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Si ricomincia...
Dopo la pausa estiva, interrotta dall'Open Day che come sempre ci ha permesso di incontrarci e presentare le nostre attività ad amici e soci vecchi e nuovi, il nostro anno accademico 2019-20 ha... Leggi tutto...
Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
A causa dell'assenza di soci e membri del Consiglio Direttivo nella data precedentemente indicata, l'Assemblea dei soci programmata per il 1° marzo è stata rimandata a giovedì 7 marzo alle ore 18,... Leggi tutto...
"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
La scelta di riservare il primo lunedì di ogni mese al nostro cineforum ci permette di cominciare il 2019 con La signora dello zoo di Varsavia: la scelta di Roberta Lisi, alla quale dobbiamo il... Leggi tutto...
Programma gennaio 2019
Dopo le festività natalizie, le attività dell'Università Popolare riprenderanno lunedì 7 gennaio, col consueto appuntamento col cineforum curato da Roberta Lisi, come sempre programmato per il... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
Home Saggi e Prose Storia e Cultura Moderna
Storia e Cultura Moderna


Ritratti di scrittori meridionali 1. Gaetano Salvemini, un meridionale con le palle PDF Stampa E-mail
Storia e Cultura Moderna
Scritto da Augusto Benemeglio   
Giovedì 18 Giugno 2015 07:38

1. Lezioni di Mezzogiorno

 

Cinquantasette anni fa, il 6 settembre 1957, a Sorrento, moriva il molfettese Gaetano Salvemini, uno dei più grandi uomini che abbia avuto l’Italia; uno di quegli storici di genio che fanno, o rifanno la storia, uno di quegli indagatori della politica che anticipano gli eventi, che profetizzano le sciagure, per cui nessuno, o quasi è disposto ad ascoltare; un meridionale vero, un pugliese tutto sangue e passione, ma anche uno dei più lucidi, concreti, razionali studiosi che prendono di petto la realtà storica e l’affrontano, uno dei più strenui e determinati, coraggiosi uomini che abbiamo avuto nella prima metà del ventesimo secolo. Gaetano aveva preso le prime lezioni di “Mezzogiorno” a Firenze, appena diciassettenne, quando era riuscito ad avere una borsa di studio che lo aveva sottratto – lui primo maschio di nove fratelli e sorelle - a quello che nel Sud era allora il destino inevitabile dei ragazzi non stupidi delle famiglie povere: farsi prete. E i fatti dimostreranno come fosse il cammino che meno si adattava a quest’uomo cui il destino, la vocazione, il temperamento lo portavano a lottare in tutt’altri campi: battaglie sociali, storiche e politiche, dove dimostrò presto la sua tempra con il voler guardare dentro il calderone della questione meridionale, e dentro il corpo sociale e politico di quella cosa buffa chiamata Italia, scoperchiarne tutti i coperti che avevano fatto i diavoli della politica (del nord, ma anche del sud) e sentirne i mefitici odori che ne venivano fuori.

 

2. Un solenne calcio in culo a quei gobbi di meridionali

 

E su questa strada lo guidò il napoletano Pasquale Villari, il meglio che c’era sulla piazza, gli insegnò a sviluppare quel coraggio e quella concretezza naturale nell’agire civile e intellettuale, che aveva dentro di sé e sarebbe diventata, poi, la sua cifra, uno dei tratti caratteristici di tutta la sua opera. Infatti a soli vent’anni Gaetano parte in quarta e pubblica “Un comune dell’Italia meridionale: Molfetta”, scritto esemplare per la stringente analisi critica delle stratificazioni sociali della cittadina pugliese, dei suoi intrecci politici, dei suoi radicamenti economici, che lo pone subito sulla scia della generazione dei Fortunato e dei Franchetti, e del suo stesso maestro, Villari, che avevano parlato della questione meridionale come di una questione nazionale, questione che avrebbe coinvolto l’Italia e il suo modo di essere diventata Stato unitario, e cioè uno Stato che diede un solenne calcio in culo a quei “gobbi” dei meridionali che ne ostacolavano la crescita. E siccome Salvemini non aveva solo talento (il sud ne ha avuto tanti di talenti sprecati), ma era un meridionale con le palle, con il Dna del lottatore, come i pescatori molfettesi, o i contadini di Altamura, un uomo sorretto da una forte idealità, ma anche da una personalità straripante e un carattere di ferro che non gli faceva temere niente nessuno, lo disse chiaramente a Giovanni Giolitti, che per giustificare il suo cinismo politico e la sua insensibilità per i gravi problemi civili ed economici del meridione aveva concepito una metafora, rimessa in circolazione nel nostro tempo da Giulio Andreotti: «Trovai un gobbo, e non potevo vestirlo altrimenti che da gobbo», Salvemini gli disse, nel suo famoso pamphlet, che lui era “Il ministro della malavita” sia per il malcostume che aveva instaurato il suo governo, sia per il disprezzo con cui aveva trattato la questione meridionale perseguendo una politica senza scrupoli, che contribuiva a peggiorare il Sud, con danno per l’intero Paese. “E’ vero, un uomo di governo non può raddrizzare tutti gli uomini moralmente “gobbi” che trova nel suo Paese. Ma almeno deve operare in modo da non aumentarne il numero, come ha fatto Giolitti, il ministro della malavita. Lui i gobbi dell’Italia settentrionale li trovò e li lasciò come erano, mentre quelli dell’Italia meridionale li trovò cattivi e li lasciò peggiori.

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Morti della Grande Guerra a Galatina PDF Stampa E-mail
Storia e Cultura Moderna
Scritto da Pietro Giannini   
Domenica 22 Marzo 2015 07:24

[Riportiamo di seguito, per gentile concessione dell'autore, la Prefazione al libro di Pietro Congedo, La Grande Gierra 1915-1918 e la partecipazione dei galatinesi, Prefazione di Pietro Giannini, Edit Santoro, Galatina 2015].

 

Con questo saggio sulla partecipazione dei Galatinesi alla Prima Guerra Mondiale Pietro Congedo offre un ulteriore contributo alla conoscenza di vicende storiche che riguardano la nostra città. Stavolta il lavoro non si basa, come dichiarato allo stesso Autore, su ricerche d’archivio, come i suoi saggi già pubblicati, ma si avvale di indagini precedenti, in particolare di quelle di Ruggero Rizzelli del 1921. Tuttavia Pietro Congedo non manca di dare al materiale così acquisito una impronta personale. Per dire in termini sintetici, essa consiste nella chiarezza e nella precisione. Chiaro è il quadro storico degli eventi che costituiscono i vari momenti della Grande Guerra, tracciato nella Prima parte. L’esposizione è debitrice delle innumerevoli sintesi manualistiche che sono state prodotte nel tempo, ma un certo mestiere, acquisito nel corso delle precedenti indagini storiche (pur non costituendo queste la sua professione, come l’Autore stesso dichiara), lo mette in condizione di selezionare i fatti più importanti e di proporli in forma sintetica. Un tratto accattivante di questa parte è costituito da brani di autori più o meno famosi che espongono i punti di vista dei protagonisti degli eventi, conferendo al racconto una nota di verità e di autenticità. La precisione è nelle varie informazioni cronologiche e soprattutto geografiche che accompagnano l’esposizione. La menzione dei luoghi, teatro della guerra, è corredata da note che ne determinano l’esatta collocazione spaziale. E l’esattezza contribuisce talvolta a dare più pieno significato ai testi di appoggio, come accade nel caso di Ungaretti, le cui poesie, pur ampiamente note, ricevono una qualche luce dal fatto di essere collocate nel teatro sanguinoso delle varie battaglie dell’Isonzo.

Tutto questo lavorio ha lo scopo di definire le coordinate storico-geografiche in cui si situano le vicende dei galatinesi che hanno partecipato alla guerra, le quali costituiscono la seconda parte del lavoro. Interessante la descrizione del clima interventista che si respirava nella città e soprattutto delle istituzioni sociali che furono attuate per sostenere concretamente i disagi delle famiglie dei soldati in guerra. Suscita una certa emozione la menzione del clima festoso che il 25 maggio, alla stazione, accompagnò la partenza dei ‘richiamati’, cui seguirono le disillusioni della lunghezza inattesa assunta dalla guerra e soprattutto delle notizie che per un certo periodo quasi settimanalmente (rileva l’Autore) riferivano della morte di galatinesi caduti sul fronte. L’elenco di questi ultimi, insieme con quello di altri cittadini che patirono variamente nel corso del conflitto, costituisce il nucleo centrale della seconda parte. I dati offerti dai vari elenchi, con l’indicazione delle circostanze degli eventi luttuosi, offrono una documentazione che consente di ripercorrere i fatti con precisione. Un utile elenco alfabetico finale consente di ritrovare agevolmente i nomi dei cittadini cui ognuno può essere singolarmente interessato. Io stesso ho sperimentato questa funzionalità rintracciando il nome di uno dei miei nonni deceduto subito dopo la fine della guerra per una malattia contratta nel corso di essa. Un risultato che non è possibile conseguire affidandosi all’elenco dei nomi inciso sul monumento ai caduti sito in Piazza Alighieri, poco leggibili da lontano.

Chi percorre, sia pure per curiosità, i vari elenchi, non può non rimanere colpito dal contributo che Galatina diede alla realizzazione dell’ideale dell’unità definitiva d’Italia. E se tale contributo viene sommato a quelli di tutte le città d’Italia che hanno eretto un monumento ai caduti, se ne ricava il fondamento di una unità nazionale che artificiosamente viene messa da taluni in discussione.


Giulia Lucrezi-Palumbo (1876-1956) PDF Stampa E-mail
Storia e Cultura Moderna
Scritto da Giuseppe Caramuscio   
Sabato 25 Ottobre 2014 07:15

Soggettività femminile e cultura tra Risorgimento e Guerra Fredda

 

["L'Idomeneo - Rivista della Società di Storia Patria per la Puglia, sez. di Lecce", VII, pp. 117-156.]


A mia madre Lucia, maestra


  1. 1. Madri che insegnano, insegnanti che generano

Una riflessione attualizzata su un percorso bio-bibliografico femminile del Novecento può, ovviamente, utilizzare differenti chiavi di analisi, così come può esporsi ad alcuni rischi di deformazione. Infatti è noto come, sul piano della divulgazione, l’approccio biografico risulti tra i più accattivanti, per la potenzialità, che gli è propria, di saper legare il triangolo scrittore-lettore-personaggio in una rete di identificazioni di vissuti personali, attraverso schemi letterari e stili narrativi. Il genere biografico (e autobiografico), particolarmente adottato dalla cultura anglosassone, conosce in Italia una stagione di successi di pubblico (sostanzialmente ininterrotta dagli anni ’80 del secolo scorso), e viene tuttora riproposta in iniziative editoriali quali le più recenti del Corriere della Sera e di Repubblica[1].

È proprio l’ambivalenza della dimensione personale a rappresentare motivi di rischio e di opportunità: rischi, relativi all’appiattimento dello sviluppo storico sul privato; opportunità, di appoggiarsi su questo per procedere verso quello, attraverso un gioco di specchi e di piani sapientemente amministrati dalla scrittura storica[2].

Nel nostro caso, è proprio la protagonista di questo lavoro a suggerire questa pista interpretativa, poiché intreccia, come vedremo, temi biografici con le contingenze storiche e con i relativi valori di riferimento, da lei sostenuti e divulgati in occasioni pubbliche di riflessione e/o di propaganda. Ma la vicenda umana, culturale e professionale di Giulia Lucrezi[3] offre altri spunti al fascino dell’attualizzazione che rischia sì di deformare l’analisi storica, ma che ci spinge anche a formularle domande nuove.

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La “vendetta” dei Martiri d’Otranto. Il Salento e la (ri)conquista della Libia PDF Stampa E-mail
Storia e Cultura Moderna
Scritto da Giuseppe Caramuscio   
Sabato 04 Ottobre 2014 07:27

["Controcanto. Rivista culturale del Salento", VIII, 4, dicembre 2012, pp. 3-8.]

 

Quando, nel settembre 1911, il governo italiano dichiara guerra all’Impero Ottomano e organizza una spedizione in alcuni suoi territori (corrispondenti all’attuale Libia) per crearvi una colonia, si accende una fiammata di grande entusiasmo in un vasto schieramento di parti politiche (cui non rimangono estranei persino alcuni esponenti del socialismo riformista), nella stampa e nella maggioranza dell’opinione pubblica nazionale.

La stessa impresa  segnala altresì un diverso atteggiamento della Chiesa nazionale, del clero e, più in generale, dei cattolici italiani, nei confronti della guerra e degli stessi valori rappresentati dallo Stato italiano. Preoccupata dalle conseguenze di un ulteriore periodo di distacco dalle vicende del Paese, appena rientrata nella vita politica – sia pure indirettamente – attraverso la finestra del patto Gentiloni, la Chiesa sostiene l’iniziativa colonialista del governo Giolitti, anche su pressione di potenti gruppi finanziari ad essa legati, che in Tripolitania intendono tutelare i propri interessi. Il Vaticano tuttavia non riesce completamente a controllare l’ondata di passione imperialistica che vede coinvolti, nella cattolicizzazione dell’evento, vescovi e basso clero locali, impegnatisi nella circostanza a rispolverare il vessillo della “guerra santa” contro gli infedeli. Infatti se ad una autorevole componente della cultura cattolica (come la rivista dei Gesuiti, Civiltà Cattolica) riesce immediato identificare la guerra contro l’Impero Ottomano come una crociata contro l’Islam, la Santa Sede invita gli animi alla moderazione[1].

Tra gli aspetti più sorprendenti della vicenda è da rimarcare l’eccitazione nazionalistica scatenatasi, prima, durante e dopo il conflitto, anche fra gli strati popolari dell’Italia meridionale, tradizionalmente piuttosto refrattaria a simili manifestazioni collettive. Non fa eccezione il Salento[2], dove i più affermati intellettuali, intervenendo quali interpreti e guide della pubblica opinione a sostegno dell’avventura coloniale, di fatto tracciano una nuova rappresentazione dell’identità nazionale. Esaminiamo, tra le tante di cui rimane traccia, due testimonianze del periodo: entrambe resoconto di due cerimonie celebrative dell’evento patriottico, ne rappresentano punti di osservazione differenti ma per alcuni aspetti convergenti.

Invitato dall’Associazione Operaia di Squinzano, un sacerdote originario di Vernole, don Cosimo De Carlo, tiene un discorso nel contesto di una cerimonia funebre per i locali caduti nella guerra di Libia[3]. Docente e pubblicista, chiamato da più parti a cerimonie ufficiali (non solo di tipo prettamente religioso) per la sua riconosciuta abilità retorica, egli è senza dubbio l’oratore sacro più presente in questo tipo di celebrazioni e nella pubblicistica relativa. La sua parola, sia parlata che scritta, attraversa quasi l’intera metà del Novecento, rivelandosi tra le più sollecite a recepire le potenzialità insite nel panorama politico nazionale e locale fino all’adesione al regime fascista, da lui individuato quale compimento di un processo storico.

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“Tanto gentile e tanto onesta pare …” PDF Stampa E-mail
Storia e Cultura Moderna
Scritto da Giuseppe Caramuscio   
Venerdì 19 Settembre 2014 06:07

L’educazione delle fanciulle secondo uno scrittore scolastico leccese di fine Ottocento

 

[in Segni del tempo. Studi  di storia e cultura salentina in onore di Antonio Caloro, a cura di Mario Spedicato, Galatina, EdiPan, 2008 pp. 241-263. Collana “Quaderni de L’Idomeneo”.]

 

1.  Educare con le donne, educare le donne


Le vicende professionali e umane delle maestre e dei maestri elementari nell’Italia post-unitaria sono state, sia pure in tempi recenti, sufficientemente esplorate dalla ricerca di settore, che, nel ricostruirle, ne ha identificato il paradigma del travagliato processo di scolarizzazione nel nostro Paese[1]. Tale direttrice dell’indagine storiografica si è pienamente dispiegata, in Italia, in particolare negli anni ’90 del secolo scorso, quando il dibattito politico e culturale sulle ragioni del nostro essere nazione ha sollecitato ricerche più centrate ed approfondite sulle modalità del Nation Building italiano[2]. Ne è conseguito un più vivace interesse per le strutture e per le strategie educativo - comunicative messe in atto dai ceti dirigenti, allo scopo di indagare i differenziati livelli di propagazione del messaggio politico, prioritariamente riguardo la scuola e, più in generale, l’organizzazione della cultura[3]. Si è dato così spazio all’analisi del progetto di alfabetizzazione non solo strumentale, ma anche in senso etico; ci si è soffermati in maggior misura sugli strumenti di mediazione tra i saperi formalizzati e le masse popolari, tra i quali rientrano anche gli operai del sapere, ossia gli insegnanti della scuola primaria.

All’interno di quest’ambito, gli studi sull’educazione femminile giocano un ruolo importante: rintracciano i momenti di formazione delle differenze di genere, identificandone i corrispettivi ruoli che vanno prefigurandosi, e divengono sintomatici delle più complessive trasformazioni dell’assetto sociale, come, ad esempio, quello dell’aumento dell’occupazione nei ruoli del terziario, mediante l’assunzione di migliaia di maestre. Ancora, nella seconda metà dell’Ottocento, è possibile cogliere la transizione nell’educazione femminile, che in diversi Paesi europei – Italia compresa – conduce da un modello fondato sulla trasmissione orale all’avvio di processi di acculturazione all’interno di strutture pubbliche o religiose[4]. In definitiva, da un lato si tratta di esplorare i rinnovati sistemi educativi attraverso l’attività delle operatrici scolastiche, dall’altro di precisare i peculiari processi di formazione rivolti alle bambine e alle ragazze frequentanti le scuole, assumendo a seconda dei casi l’identità di genere come soggetto, o come oggetto, delle strategie e delle pratiche educative dominanti.

In tempi ancora più recenti, in questa direzione si è mossa anche la ricerca di base sul territorio salentino, offrendo alcuni contributi all’arricchimento del complesso e articolato affresco[5]. In esso, generalmente caratterizzato dal disagio professionale e dalla marginalità sociale, non mancano tuttavia profili che si discostano dai modelli prevalenti: insegnanti impegnati nella politica, tesi a dare continuità tra questa e la missione didattica, nel comune segno della emancipazione delle classi umili[6]; maestri dediti alla riflessione partecipata delle proprie esperienze attraverso una proficua attività di scrittura pedagogica e di incontri di formazione e/o di celebrazione, allo scopo di disseminarne i risultati[7]; figure magistrali apprezzate per il competente zelo nel lavoro in classe – come possiamo apprendere dalla documentazione amministrativa – ritenuto meritevole di (modeste) gratifiche stipendiali e di ufficiali attestazioni di lode[8]. Lo scandaglio rivolto alle microstorie di insegnanti nelle comunità di riferimento, sia attraverso la consultazione degli atti burocratici che testimoniano il travagliato rapporto docenti - Amministrazioni locali[9], sia utilizzando le (rare) fonti rivelatrici del lavoro pedagogico - didattico svolto dai docenti stessi[10], ha tracciato interessanti piste di lavoro, che via via rafforzano la necessità di una circostanziata analisi delle problematiche didattiche mediante l’uso di documenti più attendibili rispetto ai programmi nazionali, ai dati ufficiali e alle scritture burocratiche (con i quali tuttavia vanno incrociati).

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