagnarci. E mentre lo fa le nostre bellezze non sono più nostre, diventano sue.

A questo punto, ripeto: quanto stiamo pagando e quanto riceveremo? Se il bilancio costi benefici è congruo, per noi questo è un investimento. Se il bilancio vede maggiori costi per il territorio rispetto ai benefici, allora è una speculazione. 
Forse non ho letto bene tutti i resoconti, ma queste domande non mi pare siano state poste. Che benefici hanno portato al territorio tutti i villaggi costruiti dalle multinazionali del turismo che hanno investito in Salento? E che prezzo abbiamo pagato per averli?

Altro conto è la speditezza delle procedure. Un investitore deve avere la certezza del diritto. E i conflitti tra amministrazione regionale (che opera con la competenza riconosciuta da tutti dell’Assessore Barbanente) e amministrazioni locali sono ovviamente intollerabili. Hanno ragione gli investitori a esprimere sconcerto nel vedere che arrivano risposte contraddittorie. Non lo volete questo villaggio? Ditecelo, e noi ce ne andiamo. Ma non fateci perdere tempo. Non ho gli elementi per dire che accetterei l’investimento o che lo rigetterei. E non mi importa ora di arrivare a questo. Mi importa che chi di dovere non riesca ad arrivarci, e che l’investitore non capisca cosa si può e cosa non si può fare. Con una voce univoca da parte del territorio.

Vedo, ancora una volta, lo sviluppo concepito come cementificazione. Questa è stata la reazione dei sindaci alla programmazione di Barbanente. Tra l’altro, l’assessore Barbanente è un’urbanista, non una talebana ambientalista. E’ suo mestiere programmare lo sviluppo del territorio. Una volta tanto a prendere le decisioni ci sono persone competenti, dedite al proprio lavoro in modo totale.

Da noi il potere si delega ai politici, attraverso il voto. Spesso non siamo contenti dei politici che abbiamo, e diciamo che sono incompetenti, disonesti, incapaci. Non ho mai sentito alcun aggettivo di questo genere riferito all’assessore Barbanente, neppure dai suoi più fieri oppositori. Fino a prova contraria mi fido della sua competenza e della sua lungimiranza. Ci sta difendendo dall’insana cultura dello sviluppo visto come cemento e asfalto. Tra l’altro, il Salento è pieno di masserie in abbandono. Invece di costruire altri edifici, perché non le diamo in concessione a chi le ristruttura e le fa diventare un investimento? Il futuro dell’edilizia non è nel costruire nuovi edifici, ma nel restaurare e valorizzare il patrimonio edilizio esistente.


La lezione dell’orsa – (14 settembre 2014) PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Domenica 14 Settembre 2014 11:34

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 14 settembre]

 

Cosa ha da insegnarci il caso dell’orsa uccisa involontariamente da chi la voleva narcotizzare? Prima di tutto che il nostro rapporto con la natura è goffo. Prima uccidiamo tutti gli orsi (e i lupi) perché sono pericolosi. Poi ci pentiamo e li reintroduciamo, ma poi ci rendiamo conto che possono essere pericolosi, e così li uccidiamo. Poche idee, ma molto ben confuse. Tutto questo è il frutto di una cultura, la nostra, che si è staccata dalla natura e non sa più convivere col resto della biodiversità. Come fare per ritornare nella natura?
Ecco la mia ricetta. Richiede tempo, ma una riforma della cultura non si realizza in cinque minuti.

L’ontogenesi ricapitola la filogenesi, diceva Ernst Haeckel, un grande biologo tedesco della seconda metà dell’Ottocento, ammiratore di Darwin. Haeckel aveva studiato lo sviluppo di alcuni organismi dalla fecondazione sino all’individuo adulto e aveva dato il nome di ontogenesi a questo processo. Soprattutto nello sviluppo embrionale, Haeckel aveva “visto” sembianze di specie che sembravano le progenitrici dell’organismo che si stava formando. Lo sviluppo di un mammifero, per esempio, attraversa una fase di “pesce”, poi diventa “rettile” e poi “uccello”, ripercorrendo la storia evolutiva che ha portato ai mammiferi: la filogenesi. E quindi: nello sviluppo di un organismo (ontogenesi) si ripercorrono le tappe evolutive (filogenesi) che hanno portato ad esso attraverso i suoi predecessori. Le cose sono un pochino più complicate di così, in biologia. Però la legge biogenetica di Haeckel (così si chiama) ci può servire per capire cosa riformare nella nostra scuola, visto che tanto se ne parla. Per il mestiere che faccio (insegno all’Università) so che gran parte dei giovani che escono dal sistema educativo non ha molto apprezzato quel che ha fatto. Non lo hanno trovato interessante e spesso si sono annoiati. Ho una figlia di 21 anni e l’ho osservata bene mentre frequentava elementari, medie, e liceo classico, e mi sento di confermare. Si studia perché si deve. Ricordo la stessa cosa nelle mie reminiscenze scolastiche. E ricordo che solo all’Università mi accorsi che studiare è una cosa bellissima. Finalmente potevo studiare quel che piace a me. Che c’entra questo con la legge biogenetica di Haeckel? C’entra, c’entra.

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Il migliore amico dell’uomo, ma con cautela (1° agosto 2014) PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Mercoledì 13 Agosto 2014 09:20

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di venerdì 1° agosto 2014]

 

La storia dell’uomo è connessa con quella del cane, il primo animale addomesticato, che ci ha aiutato nella caccia e nella difesa del territorio. Lo abbiamo plasmato secondo i nostri  desideri, selezionando razze canine per tutte le esigenze, anche quelle di ridere di qualcuno. Il cane si è prestato a tutto questo, ma ha mantenuto una parte della sua natura di predatore, di uccisore di prede. Increduli, i proprietari di un rottweiler non sanno spiegare come mai il loro cane abbia quasi ucciso la loro figlia, con la quale ha sempre giocato amorevolmente. Ieri è stata la volta di un pitbull, saltato da una finestra per attaccare un cane che probabilmente ha percepito come invasore del suo territorio. La spiegazione è semplice. Rottweiler e pitbull sono stati selezionati per il combattimento, sono possenti macchine per uccidere, per attaccare. Se sono tenuti in casa, curati amorevolmente, mai incitati alla violenza, possono sviluppare un carattere affettuoso e dolce, ma la loro struttura fisica ne fa un’arma temibile. Se il rottweiler avesse voluto davvero uccidere quella bambina, con la quale ha sempre giocato, lo avrebbe fatto in pochi secondi. Il cranio si sarebbe sfracellato subito. Le ha solo dato qualche morsetto. Ma “qualche morsetto” di un rottweiler a una bambina di otto anni può essere devastante. Per tener compagnia alle bambine di otto anni ci sono i carlini, o i barboncini, i cocker. Anche loro ogni tanto si avventano, insofferenti di troppe malefatte e provocazioni, ma un attacco di barboncino raramente è letale, forse mai. Basta un colpetto di giornale e la bestiola capisce che è il momento di fermarsi.

Sia il rottweiler sia il pitbull sono innocenti. Se in casa ci fosse stata una tigre, avremmo dato la colpa alla tigre? O a chi ha messo una bambina in compagnia di una tigre? Ma è sempre stata così buona…. direbbero i genitori per giustificarsi. Già, ma basta un attimo. Non è la prima volta che succedono queste cose, e ogni volta c’è incredulità. Quante volte leggiamo sui giornali che un ladro è stato dilaniato da un cane da guardia? Mai. Mentre le cronache locali sono stracolme di notizie che riguardano aggressioni ai figli dei proprietari, o ai figli dei loro amici. Solo quando l’esito è letale la notizia finisce sulle prime pagine dei giornali nazionali. Siamo un paese libero. Dato che, di solito, sono i proprietari a pagarne le conseguenze, l’unica cosa che lo stato può fare è di avvertirli, quando registrano il cane, che può succedere che quella razza dimostri comportamento aggressivo, in certe condizioni. Se volete tenerlo, padroni di farlo, ma se finite all’ospedale con i morsi del vostro cane, le spese mediche le pagate voi. E’ la stessa cosa che stanno dicendo agli sciatori che vanno fuori pista. Andate pure. Ma se poi c’è bisogno dell’elicottero per venirvi a prendere… il conto lo pagate voi. Il dovere dell’autorità è di avvertire, poi ognuno si prende le proprie responsabilità. 
Il centro Ecotekne, intanto, è abitato da moltissimi cani abbandonati che si sono rifugiati al suo interno, dove trovano cibo, acqua, riparo e molto affetto. Il Salento, se la situazione non è cambiata, ha il primato dei cani abbandonati. Li vediamo schiacciati sulle strade. Nelle campagne girano in branchi. Qualche anno fa andavo a San Cataldo in bici, con mia figlia, passando per le campagne, e siamo stati attaccati da un branco. Non è stato difficile dissuaderli dai loro propositi, ma quell’esperienza mi ha fatto desistere dal piacere di girare nella nostra bellissima campagna. Meglio non rischiare. 
I cani sono come le biciclette. Che c’è di male in una bicicletta? Si tratta di efficienti mezzi di trasporto (io mi muovo solo in bici, per andare al lavoro), pedalare fa bene. Però se due bambini girano in bici dopo il tramonto, magari affiancati e senza luci, in mezzo a una strada non ben illuminata, forse si sono messi in una condizione di pericolo che qualche adulto avrebbe dovuto prevenire. Quando vedo madri amorevoli tenere il figlio piccolo in braccio, stando sedute a fianco del guidatore, ovviamente senza indossare la cintura, mi viene da avvertirle che stanno mettendo in pericolo la vita dei loro pargoli. Possibile che non lo sappiano? Il discorso è semplice: si pensa sempre che queste cose a noi non possano capitare: capitano agli altri. L’incredulità riguarda il fatto che siano avvenute a noi. Bene, ancora una volta siete avvertiti: possono capitare anche a voi. E non ditemi che porto sfortuna. Se vi avverto che attraversare l’autostrada è pericoloso e voi attraversate lo stesso, e un bel tir vi riduce a una macchia di unto sull’asfalto, la colpa non è del mio avvertimento, la colpa è vostra che siete scemi. E non temete, lu jabbu è già arrivato: stretto da un’auto contro il marciapiede sono caduto dalla bicicletta e ho sputato un dente. Ora cerco di stare ancora più attento alla disattenzione degli altri.


Ma davvero abbiamo bisogno di tutti questi porti turistici? – (25 aprile 2014) PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Sabato 26 Aprile 2014 16:54

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di venerdì 25 aprile 2014]


Continua la corsa alla portualità turistica. Quasi ogni comune costiero vuole un porto. Sono essenziali per lo sviluppo, si dice. Qualche anno fa, il sindaco di Nardò ci chiese: ma se volessimo fare un porto lungo la nostra costa, dove lo potremmo fare? Lo volevano fare a Serra Cicora, devastando un tratto di costa rocciosa bassa ancora non toccato dalla speculazione edilizia. Ci fu una sollevazione dei movimenti ambientalisti e il porto fu archiviato, in quel posto. Ma la pressione per averne uno era tanta. Così analizzammo tutta la costa e poi facemmo la nostra proposta. Il porto lo avete già, dicemmo. E’ a Sant’Isidoro. Il vecchio impianto di cozze curate, oramai abbandonato, è un porto bell’e fatto, e dietro ci sono gli spazi per le infrastrutture: capannoni, parcheggi e uno spazio da riqualificare. Recentemente è stata fatta una proposta che, a partire dalla nostra, sviluppava un porto molto ma molto più grande di quel che attualmente c’è. E’ evidente che noi non avevamo proposto questo. Si parla di ampliare il porto di Otranto, e di molti altri. Uno dei primi è stato quello di Santa Maria di Leuca. Mi capita abbastanza spesso di andare sulla costa e devo dire che questi porti, per gran parte dell’anno, sono quasi vuoti. D’estate sono affollatissimi, ma questo dura sì e no due mesi all’anno. Lo stesso avviene per le nostre spiagge e per tutti i paesi costieri, destinati esclusivamente al turismo. Il paese di Torre Lapillo, in inverno, è quasi un deserto.

Ora, la domanda è questa: fare un porto costa molti soldi; come si pensa di recuperare questi soldi se l’infrastruttura viene adoperata per tempi così ristretti? Che convenienza economica c’è, a farli? A volte si fanno perché ci sono fondi comunitari per farli. E il guadagno riveniente non è bastato sulla gestione dell’infrastruttura, ma sulla sua costruzione. E’ così che si costruiscono le cattedrali nel deserto. L’altro motivo è che la presenza di un porto spesso apre la strada per costruzioni ad esso associate. Leggi: speculazione edilizia.

Abbiamo davvero bisogno di questo? Forse basterebbe rendere più efficienti i porti esistenti e, visto il tipo di imbarcazioni che spesso vanno per mare “fuori stagione”, si potrebbero costruire scali di alaggio efficienti e ben gestiti, senza alterare troppo la linea di costa. Ma questo non permetterebbe di spendere molti finanziamenti comunitari, e non permetterebbe la speculazione edilizia associata ai porti.

La bellezza delle nostre coste risiede nella ancora scarsa antropizzazione. Penso soprattutto al tratto di costa tra Otranto e Leuca, ma anche la costa rocciosa a nord di Otranto è semplicemente bellissima. I diportisti hanno tutti i diritti di avere la possibilità di poter svolgere le loro attività preferite, ma non a costi ambientali insostenibili. Ancora prevale un’idea di sviluppo che vede i sindaci contrari al piano paesaggistico proposto da Barbanente. Lo sviluppo è, ancora, sinonimo di costruzione di infrastrutture. Strade, alberghi, villaggi vacanze, porti. Il sistema Salento ha ben altre valenze. Una ricchezza culturale, architettonica e gastronomica uniche al mondo nella parte interna, una gran parte della costa in condizioni ancora vicine allo stato naturale. Se la parte costiera viene dotata di infrastrutture, la sua attrattività viene meno. Bisogna solo capire le proprie potenzialità e svilupparle. Troppo spesso i sindaci portano Rimini come obiettivo dello sviluppo del loro territorio. Ma a Rimini le condizioni sono molto differenti dalle nostre. Se avessero quel che abbiamo noi, sono convinto che i riminesi agirebbero ben diversamente da come hanno agito a casa propria. Chi, dal nord, viene qui a fare le vacanze potrebbe tranquillamente andare a Rimini, senza fare troppa strada, se qui offrissimo le stesse cose che si possono trovare a Rimini. Se vengono qui è perché c’è qualcosa di differente rispetto a Rimini. Se il Salento diventerà come Rimini, la gente andrà a Rimini e non avrà alcun motivo di fare tanta strada per arrivare fino a noi. Non sto parlando di difesa dell’ambiente, sto parlando di sano sviluppo economico., non basato sulla speculazione e sulla devastazione delle nostre ricchezza naturali. Sarà grazie ad esse se potremo diventare ricchi anche noi. Se le distruggiamo, ci aspetta la povertà e solo pochi speculatori saranno diventati ricchi.


Cambiamento climatico: non c’è tempo da perdere, ma noi pensiamo ad altro – (venerdì 18 aprile 2014) PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Mercoledì 23 Aprile 2014 06:58

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di venerdì 18 aprile 2014]

 

E così, ancora una volta, e con argomenti ancora più solidi, il Panel Internazionale sul Cambiamento Climatico (IPCC) ci avverte che stiamo mandando in malora il pianeta. La previsione è che nel 2050, con buona probabilità, le condizioni ambientali potrebbero non essere più rispondenti alle nostre necessità. Riscaldamento globale, innalzamento del livello del mare, modificazioni climatiche sono solo la punta dell’iceberg. Si estremizzano gli eventi, e questo lo stiamo già vedendo da molto tempo. Le estati sono caldissime, ma poi piove in modo intensissimo. E’ normale che le cose cambino, dicono i negazionisti. Non ci sono prove che sia colpa nostra. Ora il panel di scienziati che ha valutato il problema ci dice che abbiamo molte responsabilità. Magari queste cose sarebbero avvenute lo stesso, ma la velocità del cambiamento è alta perché noi agiamo pesantemente sugli ecosistemi che permettono la nostra sopravvivenza. Questo problema non ha eguali, rispetto a tutti gli altri che ci affliggono. Carestie, siccità, guerre, malattie un tempo avvenivano per competizione tra noi. Un popolo cercava di togliere risorse ad un altro popolo, e questo ancora succede. Ma qui stiamo riducendo la disponibilità di beni e servizi che la natura ci mette a disposizione. Le calamità avverranno non non per cattiva distribuzione dei beni naturali tra i popoli, come avviene ora, ma per mancanza di beni naturali. I beni sono il cibo e i materiali naturali che adoperiamo. Poi ci sono i servizi, come la mitigazione del clima, prima di tutto. Se noi produciamo anidride carbonica e consumiamo ossigeno, le foreste terrestri e i vegetali che vivono in mare consumano l’anidride carbonica e producono ossigeno. E’ un servizio essenziale per la nostra sopravvivenza. Ma se distruggiamo le foreste e rendiamo acidi gli oceani, questi servizi vengono meno. C’è meno ossigeno e l’eccesso di anidride carbonica scardina il normale andamento climatico. Le condizioni di vita cambiano, e diventano ostili. E’ il nostro comportamento a renderle ostili. E’ il nostro modello economico, basato su reazioni di combustione. Siamo una specie che brucia. Abbiamo bruciato le foreste, poi il carbone, il petrolio, il gas. La combustione deve essere superata. Dobbiamo trovare nuove tecnologie, e in gran parte già ci sono, per produrre in modo più armonico rispetto al funzionamento dei sistemi naturali. I sistemi produttivi vanno ridisegnati. E anche il nostro stile di vita va ridisegnato. O ce ne rendiamo conto, o pagheremo conseguenze economicamente insostenibili. Non voglio parlare di vite umane, di disastri. Mi basta parlare di soldi, visto che è l’unica cosa che interessa gran parte degli umani. I soldi che stiamo spendendo e che dovremo spendere per far fronte alle catastrofi naturali non sono compensati dai guadagni che otteniamo provocandole. Distruggere i sistemi ambientali non è economicamente vantaggioso. Spostare i sistemi produttivi inquinanti in paesi lontani non basta. L’impatto oramai è globale.

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