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Si ricomincia...
Dopo la pausa estiva, interrotta dall'Open Day che come sempre ci ha permesso di incontrarci e presentare le nostre attività ad amici e soci vecchi e nuovi, il nostro anno accademico 2019-20 ha... Leggi tutto...
Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
A causa dell'assenza di soci e membri del Consiglio Direttivo nella data precedentemente indicata, l'Assemblea dei soci programmata per il 1° marzo è stata rimandata a giovedì 7 marzo alle ore 18,... Leggi tutto...
"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
La scelta di riservare il primo lunedì di ogni mese al nostro cineforum ci permette di cominciare il 2019 con La signora dello zoo di Varsavia: la scelta di Roberta Lisi, alla quale dobbiamo il... Leggi tutto...
Programma gennaio 2019
Dopo le festività natalizie, le attività dell'Università Popolare riprenderanno lunedì 7 gennaio, col consueto appuntamento col cineforum curato da Roberta Lisi, come sempre programmato per il... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
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Storia e Cultura Moderna


Il libro Cuore aveva ragione. L’emigrazione minorile italiana tra Otto e Novecento PDF Stampa E-mail
Storia e Cultura Moderna
Scritto da Giuseppe Caramuscio   
Lunedì 08 Settembre 2014 08:36

["Controcanto", IX, 4, dicembre, pp. 13-15.]


Chi (come me) ha avuto l’opportunità di leggere e rileggere il celebre Cuore di Edmondo de Amicis in momenti diversi della propria esistenza, ne ha colto continui spunti di riflessione suggeriti dalle differenti stagioni della vita. Il lettore, in ogni caso, non ha potuto fare a meno di fissare nei suoi ricordi le immagini indelebili dei fanciulli protagonisti, che in vari modi avevano contribuito, a loro tempo, all’edificazione, politica e morale, della giovane nazione italiana: piccola vedetta lombarda e tamburino sardo, muratorini, figli di carbonai e di erbivendoli, e tutto un microcosmo di marginali, che per generazioni ha ispirato, a giudizio di alcuni, nobili sentimenti, e sentimentalismi senza misura che dissimulano un nazionalismo subdolo, secondo altri.

Il titolo qui proposto – provocatorio – pur non riprendendo direttamente la lunga polemica critica sul libro deamicisiano, intende ripensare l’esistenza effettiva e sconcertante di quel mondo infantile che, alla luce di indagini più approfondite sull’infanzia nell’Italia post-unitaria, fa apparire le figure descritte presenti nel Cuore non solo come verosimili, ma addirittura, in non pochi casi, trasfigurate in senso ottimistico dalla finzione letteraria. Oggi possiamo ripercorrere quelle storie non già mediante l’ascolto diretto delle voci infantili, ma attraverso le fonti archivistiche, giudiziarie e legislative, che ci offrono lo specchio adulto di tali vicende. Uno degli aspetti più significativi dell’infanzia “rubata” va ricercato nelle dinamiche migratorie che, come è noto, interessarono il nostro Paese sin dalla prima metà dell’Ottocento, prima dell’unificazione nazionale.

Questo tema, su cui per molti anni era caduta una sorta di damnatio memoriae, è stato ripreso e approfondito dalla storiografia italiana negli ultimi vent’anni, grazie agli impulsi impressi dalla comparazione tra problematiche correlate ai fenomeni migratori contemporanei (clandestinità, schiavismo infantile, lavoro nero) e dell’arricchimento della storia del movimento operaio con la storia delle donne e delle fasce sociali più deboli.

Tra Otto e Novecento la figura del lavoratore migrante minorenne è oggetto di una costruzione ideologica imperniata sull’intreccio di due paradigmi interpretativi: uno di tipo patologico-sociale e un altro medico-igienista. Gli osservatori che utilizzano il primo paradigma tendono a rappresentare i piccoli emigrati come martiri, schiavi, vittime degli adulti. Nel secondo caso l’attenzione degli studiosi e dei legislatori è invece rivolta soprattutto alle ripercussioni che il lavoro eccessivo e insalubre ha sulle condizioni di salute dei cittadini italiani emigranti in giovanissima età. La preoccupazione è che questi fattori possano contribuire a trasformare i piccoli e le piccole in potenziali ladri, prostitute e sovversivi. Inizialmente l’attenzione delle autorità si concentrò sulla questione dello sfruttamento del lavoro migrante minorile nell’ambito delle professioni ambulanti; successivamente, tra Otto e Novecento, i governi italiani cercarono di reprimere l’emigrazione – spesso clandestina – di ragazzi verso le fabbriche europee. Nel medesimo periodo si cercò anche di scoraggiare l’emigrazione di minori verso gli USA, sia perché negli States si erano intensificati i respingimenti di migranti non in grado di mantenersi autonomamente, sia per timore di un allargarsi del fenomeno di renitenza alla leva e, infine, per prevenire spese di rimpatrio di cui avrebbe dovuto farsi carico lo Stato italiano. Preoccupazione di fondo delle classi dirigenti dell’Italia liberale era quella di smentire la massiccia ondata di emigrazione come un portato della nascita dello Stato e del mercato a dimensione unitaria.

L’arco cronologico qui preso in considerazione può essere suddiviso in quattro fasi, contrassegnate da alcune specificità, come pure da diverse analogie.

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Quando il computer è diventato per tutti PDF Stampa E-mail
Storia e Cultura Moderna
Scritto da Nicola Antonica   
Sabato 05 Luglio 2014 16:27

[“Il Titano. Supplemento economico de “Il Galatino” n. 12 del 26 giugno 2014, p. 19].

 

Il computer è diventato per tutti da quando ha potuto soddisfare alcune richieste essenziali: (1) peso e dimensioni contenute, (2) basso costo, (3) semplicità d’uso, (4) adattabilità ad un utilizzo generale, ossia capacità di svolgere non un solo compito ma una molteplicità di applicazioni.

I primi computer avevano dimensioni ragguardevoli. Un computer come maniac, costruito nei laboratori di Los Alamos nel 1952, misurava più di 2,5 metri di larghezza, 2 metri di spessore, 6 metri in altezza e aveva un peso di circa 500 kilogrammi. La macchina era costituta da migliaia di elementi, quali valvole, transistor, cavi di collegamento, e aveva una struttura metallica che doveva ospitare tutti i costituenti e reggerne il peso. Il costo della macchina era elevato. In quel periodo il computer era appannaggio esclusivo dei militari o delle università.

L’utilizzo di simili macchine non era per nulla semplice. Erano prive di vere periferiche d’ingresso e di uscita come tastiera e monitor; l’ingresso dei dati avveniva tramite la modifica dello stato di alcuni interruttori on/off o tramite schede perforate e il risultato poteva essere interpretato attraverso una sequenza di luci accese/spente o un nastro perforato. Quelle macchine non erano poi adattate ad usi molteplici; spesso assolvevano solo a compiti ben precisi: inizialmente somme e sottrazioni poi calcoli sempre più complessi. In genere ogni macchina era destinata ad un certo tipo di calcolo.

Col tempo si cominciarono a intravedere potenzialità sempre più numerose nell’utilizzo dei computer e al loro sviluppo s’interessarono ricercatori, militari, tecnici, ingegneri, contribuendo a rendere il computer sempre più raffinato, veloce, di ridotte dimensioni e a prezzi sempre più bassi.

Fu agli inizi degli anni settanta del Novecento che accadde qualcosa d’inaspettato: le aziende di elementi elettronici immisero sul mercato microprocessori dalle caratteristiche innovative sia per costo che per capacità di calcolo in rapporto alle dimensioni, fino ad allora inimmaginabili, come il 6502, prodotto da MOS Tecnology.  Fu proprio questo piccolo microprocessore, appena apparso sul mercato, dal costo di appena venticinque dollari, che stimolò la fantasia di Stephen Jobs che, con Stephen Vozniak, riuscì a realizzare un computer completo di ram e di rom, predisposto per unità di ingresso e di uscita come tastiera e monitor grafico, inizialmente destinato ad un pubblico di appassionati di elettronica. Era il 1976 quando l’Apple I fu presentato all’Homebrew Computer Club di Palo Alto, un club di appassionati di elettronica e d’informatica che contava fra i suoi membri anche alcuni professionisti del settore che lavoravano nella Silicon Valley.

L’anno successivo Jobs presentò l’Apple II, una versione migliorata dell’Apple I, al prezzo di 666 dollari. Da quel momento molte aziende iniziarono a proporre le loro versioni di computer destinati al grande pubblico. Commodore produsse il PET, il VIC 20, il C64. Tandy Radio Shack produsse il TRS80, l’Atari propose l’Atari 400 e poi la versione 800, Sinclair lo ZX-spectrum e cosi via. Nel frattempo, in Italia, l’Olivetti, che fino agli inizi degli anni ottanta aveva prodotto macchine calcolatrici a vari livelli di complicazione, propose nel 1982 lo M20, una macchina completa di monitor e tastiera che era adattata al solo uso di due programmi, uno di contabilità e uno d’archiviazione dati. Due anni dopo propose lo M24, compatibile con i programmi della IBM. In quello stesso anno, il 1984, Apple presentò il primo computer con sistema operativo grafico e puntatore mouse. Il computer era diventato per tutti.

 

 

 

 


Partigiani salentini in Albania durante la seconda guerra mondiale PDF Stampa E-mail
Storia e Cultura Moderna
Scritto da Maurizio Nocera   
Venerdì 25 Aprile 2014 09:14

Quest’anno ricorre il 70° anniversario della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo e intendo ricordarlo qui rievocando il contributo che i soldati salentini dettero alla liberazione della vicina Albania, combattendo assieme agli albanesi nel Battaglione “Antonio Gramsci”, una delle prime formazioni partigiane all’estero.

 

Il battaglione "Antonio Gramsci" nella guerra di liberazione dell'Albania

 

Dovrebbero essere sempre alti i sentimenti morali e civili nei confronti dei partigiani italiani che combatterono in Albania contro il nazifascismo nel 1943-44 perché essi, col loro impegno di lotta (che per alcuni significò l’olocausto della vita) riscattarono la vergogna dell’occupazione fascista di quel paese e di quel popolo sin dai tempi antichi amico degli italiani. Per noi pugliesi e salentini c’è poi un motivo in più per essere riconoscenti verso quei soldati partigiani che lottarono per la riconquista della libertà e per la rinascita della democrazia: molti di essi erano nostri corregionali e comprovinciali. Primo fra tutti spicca il nome di un’eroina partigiana leccese, Annunziata Fiore, la più giovane (aveva solo 13 anni) di tutta la resistenza albanese, scomparsa qualche anno fa a Lecce.

Il contributo dato dai partigiani italiani alla liberazione dell’Albania dal nazifascismo è stato importante tanto che, sin dalla prima ora venne riconosciuto dalle istituzioni albanesi, soprattutto da quelle del periodo della Repubblica Popolare Socialista d’Albania.

Una pagina illuminante sulla resistenza partigiana in Albania è stata scritta da Bruno Brunetti, commissario politico del battaglione “Antonio Gramsci”, in Liri popullit. Partigiani italiani in Albania. Un esempio di internazionalismo proletario (Firenze 1978, p. 63), che ricorda come avvenne la nascita della formazione partigiana nel giorni che vanno dall’alba del 24 settembre al 10 ottobre 1943. Occorre sapere che in quel momento, l’esercito italiano era allo sbando, alla mercé dei nazifascisti, e i soldati della Divisione “Firenze”, nella quale era inquadrato il Brunetti, rischiava di essere annientata quando, grazie all’intervento dei partigiani della Prima Brigata dell’Esercito di Liberazione Nazionale Albanese, sotto il comando di Mehmet Shehu, trovarono una prima risposta organizzativa al loro sbandamento. Nel suo scritto, Brunetti ricorda quanto ebbe a dire il comandante Shehu agli italiani:

«Voi non avete altra scelta, o arrendervi ai tedeschi, o disperdervi per i villaggi albanesi, o combattere al nostro fianco il comune nemico, il nazifascismo. Il popolo albanese […] ha fatto una netta distinzione tra fascismo e figli del popolo lavoratore, quali voi siete. Se volete cancellare per sempre la vergogna che coloro che vi hanno mandato ad opprimere questo piccolo e generoso popolo vogliono far ricadere su di voi, vi invitiamo a combattere con noi nell’Esercito di Liberazione Nazionale Albanese. Potete costituire un battaglione italiano che verrà a far parte della Prima Brigata d’assalto. Nominerete voi stessi il vostro comandante di battaglione, i comandanti di compagnia, i vostri commissari politici» (p. 62).

Dopo avere dibattuto la proposta del comandante albanese con gli altri soldati della Divisione, Bruno Brunetti, col consenso generale, la mattina del 10 ottobre 1943 prese la decisione di andare a portare la sua adesione e quella dei suoi compagni alla Brigata albanese e lì trovò altri partigiani italiani che, appena il giorno prima, avevano preso la stessa decisione; fra di essi c’erano Tersilio Cardinali, Ermanno Vasari, Silvio Bucciarelli, Oscar Nepi, il sergente maggiore Giuseppe Monti, Osvaldo Chiani, il maresciallo Romeo Carnielutti, Romeo Cicerchia, Leo Dal Ponte, più altri 70. In tutto i primi partigiani italiani che costituirono il primo nucleo della Prima Brigata “Gramsci” furono 79. Così Brunetti ricorda quel giorno:

«Fu così che il 10 ottobre 1943 vidi sventolare una bandiera tricolore gettata nel fango dal fascismo, al centro della quale non campeggiava più l’infame bianca croce sabauda, ma il nome glorioso di un martire antifascista: Antonio Gramsci» (p. 63).

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La risposta di Abel PDF Stampa E-mail
Storia e Cultura Moderna
Scritto da Paolo Maria Mariano   
Venerdì 03 Gennaio 2014 10:13

Il carattere universale dei suggerimenti di Abel a chi si avvicina alla ricerca accademica.

 

[in "Prometeo", a. 31, n. 124, dicembre 2013, pp. 82-93]

 

Mentre il marzo del 1829 finiva, August Leopold Crelle aveva fretta ed era preoccupato, si può ragionevolmente pensare. Crelle aveva seguito un corso di studi in ingegneria civile per la necessità di un posto di lavoro. Lo aveva trovato al ministero degli interni prussiano, nel settore che si occupava della rete stradale e progettava una prima tratta ferroviaria fra Berlino e Posdam. Da autodidatta aveva approfondito lo studio della matematica e aveva conseguito un dottorato nel 1816, a trentasei anni. Nel 1826 aveva fondato una rivista dedicata solo alla matematica, pura e applicata, diversa dai bollettini accademici multidisciplinari del tempo: Journal für die reine und angewandte Mathematik, quello che è chiamato il giornale di Crelle nelle varie lingue in cui ci si può ad esso riferire, ed è ancora oggi una delle più autorevoli riviste di matematica disponibili. L’anno successivo alla fondazione della rivista era passato al ministero dell’educazione e degli affari culturali ed era stato eletto membro dell’Accademia di Berlino per l’interessamento di Alexander von Humboldt, il naturalista, l’esploratore, il grande viaggiatore tedesco. Con il suo giornale, Crelle promuoveva l’ambito culturale che sentiva consono alla sua natura, mostrando una straordinaria sensibilità nel riconoscere i giovani talenti (pur non essendo egli un matematico prominente) e la predisposizione a incoraggiare in maniera concreta il loro lavoro, qualità non comuni nell’accademia, specialmente la seconda. Tra chi sembrava meritare attenzione c’era Niels Heinrick Abel, un giovane norvegese di cui aveva scelto di pubblicare ventidue articoli nei primi tre volumi della rivista, sebbene non li comprendesse completamente, ed era per lui che Crelle aveva fretta. Da almeno un anno, con insistenza, cercava per Abel una posizione nell’Università di Berlino, che era stata fondata nel 1810 per lo sforzo del fratello di Alexander von Humboldt, Wilhelm, che quell’anno era il ministro prussiano dell’educazione. Proponendo Abel per un posto a Berlino, Crelle voleva dargli la possibilità di allontanarsi dal clima severo della Norvegia, portargli sussistenza adeguata ai meriti che mostrava di avere in matematica, nonostante importanti distrazioni di contemporanei più celebrati e anziani. Aveva necessità di fare in fretta, però: la salute di Abel peggiorava.

Niels Heinrick Abel era nato il 5 agosto 1802, in un tempo in cui il padre, Søren George, era vicario della parrocchia di Finnøy, isola del distretto norvegese di Rogaland, diocesi di Kristiansand. Che Abel fosse nato a Finnøy è oggi dubbio. È più probabile che fosse la vicina parrocchia di Nedstrand il luogo deputato. La questione è discussa nella biografia di Stubhaug (1996). Comunque sia, quando Søren George Abel sposò Anne Marie Sorensen e la portò a Finnøy, gli sposi avevano rispettivamente ventotto e diciannove anni e provenivano da quello strato sociale che oggi chiamiamo alta borghesia. Il vicariato aveva una certa tradizione nella famiglia di Søren George mentre Niels Henrik Saxild Sorensen, padre di Anne Marie, era un facoltoso mercante di Risør, dove cercò di far sì che ci fosse una scuola permanente fino a quando non fu coinvolto nel disagio economico dell’intera Norvegia, dovuto soprattutto alle conseguenze della posizione neutrale della Danimarca, del cui regno al tempo faceva parte, rispetto alle guerre napoleoniche.

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Fiction – Cronaca – Fiction PDF Stampa E-mail
Storia e Cultura Moderna
Scritto da Aldo Bello   
Giovedì 12 Dicembre 2013 20:38

[Riportiamo di seguito il testo della lectio magistralis tenuta da Aldo Bello per l’inaugurazione dell’anno accademico 1998-1999 dell'Università Popolare di Galatina, già pubblicato ne “Il Galatino” di venerdì 11 dicembre 1998, pp. 7-10]

 

All’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università Popolare di Galatina l’interessantissima relazione di Aldo Bello

 

“Società dell’informazione”, “società della comunicazione”, “società dell’immagine”, “società dello spettacolo”…

Sono queste, ed altre analoghe, le espressioni – più o meno diffuse, più o meno efficaci – con le quali viene definito il mondo contemporaneo; espressioni che non sempre aiutano a comprendere realmente il contesto sociale, culturale e politico nel quale viviamo. In ogni caso, il fatto che siamo circondati, vorrei dire assediati dai mezzi di comunicazione, è un’affermazione tanto banale quanto incontestabile. Basti pensare a quanto la nostra quotidianità sia condizionata dal telefono, ora anche cellulare, dal fax, dal computer, dai giornali, dalla radio, dalla televisione.

I mezzi di comunicazione di massa - oggi si preferisce parlare di mezzi di comunicazione perché le tecnologie informatiche tendono a privilegiare una comunicazione “uno - a - uno”, piuttosto che “uno - a - molti” – nascono nell’800 col progressivo diffondersi dei quotidiani – quando nasce la massa, cioè un pubblico abbastanza vasto da consentire la produzione seriale – e poi si sviluppano con l’avvento del cinema, della radio, dei magazine, della tv. Ogni epoca registra il predominio di un singolo medium che  tutti gli altri tentano in qualche modo di imitare. Dunque, un medium detta il passo, si propone come modello di linguaggi e di storie.

Nella prima fase dell’industria culturale domina la stampa (metà dell’800). Infatti, nei primi anni di vita il cinema resta quasi un fenomeno da baraccone. Poi è fatale che sia proprio il grande schermo a prender piede (anni’30 del nostro secolo) e a veder riconosciuta la sua dignità di mezzo artistico in grado di divertire, a volte informare, più spesso far sognare milioni di persone.

La tv fa la sua comparsa, in Italia, nei primi anni ’50 e nell’80 ha il boom con le emittenti commerciali. Da quel momento gli altri media accusano un gran colpo e sono costretti a mutare pelle, a ristrutturarsi: pensiamo alla crisi del cinema (oggi comunque superata), al trionfo dei settimanali televisivi (Radiocorriere, Sorrisi e Canzoni, Onda Tv, ecc.), ai supplementi televisivi, ma non solo, dei quotidiani (“Venerdì” di Repubblica, “Specchio” della Stampa, “Sette” del Corriere della Sera), al successo in teatro di attori lanciati dagli schermi televisivi, a quello nelle serate di gala o strapaesane dei presentatori e persino delle annunciatrici televisive.

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