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"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
La scelta di riservare il primo lunedì di ogni mese al nostro cineforum ci permette di cominciare il 2019 con La signora dello zoo di Varsavia: la scelta di Roberta Lisi, alla quale dobbiamo il... Leggi tutto...
Programma gennaio 2019
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Anticipo orario conferenza di venerdì 23 marzo
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Per ricordare meglio la nostra visita a Cavallino
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Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
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Economia


SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 154 - (16 luglio 2015) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Lunedì 20 Luglio 2015 07:38

La resa incondizionata di Tsipras


[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di venerdì 17 luglio 2015]



L’accordo recentemente raggiunto fra il Governo greco e le Istituzioni Europee configura di fatto una resa incondizionata di Tsipras, sui cui sviluppi è impossibile esprimersi, anche considerando che molte delle ‘raccomandazioni’ contenute nel documento approvato sono assolutamente inattuabili. Ed è un accordo probabilmente non conclusivo della vicenda.
La crisi greca può essere forse meglio compresa se inquadrata innanzitutto all’interno di una cornice più ampia, che parta dalla constatazione che l’attuale configurazione delle economie capitalistiche è essenzialmente caratterizzata da forti e crescenti diseguaglianze della distribuzione dei redditi. 
Con la massima schematizzazione, si può rilevare che ciò che qualche anno fa era definita crisi globale è oggi essenzialmente crisi europea ed è tale proprio nell’area nella quale trovano la loro massima legittimazione le politiche ‘neoliberiste’, in una condizione di continuo aumento dei debiti pubblici dei Paesi aderenti (e, nel caso greco, di sostanziale insolvenza). Una recente ricerca del Max Plank Institute mostra che dal 1970 al 2011 il rapporto debito pubblico/Pil è aumentato in modo esponenziale in tutti i Paesi OCSE.
La motivazione tradizionale che spiegherebbe questo fenomeno fa riferimento alla presunta tendenza degli Stati democratici a “vivere al di sopra delle loro possibilità”, soprattutto a ragione della spesa crescente per servizi di Welfare imputabile all’aumento della partecipazione democratica. A ben vedere, si tratta di una tesi oggi palesemente falsa, che, al più, poteva valere nella fase della c.d. crisi fiscale dello Stato, quando il potere politico gestiva la doppia funzione di agevolare l’accumulazione capitalistica e di legittimarla. Oggi, è semmai il deficit di democrazia e la notevole riduzione del potere contrattuale dei lavoratori a generare l’esplosione del debito: vi è ampia evidenza, infatti, a sostegno della tesi stando alla quale il peggioramento della distribuzione del reddito ha effetti di segno negativo sul tasso di crescita, generando continui aumenti del rapporto debito pubblico/Pil. Ciò fondamentalmente per l’operare di due effetti: in una condizione di bassi salari sono bassi i consumi e, dati gli investimenti privati, è bassa la domanda aggregata, soprattutto a ragione del fatto che la propensione al consumo delle famiglie con più bassi redditi è maggiore della propensione al consumo delle famiglie con redditi elevati; a ciò si aggiunge che bassi salari sono di norma associati a un basso tasso di crescita della produttività del lavoro.  Il peggioramento della distribuzione del reddito, infatti, associata a bassa crescita obbliga gli Stati a emettere titoli del debito pubblico con tassi di interesse crescenti, in una spirale perversa per la quale il crescente indebitamento, in una condizione nella quale è fatto divieto di ‘monetizzarlo’, richiede crescente imposizione fiscale soprattutto a danno del lavoro, amplificando ulteriormente le diseguaglianze distributive.

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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 153 - (13 luglio 2015) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Martedì 14 Luglio 2015 07:07

[in “MicroMega" online del 13 luglio 2015]

 

Sintesi. Al di là del modo in cui stanno evolvendo ed evolveranno le trattative fra Governo greco e Istituzioni europee, va registrato che la crisi greca si inserisce nel quadro di un processo rilevante di redistribuzione del reddito fra Paesi centrali e Paesi periferici dello sviluppo capitalistico e, all’interno di questi ultimi, di ulteriore polarizzazione dei redditi. Syriza ha proposto nei mesi scorsi una radicale revisione di questo modello di sviluppo e ciò che sta accadendo sembra accreditare l’idea che è impossibile attuare politiche redistributive nell’attuale assetto istituzionale dell’Unione Monetaria Europea. In questo scenario, è davvero imbarazzante la posizione del Governo italiano e la gestione della crisi greca contribuisce in modo significativo a chiarirne la reale natura. A fronte delle molteplici dichiarazioni del Presidente Renzi a favore di una radicale revisione delle politiche economiche europee, il mancato sostegno di Syriza non può che essere interpretato come la radicale accettazione delle politiche economiche della c.d. Troika.


La crisi greca e la distribuzione del reddito nell'eurozona


La gran parte delle analisi sulla crisi greca, soprattutto nei media italiani, si è concentrata sull’andamento delle trattative fra il Governo greco e le istituzioni europee, e – schematicamente – il dibattito è sostanzialmente ruotato intorno alla domanda se l’intransigenza tedesca sia opportuna o meno, ovvero se i greci debbano o meno continuare a fare “riforme”. L’accordo recentemente raggiunto configura di fatto una resa incondizionata del Governo Tsipras, sui cui sviluppi è impossibile esprimersi, anche considerando che molte delle ‘raccomandazioni’ contenute nel documento approvato sono assolutamente inattuabili (http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/07/12/grecia-le-condizioni-delleurogruppo-3-giorni-per-le-riforme-e-pignoramento-dei-beni-pubblici-per-50-miliardi/1866962/). Ed è un accordo probabilmente non conclusivo della vicenda.

La crisi greca può essere forse meglio compresa se inquadrata innanzitutto all’interno di una cornice più ampia, che parta dalla constatazione che l’attuale configurazione delle economie capitalistiche è essenzialmente caratterizzata da forti e crescenti diseguaglianze della distribuzione dei redditi[1].

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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 152 - (2 luglio 2015) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Domenica 05 Luglio 2015 05:42

Per una nuova visione della politica economica europea

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di giovedì 2 luglio 2015]


Ben venga, soprattutto per il popolo greco, e soprattutto per come le Istituzioni europee hanno gestito il negoziato, l’abbandono dell’euro. Come ha osservato il Premio Nobel Paul Krugman, vi sono fondate ragioni per ritenere che il ritorno alla dracma possa avviare un percorso di crescita che le irrazionali misure di austerità imposte al Paese inibiscono del tutto. Si può ragionevolmente ritenere, infatti, che l’attuale situazione nella quale versa l’economia ellenica sia la peggiore possibile per tutti gli scenari immaginabili, e che il ritorno alla dracma, se non altro per la sua svalutazione e il conseguente aumento delle esportazioni (evento ragionevolmente prevedibile, pur a fronte dell’imprevedibilità della sua entità), potrebbe portare quella economia fuori dalla recessione, almeno in un orizzonte temporale medio-lungo. In una condizione di disinflazione, non dovrebbero esserci ragioni per prevedere che la svalutazione della dracma produca iperinflazione, come, per contro, sostenuto da Larry Summers, ex segretario USA al Tesoro. Insomma, lo scenario visto da Krugman appare, date le informazioni di cui si dispone, quello più sensato. Esso è rafforzato da una recente ricerca condotta dal Levy Institute, dalla quale si prevede che il ritorno alla dracma porterebbe il Paese a una significativa ripresa della crescita economica.

Va tuttavia tenuto conto del fatto che il problema greco è innanzitutto politico e che solo in seconda battuta le tesi degli economisti possono aiutare a comprenderlo. Il nucleo del problema consiste, infatti, nel fatto che Syriza ha proposto una visione della politica economica europea radicalmente contrapposta a quella dominante, che fa riferimento alle politiche di austerità, alla moderazione salariale e alle c.d. riforme strutturali. Questa visione si è scontrata con l’intransigenza in primis del Governo tedesco, rendendo sostanzialmente superfluo il prolungamento della trattativa. Un’intransigenza apparentemente miope e irrazionale, per almeno due ragioni. In primo luogo, il Grexit può dar adito a effetti contagio in altri Paesi periferici dell’eurozona, mettendo seriamente a rischio la tenuta dell’Unione Monetaria Europea, verosimilmente a danno della stessa Germania. In secondo luogo, il Grexit può ridefinire gli assetti geo-politici, soprattutto mediante l’avvicinamento della Grecia alla Russia, anche in questo caso con effetti certamente non desiderabili per la stessa Germania e per l’intera Eurozona.

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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 151 - (5 giugno 2015) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Venerdì 05 Giugno 2015 10:48

La “Buona Scuola” e il mondo del lavoro

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di venerdì 5 giugno 2015]

 

Nel documento preparatorio della “riforma” della Buona Scuola, il Governo propone questa diagnosi della disoccupazione giovanile in Italia: “Il 40% della disoccupazione in Italia non dipende dal ciclo economico. Una parte di questa percentuale è collegata al disallineamento tra la domanda di competenze che il mondo esterno chiede alla scuola di sviluppare, e ciò che la nostra scuola effettivamente offre”. In sostanza, si ritiene che l’elevata (e crescente) disoccupazione giovanile in Italia sia imputabile a fenomeni di mismatch, ovvero di mancato incontro fra domanda e offerta di lavoro, a sua volta riconducibile al fatto che il nostro sistema formativo non offre competenze adeguate a quelle richieste dalle imprese. Sulla base di questa diagnosi, si propone una serie di interventi finalizzati a orientare i processi formativi nella direzione delle qualifiche domandate, soprattutto mediante la c.d. alternanza scuola-lavoro.

Assumiamo che la diagnosi sia corretta, come attestato dall’ultimo Rapporto Mckinsey, che è la base teorica della “riforma”. E’ bene chiarire che si tratta di una diagnosi che deriva da una ricerca del gennaio 2014 realizzata da una delle più importanti imprese multinazionali che operano nel settore della consulenza aziendale. Curiosamente, il Governo ha scelto questa fonte e non quella ufficiale UnionCamere-Ministero del Lavoro. Da quest’ultima, in radicale contrapposizione con la prima, risulta che il tasso di disoccupazione giovanile imputato alla “mancanza di adeguata preparazione e formazione” è pari al solo 2% della disoccupazione giovanile complessiva.

L’obiettivo fondamentale della “riforma” è adeguare le competenze dei giovani alla domanda di lavoro espressa dalle nostre imprese, soprattutto attraverso l’alternanza scuola-lavoro. Al di là delle valutazioni di ordine pedagogico, il punto in discussione è se questa strategia ha probabilità di successo, ovvero se raggiunge l’obiettivo di ridurre la disoccupazione giovanile, e, ancor più, a quale modello di sviluppo dell’economia italiana essa è funzionale.

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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 150 - (22 maggio 2015) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Sabato 23 Maggio 2015 07:27

SINTESI. La “riforma” della scuola si basa sulla convinzione che l’elevata disoccupazione giovanile in Italia dipenda dal fatto che il nostro sistema formativo non offre competenze adeguate a quelle richieste dalle imprese. Si tratta di una diagnosi errata, che legittima l’incentivazione dei programmi di alternanza scuola-lavoro. Sono provvedimenti già sperimentati, pienamente in linea con le raccomandazioni della Commissione europea, che non hanno avuto alcun effetto sull’aumento dell’occupazione giovanile in Italia e che possono rivelarsi controproducenti per l’obiettivo di accrescere la produttività del lavoro.

 

La scuola che piace a Confindustria


[“MicroMega” online del 22 maggio 2015]

 

Nel documento preparatorio della “riforma” della Buona scuola, il Governo propone questa diagnosi della disoccupazione giovanile in Italia: “Il 40% della disoccupazione in Italia non dipende dal ciclo economico. Una parte di questa percentuale è collegata al disallineamento tra la domanda di competenze che il mondo esterno chiede alla scuola di sviluppare, e ciò che la nostra scuola effettivamente offre” (https://labuonascuola.gov.it/documenti/lbs_CAP5.pdf?v=b4d78c0). In sostanza, si ritiene che l’elevata (e crescente) disoccupazione giovanile in Italia sia imputabile a fenomeni di mismatch, ovvero di mancato incontro fra domanda e offerta di lavoro, a sua volta riconducibile al fatto che il nostro sistema formativo non offre competenze adeguate a quelle richieste dalle imprese. Sulla base di questa diagnosi, si propone una serie di interventi finalizzati a orientare i processi formativi nella direzione delle qualifiche domandate, soprattutto mediante la c.d. alternanza scuola-lavoro.

Assumiamo che la diagnosi sia corretta, come attestato dall’ultimo Rapporto Mckinsey, che è la base teorica della “riforma” (https://www.mckinsey.it/idee/la-ricerca-mckinsey-studio-ergo-lavoro). E’ bene chiarire che si tratta di una diagnosi che deriva da una ricerca del gennaio 2014 realizzata da una delle più importanti imprese multinazionali che operano nel settore della consulenza manageriale. Curiosamente, il Governo ha scelto questa fonte e non quella ufficiale UnionCamere-Ministero del Lavoro (http://excelsior.unioncamere.net/index.php?option=com_jumi&fileid=3&Itemid=58). Da quest’ultima, in radicale contrapposizione con la prima, risulta che il tasso di disoccupazione giovanile imputato alla “mancanza di adeguata preparazione e formazione” è pari al solo 2% della disoccupazione giovanile complessiva[1].

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