Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
A causa dell'assenza di soci e membri del Consiglio Direttivo nella data precedentemente indicata, l'Assemblea dei soci programmata per il 1° marzo è stata rimandata a giovedì 7 marzo alle ore 18,... Leggi tutto...
"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
La scelta di riservare il primo lunedì di ogni mese al nostro cineforum ci permette di cominciare il 2019 con La signora dello zoo di Varsavia: la scelta di Roberta Lisi, alla quale dobbiamo il... Leggi tutto...
Programma gennaio 2019
Dopo le festività natalizie, le attività dell'Università Popolare riprenderanno lunedì 7 gennaio, col consueto appuntamento col cineforum curato da Roberta Lisi, come sempre programmato per il... Leggi tutto...
Anticipo orario conferenza di venerdì 23 marzo
Come anticipato a voce ieri, in occasione della emozionante performance poetica organizzata dal nostro Laboratorio di poesia, la conferenza di venerdì 23 marzo della prof.sa Alberta Giani... Leggi tutto...
Per ricordare meglio la nostra visita a Cavallino
Uno dei momenti più emozionanti della nostra gita culturale a Cavallino, domenica scorsa, è stata la lettura  di un breve estratto dalle memorie del duca Sigismondo Castromediano (Carceri e... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
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Economia


Dalla moneta unica alla moneta moderna: Mosler a Lecce per parlare della sua teoria PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Venerdì 08 Maggio 2015 06:48

[“Nuovo Quotidiano di Pugllia” di giovedì 7 maggio 2015]

 

Venerdì 8 maggio, nella Sala Chirico dell’ex Convento degli Olivetani dalle 11 alle 13 a Lecce,  sarà ospite del Dipartimento di Storia, Società e Studi sull’Uomo il prof. Warren Mosler, considerato fra i massimi esponenti della c.d. teoria della moneta moderna (TMM). Nato a Manchester (Connecticut) nel 1949, Mosler si è laureato in Economia presso l’Università del Connecticut e ha operato nel settore finanziario per circa 40 anni, svolgendo, contestualmente, attività di ricerca nell’ambito della teoria monetaria postkeynesiana. E’ autore di circa 300 pubblicazioni.

La TMM si propone di descrivere il funzionamento di un’economia monetaria nella quale il processo produttivo si attiva mediante l’immissione di spesa pubblica interamente finanziata dalla Banca Centrale. Si rileva che, in un sistema nel quale la moneta non è convertibile in merce, ed è dunque un ‘puro segno’, la sua produzione non incontra vincoli tecnici di scarsità. In altri termini, la Banca Centrale può tecnicamente produrre moneta-credito ad infinitum. La quantità di moneta effettivamente circolante dipende dalla domanda di moneta espressa dal Governo, finalizzata al finanziamento della spesa pubblica.

Le principali implicazioni di politica economica che ne discendono sono le seguenti.

In primo luogo, per accrescere l’occupazione occorre accrescere la spesa pubblica e, per accrescere la spesa pubblica, occorre che uno Stato disponga di piena “sovranità monetaria”, ovvero che non sussistano vincoli (come quelli vigenti nell’Unione Monetaria Europea) alla produzione di moneta da parte della Banca Centrale. In tal senso, viene fatto rilevare che non esiste alcun criterio scientifico tale da determinare in modo univoco il livello di sostenibilità del debito pubblico. Per avvalorare questa tesi, può essere sufficiente richiamare il fatto che, mentre il debito pubblico italiano, pari a circa il 135% del Pil, è considerato ‘eccessivo’, il debito pubblico giapponese, che supera il 200% del Pil, non è considerato tale. I parametri stabiliti nei Trattati europei (il 3% del rapporto deficit/Pil e il 60% del rapporto debito/Pil) sono, in tal senso, del tutto arbitrari.

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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 149 - (6 maggio 2015) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Mercoledì 06 Maggio 2015 22:18

SINTESI. Nonostante la propaganda governativa, il numero di nuove assunzioni è di entità trascurabile e il tasso di disoccupazione è in aumento. Né potrebbe essere diversamente: lo scenario macroeconomico non è tale da favorire né una ripresa dei consumi né un aumento degli investimenti. Sebbene siano in molti a ritenere che vi siano in atto mutamenti rilevanti ai fini della ripresa della crescita italiana (la svalutazione dell’euro, il quantitative easing, la riduzione del prezzo del petrolio), si può rilevare che tali fattori producono effetti sostanzialmente irrisori sull’aumento dell’occupazione in un contesto nel quale si continuano a proporre misure di austerità.

 

Il bluff dell'aumento dell'occupazione

 

Figura 1: l’andamento del tasso di disoccupazione in Italia: 2014-2015 (Fonte Istat)


[“MicroMega” online del 6 maggio 2015]

 

 

A seguito dei dati recentemente diffusi dal Ministero del Lavoro, stando ai quali a marzo ci sarebbe stato un significativo aumento di nuove assunzioni con contratto a tempo determinato, il Governo ha motivato questo risultato avvalendosi di due argomenti: le nuove assunzioni derivano dagli sgravi contributivi messi in atto da questo Governo oppure – altra interpretazione – derivano dall’attuazione del Jobs Act. Ha fatto seguito il proliferare di commenti sul boom di assunzioni.

A ben vedere, si tratta di interpretazioni e di dati in larghissima misura fuorvianti. Nella migliore delle ipotesi, ciò che ragionevolmente ci si può aspettare dall’attuazione del Jobs Act è un aumento temporaneo dei contratti a tempo indeterminato sul totale dei nuovi contratti di lavoro. Il provvedimento, infatti, lascia sostanzialmente invariate le forme contrattuali pre-esistenti e precarie, a fronte degli sgravi fiscali che si attribuiscono alle imprese che assumono con contratto a tempo indeterminato. Il meccanismo è disegnato in modo tale da rendere conveniente per le imprese assumere con contratti a tempo indeterminato fino a quando potranno godere di sgravi fiscali, per poi tornare ad assumere con contratti ‘flessibili’ (non eliminati dalla “riforma”). In tal senso, il provvedimento può tradursi in uno sconto fiscale alle imprese senza effetti sull’occupazione[1].

In effetti, e in modo del tutto improprio, il Governo ha diffuso dati parziali, non restituendo una fotografia di ciò che è realmente accaduto nel mercato del lavoro italiano. Il quadro generale è stato fornito dall’ISTAT, che ha rilevato che, a fronte dell’aumento delle nuove assunzioni a tempo indeterminato (+20.7% rispetto al 2013), si è verificata una significativa riduzione sia delle trasformazioni dei contratti a termine (-11.2% rispetto allo stesso anno di riferimento) sia delle assunzioni con contratti a tempo determinato (-7%). In base a queste stime, si giungerebbe alla conclusione che le nuove assunzioni nel 2014 sono state ben 13. Viene anche rilevato, dal Centro Studi di Confindustria, che il modesto incremento dell’occupazione riguarda individui di età superiore ai cinquant’anni (http://www.confindustria.it/).  In ogni caso, come mostrato in Figura 1, il tasso di disoccupazione, fra il 2014 e il 2015, è aumentato.

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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 148 - (16 aprile 2015) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Venerdì 17 Aprile 2015 10:49

La pressione fiscale in Italia

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di giovedì 16 aprile 2015]

 

L’ISTAT ha recentemente reso noto che la pressione fiscale, in Italia, si colloca al valore allarmante del 50,3% del Pil, in aumento dello 0.1% rispetto allo stesso trimestre del 2013, che ciò è essenzialmente imputabile all’aumento delle imposte locali (addizionali comunali e regionali IRPEF) e all’elevata evasione fiscale (stimata nell’ordine dei 90 miliardi). Si rileva, a riguardo, che solo l’1% dei contribuenti dichiara al Fisco un reddito imponibile superiore ai 100 mila euro.

Più in generale, lo scenario macroeconomico italiano sembra dar ragione al Wall Street Journal che considera l’Italia (“un elefante nella stanza”) e non la Grecia “il vero nodo europeo”. L’ISTAT certifica anche un aumento, dello 0.1%, del rapporto deficit/Pil e un aumento dell’indebitamento della pubblica amministrazione di oltre un punto percentuale. Il solo dato positivo che emerge dal Rapporto riguarda l’onere degli interessi sul debito pubblico, in calo – nel quarto trimestre del 2014 – del 4.6% rispetto allo stesso trimestre del 2013. Quest’ultimo dato va essenzialmente imputato alle misure di quantitative easing messe in atto dalla Banca Centrale Europea. La spirale perversa nella quale è precipitata l’economia italiana è sintetizzabile in questi passaggi. Per ridurre il rapporto debito/Pil, in un contesto di elevata evasione fiscale, viene aumentata la tassazione. La tassazione finisce, pressoché inevitabilmente, per gravare essenzialmente sul lavoro dipendente e sulle piccole imprese. Ciò a ragione del fatto che la tassazione di soggetti detentori di titoli di Stato (tipicamente banche e grandi imprese) non è mai conveniente per un Governo, dal momento che l’acquisto di titoli di Stato verrebbe disincentivato, rendendo problematica la riduzione dello stock di debito pubblico. In tal senso, è in larga misura irrilevante il fatto che i titoli del debito pubblico siano detenuti da italiani o stranieri.

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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 147 - (8 aprile 2015) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Mercoledì 08 Aprile 2015 16:42

Troppo ottimismo sulle scelte di Draghi

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di mercoledì 8 aprile 2015]

 

Il c.d. quantitative easing (QE) della Banca Centrale Europea (o “alleggerimento quantitativo”) suscita molte attese, sebbene sia chiaro alla gran parte dei commentatori che non si tratta di una misura sufficiente per fuoriuscire dalla recessione. Si tratta di un’operazione definita di politica monetaria espansiva “non convenzionale”, finalizzata – nelle intenzioni di Mario Draghi – a far crescere gli investimenti nell’Eurozona, mediante maggiori immissioni di liquidità, e, al tempo stesso, a contrastare la deflazione in atto. Il sistema europeo delle banche centrali nazionali acquisterà titoli sovrani, di agenzie e di istituzioni europee, per 60 miliardi al mese fino a settembre 2016 e comunque fino a quando il tasso di inflazione non si assesterà al suo livello target, ovvero al 2%. Si stima che l’ammontare complessivo dell’operazione sarà di circa 1.100 miliardi di euro di nuova liquidità immessa nel sistema. La liquidità verrà immessa attraverso l’acquisto di titoli del debito pubblico emessi dai Governi dei singoli Stati aderenti all’Unione Monetaria Europea e gli acquisti saranno a carico, per il 20%, della BCE e, per l’80%, delle banche centrali dei singoli Paesi.

Le principali criticità di questa operazione riguardano i meccanismi di trasmissione della politica monetaria nell’assetto istituzionale dell’Unione Monetaria Europea. In altri termini, vi è da dubitare che l’acquisto di titoli di Stato detenuti da banche e istituzioni finanziarie da parte della BCE possa accrescere gli investimenti nell’eurozona, e, come nelle intenzioni di Draghi, generare inflazione. Occorre preliminarmente chiarire che la fondamentale causa della restrizione del credito in atto è da rinvenirsi nella caduta della domanda, che attiva una spirale perversa di riduzione dei profitti, crescenti insolvenze, progressiva riduzione della convenienza da parte delle banche a erogare credito. In più, come attestato da Banca d’Italia, il peggioramento delle aspettative imprenditoriali si associa anche alla riduzione della domanda di credito, con effetti di segno negativo sulla dinamica degli investimenti e sul tasso di crescita. Letto in quest’ottica, il credit crunch è l’effetto di politiche fiscali restrittive e, dunque, andrebbe contrastato con maggiore spesa pubblica e minore pressione fiscale. Ciò a dire che la sola politica monetaria può fare davvero poco per far fronte al problema. In più sussistono ragioni di ordine tecnico che inducono a ritenere che il QE europeo non produrrà effetti significativi sulla ripresa degli investimenti, per queste ragioni:

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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 146 - (1 aprile 2015) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Venerdì 03 Aprile 2015 06:19

[in “MicroMega” online dell’1 aprile 2015]

 

SINTESI:  Le tesi più accreditate nel dibattito sulle cause della recessione italiana sono fondamentalmente due. Da un lato, vi è chi sostiene che essa dipende dall’eccessivo debito pubblico e dall’esistenza di un settore pubblico ipertrofico e poco produttivo; dall’altro vi è chi ritiene che essa sia imputabile, in ultima analisi, all’ingresso nell’Unione Monetaria Europea e alla conseguente adozione dell’euro. Entrambe le interpretazioni non tengono conto del fatto che la crisi attuale è il prodotto di un lungo sentiero di declino economico, che origina almeno a partire dagli anni novanta, e la cui principale causa risiede nella rinuncia all’attuazione di politiche industriali e alla connessa fiducia nella presunta spontanea vitalità della nostra imprenditoria. La spirale perversa nella quale, da oltre un ventennio, è precipitata la nostra economia è così riconducibile alla contrazione della domanda interna (anche per effetto della reiterazione di politiche fiscali restrittive) alla quale ha fatto seguito la continua riduzione del tasso di crescita della produttività.

 

Alle radici del declino economico italiano

 

Nel dibattito sulle cause del c.d. declino economico italiano, le due tesi più accreditate sono le seguenti. Da un lato, vi è chi sostiene che esso dipende dall’eccessivo debito pubblico e dall’esistenza di un settore pubblico ipertrofico e poco produttivo; dall’altro vi è chi ritiene che esso sia imputabile, in ultima analisi, all’ingresso nell’Unione Monetaria Europea e alla conseguente adozione dell’euro, che, impedendo la svalutazione, avrebbe ridotto la domanda interna a causa della contrazione delle esportazioni. Ciò che accomuna queste posizioni è il ritenere che la recessione italiana trovi le sue cause in vicende che si sono determinate in un passato relativamente breve e il ritenere che il declino italiano abbia una radice monocasuale.

In quanto segue, si proverà a mostrare, per contro, che il declino economico italiano è semmai da imputare a una dinamica di lungo periodo e che si è manifestato con la massima intensità in questi ultimi anni a seguito di un shock esogeno (l’esplosione della bolla dei mutui subprime negli USA come esito dell’accelerazione dei processi di finanziarizzazione) innestatosi su una struttura produttiva la cui fragilità era palese già da almeno un ventennio.

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