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"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
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Programma gennaio 2019
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Stagione teatrale a Lecce
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Stagione teatrale a Cavallino
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Economia


La domanda del re - (25 marzo 2016) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Ferdinando Boero   
Venerdì 25 Marzo 2016 10:34

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di venerdì 25 marzo 2016]

 

La presentazione di Guglielmo Forges Davanzati del libro “Rischio e previsione. Cosa può dirci la scienza sulla crisi” di Francesco Sylos Labini introduce la famosa “domanda della Regina”, posta dalla Regina Elisabetta agli economisti della famosa London School of Economics: ma come mai sbagliate sempre le vostre previsioni e non avete previsto questa crisi? Forges Davanzati ci insegna che la domanda non ebbe risposta, e ci ricorda che la grande matematizzazione delle scienze economiche, con l’uso di sofisticati algoritmi, è un tentativo di portare l’economia a livello della fisica. Una scienza “dura”, predittiva. I fisici fanno previsioni e le basano su elaborazione matematica della realtà. Inseriscono i valori di variabili chiave all’interno dei loro algoritmi e, con i loro calcoli, prevedono le manifestazioni future della realtà. Higgs prevede il bosone, Einstein le onde gravitazionali, e così via prevedendo. Poi gli esperimenti confermano, oppure rigettano. Se lo fanno loro, perché non riusciamo anche noi? Si dicono gli altri ricercatori. E nasce la famigerata invidia per la fisica. Tutte le discipline, con qualche eccezione, tentano di diventare “dure” e predittive, come la fisica. Lo disse Kant, tantissimo tempo fa: la maturità di una scienza si misura con il suo livello di matematizzazione. Una scienza altamente matematizzata, la fisica, è “matura”, mentre quelle che non sono ancora riuscite sono “immature”. Nella scienza si dice anche che la fisica sia una scienza “dura” mentre le altre sono “molli”.

Certo che quando i fisici si cimentano in altre discipline non è che riescano a fare quel che fanno nella loro. Di solito se ne tornano al riparo del proprio ambito. Oppure…

La domanda della Regina fu rivolta anche ai meteorologi. Ma scusate, spendiamo un sacco di soldi per stazioni meteorologiche, satelliti, centri di calcolo, e poi spesso le previsioni sono errate. Come mai? Intanto, diciamo che le previsioni meteo, oggi, sono incommensurabilmente migliori rispetto a prima dell’uso dei satelliti e dei computer. Ma l’incertezza prevale, comunque. La risposta la diedero prima indirettamente e poi direttamente, due matematici: Poincaré e Lorenz. Poincaré, con il problema dei tre corpi, dimostrò che se due corpi interagiscono (per “corpi” si intende due misurazioni della realtà, di qualunque tipo) è possibile effettuare previsioni sul loro comportamento futuro, ma se i corpi diventano tre, nel medio e lungo termine le loro interazioni diventano intrinsecamente imprevedibili. Si prevedono le prime interazioni (breve termine) ma non le successive (medio e lungo termine). Lorenz fece bene o male la stessa scoperta con simulazioni applicate alla meteorologia, dimostrando matematicamente che piccolissime differenze nei dati misurati possono influenzare in modo determinante (nel medio e lungo termine) il comportamento di un sistema complesso. E complesso significa con più di due corpi che interagiscono.

E quindi: le previsioni meteorologiche possono diventare molto precise nel breve termine. Ma è intrinsecamente impossibile (non si può) prevedere il medio e lungo termine, in questi sistemi complessi. Le equazioni ci sono, ma sono “altamente instabili”, cioè la loro applicazione può dare risultati molto differenti, a fronte di infinitesime variazioni di variabili rilevanti. Basta poco, e tutto cambia.

Quel “poco” si chiama: la storia. Queste scienze sono “storiche”. Si chiede, agli storici, di elaborare l’equazione della storia? Si chiede agli storici di prevedere il futuro, in base al passato? Uno storico potrebbe identificare tutte le variabili rilevanti e trovare i rapporti tra esse, e poi potrebbe cercare di elaborare i loro valori all’interno di sistemi matematici, tipo quelli della fisica e, in base ad essi, prevedere il futuro. Una bella sfera di cristallo, matematica.

Come mai gli storici non lo fanno? Questa potrebbe essere la domanda del re. E la risposta è: perché non sono mica scemi. Non è possibile. Se si chiede ai fisici di trovare una macchina che produca lavoro senza alcuno spreco, ti dicono: non si può. Bene: non si può prevedere nel medio e lungo termine il comportamento di un sistema complesso. I sistemi economici sono complessi, e dipendono, anzi direi “sono” la storia. L’economia è una scienza storica. E’ un altro modo di leggere la storia. Lo spiegò Berlusconi perché gli economisti sono sempre ottimisti con i loro modelli: bisogna rassicurare il pubblico, in modo che spenda e, se spende, l’economia gira. Fino a un certo punto, però. Gli economisti ancora pensano che sia possibile la crescita infinita, e non si rassegnano a rientrare nei ranghi dell’ecologia che ci insegna che la crescita infinita è impossibile, in un sistema finito. Lo dimostrò Malthus, un economista, nato 250 anni fa. Ispirò Darwin, uno scienziato che studiava la storia naturale (ancora “storia”). E Marx, un economista che previde le crisi ricorrenti dei sistemi economici. Non si prevedono con precisione, ma è prevedibile che se qualcosa sale allora qualcos’altro scende, e le salite sono sempre seguite da discese. Ce lo insegna la storia. La matematica organizza le informazioni, ma non è detto che le trasformi in conoscenza, e non è detto che la sola conoscenza possa portare a saggezza. Viviamo nell’era dell’informazione. E lo paghiamo con una forte crisi di saggezza. Le domande hanno risposta, ma non ci piace. E ci affidiamo a certezze altamente incerte. Gli economisti comandano e ci stanno facendo affondare, ma con una grande fiducia nel futuro… Ce lo insegna la storia.

 


La domanda della Regina - (20 marzo 2016) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Martedì 22 Marzo 2016 09:48

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 20 marzo 2016]

 

E’ stato calcolato che, nel caso italiano, l’errore di previsione sul tasso di crescita negli ultimi sette anni è stato di circa 7 punti percentuali: le previsioni sono state sistematicamente sovrastimate. E così è accaduto in tutti i Paesi OCSE. Si osservi che gli errori di previsione non riguardano scarti irrisori, ma spesso riguardano previsioni di crescita che, a posteriori, si rivelano recessioni.

Si è qui di fronte alla c.d. domanda della Regina: perché gli economisti, salvo rare eccezioni, non hanno previsto la crisi? La si chiama domanda della Regina, perché fu la domanda che Elisabetta rivolse agli economisti della London School of Economics in occasione della sua visita a quella prestigiosa Istituzione nel novembre 2008. Domanda alla quale non fu data risposta soddisfacente, inducendo la Regina a commentare che “evidentemente c’è stata un po’ di trascuratezza”. In effetti, trascuratezza vi è stata se si considera che la questione delle crisi economiche, nel paradigma oggi dominante in Economia, di orientamento neo-liberista, è al margine del dibattito. Gran parte della ricerca si concentra su esercizi autoreferenziali che ben poco hanno a che vedere con il mondo reale, spesso sommersi da montagne di matematica per accreditare la disciplina come scientifica, nell’accezione della Fisica Teorica e di laboratorio. In più, la visione dominante si fonda sulla convinzione che un’economia di mercato deregolamentata tende spontaneamente a produrre pieno impiego e, dunque, le crisi economiche possono derivare esclusivamente da interventi esterni, in particolare da politiche fiscali o monetarie sbagliate. Più in generale, dall’intervento dello Stato.

A ben vedere, gli errori derivano semplicemente dal fatto che i modelli usati per le previsioni sono sbagliati e, in aggiunta, dal fatto che la previsione in Economia non è come la previsione nelle scienze cosiddette esatte. Se la questione si pone in questi termini, la domanda della Regina va così riformulata: perché gli economisti non utilizzano modelli diversi da quelli fin qui utilizzati per effettuare previsioni? Ovvero, perché non abbandonano teorie che si sono rivelate e si rivelano così manifestamente incapaci di prevedere?

La risposta rinvia al fatto che i modelli previsionali sono basati su un paradigma teorico che, per quanto si basi su ipotesi del tutto irrealistiche e per quanto non riesca a generare previsioni affidabili, dimostra un’eccezionale capacità di resistenza alle critiche. Ciò accade all’interno di dispositivi di valutazione della ricerca che, non solo in Italia, premiano di fatto studi che si muovono nella cornice del paradigma dominante, in un meccanismo che si rinforza attraverso il reclutamento di giovani generazioni che, essendo valutati sulla base dell’aderenza delle loro ricerche alla visione egemone, non possono che uniformarsi a questa. Per di più, non sono pochi gli economisti neo-liberisti che ritengono che l’Economia non può prevedere le crisi.

Occorre considerare il fatto che la sistematica incapacità di generare previsioni attendibili nuoce gravemente alla scienza economica, dal momento che crea il sospetto che vi sia un condizionamento politico che spinge i ricercatori a sovrastimare il tasso di crescita previsto per l’obiettivo di accrescere il consenso per il Governo in carica. Dunque, crea il sospetto che la ricerca, in Economia, non è libera e che semmai risponde a una domanda politica di legittimazione scientifica dell’ordine sociale esistente.

Di questi temi, di massimo interesse anche per non addetti ai lavori, si occupa Francesco Sylos Labini nel suo ultimo libro Rischio e previsione (Cosa può dirci la scienza sulla crisi), che verrà presentato a Lecce, alla Libreria Adriatica, domenica 20 marzo dalle ore 18. L’evento è organizzato dall’Associazione italiana dei dottorandi e dottori di ricerca.


SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 167 - (6 marzo 2016) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Mercoledì 09 Marzo 2016 22:37

Effetti della diseguaglianza


[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 6 marzo 2016]


Le diseguaglianze distributive, in tutti i Paesi industrializzati, assumono ormai dimensioni allarmanti. Lo certifica l’ultimo Rapporto OCSE, lo aveva registrato dal 2014 Thomas Piketty nella sua ricerca sul Capitale nel XXI secolo. Il caso italiano è sotto molti aspetti paradigmatico delle tendenze del capitalismo contemporaneo, ‘globalizzato’ e ‘finanziarizzato’. L’Italia è, fra i Paesi OCSE, quello che ha registrato la maggiore crescita delle diseguaglianze e il maggior grado di immobilità sociale. L’indice di Gini, l’indicatore comunemente utilizzato per misurare le diseguaglianze, è quasi raddoppiato nel corso degli ultimi trenta anni: il che significa che l’1% della popolazione si è progressivamente arricchito, in termini monetari e reali, e la restante parte della popolazione si è sempre più impoverita. L’Italia ha sperimentato questa dinamica in modo molto accelerato, anche in considerazione del fatto che le diseguaglianze distributive, nel nostro Paese, non sono solo diseguaglianze fra gruppi sociali, ma anche diseguaglianze (crescenti) fra aree geografiche. E, non a caso, negli ultimi decenni la forbice fra Nord e Sud del Paese si è costantemente allargata.
La relazione esistente fra diseguaglianze distributive e crescita economica è probabilmente uno dei temi più dibattuti in ambito economico e, ciò nonostante, una ricostruzione ragionata di quanto è accaduto associata a considerazioni teoriche non ideologicamente viziate può aiutare a capire se le diseguaglianze hanno effetti positivi o negativi sul tasso di crescita.
A partire dall’inizio degli anni Novanta, con le manovre fiscali restrittive dei Governi Amato e Ciampi, si  avviato in Italia un lungo percorso di austerità, significativamente accentuato negli ultimi anni. La riduzione della spesa pubblica (prevalentemente per servizi di Welfare) e soprattutto l’aumento della pressione fiscale (prevalentemente gravante sui percettori di redditi bassi) hanno ridotto la domanda interna e il tasso di crescita. Ne è seguito l’aumento del rapporto debito pubblico/Pil e, per ripagare il debito, i Governi che si sono succeduti nel corso degli ultimi venti anni hanno fatto quasi esclusivamente e quasi sempre ricorso a incrementi di tassazione sui redditi più bassi, peraltro rendendo il sistema tributario sempre meno progressivo. Si è determinato un processo di redistribuzione dal basso verso l’alto: la tassazione sui redditi bassi serviva a rimborsare il debito. Dunque, un gigantesco trasferimento di risorse dal lavoro alla rendita finanziaria. Che non è soltanto una redistribuzione di risorse ma anche una redistribuzione di potere. Le diseguaglianze sono aumentate e, contestualmente, si è ridotto il tasso di crescita.
L’aumento delle diseguaglianze è un potente fattore di freno alla crescita per numerose ragioni, fra le quali:
1. la riduzione della domanda interna conseguente alla caduta della quota dei salari sul Pil. Il fenomeno è accentuato dal fatto che i percettori di redditi bassi hanno, di norma, una propensione al consumo più alta dei percettori di redditi elevati, così che la compressione dei salari riduce i consumi più di quanto li riduca l’eventuale riduzione dei profitti o delle rendite.

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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 166 - (4 marzo 2016) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Sabato 05 Marzo 2016 07:11

La lunga crisi dell’economia italiana

 

[“MicroMega” online del 4 marzo 2016]


SINTESI: La lunga recessione italiana non dipende né dall’elevato debito pubblico né dall’adozione della moneta unica. Essa andrebbe piuttosto inquadrata in una prospettiva di carattere più generale che attiene a ciò che viene definito il declino economico italiano: quella italiana è una crisi nella crisi, che non trova eguali nel resto d’Europa. Un declino che può essere datato agli shock petroliferi degli anni settanta, che pongono fine a un modello di crescita basato sulle esportazioni (il c.d. miracolo economico italiano), e che si accentua con le manovre fiscali restrittive della prima metà degli anni novanta. Manovre che riducono la domanda interna, attivando una spirale perversa di crescita della disoccupazione e costante riduzione della produttività del lavoro.

 

La lunga recessione italiana non dipende né dall’elevato debito pubblico né dall’adozione della moneta unica, come le narrazioni dominanti – ovviamente su sponde politiche diverse - provano a spiegarla. Si tratta di motivazioni che, nella loro semplicità, sono facilmente divulgabili e, per un’opinione pubblica disattenta o poco informata, facilmente assimilabili. Non vi è però dubbio in merito al fatto che l’adesione alla moneta unica ha contribuito ad accentuare i problemi, sia perché l’impalcatura istituzionale dell’UME è di fatto costruita in modo da produrre deflazione e recessione[1], sia perché, attraverso l’attuazione di misure di austerità, contribuisce alla crescita del debito, in particolare nei Paesi periferici.

La recessione italiana andrebbe piuttosto inquadrata in una prospettiva di carattere più generale che attiene a ciò che viene definito il declino economico italiano: quella italiana è una crisi nella crisi, che non trova eguali nel resto d’Europa[2]. Per darne conto, può essere sufficiente il solo dato per il quale nel 2014 l’Italia è stato l’unico grande Paese europeo a sperimentare un tasso di crescita ancora di segno negativo, con un Mezzogiorno che continua a diventare sempre più povero (SVIMEZ, 2015).

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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 164 - (16 gennaio 2016) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Domenica 17 Gennaio 2016 08:16

SINTESI. Il Jobs Act non ha contribuito alla crescita dell’occupazione in Italia, in particolare dell’occupazione giovanile. Ciò fondamentalmente a ragione della contrazione della domanda aggregata, imputabile essenzialmente alla riduzione degli investimenti e all’aumento dei risparmi precauzionali, in condizioni di crescente incertezza. Aumentano, per contro, i tassi di inattività e il lavoro improduttivo di sorveglianza e repressione del conflitto, e aumenta conseguentemente la spesa pubblica per farvi fronte. Delineando uno scenario del tutto irrazionale, nel quale lo Stato rinuncia ad accrescere l’occupazione attraverso incrementi di spesa pubblica per poi trovarsi nella condizione di dover comunque aumentare la spesa per garantire l’ordine pubblico.

 

IL JOBS ACT, LA DISOCCUPAZIONE GIOVANILE E LA REPRESSIONE DEL CONFLITTO

 

["MicroMega" online del 16 gennaio 2016]


Nella migliore delle ipotesi, ovvero volendo attribuire interamente al Jobs Act la creazione di nuovi posti di lavoro, si può stimare che, con riforma realizzata, l’occupazione è aumentata di circa 83.000 unità, nel periodo compreso fra gennaio e ottobre 2015. Ma occorre considerare che, nello stesso periodo del 2014, il numero di nuove assunzioni si è assestato a 174.000 unità, ovvero più del doppio. In più, su fonte ISTAT, per l'Istat tra il secondo e il terzo trimestre 2015 i disoccupati scoraggiati sono aumentati di 300.000 unità. Si registra anche un aumento del numero di lavoratori indipendenti: un dato che si presta a interpretazioni non univoche, dal momento che è verosimile che si tratti di giovani con occupazione discontinua, con partita IVA, in una condizione di lavoro subordinato, per così dire, nascosto. In più, su fonte Eurostat, si rileva che è ancora in aumento la disoccupazione intellettuale: solo un laureato su due trova lavoro nel nostro Paese, mentre siamo fanalino di coda per l’occupazione dei diplomati (30,5% a fronte di una media UE del 59,8%). Le statistiche sui laureati sono ancora più imbarazzanti perché risultiamo il Paese con meno laureati fra i 30 e i 34 anni, con una percentuale del 23,9% contro la media europea del 37.9%. A ciò si aggiunge il fatto che non aumenta l’occupazione giovanile, in un contesto, quello europeo, caratterizzato – per contro – da una significativa riduzione dei tassi di disoccupazione, come certificato da Eurostat.

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