Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
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"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
La scelta di riservare il primo lunedì di ogni mese al nostro cineforum ci permette di cominciare il 2019 con La signora dello zoo di Varsavia: la scelta di Roberta Lisi, alla quale dobbiamo il... Leggi tutto...
Programma gennaio 2019
Dopo le festività natalizie, le attività dell'Università Popolare riprenderanno lunedì 7 gennaio, col consueto appuntamento col cineforum curato da Roberta Lisi, come sempre programmato per il... Leggi tutto...
Anticipo orario conferenza di venerdì 23 marzo
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Per ricordare meglio la nostra visita a Cavallino
Uno dei momenti più emozionanti della nostra gita culturale a Cavallino, domenica scorsa, è stata la lettura  di un breve estratto dalle memorie del duca Sigismondo Castromediano (Carceri e... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
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Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
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Economia


SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 140 - (18 GENNAIO 2015) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Domenica 18 Gennaio 2015 13:18

Il declino economico italiano e le politiche industriali: una nota


[Questo testo è la trascrizione della relazione tenuta in occasione della presentazione del libro di G.Viesti e D. Di Vico (Cacciavite, robot e tablet. Come far ripartire le imprese) alla libreria Gilgamesh di Taranto – Associazione “Siderlandia” – il 9.1.2015. Leggilo anche in www.siderlandia.it]

 

Con la massima schematizzazione, si può rilevare che, nel dibattito sulle cause del c.d. declino economico italiano, le due tesi più accreditate sono le seguenti. Da un lato, vi è chi sostiene che esso dipende dall’eccessivo debito pubblico e dall’esistenza di un settore pubblico ipertrofico e poco produttivo; dall’altro vi è chi ritiene che esso sia imputabile, in ultima analisi, all’ingresso nell’Unione Monetaria Europea e alla conseguente adozione dell’euro, che, impedendo la svalutazione, avrebbe ridotto la domanda interna a causa della contrazione delle esportazioni. Ciò che accomuna queste posizioni è il ritenere che la recessione italiana trovi le sue cause in vicende che si sono determinate in un passato relativamente breve, e il ritenere che il declino italiano abbia una radice monocasuale.

In quanto segue, si proverà a mostrare, per contro, che il declino economico italiano è semmai da imputare a una dinamica di lungo periodo e che si è manifestato con la massima intensità in questi ultimi anni a seguito di un shock esogeno (l’esplosione della bolla dei mutui subprime negli USA come esito dell’accelerazione dei processi di finanziarizzazione) innestatosi su una struttura produttiva la cui fragilità era palese già da almeno un ventennio.

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Il valore dei saldi - (5 gennaio 2015) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Ferdinando Boero   
Martedì 06 Gennaio 2015 09:05

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di lunedì 5 gennaio 2015]

 

Con il passaggio all’euro i cosiddetti salariati hanno visto trasformare il loro stipendio con un cambio che assegnava all’euro un valore di quasi duemila lire: il valore ufficiale. Chi guadagnava un milione al mese si è ritrovato con meno di cinquecento euro. Altri, però, hanno applicato un cambio a mille lire. Un euro: mille lire. Il caffè passò subito da mille lire a un euro. Ve lo ricordate? E con il caffè anche tutto il resto. I jeans costavano centomila lire? Di punto in bianco sono costati cento euro. Si dice che ci sia stato un grande trasferimento di ricchezza da una parte della popolazione ad un’altra. Chi si stava arricchendo, però, voleva arricchirsi ancora di più. I salari italiani erano ancora troppo alti. Lo abbiamo visto con la storia dei giubbotti di piumino d’oca e l’abbigliamento in genere. Molti capi si facevano in Salento, e molte aziende davano lavoro a moltissime maestranze. Ma costavano troppo. Meglio andare dove un’operaia o un operaio guadagnano centocinquanta euro. Quello è il giusto prezzo del lavoro! Chiudono le fabbriche nel nostro paese, si aprono in paesi dove non ci sono sindacati, leggi che difendono la salute umana, l’ambiente. Chi è ricco diventa sempre più ricco, mentre chi prima poteva vivere in modo decente, una volta perso il lavoro, ora non ce la fa più. Però i ricchi devono pur vendere quel che producono e ora si sorprendono se non c’è più nessuno disposto a pagare mille euro per comprare un giubbotto o una borsa che ne è costati quaranta. Ora ci sono i saldi, e quel giubbotto, quella borsa, ce li propongono a cinquecento euro. Ma le vendite non vanno bene lo stesso. I clienti di ieri erano quelli che lavoravano per produrre quelle merci. Ma ora sono senza lavoro. E gli operai e le operaie che le producono non possono certo pagare quelle cifre, non hanno disponibilità economiche e comunque vivono in altri paesi.

Quel giubbotto, quella borsa, che sono costati quaranta euro alla produzione, dovrebbero essere venduti a centoventi, centosessanta euro (sto triplicando e quadruplicando il costo alla produzione). Esageriamo, decuplichiamo il prezzo alla produzione: quattrocento euro. Invece, a saldo, se tutto va per il meglio, ce li vogliono vendere a cinquecento euro.

Mi spiace, sono troppi. I clienti non se lo possono permettere. Certo, chi si è arricchito con questo sistema può. Ma sono relativamente pochi. L’economia viaggia con i grandi numeri e ora anche loro sono in crisi. E piangono. Come mai nessuno compra più? Ci vuole Einstein per capire che se chiudi le aziende in Italia e le apri all’estero, per risparmiare sulla manodopera, poi non riesci più a vendere in Italia perché le persone che guadagnano sono diminuite? Per un po’ il giochetto dei quaranta euro che diventano mille funziona. Poi arriva il collasso.

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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 139 - (18 dicembre 2014) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Giovedì 18 Dicembre 2014 20:38

SINTESI. Il tema della lotta all’evasione fiscale non sembra essere prioritario nell’agenda di questo Governo, nonostante l’evasione continui a essere alta e costituisca un rilevante freno alla crescita e un rilevante fattore di aumento delle diseguaglianze distributive. Il Governo ha scelto di riproporre misure di semplificazione per contrastare il fenomeno: ma si tratta di una linea già percorsa, con risultati decisamente deludenti.

 

Le vecchie (e inefficaci) ricette del governo per la lotta all’evasione fiscale


[“MicroMega” online del 18 dicembre 2014]

 

Si calcola che l’evasione fiscale in Italia ammonta a un importo compreso (a seconda della metodologia di stima) fra i 90 e i 140 miliardi di euro[1]. Non si tratta esclusivamente di una questione di ordine etico, sebbene quest’ordine di motivazione sia ovviamente di massima rilevanza, ma anche di un problema di massima rilevanza per la crescita economica e la distribuzione del reddito. Innanzitutto, va rilevato che, in presenza di un’elevata evasione fiscale e di un elevato debito pubblico, la tassazione su famiglie e imprese che non evadono né eludono è ovviamente molto elevata; cosa che contribuisce a spiegare l’elevatissima e crescente pressione fiscale in Italia, e il fatto che essa è strutturalmente più elevata della media europea.

E’ palese che l’illegalità ha un costo. Ed è possibile rilevare che un’elevata evasione fiscale è un problema non solo perché riduce il tasso di crescita, ma anche perché contribuisce a rendere sempre più diseguale la distribuzione del reddito. Ciò per le seguenti ragioni.

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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 138 - (8 dicembre 2014) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Lunedì 08 Dicembre 2014 09:29

L’Italia dell’evasione fiscale

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di lunedì 8 dicembre 2014]

 

Si calcola che l’evasione fiscale in Italia ammonta a un importo compreso (a seconda della metodologia di stima) fra i 90 e i 140 miliardi di euro. Non si tratta esclusivamente di una questione di ordine etico, sebbene quest’ordine di motivazione sia ovviamente di massima rilevanza, ma anche di un problema di massima rilevanza per la crescita economica e la distribuzione del reddito. Innanzitutto, va rilevato che, in presenza di un’elevata evasione fiscale e di un elevato debito pubblico, la tassazione su famiglie e imprese che non evadono né eludono è ovviamente molto elevata; cosa che contribuisce a spiegare l’elevatissima e crescente pressione fiscale in Italia, e il fatto che essa è strutturalmente più elevata della media europea.

E’ palese che l’illegalità ha un costo. Ed è possibile rilevare che un’elevata evasione fiscale è un problema non solo perché riduce il tasso di crescita, ma anche perché contribuisce a rendere sempre più diseguale la distribuzione del reddito. Ciò per le seguenti ragioni.

1) L’economia italiana sperimenta l’apparente paradosso di una costante riduzione della spesa pubblica e di un costante aumento del debito pubblico, non solo in rapporto al Pil ma anche in valore assoluto. Si tratta di un paradosso appunto apparente, la cui soluzione si rileva in questa sequenza. La riduzione della spesa pubblica comporta riduzione dell’occupazione e del tasso di crescita. La riduzione del tasso di crescita accresce il rischio di insolvenza da parte dello Stato, ovvero accresce la probabilità che lo Stato non sia più in grado di onorare il suo debito. Ciò impone allo Stato di emettere titoli con tassi di interesse crescenti, per far fronte alla loro maggiore rischiosità.

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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 137 - (21 novembre 2014) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Venerdì 21 Novembre 2014 16:10

[MicroMega online del 21 novembre 2014]

 

SINTESI. Nonostante le dichiarazioni di segno contrario, il Governo Renzi continua a riproporre misure di riduzione della spesa pubblica che, oltre a ridurre occupazione e crescita, aumentano il debito pubblico, sia in rapporto al Pil sia anche in valore assoluto. In un assetto istituzionale nel quale è impedita la monetizzazione del debito, l’aumento del debito comporta rilevanti effetti distributivi a danno dei percettori di redditi bassi e, su scala regionale, a danno prevalentemente delle famiglie meridionali e a beneficio dei percettori di rendite finanziarie.

 

Gli effetti redistributivi del debito pubblico (se non è possibile "monetizzarlo)


E’ evidente che ogni emissione di titoli dello Stato determina sul mercato industriale una vera sottrazione di capitali e crea, per necessità, una classe di oziosi. E come il debito pubblico cresce, cresce parallelamente il numero delle persone che non fanno nulla e che vivono di rendita. Questa classe parassitaria deprime inevitabilmente le condizioni del lavoro. Poiché lo Stato, per mantenerla, è costretto ad attingere largamente all’imposta” (F.S.Nitti, 1894).

 

Il Presidente del Consiglio ha recentemente dichiarato che: “Se riusciremo a spostare l’attenzione dall’austerità alla crescita, cambiando il paradigma economico dominante di questi anni di crisi, la ricaduta sulla vita delle persone in posti di lavoro e capacità di spesa sarà evidente”, facendo propria una convinzione ormai pressoché dominante nel dibattito italiano secondo la quale le politiche di austerità hanno prodotto esclusivamente danni e, contrariamente all’obiettivo prefissato, hanno contribuito a far crescere il rapporto debito pubblico/Pil. Non vi è dubbio che ciò sia successo, e non vi è dubbio sul fatto che esse siano assolutamente irrazionali. Ma va registrato che questo Governo continua a praticare misure di riduzione della spesa pubblica (in particolare, nei settori della formazione e della sanità[1]), in palese contrasto con le dichiarazioni – o gli auspici – di Renzi. E va anche registrato che, almeno nelle intenzioni dichiarate, ciò che il Governo intende fare è convincere la commissione europea a rendere più “flessibili” i vincoli di finanza pubblica, così da rendere possibili politiche di spesa pubblica in disavanzo. Politiche che, nelle condizioni date, non potrebbero che essere finanziate tramite emissioni di titoli pubblici sui mercati finanziari.

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