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"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
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Programma gennaio 2019
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Anticipo orario conferenza di venerdì 23 marzo
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Per ricordare meglio la nostra visita a Cavallino
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Stagione teatrale a Lecce
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Stagione teatrale a Cavallino
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Economia


SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 163 - (16 gennaio 2016) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Sabato 16 Gennaio 2016 18:14

[in Keynes blog del 15 gennaio 2016, col titolo Il mainstream economico tra “neutralità politica” e lunghezza del pene]

SINTESI. La riforma dell’Università italiana, e il suo sottofinanziamento, hanno accentuato un fenomeno già in atto nel campo della ricerca economica, ovvero l’egemonia del c.d. mainstream liberista. E hanno anche contribuito al proliferare di studi caratterizzati dall’espulsione di qualunque elemento politico dal discorso economico e dalla sostanziale irrilevanza dell’oggetto di studio. Il mainstream, la visione egemone, è oggi questo: una galassia di teorie che non sempre e non necessariamente portano a prescrizioni di politica economica di segno liberista, e che spesso si traducono in esercizi autoreferenziali o bizzarri o concepiti nel quadro di una visione cumulativa della conoscenza, associata alla convinzione che l’Economia sia una scienza, nell’accezione della Fisica Teorica.

 

DI COSA SI OCCUPANO GLI ECONOMISTI?*

 

L’Economia è una disciplina che orienta le decisioni politiche e che, per questo tramite, influisce in modo significativo sulle nostre condizioni di vita e di lavoro. Chiedersi di cosa si occupano gli economisti, in Italia e non solo, non è dunque una domanda oziosa.

Il punto di partenza è dato dalla constatazione che questo non è un periodo particolarmente fecondo di nuove idee. E’ quello che Alessandro Roncaglia, nel suo testo La ricchezza delle idee, ha definito l’età della disgregazione. La ricerca in Economia, non solo in Italia, è sempre più frammentata e specialistica, e soprattutto sempre più ‘autistica’: gli economisti tendono a dialogare esclusivamente fra loro, spesso coprendo di sofisticati tecnicismi o montagne di matematica pure banalità, tautologie o, nella migliore delle ipotesi, teorie che non “spiegano” nulla, né hanno l’ambizione di farlo[1].

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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 162 - (3 gennaio 2016) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Lunedì 04 Gennaio 2016 08:25

Ecco perché il sistema bancario produce rischio

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 3 gennaio 2016]

 

Il problema della tenuta del sistema bancario italiano non è il conflitto di interessi del Ministro Boschi, e tanto meno la presunta scarsa alfabetizzazione finanziaria dei risparmiatori italiani. Il problema è di carattere strutturale ed è a partire da questa constatazione che si dovrebbe procedere a un tentativo di risoluzione.

Per provare a capirne le cause profonde, occorre preliminarmente considerare che l’economia italiana (e non solo) ha sperimentato, nel corso degli ultimi decenni, un notevole e costante aumento delle diseguaglianze distributive. Il che ha a che vedere con il pessimo funzionamento del nostro sistema bancario per una sequenza di effetti che, muovendo da quel presupposto, le pone nelle condizioni di restringere l’offerta di credito alle imprese e di provare a fare profitti attraverso misure sempre più di carattere speculativo. Una sequenza di eventi che può essere così ordinata.

La crescita delle diseguaglianze si associa alla riduzione della quota dei salari sul Pil e, dunque, anche a ragione della maggiore propensione al consumo dei percettori di redditi bassi, a una contrazione dei consumi. La contrazione dei consumi, a sua volta, riduce i ricavi monetari delle imprese e le rende sempre meno solvibili. La reazione è del tutto razionale: a fronte dell’aumento delle insolvenze, le banche trovano sempre più conveniente ridurre l’offerta di credito, e la riduzione dell’offerta di credito comprime gli investimenti, il tasso di crescita della produttività del lavoro e il Pil. Si attiva, in tal modo, un circolo vizioso di caduta della domanda, aumento delle insolvenze, contrazione del credito, riduzione degli investimenti e del tasso di crescita. Contestualmente, aumentano le sofferenze bancarie e, per farvi fronte, le banche trovano conveniente provare a far profitti attraverso la vendita alla clientela di prodotti finanziari a tal punto ‘sofisticati’ da renderne l’effettiva convenienza ad acquistarli una questione risolvibile da soli specialisti. Si tratta di prodotti ad alto rischio, rischio spesso occultato. Dal punto di vista dei risparmiatori, può risultare conveniente indebitarsi in queste condizioni, soprattutto a ragione della continua riduzione dei redditi reali. E’ palese che, soprattutto in questi casi, le asimmetrie informative non sono risolvibili e che, per conseguenza e contro l’opinione dominante, non è ai risparmiatori poco ‘alfabetizzati’ che va data la responsabilità. D’altra parte non si capirebbe chi e per quale ragione dovrebbe assumersi il compito di rendere i risparmiatori italiani maggiormente informati sui prodotti finanziari che acquistano.

E’ dunque il combinato della caduta della domanda e della pressoché totale deregolamentazione dei mercati finanziari a dar luogo a questi esiti, pure a fronte di casi isolati di illeciti che, tuttavia, non possono essere considerati la causa del cattivo funzionamento del nostro sistema bancario.

In questo scenario, si genera il paradossale esito per il quale il sistema bancario, invece di finanziare gli investimenti, contribuendo a generare crescita, produce rischio e, in tal modo, accentua l’instabilità sistemica.

E’ forse ancora più paradossale il fatto che il Governo rinuncia ad attuare politiche fiscali espansive, che avrebbero l’effetto di accrescere l’occupazione, i consumi e i profitti monetari (quantomeno delle tante imprese italiane che operano sul mercato interno) e dunque a rendere solvibili le imprese, a fronte del fatto che è poi chiamato a “salvare” le banche attraverso aumenti di spesa pubblica o incrementi di tassazione. In altri termini, anziché prevenire i fallimenti, il Governo spende risorse per porre rimedio ai fallimenti una volta avvenuti. La reiterazione di queste misure le rende difficilmente comprensibili.

Vi è di più. Per i salvataggi bancari, dati i vincoli posti in sede europea in ordine alla crescita del deficit pubblico, il Governo ricorre prevalentemente ad aumenti dell’imposizione fiscale. La ripartizione dell’onere fiscale non è affatto una questione puramente tecnica, ma risente del potere contrattuale che banche, imprese e lavoratori hanno nella sfera politica. Nel caso italiano, il sistema bancario ha un elevato potere politico soprattutto a ragione del fatto che è creditore dello Stato, detenendo la gran parte dei titoli del debito pubblico. In tal senso, non è conveniente tassarle. Ed è per contro possibile e conveniente tassare soggetti che non sono creditori dello Stato: i lavoratori e le piccole imprese. E’ un fenomeno, non solo italiano, di redistribuzione del reddito a beneficio delle rendite finanziarie, che è stato definito “From Man Street to Wall Street” (dall’uomo della strada a Wall Street), e che contribuisce ad accrescere le diseguaglianze distributive e ad alimentare il circolo vizioso di bassi consumi, bassi profitti, elevate insolvenze e restrizione del credito. E contribuisce anche a rafforzare il potere di orientamento delle scelte di politica economica da parte della finanza. E’ stato rilevato, a riguardo, che, presso gli organi comunitari, operano 1700 lobbisti e più di 700 organizzazioni espressione del mondo bancario e finanziario, fra i quali la British Bankers Association e la German Banking Industry Commitee sono quelli che maggiormente incidono sulle scelte del Parlamento e della Commissione Europea. In questo scenario, è difficile attendersi misure di maggiore regolamentazione del mercato del credito ed è dunque più facile prevedere che, proprio per l’assenza di queste misure, l’operare del sistema bancario continuerà a contribuire a generare crisi.

 


Di che cosa si occupano oggi gli economisti? Intervista a Guglielmo Forges Davanzati PDF Stampa E-mail
Economia
Giovedì 03 Dicembre 2015 21:35

Lo stato della teoria economica e del suo insegnamento: alcune riflessioni su mainstream e dintorni


[Intervista rilasciata a Roberto Polidori in “Sidelandia.it”]


Puoi fotografare la situazione attuale della ricerca e dell’insegnamento nell’ambito della teoria economica nell’Università italiana?

Direi che non è un periodo particolarmente fecondo di nuove idee. E’ quello che Alessandro Roncaglia, nel suo testo La ricchezza delle idee, ha definito l’età della disgregazione. La ricerca in Economia, non solo in Italia, è sempre più frammentata e specialistica, e soprattutto sempre più ‘autistica’: gli economisti tendono a dialogare esclusivamente fra loro, spesso coprendo di sofisticati tecnicismi o montagne di matematica pure banalità, tautologie o, nella migliore delle ipotesi, teorie che non “spiegano” nulla, né hanno l’ambizione di farlo.

Continua, e si accentua, l’egemonia del mainstream neoclassico-liberista – termine che uso per comodità espositiva e che, per quello che dirò successivamente, considero piuttosto ambiguo – che tende sempre più a marginalizzare la tradizione di studi marxisti, neo-ricardiani e keynesiani che sono stati prodotti dai maggiori economisti italiani nella seconda metà del Novecento: una tradizione di ricerca che ha portato all’affermazione di teorie elaborate in Università italiane nel resto del mondo (da un po’ di anni l’Italia è importatore netto di teorie economiche). Se si considera mainstream la teoria economica liberista, come si tende a fare (ed è una buona prima approssimazione), si può capire di cosa si tratta facendo riferimento innanzitutto agli studi sul funzionamento del mercato del lavoro. E’ su questo campo d’indagine che le teorie liberiste esercitano maggiormente il loro dominio; il che si potrebbe spiegare considerando che dall’analisi del funzionamento del mercato del lavoro derivano le prescrizioni di politica economica probabilmente più rilevanti: si consideri, per esempio, la legittimazione “scientifica” che è stata data, e viene data, alle misure di deregolamentazione (o precarizzazione) del lavoro. Il più diffuso manuale di Economia del Lavoro, in Italia, si basa su questo approccio, comunicando l’idea che, in assenza di interventi esterni e di “imperfezioni”, un mercato del lavoro totalmente deregolamentato produce spontaneamente pieno impiego.

Puoi spiegare in termini semplici come viene rappresentato il funzionamento del mercato del lavoro in ambito neoclassico e la differenza con l’approccio eterodosso, così da fornire al lettore un primo veloce elemento di riflessione sulle due scuole di pensiero?

Si considera una funzione di domanda di lavoro, espressa dalle imprese, che decresce al crescere del salario e una funzione di offerta di lavoro, espressa dai lavoratori, che cresce al crescere del salario. Il meccanismo concorrenziale fa sì che nel punto di incontro fra le due funzioni si generi equilibrio, nel senso che vi è pieno impiego della forza-lavoro e assenza di disoccupazione involontaria. Vi è disoccupazione involontaria solo nel caso di interventi esterni che rendono il salario ‘rigido verso il basso’ ovvero che impediscono l’attivarsi del meccanismo concorrenziale: gli interventi esterni ai quali ci si riferisce riguardano essenzialmente l’azione del sindacato. Questo è il modello di base. Le conclusioni nella sostanza non cambiano se si introducono “imperfezioni”, p.e. se si ammette che la ricerca di lavoro comporta costi, in termini monetari e di tempo. Al di là dei tecnicismi, e senza dar conto delle differenze esistenti fra loro, le teorie eterodosse si fondano sulla convinzione in base alla quale il mercato del lavoro non può essere ‘isolato’ dagli altri mercati. Si ritiene che le decisioni di occupazione, da parte delle imprese, dipendono dalle aspettative sulla domanda aggregata; che siano influenzate dalla dinamica dei mercati finanziari e dalle decisioni del settore bancario in merito alla determinazione dei tassi di interesse e della quantità di credito erogato.

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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 161 - (29 novembre 2015) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Lunedì 30 Novembre 2015 07:58

Dignità e reddito nella Puglia di Emiliano

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 29 novembre 2015]

 

Ben vengano, ovviamente, per ragioni di equità, 600 euro al mese per sessantamila famiglie pugliesi al di sotto della soglia di povertà, come disposto nella misura sul reddito di dignità (denominato RED) della Giunta Emiliano. Ma forse si poteva fare di meglio. Non è qui soltanto in discussione la critica al provvedimento rivolta dai consiglieri del Movimento 5stelle, per la quale la misura è principalmente finanziata con tagli all’assistenza per i disabili, ma è qui in discussione soprattutto l’efficacia del provvedimento rispetto all’obiettivo di crescita dell’occupazione (soprattutto giovanile) nella Regione.

Innanzitutto va ricordato che l’erogazione ha durata annuale e che l’importo per singola famiglia dipende dal reddito, dalla condizione di disoccupazione, dalla numerosità dei componenti dell’unità familiare. Ed è condizionato all’accettazione di un’offerta di posto di lavoro”congruo” rispetto alle competenze dei beneficiari.

Il provvedimento presenta due criticità.

1) In primo luogo, nonostante le dichiarazioni del Governatore, rischia di tradursi in una misura assistenzialistica che, paradossalmente, non ha nulla a che vedere con la dignità dei beneficiari. Se si accetta l’idea che la dignità è nel lavoro, sarebbe stato semmai più opportuno ipotizzare interventi diretti dell’operatore pubblico come “datore di lavoro” di ultima istanza. In una condizione nella quale la domanda di lavoro proveniente dal settore privato è in riduzione, dovrebbe essere semmai l’Ente regionale a farsi carico di assumere. Le misure di contrasto alla povertà, in questa accezione, passano innanzitutto attraverso misure di contrasto alla disoccupazione, declinate sotto forma di aumento della domanda di lavoro nel settore pubblico.

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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 160 - (6 novembre 2015) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Sabato 07 Novembre 2015 07:07

SINTESI. Due “fatti stilizzati” sono propri del capitalismo contemporaneo: le crescenti diseguaglianze distributive e l’esplosione del debito pubblico su scala globale. Si tratta di fenomeni correlati, nel senso che è proprio la diseguaglianza a generare crescente indebitamento pubblico e, in più, è il crescente indebitamento pubblico a generare, attraverso misure di redistribuzione del carico fiscale, crescenti diseguaglianze distributive. Le misure di politica economica adottate per ridurre il debito (le c.d. politiche di austerità), in particolare nell’Unione Monetaria Europea, non hanno prodotto e non producono altri effetti se non generare esiti esattamente opposti a quello desiderati e soprattutto peggiorano ulteriormente la distribuzione del reddito.

 

Il capitalismo delle diseguaglianze e del debito

 

 

["MicroMega online del 6 novembre 2015]


Figura 1: l’andamento del debito pubblico nei Paesi OCSE (Fonte: OCSE, 2013)


Due “fatti stilizzati” sono propri del capitalismo contemporaneo: le crescenti diseguaglianze distributive e l’esplosione del debito pubblico su scala globale[1]. Si tratta di fenomeni correlati, nel senso che, come si proverà a mostrare, è proprio la diseguaglianza a generare crescente indebitamento pubblico e, in più, è il crescente indebitamento pubblico a generare, attraverso misure di redistribuzione del carico fiscale, crescenti diseguaglianze distributive.

Sul piano empirico, l’OCSE rileva un significativo aumento dell’indice di Gini in tutti i Paesi industrializzati nel corso degli ultimi anni, in particolare a partire dal 2007 (http://www.oecd.org/social/income-distribution-database.htm). Al tempo stesso, come mostrato in Fig.1, si registra un continuo aumento del debito pubblico su scala globale.

L’aumento delle diseguaglianze distributive riduce il tasso di crescita fondamentalmente attraverso due canali, che operano rispettivamente sulla domanda aggregata e dal lato dell’offerta.

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