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"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
La scelta di riservare il primo lunedì di ogni mese al nostro cineforum ci permette di cominciare il 2019 con La signora dello zoo di Varsavia: la scelta di Roberta Lisi, alla quale dobbiamo il... Leggi tutto...
Programma gennaio 2019
Dopo le festività natalizie, le attività dell'Università Popolare riprenderanno lunedì 7 gennaio, col consueto appuntamento col cineforum curato da Roberta Lisi, come sempre programmato per il... Leggi tutto...
Anticipo orario conferenza di venerdì 23 marzo
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Per ricordare meglio la nostra visita a Cavallino
Uno dei momenti più emozionanti della nostra gita culturale a Cavallino, domenica scorsa, è stata la lettura  di un breve estratto dalle memorie del duca Sigismondo Castromediano (Carceri e... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
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Economia


SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 171 - (8 giugno 2016) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Giovedì 09 Giugno 2016 19:55

Sulla restrizione del credito

 

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di mercoledì 8 giugno 2016]

 

Nelle Dichiarazioni finali rilasciate lo scorso 31 maggio, il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, ha realisticamente dipinto un quadro macroeconomico ancora caratterizzato da forti incertezze e instabilità: “nonostante i segnali di rafforzamento nel primo trimestre di quest’anno, l’economia dell’area dell’euro resta esposta ai rischi provenienti dal contesto globale. L’indebolimento del commercio si protrae; permane l’incertezza sulla capacità della Cina e di altri paesi emergenti di evitare un deciso rallentamento delle rispettive economie”. Detto diversamente: non solo siamo ancora in piena recessione, ma la riduzione degli scambi commerciali su scala globale, e il rallentamento del tasso di crescita cinese, lascia presagire un’ulteriore intensificazione della crisi.

Con riferimento all’Italia, Visco si è soffermato, in particolare, sulla solidità del nostro sistema bancario, facendo rilevare una lieve contrazione dei tassi di interesse bancari sui crediti concessi alle imprese.

A ben vedere, tuttavia, si tratta di ben poco e soprattutto di un andamento dei tassi italiani non in linea con la media europea. Uno studio recente del Centro Studi ImpresaLavoro della Confimprenditori ha rilevato differenze significative nelle condizioni del credito all’interno dell’Unione Monetaria Europea, con riferimento al periodo 2014-2015: in particolare, mentre le imprese tedesche hanno visto crescere i propri volumi di affidamenti dell’1,6% e quelle francesi del 3,3%,  le imprese italiane hanno subìto un calo dei prestiti pari all’1,4%. Il fenomeno può essere spiegato con due motivazioni, che attengono, da un lato, alla specificità del tessuto produttivo italiano e, dall’altro, alle politiche economiche messe in atto nel nostro Paese negli ultimi anni.

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Le ragioni economiche della riforma costituzionale PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Venerdì 03 Giugno 2016 20:23

["MicroMega" online del 2 giugno 2016]

 

SINTESI. La Costituzione che si intende riscrivere è una Costituzione modellata su parametri di efficienza economica, ovvero finalizzata a rendere l’economia italiana più attrattiva per gli investitori esteri. In un contesto che si definisce di globalizzazione, ciò che conta è la rapidità delle decisioni politiche che asseconda la rapidità dei processi di produzione e vendita. Letta in questa prospettiva, la riforma appare del tutto coerente con una logica efficientista, che si pone in radicale contrasto con la tutela dei diritti, in particolare dei diritti sociali.



Il progetto di riforma costituzionale è stato autorevolmente commentato da numerosi costituzionalisti, che hanno concentrato la loro attenzione sugli aspetti propriamente giuridici e politici del cambiamento prospettato[1]. Nel dibattito che si è sviluppato in questi mesi, minore attenzione hanno ricevuto interpretazioni che attengono a ragioni di carattere propriamente economico che spingono verso la riforma della Costituzione italiana.
Per individuarle conviene partire da un fatto ampiamente noto. J.P.Morgan, una delle Istituzioni finanziarie più importanti su scala globale, in un documento del 2013, ha rilevato l’impronta “socialista” che sarebbe implicita nella nostra Carta costituzionale[2]. In effetti, si tratta di un’interpretazione che può essere condivisa se si leggono gli articoli che più direttamente riguardano la sfera economica e, in particolare, quelli che danno allo Stato anche funzioni di programmazione. Evidentemente, dal punto di vista degli interessi della finanza che quella Istituzione rappresenta, la presenza di elementi di “socialismo” nella nostra Costituzione deve essere particolarmente sgradita. Va chiarito che il documento di J.P. Morgan è estremamente rilevante, anche al di là del progetto di riforma costituzionale, perché aiuta bene a comprendere i processi di depoliticizzazione in atto: ovvero processi che demandano a tecnici non eletti la gestione della politica economica, a condizione che quest’ultima sia concepita in modo da “non essere invisa alle banche centrali”[3].

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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 170 - (13 maggio 2016) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Venerdì 13 Maggio 2016 20:35

Gli effetti perversi della moderazione salariale


[“MicroMega” online del 13 maggio 2016]

 

Sintesi. Le politiche di moderazione salariale dovrebbero generare crescita sia perché migliorano la competitività di prezzo delle nostre imprese esportatrici, sia perché, contenendo l’inflazione, accrescono i consumi e la domanda interna. L’evidenza empirica smentisce entrambi gli effetti, mostrando come la compressione dei salari abbia il solo esito di accentuare la recessione.

 

La ripresa della crescita economica in Italia viene fatta dipendere, nella visione dominante[1], dal combinato della liberalizzazione del mercato dei beni e dei servizi e da misure di deregolamentazione del mercato del lavoro, secondo gli effetti descritti nella seguente tabella.

(fonte: Tronti, 2009)[2]

 

Si tratta di uno schema che presenta non pochi punti di criticità, sia sul piano teorico, sia sul piano fattuale. Ciò che qui interessa rilevare è se la moderazione salariale può essere una strategia efficace ai fini della crescita delle esportazioni e se lo sia ai fini dell’aumento della domanda interna (per effetto del presunto aumento dei salari reali conseguente alla riduzione del tasso di inflazione). Tecnicamente, la risposta alla prima domanda rinvia alla stima dell’elasticità delle nostre esportazioni al prezzo, ovvero della possibilità, per i consumatori esteri, di sostituire facilmente i prodotti italiani con prodotti di altri Paesi. A riguardo non vi è uno studio che possa considerarsi conclusivo, soprattutto in considerazione del fatto che l’elasticità delle esportazioni al prezzo varia significativamente fra settori produttivi.

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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 169 - (1° maggio 2016) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Domenica 01 Maggio 2016 19:05

L’aumento dei divari regionali

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 1° maggio 2016]

 

Vi è ampia evidenza sul fatto che i divari regionali, in Italia, sono in continuo aumento ed è noto che i Governi che si sono succeduti negli ultimi anni hanno somministrato dosi relativamente maggiori di austerità proprio alle aree più deboli del Paese.

Quest’ultimo aspetto, di estrema rilevanza politica, sembrerebbe in prima approssimazione delineare un vero e proprio puzzle, dal momento che intuitivamente non si capisce per quale ragione, in fasi recessive, si accentua volontariamente la recessione laddove è più intensa. A ben vedere, si tratta di una decisione politica che riflette un ben preciso orientamento di teoria economica, secondo il quale, per produrre crescita economica, occorre accentrare le risorse nei poli che sono già più produttivi: in altri termini, una variante degli effetti c.d. di sgocciolamento. L’ipotesi, tutta da dimostrare, è che le diseguaglianze (in questo caso territoriali) generano crescita. E’ la metafora del treno: se la locomotiva parte, si tira dietro tutti i vagoni. Fuor di metafora, si ritiene che la crescita dei profitti delle imprese del Nord incentivi la domanda di sub-forniture, tipicamente rivolta alle imprese meridionali, con conseguente aumento dei profitti anche a beneficio di queste ultime. E’ molto diffusa, poi la convinzione che il basso tasso di crescita del Mezzogiorno dipenda dalla sua scarsa dotazione di “capitale sociale”: una convinzione che rafforza gli indirizzi di policy messi in atto negli ultimi decenni, dal momento che l’aumento della spesa pubblica nel Mezzogiorno si tradurrebbe esclusivamente in sprechi, inefficienze, corruzione.

La tesi della carenza di capitale sociale si presta a numerose obiezioni, fra le quali: i) non è esattamente chiaro cosa si intenda con questa espressione, o comunque non vi è unanime consenso sulla sua definizione; ii) per conseguenza, è estremamente difficile, se non impossibile, una sua corretta quantificazione, essendo peraltro una variabile multidimensionale. Se si ritiene che una diffusa presenza sul territorio di attività criminali sia una proxy di bassa dotazione di capitale sociale, pare che questo sia il principale argomento utilizzato per dar conto dell’arretratezza del Mezzogiorno. Una recente ricerca svolta presso l’Università del Salento da Valentina Cremonesini e Stefano Cristante (“La parte cattiva dell’Italia. Sud, media e immaginario collettivo”) mostra che nei principali media italiani la parola-chiave più utilizzata quando si tratta del Mezzogiorno è appunto “criminalità”, volendo suggerire che la criminalità causa il sottosviluppo. Va tuttavia ricordato che si è in una fase di globalizzazione criminale (e che dunque la criminalità organizzata non è solo un fenomeno meridionale) e va sottolineato che molto probabilmente è semmai il deterioramento del capitale sociale un effetto della recessione.

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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 168 - (5 aprile 2016) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Martedì 05 Aprile 2016 19:40

Sintesi. L’ultimo Rapporto SVIMEZ segnala che la crisi nel Mezzogiorno ha assunto dimensioni devastanti e che la crescita dei divari regionali continua ad accentuarsi. Questo esito è fondamentalmente da imputare alle maggiori dosi di austerità imposte alle regioni meridionali, in uno scenario nel quale il Mezzogiorno è un mercato di sbocco sempre meno rilevante per le imprese settentrionali.

 

Perché il Mezzogiorno non interessa più

 

[In “MicroMega”  online del 5 aprile 2016]

 

L’ultimo Rapporto SVIMEZ segnala che la crisi nel Mezzogiorno ha assunto dimensioni devastanti e che la crescita dei divari regionali continua ad accentuarsi. Può essere sufficiente un solo dato per darne conferma: a fronte del dato generale per il quale l’Italia è stata la sola, fra i maggiori Paesi dell’Eurozona, a far registrare un tasso di crescita negativo nel 2014, dal 2008 le regioni meridionali hanno perso circa il 13% del Pil, a fronte di una flessione (anch’essa rilevante) del 7.4% per il Centro-Nord. In più, la lunga recessione meridionale si associa a un significativo aumento delle diseguaglianze distributive: l’ultimo Rapporto ISTAT sul “Benessere Equo e Sostenibile”, del 2015, certifica che il reddito posseduto dal 20% della popolazione con i redditi più alti è 6,7 volte superiore a quello posseduto dal 20% delle famiglie con i redditi più bassi mentre nel Nord il rapporto è di 4,6.

Le cause dell’aumento dei divari regionali sono fondamentalmente tre.

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