A rivederci. In presenza, Forse anche a distanza. Ma sempre attivi. E comunque uniti.
Il nostro Anno Accademico è finito, come sempre, con l'arrivo dell'estate, anche se il contemporaneo "sbiancamento" della nostra Regione e la possibilità, finalmente, di organizzare incontri in... Leggi tutto...
Link per rivedere la conferenza di Marcello Aprile
Ed ecco anche il link per rivedere la conferenza di Marcello Aprile... https://www.facebook.com/universitapopolare.avallone.3/videos/579035319735696 
Link per rivedere la conferenza di Maria Luisa Quintabà
Ecco il link per rivedere l'interessante conferenza di Maria Luisa Quintabà: buona visione a tutti! https://www.facebook.com/universitapopolare.avallone.3/videos/578470189792209 
Programma febbraio 2021
Programma Febbraio 2021 Giovedì 4 febbraio, ore 18,00 – Prof. Mario Capasso (papirologo, Università del Salento), Un giallo in Egitto. Conversazione sul romanzo “Il dr. Cavendish e il... Leggi tutto...
Memorie Narranti: l'Università Popolare aderisce all'iniziativa del Patto per la Lettura in occasione della giornata della memoria
Si riproduce il comunicato ufficiale sull'evento: MEMORIE NARRANTI – Giornata della memoriaIn occasione della Giornata della memoria, celebrata a livello internazionale il 27 gennaio, il Patto... Leggi tutto...
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Melanton: Misteri prodigi e fantasie PDF Stampa E-mail
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Sabato 20 Febbraio 2016 17:25

Antonio Mele, in arte Melanton, uno dei più importanti vignettisti italiani, che mi onora della sua amicizia, mi regala un libro bello denso, il suo ultimo, “Misteri prodigi e fantasie in Terra di Puglia, Racconti e Leggende”. Capone Editore, Lecce, uscito nel 2015. È lungo l’elenco dei premi e riconoscimenti ricevuti durante la sua carriera, mi basterà citare la Targa conferita nel 1997del Presidente della Repubblica Italiana per meriti culturali nella promozione e diffusione dell'arte satirica e umoristica.  Le sue vignette sono note, i libri forse di meno, ma è importante sottolineare come Melanton abbia portato avanti entrambe le carriere, coltivato entrambe le passioni, quella di disegnatore e quella di scrittore, la matita e la penna che, in alcuni casi, si danno la mano.  Ha pubblicato nel 1994Caro Federico, omaggio a Fellini umorista”, nel 199920th Century Humour” (progetto storico-artistico per la XX Biennale di Tolentino), nel 2000Smile in style” (antologia per la mostra a New York del Museo della Caricatura di Tolentino), nel 2001La civiltà del sorriso”, nel 2002Scalarini: la vita e le caricature politiche”, nel 2003Sorridendo nei secoli “ (antologia curata per conto dell'Arma dei Carabinieri), nel 2006La tentazione comica” (con Fabio Santilli), nel 2008Melanton, sorrido ergo sum” (catalogo monografico della mostra antologica al Museo di Maglie, Lecce). Questo asciutto elenco per dire che la sua carriera di scrittore, iniziata molti anni fa, non è affatto velleitaria, è notevole, ragionata, corposa, ed oggi si arricchisce di questo titolo che non tarderà a diventare un piccolo classico nella pubblicistica salentina. Melanton è anche poeta. Ha pubblicato, fra gli altri, “Aspetta, luna...” (Leonforte, 1996), “Poesie di terra” ( Arezzo, 2000), “Da un altro cielo” (Treviso, 2002), “Il tempo contadino” (Leonforte,2003). “A mio padre scrivo”, Pieraldo Editore, Roma,2004.

Col libro in parola, Melanton ha raccolto una serie di cunti, fiabe e leggende attingendo dall’enorme patrimonio popolare di cui è depositaria la nostra terra. Lo ha fatto con l’amore filiale del salentino, con la passione dell’affabulatore, del cantastorie, e con l’acribia del ricercatore serio. Ne è venuta fuori una miscellanea di favole e una galleria di personaggi e maschere, dall’inafferrabile e dispettoso Piripicchiu al mago di Soleto Matteo Tafuri, fra sciacuddhi, manceddhi, carcagnuli e altri folletti e lu Titoru di Gallipoli, fra la pietra miracolosa di San Vito a Calimera e lu Toniceddhu e la rondine, davvero notevole e assai gustosa.

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I soprannomi di Galatina PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 10 Febbraio 2016 19:10

Dedicato “ad Andrea Ascalone, uomo onesto e maestro di vita”, esce, per i tipi della Editrice Salentina “Ditteri e ‘ngiurie di Galatina”, di Rossano Marra e Francesco Papadia (2015) con le illustrazioni di Melanton. Non si tratta certo di operazione originale, come gli stessi autori affermano nella loro Presentazione, poiché altri esempi vi sono stati in passato non solo con riferimento al Salento ma anche alla stessa città di Galatina. Il libro però risulta godibile, fresco, e come non ha pretese di esclusività, non ne ha  di esaustività né di organicità. Si presenta al lettore per quello che è: uno strumento di immediata consultazione, di facile divulgazione, un divertissement insomma, dove per l’appunto l’elemento ludico gioca una parte fondamentale. L’opera è comunque supportata da una Prefazione di tutto rispetto, perché firmata dal professor Rosario Coluccia. Le vignette di Antonio Mele “Melanton” costituiscono il valore aggiunto. Forse può sembrare anacronistico oggi, nell’era di Internet e della comunicazione globale, pubblicare un libro del genere, che offre uno scavo nelle radici del nostro popolo salentino, e in effetti lo è, anacronistico, ma per questo forse a suo modo poetico, romantico, della bellezza del demodé, del vintage, di tutto ciò che è passato.  Non si tratta, beninteso, di un reliquario, di una collezione di antichità, ma di una riproposizione in chiave identitaria di quel patrimonio antropologico che sono i soprannomi, i modi di dire, i proverbi, le favole e i cunti, di una comunità. Nella prima parte del libro, vengono proposti i proverbi o “saggezza dei popoli”, molti dei quali già noti o semplicemente volti in dialetto galatinese dall’italiano. Questi ditteri sono attinti dalla viva voce della gente, come specificano gli autori che ringraziano anche alcuni collaboratori che li hanno aiutati nel lavoro di ricerca. La seconda parte, certamente più interessante, riguarda le ‘ngiurie, cioè i soprannomi o nomignoli galatinesi. E in questo lungo e colorato elenco, si trovano dei soprannomi davvero curiosi, ridicoli, altri esilaranti, insomma si ride di gusto quando si incontrano alcuni di questi epiteti. Fra gli illustri precedenti del libro di Marra e Papadia, occorre citare certamente il Rohlfs che nel suo “Dizionario storico dei soprannomi salentini” catalogò molti di essi. Gli agnomi potevano prendere spunto dal nome del padre dell’ “ingiuriato”, e in questo caso si dicono patronimici, oppure dal nome della madre, matronimici. Oppure potevano essere legati a qualche episodio particolare, a qualche evento eccezionale nella vita di coloro che ne erano marchiati. Ancora, potevano scaturire da qualche difetto fisico o mania, abitudine reiterata. Oppure potevano derivare dai mestieri o dal luogo di provenienza, toponimici. Spesso erano causa di ilarità, sarcasmo, a scapito di coloro a cui venivano affibbiati i soprannomi, i quali ne venivano sbeffeggiati.

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Ludovico Ariosto: una biografia critica di Luigi Scorrano PDF Stampa E-mail
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Venerdì 22 Gennaio 2016 19:29

[in "Presenza taurisanese" anno XXXIV n. 1 (279) del gennaio 2016, p. 6.]


Ludovico Ariosto è tra i poeti italiani più visitati, forse secondo solamente a Dante. E’ in un certo senso l’autore che più di altri esprime l’italianità, col suo essere duplice, critico e nello stesso tempo rispettoso della realtà, con quell’equilibrio tipico di chi cerca la libertà nel sentirsi necessariamente servus dei tempi e dei loro dominatori, con la sua straordinaria apertura e il suo sentirsi bene nel chiuso della sua piccola casa di Ferrara. In essa a nessuno può sfuggire un moto di sorpresa pensando alla grandiosità della corte estense, alla meravigliosità dei castelli incantati e alle mirabilanti invenzioni poetiche del suo abitatore.

Su di lui tornano periodicamente i critici e gli scrittori con contributi sempre molto suggestivi e innovatori, da De Sanctis, a Croce, a Caretti, a Calvino, per segnare solo alcune tappe.

Ludovico Ariosto (Roma, Ediesse 2015, pp. 260) di Luigi Scorrano, nel cinquecentesimo anniversario dell’ “Orlando furioso” (1516), non coglie di sorpresa chi conosce l’Autore e sa che per l’Estense ha una particolare predilezione. Forse per quel comune ritrovarsi nelle strettoie del lavoro-servizio, che non consente di darsi interamente all’otium, come chi ama la scrittura vorrebbe.

C’era da “impazzire” dover studiare diritto e sentirsi vocato alla poesia, dover obbedire agli ordini, a volte svilenti, della corte – da poeta mi feo cavallaro, dice l’Ariosto pensando al Cardinal Ippolito – e non sentirsi considerato per il proprio valore di poeta, dover amare una donna di nascosto, dover mantenere la numerosa tribù di fratelli e accettare di fare il governatore di una regione infestata da ribaldi, in cui non era facile neppure distinguerli dai non ribaldi.

La via d’uscita Ariosto la trova con la narrazione poetica. Il suo personaggio principe, Orlando, vive l’angustia della vita al massimo grado di avvilimento e d’impazzimento. E se alla fine l’Autore lo salva facendogli recuperare il senno perduto, vale anche per sé. «La richiesta di Orlando – dice Scorrano – è di essere sciolto dai vincoli in cui è stato stretto nel suo periodo di follia; ma adombra l’istanza, amabile, del poeta di essere sciolto dal vincolo tenace della narrazione in modo da riacquistare la libertà sua prima» (p. 97).

E’ un discorso complesso, intrecciato, dove autore e personaggio si fondono, si sciolgono e si propongono al pubblico ognuno con la sua peculiarità esistenziale ma entrambi in esempio all’individuo di ogni tempo. Il parallelismo autore-personaggio Scorrano lo esplicita: «Ariosto è Orlando, entrambi un tempo savi ora resi matti dall’azione di Amore. Orlando è il modello al quale si conforma, non per scelta ma per impossibilità di sfuggire a una sorta di fatalità, il poeta. Il romanzo di Orlando è, in controluce, il romanzo di Ludovico, però con le attenuazioni introdotte nel racconto dalla capacità di rivolgere verso i propri comportamenti e sentimenti uno sguardo ironico, disincantato» (p. 183).

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Le fotografie di Leonello Bertolucci fanno respirare i megaliti del Salento PDF Stampa E-mail
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Martedì 22 Dicembre 2015 09:41

["Il filo di Aracne" anno X, n. 5, novembre-dicembre 2015, pp. 20-21]

 

S’intitola Respiri di pietra. Monumenti megalitici del Salento (Lupo Editore, Copertino 2014) il libro fotografico che il ligure, ma milanese d’adozione, Leonello Bertolucci ha voluto donare alla Terra fra i due mari, l’antica Messapia. Un libro dalla copertina nera, dal cui centro sorge come un astro lucente la silhouette del maestoso trilite denominato Chianca di S. Stefano di Carpignano Salentino. La luce che dalla pietra si fa cogliere dal fotografo è strana e coinvolgente: infatti, il gioco di luci e ombre l’antropizza a tal punto da farcela percepire come energia vitale.

Dal suo blog sappiamo che egli è «nato in Liguria e approdato a Milano negli anni Ottanta, ha intrapreso la strada del reportage fotografico lavorando per alcune testate e agenzie italiane; in seguito hanno avuto inizio collaborazioni internazionali tra cui quella con l’agenzia “Sygma” di Parigi. Sue foto sono apparse su testate quali “Time”, “Newsweek”, “Stern”, “Paris-Match”, “Epoca”. Ha fondato e diretto per alcuni anni un’agenzia fotogiornalistica, mentre oggi continua a fotografare e condurre tutta una serie di attività nel campo della cultura fotografica: vengono pubblicati suoi libri d’immagini e allestite sue mostre, organizza eventi ed è docente in corsi e scuole di fotografia. È consulente in campo editoriale e multimediale, ed è chiamato anche a ricoprire il ruolo di photo editor in redazioni di giornali; ha scritto il primo libro in Italia sull’argomento, col titolo Professione Photo Editor. Della sua attività si sono occupate riviste di fotografia come “Fotopratica”, “Il Fotografo”, “Nuova Fotografia”, “Photo”, “Photographia”, “Techno Photo”, “Gente di Fotografia”, “Fotocomputer”. Gli piace giocare, e nelle edizioni del “Pulcinoelefante” [editore d’arte, che stampa in proprio rari esemplari di bibliofilia] le sue fotografie giocano con testi, tra gli altri, di Alda Merini, Tonino Guerra, Enzo Sellerio».

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Come salvare la parte cattiva dell’Italia PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 09 Dicembre 2015 11:56

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 6 dicembre 2015]

 

Quando ho cominciato a leggere La parte cattiva dell’Italia,  il poderoso saggio di Valentina Cremonesini e Stefano Cristante su Sud, media e immaginario collettivo, il pensiero è andato immediatamente ad un vecchio libro di un grande vecchio amico: il libro si intitola Terzo Sud e il grande amico è Aldo Bello, che dopo aver fatto l’inviato in tutto il mondo per la Rai, adesso starà battendo qualche reportage sui tasti della sua Olivetti in qualche parte del cielo.

Era il Sessantotto e Aldo Bello scriveva che a quel tempo tutti parlavano del Sud. Non solo coloro che ne erano direttamente interessati, ma anche organismi non investiti esclusivamente del  problema; uomini e fogli d’informazione che con il Sud non avevano mai voluto avere niente da spartire; politici, tecnici, economisti, che avevano sempre guardato con sospetto alla questione; scrittori e giornalisti italiani e stranieri che il Sud d’Italia lo avevano appena sfiorato nelle loro scorribande letterarie e gazzettiere.

Così, diceva, dunque. A pensarci appena appena, viene da considerare che forse in quasi mezzo secolo non è cambiato niente. Tutti parlano e scrivono del Sud, ma pochi ci entrano davvero, pochi trivellano le superfici, osservano, leggono e interpretano con metodi e strumenti coerenti i suoi fenomeni, analizzano e comparano gli elementi particolari riconducendoli in una visione complessiva. Negli ultimi anni, per esempio, la letteratura e la saggistica divulgativa sul Sud molto spesso hanno avuto l’obiettivo dello scoop: pienamente raggiunto. Perché il Sud fa comunque sempre notizia e mercato.

Il volume di Cremonesini e di Cristante, invece, ha altre finalità, altre qualità, altro spessore:  è un’analisi che mostra com’è veramente il Sud: da dentro. Gli strumenti sono quelli della ricerca sociologica, ma c’è una condizione che costituisce il movente della ricerca, che l’attraversa e che affiora anche se – forse - gli autori avrebbero voluto  che restasse sempre sotterranea: una passione. Del Sud. Per il Sud. Una passione civile.  Che vuole smantellare luoghi comuni, falsi miti, logore figure dell’immaginario, facili alibi, rappresentazioni da folclore, artificiose elaborazioni. Perché un Sud falso nuoce a tutti, a tutto, e soprattutto al Sud. Se un dibattito sul Sud e sulla sua questione ci deve ancora essere, ed è giusto che ci sia, deve fondarsi su cognizioni, analisi, e non più su fantasie; deve avere come situazione di partenza un nuovo pensiero di Sud, che contemperi passato, presente e prospettive.

Se questa è la strada da seguire, non si può non considerare che i media svolgono una funzione essenziale non solo nella maturazione di un nuovo pensiero del Sud ma anche nella elaborazione di un nuovo sentimento, di una nuova passione.

Ma in questo senso c’è  ancora molto da fare.

Se, per esempio,  come rileva Stefano Cristante,  le modalità di trattazione del Sud da parte del TG1, non sembrano aver subito nel corso del tempo vistose trasformazioni o innovazioni, se i modi della narrazione sembrano ancora oggi “galleggiare in un’immagine del Sud che promuove l’idea di un luogo aspro, misterioso e difficoltoso (che, aggiungo, se non è proprio come quello dei viaggiatori stranieri del Settecento poco ci manca), vuol dire che c’è ancora molto da fare.

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