Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
A causa dell'assenza di soci e membri del Consiglio Direttivo nella data precedentemente indicata, l'Assemblea dei soci programmata per il 1° marzo è stata rimandata a giovedì 7 marzo alle ore 18,... Leggi tutto...
"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
La scelta di riservare il primo lunedì di ogni mese al nostro cineforum ci permette di cominciare il 2019 con La signora dello zoo di Varsavia: la scelta di Roberta Lisi, alla quale dobbiamo il... Leggi tutto...
Programma gennaio 2019
Dopo le festività natalizie, le attività dell'Università Popolare riprenderanno lunedì 7 gennaio, col consueto appuntamento col cineforum curato da Roberta Lisi, come sempre programmato per il... Leggi tutto...
Anticipo orario conferenza di venerdì 23 marzo
Come anticipato a voce ieri, in occasione della emozionante performance poetica organizzata dal nostro Laboratorio di poesia, la conferenza di venerdì 23 marzo della prof.sa Alberta Giani... Leggi tutto...
Per ricordare meglio la nostra visita a Cavallino
Uno dei momenti più emozionanti della nostra gita culturale a Cavallino, domenica scorsa, è stata la lettura  di un breve estratto dalle memorie del duca Sigismondo Castromediano (Carceri e... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
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Economia


SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 145 - (10 marzo 2015) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Martedì 10 Marzo 2015 18:34

SINTESI. Le politiche economiche europee vengono ora definite di austerità “flessibile”, dove è l’aggettivo a contare maggiormente sul piano comunicativo. In questa nuova prospettiva, fatta propria dal Governo Renzi, si inserisce la proposta di far ripartire la domanda interna riducendo la pressione fiscale e sforando temporaneamente il vincolo del 3% del rapporto deficit/Pil. Si tratta di una proposta apparentemente di buon senso. Tuttavia, essa di fonda sulla discutibile convinzione che la riduzione delle imposte sugli utili d’impresa produca maggiori investimenti che attivano maggiore occupazione e maggiore crescita. Contestualmente, per l’obiettivo di rispettare il vincolo del 3% del rapporto deficit/Pil, fatta salva la temporanea deroga, si propone di ridurre la spesa pubblica. Gli effetti redistributivi a danno del lavoro appaiono evidenti, dal momento che la detassazione degli utili d’impresa verrebbe pagata con minori servizi pubblici a danno delle famiglie con redditi più bassi.

 

L’austerità “fessibile” che non genera crescita e accentua le disuguaglianze

 

[in “MicroMega” online del 10 marzo 2015]

 

Con uno slittamento semantico che ben poco toglie alla sostanza della questione, le politiche economiche suggerite dalla commissione europea vengono ora definite di austerità “flessibile”[1], dove è l’aggettivo a contare maggiormente sul piano comunicativo. Ciò a indicare che la stagione delle misure radicali di riduzione della spesa pubblica e di aumento della pressione fiscale sarebbe ormai terminata. In questa nuova prospettiva, fatta propria dal Governo Renzi, si inserisce la proposta formulata da due dei più accreditati economisti italiani – Alberto Alesina e Francesco Giavazzi – di far ripartire la domanda interna riducendo la pressione fiscale e sforando temporaneamente il vincolo del 3% del rapporto deficit/Pil (http://www.voxeu.org/article/how-jumpstart-eurozone-economy)[2]. E’ una proposta che merita di essere discussa proprio perché essa è alla base di quello che viene propagandato come un nuovo corso della politica economica italiana.

Si tratta di una proposta apparentemente di buon senso, definita keynesiana e, in quanto tale, “di sinistra”. In realtà, essa non è affatto keynesiana, non è affatto “di sinistra” (se la si legge considerando gli effetti redistributivi che la sua attuazione produrrebbe), e non è neppure di buon senso. Per queste ragioni.

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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 144 - (25 febbraio 2015) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Giovedì 26 Febbraio 2015 07:08

La situazione economica della Grecia

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di mercoledì 25 febbraio 2015]

 

L’Italia non è la Grecia, ma le affinità fra i due Paesi, per quanto attiene alla struttura economica, non sono marginali. Fra queste, l’elevato debito pubblico, l’elevata evasione fiscale, l’elevata disoccupazione (prevalentemente giovanile) e soprattutto una specializzazione produttiva in settori a bassa intensità tecnologica accomunano le due economie, sebbene, ovviamente, con ordini di grandezza assai diversi. In particolare, l’Italia, a differenza della Grecia, non ha mai sperimentato tassi di crescita negativi nell’ordine dell’8% (come accaduto in Grecia nel 2011), né ha mai fatto registrare un rapporto debito pubblico/Pil del 175% (come nella Grecia del 2014), attestandosi questo rapporto, ad oggi, al 135%. Ma soprattutto, mentre la Grecia ha sempre avuto una specializzazione produttiva in settori a bassa intensità tecnologica (agricoltura e turismo, in primis), l’economia italiana è stata un’economia industriale, per poi sperimentare, almeno a partire dall’inizio degli anni novanta, un intenso processo di deindustrializzazione che la rende ora sempre più simile a quella greca.

Il programma economico di Syriza ha come punto essenziale la rinegoziazione del debito e il rifiuto di mettere in campo ulteriori misure di austerità. Dovrebbe essere ormai del tutto chiaro che le politiche di austerità, oltre a essere socialmente insostenibili (non solo per la Grecia), sono anche controproducenti per l’obiettivo di ridurre il rapporto debito pubblico/Pil, come peraltro certificato dallo stesso Fondo Monetario Internazionale. Su questo aspetto, la posizione di Syriza è assolutamente convincente ed è auspicabile che, su questo punto, vi sia un “effetto contagio” in altri Paesi europei. Ma qui si pongono almeno due ordini di problemi.

1) Un primo problema consiste nella rinegoziazione del debito. Si consideri preliminarmente che il debito greco è già stato rescheduled, ovvero, si è già consentita la posticipazione del pagamento degli interessi. Nelle condizioni istituzionali date, qualunque richiesta greca di ulteriori operazioni di posticipazione del pagamento del debito, ammesso che sia accolta, sarebbe subordinata alla condizione di attuare “riforme strutturali” e accrescere l’avanzo primario, dunque implementare ulteriori misure di austerità: esattamente ciò che Syriza non vuole fare. Si muove nella direzione giusta, in tal senso, il Ministro Varoufakis, che attribuisce l’intensificarsi della crisi greca agli aiuti chiesti e ottenuti dati dalla c.d. Troika (aiuti che, peraltro, hanno generato l’aspettativa di ulteriori aiuti) dal momento che, da un lato, questi sono stati condizionati all’intensificazione delle misure di austerità e, dall’altro, costituiscono oggi un onere del debito assolutamente insostenibile. E' per questo che il governo Tsipras non vuole nuovi aiuti, e propone di indicizzare i titoli di Stato al tasso di crescita.

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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 143 - (11 febbraio 2015) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Venerdì 13 Febbraio 2015 18:09

La crisi greca, la recessione italiana e le contraddizioni dell’Unione Monetaria Europea


[“MicroMega” online dell’11 febbraio 2015]


SINTESI. La crisi greca è la più eclatante manifestazione del fatto che l’Unione Monetaria Europea non può che generare impoverimento crescente delle aree deboli, attraverso processi di deindustrializzazione che, pur accentuati dalle politiche di austerità, si attivano anche in loro assenza, per l’operare spontaneo dei meccanismi di mercato. Ciò riguarda l’intera area periferica dell’Eurozona, nella quale si sta disegnando un modello di specializzazione produttiva sempre più basato su produzioni a bassa intensità tecnologica, con bassi salari, bassa domanda interna, bassa crescita ed elevata disoccupazione. In questo scenario, e contrariamente alla posizione assunta dal Governo italiano, dovrebbe essere interesse anche nostro sostenere il programma di revisione dell’architettura istituzionale europea che Syriza propone. Dovrebbe esserlo perché la spirale perversa nella quale è precipitata l’economia greca è molto simile, seppure con ordini di grandezza molto diversi, a quella che caratterizza il declino economico italiano.

 

“Il libero scambio porta inevitabilmente alla concentrazione spaziale della produzione industriale – un processo di polarizzazione che inibisce la crescita di queste attività in alcune aree e le concentra in altre” (N.Kaldor, The foundation of free trade theory, 1980).

 

 

I numerosissimi commenti sulla situazione greca si sono, nella gran parte dei casi, concentrati sul problema della ristrutturazione del debito e sulla tenuta dell’Unione Monetaria Europea. Non vi è dubbio che si tratta di problemi di massima rilevanza, così come non vi è dubbio che la soluzione della crisi greca ha natura innanzitutto politica. Non dovrebbe però passare in secondo piano un altro dato che attiene al fatto che ciò che è accaduto all’economia greca – per quanto attiene alla sua struttura produttiva – è molto simile a ciò che è accaduto (e sta accadendo) agli altri Paesi periferici del continente, Italia inclusa.

Le affinità fra i due Paesi non sono marginali, sebbene lo siano, ovviamente, con ordini di grandezza assai diversi. Fra queste, l’elevato debito pubblico, l’elevata evasione fiscale[1], l’elevata disoccupazione (prevalentemente giovanile) e soprattutto una specializzazione produttiva in settori a bassa intensità tecnologica accomunano le due economie[2], In particolare, l’Italia, a differenza della Grecia, non ha mai sperimentato tassi di crescita negativi nell’ordine dell’8% (come accaduto in Grecia nel 2011), né ha mai fatto registrare un rapporto debito pubblico/Pil del 175% (come nella Grecia del 2014), attestandosi questo rapporto, ad oggi, al 135%. Ma soprattutto, mentre la Grecia ha sempre avuto una specializzazione produttiva in settori a bassa intensità tecnologica (agricoltura e turismo, in primis), l’economia italiana è stata un’economia industriale, per poi sperimentare, almeno a partire dall’inizio degli anni novanta, un intenso processo di deindustrializzazione che la rende ora sempre più simile a quella greca.

Il programma economico di Syriza ha come punto essenziale la rinegoziazione del debito e il rifiuto di mettere in campo ulteriori misure di austerità. Dovrebbe essere ormai del tutto chiaro che le politiche di austerità, oltre a essere socialmente insostenibili (non solo per la Grecia), sono anche controproducenti per l’obiettivo di ridurre il rapporto debito pubblico/Pil, come peraltro certificato dallo stesso Fondo Monetario Internazionale. Su questo aspetto, la posizione di Syriza è assolutamente convincente ed è auspicabile che, su questo punto, vi sia un “effetto contagio” in altri Paesi europei. Ma qui – oltre alle questioni di ordine finanziario – si pone un problema essenziale che attiene all’eventuale attuazione di politiche fiscali espansive in un’economia sostanzialmente priva di un settore industriale.

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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 142 - (8 febbraio 2015) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Domenica 08 Febbraio 2015 10:17

Il declino economico italiano

 

[“Nuovo Quotidiano di Puiglia” di domenica 8 febbraio 2015]

 

Nel dibattito sulle cause del c.d. declino economico italiano, le due tesi più accreditate sono le seguenti. Da un lato, vi è chi sostiene che esso dipende dall’eccessivo debito pubblico e dall’esistenza di un settore pubblico ipertrofico e poco produttivo; dall’altro vi è chi ritiene che esso sia imputabile, in ultima analisi, all’ingresso nell’Unione Monetaria Europea e alla conseguente adozione dell’euro, che, impedendo la svalutazione, avrebbe ridotto la domanda interna a causa della contrazione delle esportazioni.  A ben vedere, tuttavia, il declino economico italiano è semmai da imputare a una dinamica di lungo periodo e che si è manifestato con la massima intensità in questi ultimi anni a seguito dell’esplosione della bolla dei mutui subprime negli USA innestatosi su una struttura produttiva la cui fragilità era palese già da almeno un ventennio.

Le caratteristiche strutturali dell’economia italiana sono fondamentalmente queste. L’Italia ha una struttura produttiva fatta da imprese di piccole dimensioni, poco innovative, poco esposte alla concorrenza internazionale; è  un’economia dualistica,  nella quale le divergenze fra macro-aree sono state, se non per pochi anni, costantemente in crescita; l’Italia ha registrato – e registra – un’evasione fiscale sistematicamente più alta della media dei Paesi OCSE; è un Paese importatore netto di materie prime e da almeno un ventennio ha visto crescere la sua domanda interna a tassi sistematicamente più bassi della media dei Paesi OCSE. A ciò si aggiunge che l’economia italiana ha storicamente sperimentato una dinamica dei consumi più bassa nel confronto con i principali Paesi industrializzati. Il che può essere spiegato alla luce del fatto che essendo un Paese late comer nel processo di industrializzazione, ha registrato una dinamica della propensione al risparmio sistematicamente maggiore di quella della media OCSE; l’Italia è il Paese che ha dato il maggiore impulso alle politiche di precarizzazione del lavoro che, di norma, si associano a riduzioni della propensione al consumo. Non da ultimo, l’Italia ha da molti anni un rapporto debito pubblico/Pil superiore alla media europea.

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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 141 - (19 gennaio 2015) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Martedì 20 Gennaio 2015 19:04

SINTESI. L’assenza, per malattia, di circa l’83% (per la stima del Comune) di vigili urbani a Roma la notte di Capodanno ha impresso una significativa accelerazione al ddl Madia sulla “riforma del pubblico impiego”. Il decreto in discussione si inserisce in una più generale strategia di ulteriore ‘dimagrimento’ del settore pubblico che è controproducente per l’obiettivo della fuoriuscita della recessione, e che viene diffusamente giustificata con due ordini di ragioni: il settore pubblico italiano è sovradimensionato e assume lavoratori scarsamente produttivi. Si tratta di due argomenti che non reggono alla prova dei fatti. E tuttavia, è ragionevole ritenere che questo Governo riesca ad accelerare ulteriormente il processo di privatizzazione del settore pubblico, soprattutto a ragione del fatto che il settore pubblico non è un rilevante bacino per l’acquisizione di consensi per il PD di Renzi.

 

La bugia dei dipendenti pubblici troppo numerosi e poco produttivi

[MicroMega online del 19 gennaio 2015]

 

L’assenza, per malattia, di circa l’83% (per la stima del Comune) di vigili urbani a Roma la notte di Capodanno ha impresso una significativa accelerazione al ddl Madia sulla “riforma del pubblico impiego”. Per quanto è dato sapere, il punto principale del provvedimento riguarderà la maggiore discrezionalità assegnata alla Pubblica Amministrazione di licenziare propri dipendenti poco produttivi, e di affidare all’INPS i controlli medici per la certificazione dell’effettiva malattia dei dipendenti in caso di assenza. Al netto di singoli casi di comportamenti eticamente censurabili e comunque punibili, stando alla normativa vigente, occorre considerare i possibili effetti macroeconomici che tali misure verosimilmente produrranno. E occorre anche preliminarmente considerare che il c.d. decreto Brunetta già contiene tutte le misure necessarie per consentire il licenziamento di dipendenti pubblici, in un quadro normativo nel quale il regime di sanzionamento dell’assenteismo è diverso fra settore privato e settore pubblico. Nel settore privato, la disciplina sulle assenze per malattia prevede che, per i primi tre giorni di assenza continuativa, l’indennità di malattia è a carico del datore di lavoro, con una percentuale di copertura definita dal contratto nazionale. A partire dal quarto giorno, l’Inps versa un’indennità non inferiore al 50 per cento della retribuzione, mentre la parte rimanente viene integrata dal datore di lavoro.
Nel settore pubblico, per contro, è prevista la perdita di ogni componente accessoria del salario (circa il 20 per cento della retribuzione in media) per i primi dieci giorni di assenza continuativa per malattia. Si registra anche che le visite fiscali – effettuabili in un intervallo di sette ore al giorno – sono quasi il doppio di quelle effettuate nel settore privato (http://www.lavoce.info/archives/32235/quanto-ci-si-ammala-nel-pubblico-impiego/).

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