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UNIVERSITA' POPOLARE ALDO VALLONE GALATINA Lunedì 2 dicembre, sala Contaldo, ore 18,00: prof. Vincenzo Mello, Myflor e Flormart 2019: Orto-Floro-Vivaismo internazionale. Venerdì 6 dicembre, sala... Leggi tutto...
Programma di Novembre
UNIVERSITA' POPOLARE ALDO VALLONE GALATINA Martedì 5 Novembre, ore 17,45 sala Contaldo : cineforum Belle. La ragazza del dipinto, a cura di Roberta Lisi   Giovedì 7 novembre, ore 17, Lecce,... Leggi tutto...
Si ricomincia...
Dopo la pausa estiva, interrotta dall'Open Day che come sempre ci ha permesso di incontrarci e presentare le nostre attività ad amici e soci vecchi e nuovi, il nostro anno accademico 2019-20 ha... Leggi tutto...
Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
A causa dell'assenza di soci e membri del Consiglio Direttivo nella data precedentemente indicata, l'Assemblea dei soci programmata per il 1° marzo è stata rimandata a giovedì 7 marzo alle ore 18,... Leggi tutto...
"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
La scelta di riservare il primo lunedì di ogni mese al nostro cineforum ci permette di cominciare il 2019 con La signora dello zoo di Varsavia: la scelta di Roberta Lisi, alla quale dobbiamo il... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
Ecologia


Chi ama il mare deve rispettare anche le patelle - (15 agosto 2016) PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Domenica 21 Agosto 2016 09:02

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di lunedì 15 agosto 2016]

 

Il Museo di Biologia Marina di Porto Cesareo, intitolato a Pietro Parenzan, suo fondatore, ha compiuto 50 anni e le celebrazioni sono ancora in corso. Un traguardo importante, visto che la biologia, all’Università del Salento, è iniziata proprio da questo nucleo marino. In questi giorni compie un anno una nuova struttura sorta a Tricase Porto: Avamposto Mare. Realizzata dal CHIEAM di Bari, con il supporto dell’Associazione Magna Grecia Mare e del Comune di Tricase, l’Avamposto viene utilizzato dall’Università del Salento e da altre Università per corsi estivi e per la realizzazione di tesi di laurea magistrale. Il corso di laurea in Coastal and Marine Biology and Ecology attira studenti da tutta Italia e i primi laureati con tesi ad Avamposto mare hanno iniziato qui il loro cammino nel mondo della biologia marina. La settimana scorsa in tre hanno presentato il loro lavoro ad Avamposto Mare ad una platea composta da pescatori, bambini, ricercatori, studenti e docenti liceali e altri, incluso il sindaco di Tricase. Francesca, che viene da Catania, ha raccontato del suo lavoro su una specie che nessuno aveva mai visto prima, una specie nuova. Si tratta di uno pterobranco (mai sentito, eh?) un nostro antico antenato che vive in piccoli tubicini attaccati a colonie di briozoi (altri animali sconosciuti ai più). Il genere è Rhabdopleura e sarà Francesca a decidere che nome dare alla specie. Ci sono ancora specie sconosciute, proprio sulla porta di casa nostra, a saperle cercare. Valerio, abruzzese, e Jessica, milanese, stanno facendo l’inventario delle specie di Tricase. Ne hanno già catalogate centinaia. Le prendono di fronte ad Avamposto Mare, le portano in laboratorio, le allevano e le osservano, e poi le ributtano in mare. Sono aiutati da una banda di bambini che hanno una voglia atavica di imparare, e dai pescatori che assecondano con un sorriso la loro voglia di ispezionare quel che resta nelle reti, dopo che tutto il commestibile è stato estratto. Avamposto Mare è strumento indispensabile per il corso di biologia marina in inglese (è l’unico in Italia), e il Comune ha messo a disposizione il vecchio asilo di Tricase Porto, oramai inutilizzato, come foresteria per gli studenti. I genitori di questi ragazzi arrivano per vedere come se la passano, per festeggiare le loro lauree, e riempiono le camere del villaggio dei pescatori, e i ristoranti. Si crea un circolo virtuoso dove la vita semplice diventa una rara ricercatezza, dove la voglia di conoscere la natura non è un vezzo infantile, ma diventa cultura.

Intanto, il movimento che vuole realizzare un’Area Marina Protetta tra Otranto e Santa Maria di Leuca sta prendendo forza. I sindaci hanno capito l’importanza del patrimonio naturale e si stanno attivando per preservarlo. L’Università del Salento ha già lavorato molto sulle Aree Marine Protette in tutta l’area mediterranea, con il coordinamento di progetti di rilevante interesse nazionale e di progetti europei. Abbiamo le conoscenze per aiutare le comunità locali in questo percorso. Ricerca e didattica si completano a vicenda e si integrano in un territorio che finalmente “ha capito”. Quando, cinquant’anni fa, Parenzan iniziò a lavorare a Porto Cesareo la natura era davvero nella sua forma migliore. Poi ci fu l’abusivismo, lo smantellamento delle dune, l’uso dissennato della costa, lo scempio della pesca dei datteri di mare e del turismo selvaggio, che abbandona rifiuti sulle spiagge. Erano i tempi della fiera opposizione alle Aree Protette. Oggi sono i sindaci a chiederle e una nuova cultura sta prendendo piede. Ci vorranno altri cinquant’anni, e forse più, per tornare in condizioni accettabili, ma la strada è tracciata. Anche se ogni giorno nuove minacce si profilano: dai bivacchi festaioli sulle spiagge, alla raccolta di cetrioli di mare (le oloturie) che vengono spediti a tonnellate in oriente, depauperando i nostri fondali.

Il contributo dell’Università allo sviluppo di una cultura rispettosa dell’ambiente si traduce nelle migliaia di laureati che abbiamo prodotto negli ultimi 30 anni e nei quali abbiamo cercato di inculcare alcuni principi fondamentali. Non sono tutti fanatici come Francesca, Valerio e Jessica (e i loro docenti) ma conoscono, si spera, l’importanza del rispetto per la natura. La battaglia più grande richiede l’affermazione della consapevolezza dell’importanza del patrimonio naturale. Intanto, dagli scogli dove osservo le salpe che brucano le alghe della battigia sono sparite le patelle. Tre individui dotati di coltello le hanno staccate tutte, molto meticolosamente, cibandosene avidamente, come i cercopitechi fanno con i datteri. Le avevo viste crescere in questi mesi e ora… tutto da rifare. Una specie di patella, la più grande, sta correndo il rischio di estinguersi proprio per la raccolta eccessiva. Intendiamoci, se stessi morendo di fame ucciderei l’ultimo panda e me lo farei arrosto. Ma quei tre non stavano morendo di fame. Come spiegargli che le patelle sono importanti senza correre il rischio di essere presi a male parole? La strada è ancora lunga, e noi non ci arrendiamo. L’Università serve a questo: far evolvere la cultura, sperando di contribuire a migliorare le cose.


Meno democrazia senza Mercalli - (11 agosto 2016) PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Giovedì 18 Agosto 2016 09:26

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di giovedì 11 agosto 2016]

 

La RAI ha eliminato dai propri palinsesti Scala Mercalli, il programma di Luca Mercalli dedicato alle sfide ambientali che la nostra specie deve affrontare per poter andare avanti nel suo cammino evolutivo. I dati di ascolto non erano esaltanti, e un programma in prima serata non può andare sotto un certo indice d’ascolto. I temi ambientali sono interessanti per una porzione insignificante del pubblico e questo basta perché i dirigenti RAI decidano di chiudere una trasmissione.

Non sono d’accordo. Mercalli stava svolgendo un servizio pubblico: informava sulle emergenze ambientali, mostrava i dati del disastro che stiamo perpetrando. Alcuni critici televisivi di autorevolissimi quotidiani lo hanno etichettato come un terrorista ecologico. Peccato che le stesse preoccupazioni siano condivise da Francesco, nella sua Enciclica Laudato Sì, anche lui un terrorista ecologico. E peccato che queste emergenze siano condivise anche dall’Unione Europea, dal G7, dalle Nazioni Unite. Ne parliamo e sono tutti d’accordo. Ma poi tutto continua come sempre.

In democrazia è importantissimo che il pubblico sia pienamente informato e che l’informazione si trasformi in conoscenza. Altrimenti la maggioranza può prendere decisioni contrarie ai propri interessi: è facile manipolare un ignorante. Un esempio? Molti degli inglesi che hanno votato per uscire dall’Europa non conoscevano i termini della decisione che hanno contribuito a prendere. Qualcuno ha cavalcato la loro emotività e chi sapeva non ha speso molte energie per spiegare, per smascherare le bugie. L’emotività ha condizionato le scelte del nostro paese in occasione di due referendum sul nucleare. Chernobyl e Fukushima hanno spaventato l’opinione pubblica. In questo caso, secondo me, è stato un bene. Vallo a spiegare che gli impianti hanno enormi costi di dismissione (tenuti accuratamente nascosti), che non sappiamo dove mettere le scorie e altre cosette del genere. Arrivano subito rassicuranti esperti che dicono che va tutto bene. Poco han potuto di fronte all’evidenza dei disastri. Ma in assenza di disastri, o se sono lontani nel tempo, l’opinione pubblica rimane indifferente ai problemi ambientali. Vedi il fallimento del referendum sulle concessioni petrolifere. Così abbiamo deciso di regalare ai privati i nostri depositi strategici di gas, e di portarli sino all’esaurimento: è un peccato lasciarli lì. Poco importa che avessimo ratificato accordi per limitare i combustibili fossili. Un attimo dopo estendiamo le concessioni entro le acque territoriali e le liberalizziamo oltre le dodici miglia. E siamo stati in pochi a cercare di spiegarne le implicazioni. La disinformazione ha trionfato. Mercalli ha osato dare voce ai comitati No TAV, scatenando interrogazioni parlamentari. Intanto, chissà per quale motivo, si è deciso che il tracciato della TAV potrebbe in gran parte utilizzare il tracciato ferroviario già esistente, senza che sia necessario allestirne un altro. Quello che chiedevano i comitati. Forse sarà perché il nuovo sindaco di Torino non è più così favorevole alla TAV? I comitati di affari che gestiscono i grandi appalti non sono contenti che la gente sappia. Mercalli mostrava grafici, forniva dati, faceva proiezioni e usava argomenti e testimonianze derivanti dal mondo scientifico. Certamente, a fronte di una testimonianza se ne trovano sempre di contrarie, ma almeno il pubblico può essere esposto a diverse campane.

Ora la campana di Mercalli è stata tacitata. Già dava fastidio a Che Tempo che Fa. Ho notato molta insofferenza da parte di Fazio alle argomentazioni di Mercalli. Batteva il dito sulla sua scrivania, impaziente di introdurre, con tempi dilatati, l’ultimo disco di Baglioni. Mercalli, menagramo, parlava di riscaldamento globale. Non interessa a nessuno! Poi sarebbe arrivata Littizzetto. Basta che dica culo! e Fazio finge di scandalizzarsi e tutti ridono. Aver dato una trasmissione in prima serata a Mercalli ha liberato la coscienza della RAI. E la liberazione è arrivata dai bassi ascolti. Si chiude non perché è scomodo, ma perché non ha successo.

E il servizio pubblico per cui paghiamo il canone diventa un’impresa commerciale. Con questa logica, se i ragazzi si annoiano a scuola tanto vale chiudere le scuole.

La Commissione Europea, con cui ho diverse occasioni di collaborazione, lamenta l’analfabetismo ambientale della popolazione dell’intero continente. Scala Mercalli era un contributo all’alfabetizzazione ambientale. Le cose che divulgava, però, erano ancora più scomode di quelle di Report o di Servizio Pubblico. Temi intollerabili per un assetto di potere che ha un disegno di crescita che vede la protezione ambientale come un freno allo sviluppo. Meglio che di queste cose non si parli. Ora, senza quel programma, la democrazia è un po’ meno compiuta, perché è meno consapevole. Le generazioni future malediranno, intanto i comitati di affari ringraziano: potranno tranquillamente gestire i propri affari.


Dopo le case, le auto – (29 luglio 2016) PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Domenica 14 Agosto 2016 10:01

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di venerdì 29 luglio 2016]

 

Chi va al mare non vuole camminare. In passato, scoperta la bellezza del mare a due passi, è scoppiata la febbre della casa abusiva. Costruita alla bell’e meglio, quanto più vicina possibile al mare. Così sono state smantellate moltissime dune e si sono stravolti un paesaggio e un  ecosistema unici. Ma non basta. Chi non ha la casa in prima fila non vuole camminare. Chi non ha la casa direttamente sul mare vuole come minimo avere un facile accesso, con tutte le comodità. Senza camminare. D’altronde, lo vediamo anche in città. Se si deve comprare qualcosa in un negozio, si parcheggia esattamente davanti a quel negozio, in seconda e a volte in terza fila. Così al mare. Bisogna arrivare proprio lì: due passi e si fa il bagno. L’auto deve arrivare sulla spiaggia, o sugli scogli. Meglio che sia in vista, che potrebbero rubarla. E poi si può usare come base, magari collegata ad una tenda. Si può sentire musica dallo stereo, lasciando le porte aperte. Come gli elefanti si aprono sentieri nella savana e nella giungla, a forza di passare, così le auto hanno aperto varchi e tracciato esili strade. Un intrico di stradine che stravolge l’assetto della costa dove l’abusivismo edilizio non è ancora arrivato. Gli sbarramenti sono aggirati. Prima con i SUV, e poi passano anche le utilitarie.

Questa smania di connessione automobilistica con il mare sta rovinando la costa, non dico tanto quanto le case abusive, ma quasi. Che ci siano sentieri lungo la costa è bene. Che la si possa esplorare a piedi o in bicicletta è magnifico. Abbiamo ancora moltissimi tratti costieri senza abitazioni, e tutti devono avere la possibilità di usufruirne, a patto di non rovinarli.

Vedo che i sindaci finalmente si sono accorti di questo problema. Al tempo dell’abusivismo selvaggio avevano il potere di fermare lo scempio, e non lo hanno fatto. Chi li elegge ha anche costruito le case, mica si può andare contro il proprio “elettorato di riferimento”! La prima responsabilità di quanto è avvenuto è la loro, diretta espressione della popolazione votante. Con qualche sparuta eccezione, i sindaci si opposero fieramente al piano delle coste che cercava di fermare la colata di cemento: è un freno allo sviluppo, tuonavano. I tempi sono cambiati, e la consapevolezza di preservare un patrimonio naturale integro sta caratterizzando molte amministrazioni comunali. Finalmente! La difesa del patrimonio naturale non può essere efficace se la “popolazione residente” non condivide la sensibilità nei confronti della natura. Sono stati fatti molti passi avanti negli ultimi 30 anni. Il problema delle case abusive si risolverà alla fine del loro ciclo di vita. Piano piano la natura si riprenderà il suo spazio. Abbatterle tutte e ripristinare le condizioni che hanno così fortemente alterato richiederebbe l’impiego di carri armati. E poi molte sono state condonate. Per le auto il problema è più semplice. Per prima cosa bisogna allestire parcheggi a distanze accettabili dai posti belli. Con una sentieristica adeguata. Farne tanti, di piccole dimensioni, in modo da distribuire la popolazione senza generare assembramenti nei posti più facili da raggiungere. E poi vigilare in modo continuo e inflessibile che le regole vengano rispettate. Con carri attrezzi che rimuovano le auto degli indisciplinati. Gli addetti alla vigilanza devono essere di altri paesi. Perché il vigile comunale non multerà mai il paesano suo amico. E il turista multato si sentirà prevaricato nel vedere che lui deve seguire le regole e altri no. E non verrà più. I fondi europei con cui si vogliono costruire porti e strade e immense rotonde potrebbero essere impiegati per questo. Come si è fatto, per esempio, alla Palude del Capitano. Ripristinando anche i muretti a secco. Perché i soldi ci sono. Il turismo di chi è disposto a camminare un po’ o, addirittura, a programmare lunghe passeggiate in posti incontaminati e senza l’assillante presenza di meccaniche presenze umane, ha una sua dimensione economica. Questi viaggiatori vogliono godere della bellezza delle nostre coste, e dei nostri centri storici. Non vogliono usare le spiagge come balere, con assordanti rumori che assecondino danze tribali. Questo uso del territorio è legittimo nei posti in cui la natura non ha quasi nulla da offrire. Ma i posti baciati dalla fortuna di una natura magnifica devono generare ricchezza in altro modo. Un sindaco di Porto Cesareo un giorno mi disse che voleva realizzare la Rimini dello Ionio! E per valorizzare il paese eresse un monumento a Manuela Arcuri. Aveva un parco nazionale, l’Area Marina Protetta di Porto Cesareo, ma lo vedeva come un intralcio allo sviluppo. A Rimini non c’è il patrimonio naturale di Porto Cesareo. Voler trasformare Porto Cesareo in Rimini significa non aver capito nulla, anche perché a Rimini quel turismo lo sanno fare molto bene, non è facile competere. Chi viene qui cerca cose che altri posti non possono offrire. Prima di tutto la natura, e poi il patrimonio culturale dei centri storici e, ovviamente, l’enogastronomia.

Ci sono grandi opportunità di destagionalizzazione, con afflussi costanti. L’Italia un tempo era al primo posto nel mondo per la resa economica riveniente dal turismo. Ora siamo al sesto, o forse ancora più in basso. Ci sono paesi meno fortunati di noi dal punto di vista ambientale e culturale che hanno trasformato il proprio territorio in una miniera d’oro. Noi, invece, lo stiamo devastando in modo capillare, Con cemento, asfalto, auto, porticcioli inutili, rumore assordante. Tutte opere che generano ricchezza, con fondi pubblici, nei privati che le realizzano. Poi resta la cattedrale nel deserto e la devastazione di cemento e asfalto inutili.


Il Paese dei fessi – (19 luglio 2016) PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Martedì 19 Luglio 2016 09:28

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di martedì 19 luglio 2016]


I soldi ci sono, perché non vengono spesi? Non possiamo sempre lamentarci, come se lo stato di cose non fosse spesso determinato dalle nostre stesse scelte, come se la volontà venisse da altre parti. I soldi ci sono. A volte non vengono spesi, altre volte vengono spesi male (le opere sono fatte male e a prezzi altissimi), altre volte ancora sono spesi bene (le opere sono fatte bene, anche se di solito a prezzi altissimi) ma per fini che non sono funzionali agli interessi del territorio, altre volte sono fatte bene e per scopi coerenti con l’interesse pubblico (ognuno di noi è in grado di fare il proprio elenco). Ci sono decine di milioni di euro per fare i porti. L’altro giorno, a Castro, c’era un enorme yacht in rada. Che disdetta, non c’era un porto dove potesse ormeggiare. Pensa quanti ce ne sarebbero se ci fosse un bel sistema di megaporti, con infrastrutture adeguate! I soldi per farli ci sono! Decine e decine di milioni, quasi cento. E allora facciamoli, no? I costruttori si fregano le mani. Quando si fanno questi programmi si devono effettuare serissime analisi costi benefici, pensando ai fondi pubblici come se fossero privati. Il guadagno deve essere l’interesse pubblico, non necessariamente il lucro. Per mettere in sicurezza quel tratto di ferrovia, per esempio, il guadagno è la sicurezza dei viaggiatori. Vale la pena di sostenere i costi.

Ma in altri casi? L’Università del Salento ha speso decine, forse centinaia, di milioni di euro per costruire edifici. Erano disponibili, quei fondi… sarebbe stato un peccato non utilizzarli, no? Così ora ci sono enormi edifici belli pronti che non si stanno utilizzando perché non ci sono i soldi per il trasloco, o perché non possiamo permetterci i costi di funzionamento. Quale è stato il guadagno, nel fare quelle opere? Ma è chiaro: il guadagno è andato a chi ha gestito gli appalti. Le costruzioni sono state fatte, hanno lavorato le ditte, hanno lavorato gli operai, ma la gran parte del profitto è andata agli appaltatori. Poi l’opera non viene utilizzata e chi viene “dopo” si trova a dover gestire la proverbiale cattedrale nel deserto. Quanti eoni ci vorranno perché l’utilizzo pubblico e il minore inquinamento (il beneficio presunto) pareggino il costo monetario di aver costruito il filobus?  Ma il costo è anche la selva di pali che ha stravolto il paesaggio urbano. L’impressione è che l’unico affare nel fare il filobus sia stato fare il filobus. E così è per i nuovi edifici universitari (mentre quelli vecchi vanno in malora, vedi Ecotekne).

Così sarà per i porti. Un porto stravolge l’assetto della costa e comporta enormi cambiamenti ambientali. Cambia il regime delle correnti, si alterano i fondali e i flussi di sedimentazione. Si tratta di un costo. Si altera il paesaggio, e si modifica la possibilità di utilizzare la costa. Un tratto di costa dove non c’è “niente” è un’attrattiva turistica formidabile. Il tratto Otranto-Leuca ha questa caratteristica, anche se ogni “marina” di paese interno ha l’ambizione di stravolgere la costa e farci passare una bella strada. Alcuni lo hanno già fatto. Ora tutti vogliono il porto. Qualcuno, al posto di quel “niente” vede già tante belle infrastrutture. Porti, alberghi, litoranee, villaggi. In alcuni si sta già operando. I soldi pubblici servono per fare l’infrastruttura, poi i privati usano l’infrastruttura per la speculazione edilizia. Hanno ucciso Renata Fonte perché si opponeva a questa visione dello sviluppo, se non sbaglio. Bene, questa visione dello sviluppo prospera.

Il primo problema, ora, è di capire chi è che decide dove debbano andare quei fondi europei. Chi è che ha deciso che devono essere spesi per fare porticcioli turistici, o superstrade, o bici di scambio, o filobus? Perché, ve lo assicuro, un privato non sosterrebbe il costo di costruire un porticciolo avendo come beneficio i guadagni con la gestione del porticciolo stesso. Scommettiamo? I soldi devono sempre essere pubblici. Si dice sempre che pubblico significa spreco, mentre privato significa efficienza! Infatti: efficienza nello sprecare il denaro pubblico, per scopi che non portano a pubblici vantaggi ma solo a privati guadagni.

Intanto una domanda ai politici: scusate, potete fare una ricognizione di quanti soldi siano disponibili, e per fare che cosa? E possiamo fare una bella analisi costi benefici sull’utilizzazione di quei soldi? E sarebbe per caso possibile capire come mai, se all’analisi venisse fuori che i costi sono maggiori dei benefici, quei soldi sono stati destinati a quei fini? Chi è che ha deciso dove destinarli?

Il Sud ha ingoiato una quantità immane di finanziamenti pubblici, destinati a generare sviluppo. Pare che la cosa che si sia maggiormente sviluppata è la criminalità organizzata. Che si è arricchita a dismisura utilizzando proprio quei fondi. In combutta con la massoneria, ci dicono i magistrati calabresi. E con la forza di esprimere senatori. Quanti politici onesti hanno mai denunciato infiltrazioni massonico malavitose all’interno dei partiti in cui militano? Quante volte i partiti sono arrivati prima della magistratura a fare pulizia al proprio interno? Il caso di Roma è emblematico. Ma anche a Torino stanno avvenendo cose strane. Ora ci si accorge che un tratto non indifferente della TAV potrebbe essere fatto sul vecchio tracciato ferroviario, senza devastare l’ambiente per farlo da zero. Ma guarda un po’. Scommettiamo che lo volevano fare nel modo più costoso possibile perché più soldi pubblici si spendono, maggiore è il guadagno privato? Calabria, Roma, Piemonte, vogliamo parlare delle banche toscane? Ogni regione e ogni città ha le sue storie. Certo, al nord il San Raffaele è un covo di malaffare ma l’ospedale comunque funziona. Anche al sud ci sono i covi di malaffare, ma le cose proprio non funzionano. Ma non preoccupatevi, il paese sta rapidamente omogeneizzando le sue caratteristiche. Falliscono le banche del centro e del nord, per esempio. Sono covi di malaffare e non funzionano. Certo, il piano era di far diventare il sud come il centro e il nord. E invece sono il centro e il nord che stanno diventando come il sud. In un modo o nell’altro l’unità d’Italia è in rapida realizzazione.

Quei fondi, comunque, non vengono dall’Europa, vengono dai nostri bilanci. I soldi dell’Europa sono il frutto dei contributi dei vari paesi. E noi siamo tra quelli che contribuiscono di più. Ogni anno l’Italia dà 100 per finanziare la ricerca europea, e la progettualità italiana riporta a casa 60. Siamo dei fessi, e stiamo fottendo il nostro paese. Pensando di essere furbi.


Nuove tragiche parole – (16 giugno 2016) PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Giovedì 23 Giugno 2016 09:58

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di giovedì 16 giugno 2016]

 

C’è bisogno di nuove, tragiche parole per definire l’uccisione di persone per appartenenza di genere. Uccidere omosessuali è un omocidio, legato all’omofobia. Uccidere donne è un ginecocidio, legato alla ginecofobia. Androcidio dovrebbe essere l’uccisione di un maschio perché maschio. Ma gli androcidi sono rari. Sono sempre maschi ad uccidere femmine e omosessuali, quando si uccidono tra loro non vogliono uccidere dei maschi, vogliono uccidere avversari. La guerra è cosa da maschi. Gran parte degli omicidi, di qualunque genere, sono compiuti da maschi “normali”. Il ruolo biologico dei maschi, oltre alla fecondazione, è di difendere il territorio e di cacciare, e questo ha marcato profondamente il loro comportamento, la loro indole. I maschi, a parte rare eccezioni, aspirano a ruoli di comando ma non controllano la riproduzione e questo li rende incerti riguardo alla trasmissione dei geni alle generazioni future. La madre è sempre certa, il padre no. Questa mancanza di “controllo” ha portato i maschi ad atteggiamenti vessatori nei confronti delle femmine. E’ relativamente recente l’abolizione del reato di adulterio femminile (quello maschile non era punito). Ed è altrettanto recente l’abolizione del “delitto d’onore” che prevedeva pene lievi per i maschi che uccidevano la moglie fedifraga. E ci sono paesi in cui le fedifraghe vengono lapidate e l’omosessualità viene punita con la morte. La sodomia è spesso ritenuta un peccato ripugnante, equiparato alla pedofilia. I maschi “veri” non amano essere abbandonati dalle proprie femmine, e sono disgustati da accoppiamenti tra maschi. La reazione mette in campo l’unico argomento di esseri intellettualmente “primitivi”: la violenza. I maschi abbandonati uccidono chi osa lasciarli. E si sentono offesi, i maschi, nel vedere maschi che non si comportano da “maschi”, probabilmente per esorcizzare proprie omosessualità latenti e considerate inaccettabili. Uccidono gli omosessuali per uccidere la propria omosessualità. E uccidono le femmine per uccidere la propria impotenza.

Ci sono sempre stati, gli omocidi e i ginecocidi. Hitler, oltre a sterminare ebrei, zingari e disabili, aveva pianificato anche lo sterminio degli omosessuali.

Paradossalmente, le donne e gli omosessuali sono più “forti” di chi uccide, hanno il controllo del proprio corpo e decidono di conseguenza, dimostrando un’autonomia intollerabile. E sono uccisi da vigliacchi, visto che le vittime di solito non sono attrezzate per rispondere alla violenza con altrettanta violenza.

Se lo sfigato che ha ucciso più di 50 omosessuali in Florida fosse entrato in un locale frequentato dagli Hell’s Angels probabilmente sarebbe finito crivellato di colpi dopo la prima raffica. In quel locale, invece, non c’erano individui armati (solo un poliziotto fuori servizio ha cercato di fermarlo, senza successo). Omosessuali e donne sono non-violenti. E i bulli se la prendono con chi non ha le risorse fisiche per metterli al tappeto al primo tentativo di prepotenza. Questa violenza è fortemente connaturata nel comportamento maschile, ha basi culturali ma ha anche basi biologiche (il testosterone). La tentazione sarebbe di armare femmine e omosessuali, addestrandoli a uccidere. Ma questo significherebbe arrendersi all’inferiorità maschile. I maschi sono potenzialmente pericolosi. E anche i più miti, in certe situazioni, possono agire in modo violento. La società si deve organizzare meglio per arginare questa tendenza e resistere alla tentazione, fortissima, di farsi giustizia da soli. Da maschio, mi verrebbe voglia di comprare una bella 44 magnum per far fuori tutti questi violenti… e, al primo dissidio con qualcuno, diventerei proprio come “loro”. Dobbiamo imparare a gestire le frustrazioni. I miti del successo e della gratificazione certamente non aiutano.


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