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Si ricomincia...
Dopo la pausa estiva, interrotta dall'Open Day che come sempre ci ha permesso di incontrarci e presentare le nostre attività ad amici e soci vecchi e nuovi, il nostro anno accademico 2019-20 ha... Leggi tutto...
Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
A causa dell'assenza di soci e membri del Consiglio Direttivo nella data precedentemente indicata, l'Assemblea dei soci programmata per il 1° marzo è stata rimandata a giovedì 7 marzo alle ore 18,... Leggi tutto...
"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
La scelta di riservare il primo lunedì di ogni mese al nostro cineforum ci permette di cominciare il 2019 con La signora dello zoo di Varsavia: la scelta di Roberta Lisi, alla quale dobbiamo il... Leggi tutto...
Programma gennaio 2019
Dopo le festività natalizie, le attività dell'Università Popolare riprenderanno lunedì 7 gennaio, col consueto appuntamento col cineforum curato da Roberta Lisi, come sempre programmato per il... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
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Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
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Storia e Cultura Moderna


La ricreazione. Riflessioni scolastiche a margine di Esperienze pastorali di don Lorenzo Milani PDF Stampa E-mail
Storia e Cultura Moderna
Scritto da Luca Isernia   
Sabato 23 Novembre 2013 17:54

[Estratto da: EDUCAZIONE & SCUOLA - Reg. Trib. Lecce n. 662 del 01.07.1997 - ISSN 1973-252X - Anno XVI - MAGGIO 2011.]

 

Il successo di Lettere ad una professoressa mise in ombra, almeno per qualche tempo, gli altri scritti di don Lorenzo Milani (1923-1967), compreso quell’Esperienze pastorali[1] cui il priore di Barbiana attese durante gli anni di S. Donato e che, tra le altre cose, rappresenta un’analisi di quell’Italia umile e provinciale colta nel suo passaggio verso la modernità.

In Esperienze pastorali un’attenzione particolare Milani riservò alla questione della ricreazione[2], il cui significato generale preciseremo oltre.

Milani condannò apoditticamente il concetto di ricreazione e le ragioni di un simile atteggiamento risulterebbero oggi incomprensibili, se non si precisasse il contesto in cui quel giudizio maturò e la personalità di chi lo emise.

Milani arrivò in qualità di cappellano a S. Donato a Calenzano nel 1947. Dinanzi ad uno scenario di povertà intellettuale e materiale, la pastorale giovanile fu il suo primo interesse[3], l’istruzione il suo primo pungolo. Era già forte in lui la consapevolezza di dover far percorrere ai suoi ragazzi una strada lunga e difficile, la strada del severo impegno scolastico, che ne avrebbe favorito l’inserimento nella vita sociale, politica ed economica, dalla quale erano messi ai margini. E lo strumento guida in questo cammino era rappresentato dalla lingua, che doveva trarli dal silenzio secolare cui erano costretti; amava infatti ripetere: «Chiamo uomo chi è padrone della sua lingua».

Il riscatto, quindi, si poteva realizzare per Milani solo grazie alla scuola, una scuola attenta ai bisogni umani e ai diritti di giustizia e di eguaglianza. Ma una scuola che doveva essere impegnativa, dura, se necessario, come duro sapeva essere in talune circostanze don Milani, specie nei confronti di chi si mostrava lento a comprendere la valenza e l’utilità del sapere per migliorare la propria condizione di paria e cercava invece nel trastullo e nel gioco, compendiati nell’immagine stessa della ricreazione, un effimero sollievo alle proprie pene.

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I francobolli di Rutherford - (24 ottobre 2013) PDF Stampa E-mail
Storia e Cultura Moderna
Scritto da Ferdinando Boero   
Mercoledì 30 Ottobre 2013 07:48

[In Internazionale del 24 ottobre 2013]

 

Il primo trattato di zoologia arrivato fino a noi è stato elaborato da Aristotele. Per molto tempo i filosofi hanno fatto lo stesso mestiere di chi, oggi, viene chiamato scienziato. Poi le strade si sono divise. Si sono in parte riunite quando i filosofi si sono messi a studiare la scienza e, così facendo, hanno esaminato come entomologi gli schemi comportamentali degli scienziati (trattati come insetti). Devo dire che spesso, agli scienziati, non importa granché di filosofia della scienza. Nelle facoltà di scienze è raramente insegnata, ed è un errore madornale. D’altronde c’è pochissima scienza nei corsi di laurea di filosofia. Poi è arrivato Popper e, per un po’, il mondo scientifico si è sentito in dovere di seguire i suoi dettami su come si deve fare scienza.

Semplificando (come è necessario in un articolo non tecnico), direi che Popper basò la sua filosofia sull’idea che non si può verificare un bel niente. Verificare significa: dimostrare il vero. La verità non è alla nostra portata. Possiamo solo tentare di dimostrare che qualcosa sia falso. Fino a quando non ci riusciamo, riteniamo provvisoriamente vero quel che abbiamo presupposto, ma se troviamo un solo esempio contrario, ecco che abbiamo falsificato il nostro assunto, e lo dobbiamo rigettare: lo abbiamo falsificato. Popper disse anche che la scienza deve produrre enunciati falsificabili. Se produco un enunciato non falsificabile, cioè che è sempre vero, spiego tutto ma, in effetti, non spiego niente. Chiaro no? Per me non era chiaro, ma non avevo voglia di dimostrarmi così scemo, e facevo finta di capire. Popper fece un esempio per spiegare il suo ragionamento, un esempio zoologico: “Tutti i corvi sono neri”. Diciamo che questo è un enunciato. Bene, non riuscirò mai a vedere tutti i corvi, quelli passati, quelli presenti e quelli futuri. E quindi non posso essere sicuro che “tutti i corvi” siano effettivamente neri. Fino a quando trovo corvi neri posso ritenere provvisoriamente vero l’enunciato, ma se trovo un corvo bianco… ecco che lo devo rigettare.

Dato che sono uno zoologo, e l’esempio è di zoologia, dico: vabbè, d’accordo, ci sono i corvi albini, e allora? Anatema. Questa è una spiegazione ad hoc. E non permette comunque di accettare “tutti i corvi sono neri”. Va bene, ma allora se voglio studiare i corvi, che dico del loro colore? Non è scienza? Ma allora perché usare questo esempio? Non sono riuscito a trovare risposta (forse perché mi sono indispettito e ho smesso di leggere, anche se mi pare di essere arrivato fino in fondo).

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Alle origini della politica laica Marsilio da Padova e la crisi politica di inizio Trecento PDF Stampa E-mail
Storia e Cultura Moderna
Scritto da Franco Martina   
Venerdì 25 Ottobre 2013 06:51

[in Quaderni del Liceo Scientifico Statale "Cosimo De Giorgi", Lecce 2013, pp. 157-166].

 

Traccia per un percorso didattico interdisciplinare


La crisi della prospettiva ierocratica: Giovanni XXII e Ludovico il Bavaro

 

Il 18 novembre 1302 Bonifacio VIII emanava la bolla Unam Sanctam. Era il momento più acuto dello scontro con Filippo IV di Francia. La prospettiva ierocratica doveva confrontarsi non con un altro potere universale, com’era accaduto in passato, bensì con un semplice re. La formula secondo la quale , andava incontro alla sua prova forse più drammatica: quella della . Come scrisse Giorgio Falco: .

In effetti, di lì a qualche anno la volontà ierocratica di Bonifacio VIII avrebbe mostrato tutta la sua debolezza sotto i colpi di forze avverse di varia natura. Per un verso,  c’erano i francescani “spirituali” e frange ereticali degli ”apostolici”; dall’altra le famiglie degli aristocratici romani avverse a quella dei Caetani, di cui era espressione lo stesso Bonifacio. Quest’ultimo terreno di scontro fu particolarmente rilevante. Proprio la capacità del papa di gestire le tensioni e i conflitti interni all’aristocrazia romana, costituiva il punto di forza che lo metteva in condizione di affrontare i conflitti esterni. Si capisce quindi come lo schiaffo di Anagni, l’affronto di Sciarra Colonna a Bonifacio VIII, fu non la causa ma il sintomo di un’incapacità del papato di garantire un equilibrio interno e quindi a gestire i conflitti esterni. Ciò mentre lo scenario politico della Penisola e dell’Europa si faceva quanto mai complesso.

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I ‘capitani coraggiosi’ e le loro ‘imprese produttive’ PDF Stampa E-mail
Storia e Cultura Moderna
Scritto da Antonio Monte1   
Giovedì 10 Ottobre 2013 09:01

[In Catalogo della Mostra "Qui... dove la terra finisce e il mare comincia". La memoria e l'immagine dell'impresa", Brindisi, Palazzo Nervegna 10 aprile-14 maggio 2011, CRACE, Narni (TR) 2011, pp.16-38].

 

L’immagine economica della Puglia è legata ad un’agricoltura ricca che, fin dall’età moderna, si proietta sui mercati nazionali ed internazionali. Si è parlato spesso di una “Puglia laboriosa”, figlia di un “popolo di formiche” che ha costruito l’identità pugliese. La sua popolazione era «prevalentemente agricola, marinara e artigiana» con «braccia operose e menti imprenditrici », che già a partire dall’ultimo quarto del XIX secolo si caratterizza per una spiccata vivacità industriale.

Ma accanto ad una Puglia agricola e contadina ne emerge un’altra, quella di “capitani coraggiosi”: ingegnosi imprenditori che sono stati i protagonisti di importanti trasformazioni nell’economia pugliese, padri della modernizzazione, di nuove sperimentazioni tecnologiche e di grandi investimenti industriali. Così alcune città pugliesi, in particolar modo nel periodo successivo all’Unità d’Italia e nel corso dei primi decenni del Novecento, da piccoli centri in cui ferveva la vita rurale e contadina divennero veri e propri centri urbani in cui l’artigianato assumeva la fisionomia di piccola industria. Si delineava una Puglia dinamica e moderna che si proponeva agli occhi dello Stato nazionale appena costituito come volano dello sviluppo del Mezzogiorno d’Italia e come salda cerniera fra Oriente ed Occidente.

La prima industrializzazione in Puglia, in particolare nella città di Bari, risale alla prima metà del secolo XIX ed è legata, nella sua fase iniziale, all’iniziativa di imprenditori stranieri e, in seguito, italiani, prevalentemente attivi nel campo dell’industria di trasformazione alimentare. Furono i primi a portare significative esperienze già maturate in altre grandi città e con i loro insediamenti produttivi portarono ingenti capitali che investirono in Terra di Bari e successivamente anche in Terra d’Otranto. Essi furono spinti a tali investimenti dalla realizzazione della linea ferroviaria Adriatica Bologna-Otranto (1864-1872) e, successivamente, dalla Bari-Taranto (1868) che garantivano sia l’approvvigionamento delle materie prime che la vendita, verso i mercati italiani e stranieri, dei prodotti finiti.

 

[Continua a leggere l’allegato]

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Su Totò 8. Totò, il teatro della vita e i "nuovi" giovani PDF Stampa E-mail
Storia e Cultura Moderna
Scritto da Liliana de Maria   
Venerdì 26 Luglio 2013 15:19

[in Totò. Tocchi e ritocchi, a cura di Giovanni Invitto, Il Raggio Verde, Lecce 2009]

 

Di notte, quando sono a letto,

nel buio della mia camera,

sento due occhi che mi fissano,

mi scrutano, mi interrogano.

Sono gli occhi della mia coscienza.

Totò

 

Totò rivela qui la sua ricchezza d’animo.

Nonostante siano passati ormai oltre quarant’anni dalla sua scomparsa, la sua memoria è ancora viva nella nostra cultura cinematografica e non solo. Totò consumò la sua arte in migliaia di film popolari e solo alcuni grandi registi seppero dare rilievo alle sue eccezionali doti di attore, vero animale da palcoscenico.

Attraverso il cinema, forma di racconto tipica della cultura moderna, Totò è riuscito a rendere comprensibile alla moltitudine la storia, le superstizioni, le vicende umane, in modo ilare per mezzo della sua abilità d’improvvisazione, della sua straordinaria mimica facciale, del suo saper utilizzare il corpo come un meccanismo disarticolato.

Con i suoi atteggiamenti di “pagliaccio–gentiluomo” rende la vita meno difficile da sopportare anche quando – pensiamo ad esempio al film Siamo uomini o caporali? – si racconta di guerra, di sofferenza, di miseria.

In una sola espressione Totò ha messo in scena la vita!

Il cinema ha così una delle sue svolte più caratteristiche prendendo dalla vita elementi veri per rappresentare delle finzioni: abbiamo dunque sullo schermo operai, professori, ogni categoria umana, con tutti i loro “tic” e le loro manie, che seppero rendere a volte con notevole verità e autorità il proprio personaggio. Rappresentarono, cioè, se stessi.

Totò rende quasi ridicola la realtà. La sua è una comicità aggressiva che serve a  stemperare l’insensatezza e ambiguità del reale; il suo spirito dissacrante, ma allo stesso tempo intelligente e pungente, riesce a prendere in esame diversi fenomeni che accadevano nella società del tempo. Pensiamo, ad esempio, alla celebre battuta: “Che tempi! Gli ospedali sono tutti pieni, i cimiteri esauriti”. Non sembra forse che, a distanza di anni, nonostante il progresso tecnologico e il miglioramento delle condizioni di vita, questa frase esprime al meglio uno dei tanti problemi del nostro tempo? E che dire ancora di “Siccome sono democratico, comando io”?

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