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Economia


SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 175 - (27 settembre 2016) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Sabato 01 Ottobre 2016 12:00

La finanza sovranazionale e la controriforma costituzionale

 

["MicroMega" online del 27 settembre 2016]

 


“I problemi economici dell’Europa sono dovuti al fatto che i sistemi politici della periferia meridionale sono stati instaurati in seguito alle cadute delle dittature, e sono rimaste segnate da quell’esperienza. Le Costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste … I sistemi politici del Sud presentano le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti, governi centrali deboli nei confronti delle regioni, tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori, tecniche di costruzione del consenso basate sul clientelismo, il diritto di protestare se i cambiamenti sono sgraditi” (J.P.Morgan, 2013).



Perché Matteo Renzi investe tutto il suo capitale politico per una riforma della Costituzione della quale, si può supporre, alla gran parte dei cittadini italiani non interessa per nulla? Perché lo fa in disprezzo del duplice fatto che la riforma è partorita da un Parlamento dichiarato illegittimo e del fatto che questo provvedimento non era nel suo programma elettorale? La risposta può rinviare a due soli ordini di ragioni: il primo, per così dire, psicologico; il secondo propriamente economico. Il primo potrebbe riguardare il fatto che Renzi voglia, per così dire, passare alla Storia come “il grande riformatore”, “il costituente del XXI” secolo. Potrebbe essere. Ma pare davvero una motivazione molto parziale a fronte della quale si può contrapporre una interpretazione che, senza cadere in improbabili complottismi, metta assieme alcuni fatti che ci portano a pensare che la riforma della Costituzione italiana si renda necessaria come scambio politico fra questo Governo e la finanza internazionale. Sia chiaro che non si fa qui riferimento a una cospirazione occulta, e tantomeno a un progetto eticamente censurabile, ma a una sequenza di eventi che quantomeno fanno seriamente dubitare della narrazione governativa. Andiamo per ordine.

1. Nel 2013, J.P.Morgan pubblica un rapporto nel quale invita il Governo italiano a modificare la Costituzione vigente perché contiene “troppi elementi di socialismo”. In particolare, J.P.Morgan insiste sulla inopportunità di tenere in vita una Carta Costituzionale di matrice novecentesca, nella quale i valori fondanti riguardano la tutela dei diritti sociali, il fondamentale ruolo attribuito allo Stato nella programmazione economica, il richiamo alla democrazia economica. Per la finanza sovranazionale, la Costituzione italiana è da modificare radicalmente, come quelle degli altri Paesi mediterranei dell’Eurozona, ma lo è ancor più rispetto a queste esperienze: l’Italia diventa, per così dire, un laboratorio per sperimentare dettati costituzionali adeguati al XXI secolo, ovvero coerenti e funzionali ai processi detti di finanziarizzazione1.

2. I rapporti fra Renzi e autorevoli esponenti di J.P.Morgan, in particolare con Jamie Dimon, sono ampiamente documentati ed è noto che attengono al salvataggio di alcune banche italiane, Monte dei Paschi di Siena innanzitutto per evitare effetti di contagio sull’intero sistema finanziario italiano2.

3. J.P. Morgan, allo stato dei fatti, è interessata a ricapitalizzare il sistema bancario italiano, in particolare il Monte dei Paschi di Siena. La spesa sarebbe irrisoria, data l’enorme disponibilità finanziaria di J.P. Morgan, probabilmente si riuscirebbe anche a trarne profitto. Ma a condizione che il Governo italiano proceda a fare le “riforme” indicate.

Se questa ricostruzione è veritiera, si giunge alla conclusione che la riforma Boschi-Renzi costituisce uno scambio politico fra Governo italiano e finanza internazionale per un obiettivo del tutto contingente e, per certi aspetti, neppure di rilevanza tale da motivare il superamento sostanziale della Costituzione vigente: il salvataggio del sistema bancario italiano, e in particolare, del Monte dei Paschi di Siena. Evidentemente, il corollario riguarda il fatto che la politica italiana è in larghissima misura eterodiretta: cosa che, per molti commentatori, non è peraltro nulla di così nuovo, dal momento che già dall’insediamento del Governo Monti si fece esplicito riferimento, in quel caso, a una decisione di Goldman Sachs.

Vi è un passaggio successivo. La finanza sovranazionale chiede all’Italia di accelerare i tempi di decisione e ciò si rende necessario dal momento che, in un contesto di ‘globalizzazione’ (sebbene con forti controtendenze registrate dall’aumento delle misure protezionistiche), il turnover del capitale è notevolmente accelerato e le scelte di localizzazione degli investimenti sono profondamente influenzate dalla capacità del singolo Governo, in un contesto di competizione fra Stati, di creare un ambiente favorevole all’attrazione di investimenti (e/o alla non delocalizzazione). In tal senso, l’invito di J.P.Morgan è pienamente ascrivibile a questa logica. Al di là del fatto che la nuova costituzione molto difficilmente porterà a un accelerazione dei tempi di decisione, in considerazione della sua farraginosità (come messo in evidenza ripetutamente dai sostenitori del NO al Referendum), la questione rilevante da discutere è se ammesso che questo risultato si produca (ovvero che i tempi di decisione si accelerino) ciò è un processo desiderabile o meno3. La risposta dipende in modo significativo dal modello di sviluppo dell’economia italiana che si intende promuovere o rafforzare. Per la seguente ragione. Con ogni evidenza, la finanza sovranazionale e le multinazionali che domandano la riforma costituzionale lo fanno per trovare in Italia un assetto istituzionale per loro più favorevole: bassi salari, risibile tutela dei diritti dei lavoratori, normativa trascurabile in materia ambientale, delineando un percorso di crescita in condizioni di ulteriore aggravamento delle diseguaglianze distributive e di ulteriore attacco al lavoro. Per chi ritiene che l’eventuale attrazione di investimenti non possa che avvenire sostenendo questi costi (inclusa la perdita della sovranità politica), il SI è una scelta scontata. Per chi ritiene che le diseguaglianze siano un freno alla crescita, che la finanza sovranazionale non debba ingerire nelle decisioni di uno Stato sovrano; per chi ritiene che la globalizzazione debba governata e che la totale libertà di movimento dei capitali sia una delle concause della crisi in corso la risposta non può che essere decisamente NO. La posta in gioco è, dunque, la vendita della nostra carta costituzionale al miglior offerente: il tentativo estremo di provare a fuoriuscire da una crisi della quale non si vede una possibile via d’uscita.

 

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2 Si vedano vari articoli pubblicati da Repubblica, giornale non sospettabile di essere anti-governativo, e, in particolare, Giovanni Pons, MPS. Il soccorso della finanza globale: vince JPMorgan, la banca dei governi, “La Repubblica – Affari e Finanza”, 26 settembre 2016.

3 V. G. Bucci, Revisione costituzionale e rapporti economico-sociali nell’era della crisi organica, “Osservatorio Costituzionale”, n.3, 2016.


SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 174 - (16 settembre 2016) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Venerdì 16 Settembre 2016 21:35

L’economia italiana è a crescita zero

 

L’economia italiana è a crescita zero, come certifica l’ISTAT nell’ultimo Rapporto presentato nei giorni scorsi. Vero è che bassi tassi di crescita si registrano in quasi tutti i maggiori Paesi dell’Eurozona (lo 0% interessa anche la Francia, a fronte del +0.4% della Germania e di una media UE dell’1.2% su base annua). Vero è anche che, rispetto a quaranta anni fa, i tassi di crescita delle economie industrializzate sono notevolmente più bassi, inducendo molti economisti a prefigurare un percorso di stagnazione secolare.

Va tuttavia riconosciuta una peculiarità italiana, che ha natura strutturale: si tratta del drammatico crollo della produttività del lavoro, che declina, in Italia, da almeno un ventennio e a fronte del quale nessun Governo ha individuato una terapia efficace per farvi fronte. La caduta della produttività dipende da numerose circostanze, sulle quali, peraltro, non vi è accordo fra economisti di diverso orientamento teorico.

Con la massima schematizzazione, si possono distinguere due posizioni teoriche e di politica economica.

Il primo, di matrice liberista, imputa la riduzione della produttività del lavoro fondamentalmente a due fattori: a) la rigidità del mercato del lavoro e, più in particolare, la c.d. rigidità funzionale del contratto di lavoro; b) la rigidità dell’allocazione della forza-lavoro all’interno dell’unità produttiva. La logica sottostante questa diagnosi si fonda sulla convinzione che solo una credibile minaccia di licenziamento (ovvero di non rinnovo del contratto) può incentivare il lavoratore ad erogare un rendimento elevato. Diversamente, assunto che il lavoro è solo fonte di disutilità, il lavoratore tenderebbe a comportarsi da “scansafatiche”. Si tratta di un meccanismo noto come effetto di disciplina, in base al quale la produttività del lavoro, determinata qui esclusivamente da fattori motivazionali, cresce al crescere della probabilità di licenziamento. In più, viene argomentato che la produttività del lavoro può crescere anche come effetto di una maggiore efficienza organizzativa. Si fa riferimento, in questo caso, alla possibilità che l’imprenditore possa modificare, senza vincoli normativi, l’assetto organizzativo dell’impresa, anche, p.e., mediante demansionamento.

Questi due argomenti costituiscono le basi teoriche dei provvedimenti di deregolamentazione del mercato del lavoro. Occorre rilevare che le determinanti della produttività del lavoro sono molteplici e non riconducibili, come nell’impostazione dominate, a sole variabili motivazionali. La dotazione di capitale fisso, in particolare, influisce in modo rilevante sulla dinamica della produttività, così come le competenze acquisite dai lavoratori mediante scolarizzazione e learning by doing, così come anche la struttura demografica della forza-lavoro.

In ogni caso, sembra di poter rilevare, in particolare nel caso italiano, che i dispositivi normativi finalizzati a far crescere la produttività del lavoro per il solo tramite di un aumento del rendimento trovano la loro ratio nel fatto che le imprese italiane, nella gran parte dei casi e soprattutto nel Mezzogiorno, sono imprese di piccole dimensioni, con bassa propensione all’innovazione, i cui investimenti sono prevalentemente finanziati dal credito bancario. In una condizione nella quale il Governo non intende attuare politiche industriali che contrastino il ‘nanismo imprenditoriale’ e, anche tramite il finanziamento pubblico della ricerca di base e applicata, promuovano innovazioni, appare evidente che la sola altra opzione possibile – quella di fatto perseguita in Italia negli ultimi anni – sia la c.d. ‘via bassa dello sviluppo’. Che passa da misure di moderazione salariale e, per quanto rileva in questa sede, per politiche di deregolamentazione del mercato e del contratto di lavoro che possano eventualmente generare incrementi di produttività per il tramite di una maggiore intensificazione dello sforzo lavorativo.

Occorre puntualizzare che la reiterazione di misure di precarizzazione del lavoro ha di fatto contribuito a ridurre il tasso di crescita della produttività del lavoro. Ciò fondamentalmente per due ragioni:

a. La precarizzazione del lavoro riduce la propensione al consumo, generando, tramite un effetto di accelerazione, la conseguente riduzione degli investimenti e della produttività del lavoro. La precarizzazione del lavoro riduce la propensione al consumo dal momento che, assumendo ragionevolmente che l’obiettivo dei lavoratori occupati sia mantenere sostanzialmente stabile il proprio tenore di vita, essa si associa a un aumento dell’incertezza derivante dall’aumento della probabilità di licenziamento e, per conseguenza, all’aumento dei risparmi precauzionali.

b.  La precarizzazione del lavoro riduce il tasso di crescita della produttività del lavoro dal momento che pone le imprese nella condizione di competere riducendo i costi (i salari in primis) e, dunque, disincentiva le innovazioni.

Peraltro, come rilevato dalla BCE, soprattutto nei Paesi periferici dell’Eurozona, “i capitali sono stati sempre più indirizzati verso settori poco esposti alla concorrenza, prevalentemente nell’ambito dei servizi, alla ricerca di rendite”: il che ha evidentemente contribuito ad accelerare il declino della produttività del lavoro, dal momento che è ampiamente noto che questa è significativamente più alta nel settore manufatturiero. Per quanto riguarda l’azione di questo Governo, va rimarcato che, anziché provare a intervenire post factum (ovvero dopo la pubblicazione dei dati ISTAT) con un piano di investimenti pubblici – i soli, in effetti, in grado di invertire la rotta - si poteva evitare negli scorsi anni di elargire miliardi di euro alle imprese per incentivarle ad assumere con contratti a tutele crescenti per cercare, per questa via, di spendere elettoralmente i successi del Jobs Act. Miliardi di euro che hanno dato esiti, in termini di creazione di nuovi posti di lavoro a tempo indeterminato, estremamente deludenti.


SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 173 - (23 agosto 2016) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Martedì 23 Agosto 2016 22:09

Buona occupazione?

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di martedì 23 agosto 2016]

 

L’ultimo Rapporto Istat certifica un leggero aumento del numero di occupati e una contestuale riduzione del numero di inattivi. Il tasso di occupazione aumenta di un punto percentuale, mentre il tasso di disoccupazione (contabilizzato come rapporto fra numero di disoccupati e totale della forza-lavoro) aumenta, raggiungendo l’11.6%. Sembra una notizia positiva e ovviamente il Governo ha il massimo interesse ad attribuirsene il merito. E “fatti, non parole” è stato il commento del Presidente del Consiglio. E’ tuttavia necessario comprendere più a fondo cosa ha portato a questo risultato e se questo risultato va effettivamente considerato positivo.

1. Contrariamente alla tesi governativa, il Jobs Act non ha avuto alcun ruolo. La riduzione degli sgravi contributivi per le assunzioni con contratti a tutele crescenti – misura prevista in quel provvedimento -  ha generato, come ci si attendeva, un aumento dell’occupazione precaria. In tal senso, prima di salutare i dati ISTAT come un clamoroso successo del Governo, è necessario interrogarsi sulla tipologia dei nuovi contratti di lavoro. Non si può considerare un successo l’aumento dell’occupazione precaria soprattutto da parte di un Governo che ha scommesso sull’aumento dei contratti a tempo indeterminato. Peraltro, è ragionevole attendersi che molto difficilmente questo obiettivo verrà raggiunto, dal momento che, nelle condizioni date, l’aumento dell’occupazione a tempo indeterminato (ovvero la somministrazione di contratti a tutele crescenti) si rende possibile solo mediante gli sconti fiscali che il Governo asseconda alle imprese che assumono con questa tipologia contrattuale. Di quante risorse il Governo potrà disporre per le decontribuzioni negli anni a venire? A quanto pare, di risorse di entità decrescente, come i fatti stanno a dimostrare: gli esoneri contributivi al 100% sono stati esauriti nel dicembre 2015.

2. ISTAT certifica che l’aumento dell’occupazione ha riguardato soprattutto (se non esclusivamente) individui di età superiore ai cinquanta: più in dettaglio, si è ridotta l’occupazione nella fascia d’età compresa fra i 35 e i 49 anni (111 mila unità). Ciò che verosimilmente è accaduto è che, in virtù di una legislazione pensionistica sempre più stringente, una platea ampia di lavoratori si è trovata nelle condizioni di posticipare l’età del pensionamento. Anche in questo caso, non sembra di poter fare riferimento a un successo del Governo. Semmai, se l’effetto è quello qui individuato si tratterebbe di un insuccesso.

3. Trattandosi di variazioni di entità modesta, occorre anche tener conto delle metodologie di stima utilizzate dall’ISTAT e di quelle utilizzate da altri Istituti di ricerca. EUROSTAT, in particolare, certifica che il tasso di occupazione in Italia è fra i più bassi nel confronto con altri Paesi dell’Eurozona, con una differenza di circa 10 punti percentuali. E che solo la Grecia ha un tasso di occupazione inferiore al nostro. In più, la valutazione sull’andamento del mercato del lavoro italiano cambia radicalmente di segno, rispetto a quella governativa, se si guardano le serie storiche, dalle quali risulta che il numero di occupati nel II trimestre 2012 (Governo Monti) ammontava a 22.706.000 unità e nel III trimestre 2015 (Governo Renzi) a 22.645.000 unità;

nel II trimestre 2016 (Governo Renzi) a 22.546.000 unità.

A ben vedere, il fatto che l’occupazione, se effettivamente è aumentata, è aumentata in misura modesta riguardando prevalentemente lavori precari si spiega bene considerando che il quadro macroeconomico non si è affatto modificato negli ultimi mesi.

In particolare, la dinamica degli investimenti privati ha continuato a essere di segno negativo rispetto agli scorsi anni. In più, le esportazioni nette, nel corso dell’ultimo anno, non hanno contribuito a far crescere la domanda, anzi. Su fonte ISTAT, si registra, per il 2015, una contrazione del saldo commerciale dai 5.3 miliardi dell’ottobre 2014 a circa 4.8 miliardi dell’ottobre 2015. Ciò è accaduto fondamentalmente a ragione del pur modesto aumento del tasso di crescita, che si è immediatamente tradotto in un rilevante aumento delle importazioni. La pressoché totale dipendenza del nostro settore produttivo dall’acquisto dall’estero di prodotti energetici, di beni strumentali e di prodotti intermedi ha prodotto una crescita delle importazioni nell’ordine del 5%. In secondo luogo, è continuato, nel periodo considerato, l’aumento dei risparmi per motivi precauzionali. Si tratta di un fenomeno tipicamente associato a un aumento dell’incertezza, che, nel contesto attuale, è in larga misura dipendente dal continuo aumento della disoccupazione giovanile e dei tassi di inattività, nella sostanziale assenza di ammortizzatori sociali. In altri termini, le famiglie italiane hanno reagito e reagiscono alla bassissima probabilità per i loro figli di trovare occupazione trasferendo loro reddito, ovvero sostituendosi allo Stato nell’erogazione di sussidi; il che, sul piano macroeconomico, si traduce in riduzione della domanda e conseguente riduzione dell’occupazione. In più, su fonte ISTAT, l’indice di fiducia di imprese e consumatori ha continuato (e continua) a ridursi certificando che né gli investimenti né i consumi sono (e saranno nel breve periodo) in aumento.

Va detto che il 2016, per il mercato del lavoro italiano, andrà ricordato come l’anno del boom dei voucher, con un incremento, su fonte INPS, del 43% rispetto al 2015. Si tratta di “buoni lavoro” di 10 euro per prestazioni saltuarie e occasionali. Evidentemente, anche per questa ragione, occorre essere molto cauti nell’affermare che il mercato del lavoro italiano dà segni di miglioramento. Ciò che di certo si può affermare è che non si sta andando nella direzione auspicata dal Governo di creazione di “buona occupazione”.


Il caso Brexit - (11 luglio 2016) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Lunedì 11 Luglio 2016 10:58

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di lunedì 11 luglio 2016]

 

 

Il caso Brexit ha dato adito alle più ardite profezie sulla tenuta (o meno) dell’Unione Europea e, in generale, l’evento è stato interpretato come conferma di ciò che si era previsto, soprattutto da parte di economisti che sono convinti che certamente l’UE è destinata all’implosione o – variante di questa profezia – che è vi sono rilevanti rischi che ciò accada. Su questa linea, alcuni commentatori, che hanno ritenuto e ritengono che la crisi dell’Eurozona sia imputabile agli squilibri commerciali al suo interno, hanno stabilito che l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione dipenderebbe dai crescenti squilibri commerciali che il Paese ha accumulato verso l’UE negli ultimi anni.

Seppure esiste evidenza empirica in tal senso, la causa di questi saldi negativi non può essere interamente attribuita all’adesione all’Unione (tanto più che il Regno Unito è al di fuori dell’Unione Monetaria e mantiene la sua sovranità monetaria), piuttosto è il segno di un crescente declino britannico in termini di produttività che ha cause prevalentemente endogene, come argomentato a seguire.

E’ davvero quindi difficilmente credibile che gli elettori britannici siano stati guidati nella loro scelta dalla consapevolezza dei crescenti squilibri commerciali che il loro Paese ha accumulato. Il reale risultato elettorale ci mostra semmai l’opposto, poiché sono stati proprio gli elettori meno colti e più anziani, e quindi meno consapevoli ed informati, a votare a favore della Brexit. D’altra parte, a ben vedere l’argomento dei crescenti squilibri commerciali, tranne poche eccezioni, è rimasto sostanzialmente ignorato nel dibattito politico sul “Leave”.

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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 172 - (23 giugno 2016) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Domenica 26 Giugno 2016 20:58

Sulle gabbie salariali

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di giovedì 23 giugno 2016]

 

Ha fatto molto discutere un recente studio di Andrea Ichino, Tito Boeri ed Enrico Moretti, presentato al recente Festival dell’Economia di Trento, nel quale gli autori invocano, sebbene implicitamente, il ritorno alle c.d. gabbie salariali, ovvero a un meccanismo per il quale i salari monetari al Sud dovrebbero essere inferiori a quelli percepiti dai colleghi del Nord. Gli autori argomentano questa tesi con motivazioni che attengono alla giustizia distributiva (sarebbe cioè ingiusto pagare salari uguali in aree con prezzi diversi) e con ragioni propriamente economiche. In quest’ultimo caso, viene rilevato che minori salari al Sud genererebbero maggiore occupazione, sia per la maggiore convenienza delle imprese meridionali ad assumere sia per l’aumento dei profitti che ne seguirebbe e l’aumento degli investimenti.

Lo studio merita di essere commentato soprattutto per l’autorevolezza degli autori che lo hanno prodotto e della loro capacità di influenzare la politica economica nazionale. Partiamo anche qui da un dato, provando a capire se è vero che i salari reali (ovvero i salari monetari al netto del tasso di inflazione) sono effettivamente uniformi su scala nazionale. E’ stato stimato dall’ISTAT che, prima dello scoppio della crisi, nel settore privato i salari al Nord erano più alti di 13.000 euro l’anno rispetto ai salari percepiti dai lavoratori meridionali, e, per quanto attiene al reddito pro-capite, il divario tra le due aree del Paese è aumentato nell’ultimo biennio dello 0,2%. A fronte della riduzione della quota dei salari sul PIL che ha interessato l’intero Paese nell’ultimo ventennio, vi è ampia evidenza empirica del fatto che – fatti salvi alcuni brevi intervalli congiunturali – il rapporto fra salari dei lavoratori meridionali e salari dei lavoratori settentrionali ha segnato una costante riduzione. Per le ragioni che ho evidenziato prima, la caduta della domanda interna ha interessato soprattutto il Sud, generando un ulteriore incremento dei differenziali salariali. Vi è di più. L’Ufficio Studi di Banca d’Italia certifica che il processo di divergenza fra retribuzioni nel Mezzogiorno e retribuzioni nel Nord ha origine almeno a partire dall’inizio degli anni novanta e che, per quanto attiene al periodo che intercorre fra il 1990 e i primi anni duemila, l’incremento dei differenziali salariali su scala regionale si situa nell’ordine del 14%. Essendo minori in termini relativi i salari nel Mezzogiorno, i prezzi di vendita dei beni che le imprese meridionali vendono al Nord sono minori dei prezzi di acquisto dei prodotti del Nord da parte dei consumatori meridionali. Si è, cioè, già in presenza di un meccanismo spontaneo di deterioramento delle ragioni di scambio, stando al quale il libero scambio fra le due aree del Paese avvantaggia sistematicamente quella che, in partenza, ha il PIL più alto. Si consideri anche che le due voci principali di esportazione del Mezzogiorno riguardano i mezzi di trasporto e gli apparecchi meccanici, e che la gran parte delle esportazioni proviene da imprese la cui proprietà non è di operatori meridionali. Da un lato, i profitti provenienti dalle esportazioni vanno in parte a beneficio di imprese localizzate nel Mezzogiorno, ma il cui assetto proprietario è esterno all’area. Dall’altro lato, la quota residua di profitti attiene all’esportazione di prodotti intermedi, che vengono lavorati e venduti da imprese all’esterno dell’area, generando incrementi di profitto e beneficio di imprese non meridionali; profitti che, comunque, sono ottenuti mediante riduzioni dei salari dei lavoratori meridionali.

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