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Inaugurazione Anno accademico 2021-2022
Venerdì 22 ottobre alle ore 18:00, nell’ex Convento delle Clarisse in piazza Galluccio, avrà luogo l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università Popolare “Aldo Vallone”:... Leggi tutto...
A rivederci. In presenza, Forse anche a distanza. Ma sempre attivi. E comunque uniti.
Il nostro Anno Accademico è finito, come sempre, con l'arrivo dell'estate, anche se il contemporaneo "sbiancamento" della nostra Regione e la possibilità, finalmente, di organizzare incontri in... Leggi tutto...
Link per rivedere la conferenza di Marcello Aprile
Ed ecco anche il link per rivedere la conferenza di Marcello Aprile... https://www.facebook.com/universitapopolare.avallone.3/videos/579035319735696 
Link per rivedere la conferenza di Maria Luisa Quintabà
Ecco il link per rivedere l'interessante conferenza di Maria Luisa Quintabà: buona visione a tutti! https://www.facebook.com/universitapopolare.avallone.3/videos/578470189792209 
Programma febbraio 2021
Programma Febbraio 2021 Giovedì 4 febbraio, ore 18,00 – Prof. Mario Capasso (papirologo, Università del Salento), Un giallo in Egitto. Conversazione sul romanzo “Il dr. Cavendish e il... Leggi tutto...
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L’Osceno del villaggio: forma e contenuto PDF Stampa E-mail
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Giovedì 01 Dicembre 2016 18:45

Ne L’Osceno del villaggio, raccolta di articoli già apparsi su diverse testate giornalistiche e blog pubblicata quest’anno da Paolo Vincenti per i tipi della ArgoMenti Edizioni, il contenuto si sposa magnificamente con la forma prescelta.

Non si intende qui fare riferimento allo stile giornalistico utilizzato, giacché la stessa natura di quegli scritti lo imponeva necessariamente. D’altra parte Vincenti lo dichiara apertis verbis, sebbene sempre con il solito taglio ironico che lo caratterizza, allorquando in L’Oscena Italia gioca a più riprese con la preoccupazione, tipicamente giornalistica, delle “battute, spazi inclusi”.

La forma qui è data, invece, soprattutto dal linguaggio con il quale Vincenti tesse la trama dei vari pezzi.

Un linguaggio moderno, giovanile, a volte molto vicino a quello in uso nei mass-media e nel mondo della musica leggera, soprattutto dei cantautori. Non è un caso che più di un esergo sia tratto da canzoni di Dalla, Venditti, Vecchioni, Ligabue eccetera.

Molti neologismi derivano dal linguaggio dei giovani. Ad esempio, parlando dei cine-panettone e dei Vanzina, Vincenti ne mette in risalto il “loro portato di flatulenze, rutti, sbroccamenti e volgarità varie”. Ecco. Sbroccamento - termine romanesco, che sta per perdita totale di ogni controllo – è chiaramente mutuato dal linguaggio giovanile.

Non possono sfuggire i numerosi forestierismi: francesismi, ma soprattutto anglismi. Vincenti li usa con grande naturalezza e scioltezza, persino quando forse si potrebbe utilizzare il corrispondente termine italiano. Ma ciò egli fa sempre con naturalezza, senza snobismi intellettuali di sorta.

Anche qui un solo esempio: a proposito dei ragazzi di oggi che riescono a pronosticare molto rapidamente se un film gli piacerà oppure no, scrive che essi riescono a farlo dal “primo frame”. Non dalla prima immagine. No. Dal primo frame.

Spesso ricorrono delle forme volutamente popolari o comunque dell’uso corrente. Così ad esempio “Euri” al posto del più paludato “Euro” (maschile invariabile). Non mancano alcuni toscanismi. Parlando di un pubblico scaltrito, scafato, non facile da raggirare, ci imbattiamo nell’espressione “non certo facile da imbecherare”.

Tuttavia, l’uso di questi termini moderni, frizzanti, vivaci non impedisce a Paolo Vincenti il ricorso alla citazione culta. E così con nonchalance, senza citarlo espressamente, egli richiama l’Orazio dell’Ars Poetica (“in tema di utile dulci”); oppure apre il toccante ricordo del compianto Sergio Torsello con l’acronimo R.I.P. (Requiescat in pace).

La robusta cultura classica dell’Autore emerge prepotentemente, contribuendo ad arricchire ulteriormente un linguaggio estremamente articolato, composito, variegato, sempre piacevole ed accattivante.

 

Altre volte invece le citazioni sono esplicite. Il lettore ne troverà a bizzeffe: da Dante ad Ungaretti, da Dione Crisostomo all’Apocalisse di Giovanni, da Breton a Corrado Guzzanti e Pippo Baudo, tutti sono citati con estrema naturalezza all’interno di un discorso asciutto, rapido, essenziale.

Quanto ai contenuti occorre premettere che Paolo Vincenti – lo confessa lui stesso – non ama cantare nel coro. E questa sua tendenza a contrastare sempre, immancabilmente, l’opinione dominante, ad andare controcorrente, qualche volta lo spinge a sostenere tesi paradossali. Come quando, ad esempio, in Privilegi arriva a criticare papa Francesco per l’uso della Ford Fiesta o il Presidente Mattarella per il ricorso al treno.

Vincenti – uomo lontano da qualsiasi parrocchia o confraternita - si consente il lusso di scagliare i suoi strali in tutte le direzioni, contro tutto e contro tutti. E tuttavia lo fa sempre senza eccessiva enfasi, senza retorica e senza acrimonia, bensì “con il sorriso sulla bocca”, ritenendosi egli “un disimpegnato”.

E questo è vero, ma solo parzialmente; perché, se lo fosse del tutto, il totale disimpegno lo condurrebbe inevitabilmente al cinismo.

Invece, la sua disincantata denuncia dei mali della nostra società (dall’incoerenza al conformismo, dal consumismo alla corruzione dilagante, dalla barbarie di certe trasmissioni televisive al culto dell’apparenza) e la difesa della Grecia come gelosa salvaguardia della cultura e della civiltà occidentale, fanno emergere chiaramente la presenza di un nucleo di valori (amore per la cultura, onestà, impegno nel lavoro e nella vita, coerenza, aspirazione ad una società migliore ecc.) che l’Autore cerca invano di celare nel suo proclamato disimpegno.

D’altra parte gli articoli che compongono l’antologia ben si possono definire di satira sociale e politica, e la satira, come insegna Giovenale, nasce sempre, immancabilmente da una potente reazione di sdegno, di profonda indignazione (Facit indignatio versum).

Il libro, arricchito dalle stupende vignette di Melanton, è estremamente interessante e si offre ad una lettura piacevole.


Il taccuino di Gigi 5. Alla ricerca di due mondi (irreconciliabili?) PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 16 Novembre 2016 18:41

["Il Galatino" anno XLIX n. 17 del 28 ottobre 2016, p. 6]

 

Non c’è Comune della nostra provincia, credo, che non abbia la sua brava monografia inesorabile nel proporre la storia di un luogo e la vita che lo ha caratterizzato e lo caratterizza. Al lettore volenteroso sono proposti ora studi seriamente condotti, e dunque affidabili sul piano dell’informazione, ora più o meno avventurose ricostruzioni che, quando non altro hanno da proporre ti sbattono in faccia le personali opinioni dello ‘storico’ di turno e ti intimano quasi (il tono è quello della perentorietà) di prenderle per buone. Rare quelle opere che a una rigorosa documentazione affiancano il piacere di una scrittura elegante e vivida di scorci rappresentativi che ti mettono sotto gli occhi, con una nettezza da incisione e con un soffio di poesia, la rappresentazione della vita quotidiana di un paese come le persone che hanno una certa età l’hanno vissuta. Il libro sul quale vorrei richiamare l’attenzione è il seguente: ANTONIO RESTA, Un paese, due mondi / Il Salento dalla civiltà contadina alla società globale, Edizioni Grifo, Lecce 2016 ; un libro che si distingue anche per la sobrietà del colore e dell’immagine che ne perfezionano l’insieme.

Resta ci racconta un mondo che fu il suo e il nostro e di cui portiamo dentro di noi l’immagine e la memoria; le stimmate si vorrebbe dire; talvolta il rimpianto e la malinconia per quanto ci accade di risvegliare attraverso una narrazione sempre intrigante pur nell’apparente semplicità del dettato. C’è descritto un passaggio che oggi, con abusata parola, si direbbe ‘epocale’; un passaggio decisivo sintetizzato nelle due parole-chiave che sono nel sottotitolo: civiltà/società. La civiltà è osservabile nella nostra storia: periodo di lunga durata qui ricostruito nella sua prossimità e ancora leggibile, per quanto insidiato dal soverchiare di un quotidiano che preme senza soste. La civiltà ridisegnata con estrema perizia e partecipe abilità da Antonio Resta s’affidava alla lentezza delle stagioni e dei giorni: una civiltà che sposava i ritmi della natura al contrario della società che quei ritmi vive in una accelerazione senza respiro.

Il libro di Resta, dalle cui pagine si diffonde la luce di un’esistenza laboriosa, faticosa, persuasa dei propri compiti, si concentra sulla civiltà contadina e ne tesse un elogio non retorico ma visitato dalla grazia di una memoria che ha conservato gelosamente immagini e prospettive di quella civiltà. L’autore si sofferma sulle affinità che stringevano luoghi diversi in un quadro di similarità che evitava una parcellizzazione di usi, costumi, modi di pensare e di vivere contrassegnati da omogeneità di sentimenti e comportamenti. Era, quella realtà, ancora legata alla dimensione del magico e del religioso, come ricorda Resta: «La vita quotidiana era attraversata da entità misteriose, del male e del bene, che potevano intervenire, a danneggiare o a soccorrere; e si pregavano i santi, spesso caratterizzati da una loro ‘specialità’, e i familiari morti, che si sentivano vicini e rassicuranti nel momento dell’affanno e del dolore». Diviso in capitoli tematici, ma senza irrigidimenti, Resta vi esplora – e lo si prenda ad esemplare del tutto – il lavoro duro, e spesso misconosciuto, delle donne.

L’amorosa pazienza di Resta ci restituisce il senso di una vita povera di beni materiali, ricca di sentimenti profondi. La sua fondamentale sobrietà è una cifra che può aiutare a leggere queste pagine ripensando utilmente il confronto che ne nasce. Il libro di Resta ha anche, fra tanti pregi che possiede, quello di fornirci una esatta nomenclatura delle cose ricordate (oggetti azioni, forme del costume), un risvegliare nella mente un mondo irreparabilmente (ma necessariamente) perduto e, fosse possibile, l’assunzione di certi suoi modi di vita che si potessero usare come correttivi alle convulsioni della società globale.


Dalla burocrazia a Vasco, l’opinionista si diverte PDF Stampa E-mail
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Venerdì 04 Novembre 2016 13:18

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” del 14 luglio 2016]

 

‘’La memoria a volte è come  un vecchio juke bok che aspettava solo la monetina per partire….Come è sennò, se capita di tornare a notte fonda e che a Radio Montecarlo night  passi per caso ‘’ In the air thonight’’ di Phil Collins, che io mi senta cambiare persino nel corpo? I miei abiti si fanno più leggeri, anche se è pieno inverno e sono intabarrato  in uno scomodo  pastrano, e mie vecchie scarpe scure diventano delle espadrillas chiare….’’. È un gioco di pieni e di vuoti quello della memoria e delle associazioni di idee che ricollegano momenti della vita lontanissimi, così come alcuni pensieri riflettono la nostra formazione culturale, soprattutto quando ci richiamano studi o conoscenze acquisite che stimolano le nostre capacità critiche.

In ‘’L’osceno del villaggio’’( Argomenti edizioni), Paolo Vincenti si diverte a compiere una sorta di viaggio tra le sue riflessioni sull’oggi, o memorie che raccontano un’ altra epoca , riferimenti eruditi e una sorta di ‘’ bestiario’’ in cui racchiude le umane finitezze capitate sotto il grafico del suo sguardo

In questo libro sono infatti raccolti 53 scritti, pubblicati da riviste salentine dal novembre 2014 al febbraio 2016, in cui l’ autore guarda il lato ‘’osceno’’  del villaggio globale,  una contemporaneità spesso sconfortante di cui però oggi è come se non si voglia veramente parlare. Ecco che sfilano scene di contemporaneità di cui troppo spesso si tace nel regno dell’ indifferenza  in cui siamo abituati a galleggiare , ma non manca l’ ironia o la denuncia con cui trattare differenti  storture quotidiane.

Dall’ Isis con la sua sanguinosa barbarie, che recluta nel mondo ragazzi senza storia e futuro, ai problemi italiani legati al fisico, alla burocrazia soffocante e all’ ignoranza dilagante, anche tra i politici: i temi sono talmente diversi che anche il tono cambia inevitabilmente rendendo la letteratura varia e fresca, anche se spesso foriera di rabbia.

Il degrado di una certa tivù, ad esempio, viene visto attraverso l’ evoluzione dei programmi per anime single: l’ autore fa un excursus ‘’ storico’’ dagli ingenui ’M’ ama non m’ ama’ (condotto Marco Pedolin ) o  Agenzia Matrimoniale’ Marta Flavi, alle surreali vicende amorose dei protagonisti di ’’Uomini e donne’’ .

Poi c’ è la generazione dei provini del ‘’Grande Fratello’’ legata indissolubilmente all’ apparenza e non alla sostanza, e la tv del dolore che ormai invade i palinsesti con le tragedie più ‘’succulente’’ del momento o quelle vecchie a cui aggiungere via via pagine raccapriccianti: l autore si pone come una voce che urla tutto quello che ormai non urliamo più perché siamo tutti un po’ abituati ad una contemporaneità che non ci piace, ma che tolleriamo.

In qualche modo poi l’autore sembra spesso rivolgersi a una generazione che, in generale, ha veramente contato poco, quella dei 40enni e poco più di oggi che si è vista precedere e seguire  da altre, maggiormente protagoniste e con maggiori spazi di manovra .

Evoca però le emozioni dei ragazzi degli anni Ottanta in un modo riconoscibile per tutti, quello cultural-televisivo-letterario-musicale. L’ effetto arriva anche solo ascoltando ‘’ Vita spericolata’’ di Vasco Rossi: “….mi sono passate dentro tante emozioni che, alla fine dell’ ascolto ero davvero fatto senza anfetamine. È un momento ancestrale, di armonia cosmica: l’adrenalina entra in circolo ed è come una pera di fantasia, un viaggio artificiale senza artificio, un fumarsi l’impossibile senza spino, uno sballo legale. Ah, i pensieri associativi… sono sensazioni forti”.


L'una e due disco (r) danze di Paolo Vincenti PDF Stampa E-mail
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Sabato 22 Ottobre 2016 09:59

Il riferimento visivo del suggestivo libretto “L’Una e Due Disco (R)Danze” di Paolo Vincenti (Edizione La Fornace, Galatina 2016), che ne esprime il messaggio, è dato, a mio avviso, dalle immagini di copertina: due opere di Luigi Latino “Finestre 5” per la parte definita “Primo Tempo” e “Finestre 4” per quella definita Secondo Tempo.

Sono finestre che si aprono su una realtà deformata, inquieta e inquietante, invertita,sfaccettata, materica, quasi tridimensionale in cui si annulla il rapporto interno - esterno, dritto - rovescio, in linea con la struttura complementare dell’opera che contiene, citando espressamente la “Nota dell’autore”:“prosette liriche (…)più lunghe e intimistiche” nel Primo Tempo, “componimenti più brevi e compatti”, nugae di tipo catulliano, nel Secondo Tempo.

La struttura grafica del libro propone questa visione complementare e al tempo stesso oppositiva della realtà: due frontespizi, due foto dell’autore, due biografie, due dediche, capovolti gli uni rispetto agli altri: due possibilità di parlare della vita definita “una danza in tre tempi/(…). nasci vivi muori” (“Tripudium”).

La divisione in Primo e Secondo Tempo, è, quindi, intercambiabile e la sottesa continuità trova il simbolo nella numerazione continuata delle pagine.

In “L’una e Due” Paolo Vincenti gioca con le parole e i loro suoni.

Il titolo stesso può significare, infatti, il bene e il male, due donne in una, una in due, ma anche suggerire il riferimento alla luna, l’astro del mistero, dell’inquietudine, se si pronuncia senza l’apostrofo; c’è il ritmo di marcia, c’è il tempo, quello cronologico “zavorrato”,” incarcerato”,” liberato”, “insanguinato”, e quello della musica, del battere e del levare, quello della danza; Il tempo della cultura, soprattutto classica, greca in particolare, che rivive in alcuni brani come “Sera dionisiaca” o “Timore Panico”, dove si incontrano atmosfere antiche e sensibilità moderna.

Aleggia una musica antica di cembali, e tamburi, musica che è armonia o ritmo travolgente, panico e dionisiaco (“The Rithm of the Night”)

Nello scritto della Prima Parte dal titolo “(L)una in due” il calembour si esplicita in tutta l a sua ambivalente complessità semantica, ritmata da un susseguirsi di allitterazioni( “sei”, la a più ricorrente, il pronome “ti”, la parola “disco”….), ambiguità semantica presente anche nella dedica ripetuta nelle due parti: “all’una in due/alle due in una”.

Su tutto dunque la centralità della parola che informa, conquista, inganna, denuncia, diverte,illumina di verità, dà voce ai sentimenti; parola che è anch’essa ritmo, gioco, musica, ricordo e tempo. Di questa centralità e valore Paolo è consapevole, tanto da iniziare il “Primo tempo” con lo scritto “Danze di parole”, danze e non danza al singolare, perché la scrittura ne rappresenta l’avvolgente, rutilante dispiegasi e immergersi nella realtà, nella fantasia, nel sogno.

Parole che vincono il tempo: “di tutto questo vivere e morire,/ secernere , sfogliare , battere e levare/raschiare il fondo , riemergere / smerciare, rompere, indennizzare/, non restano che anelanti,/ amanti, palpitanti, dimenticate parole”. Così recita la poesia che, non per nulla, si intitola “Parole”.

L’inizio con la lettera minuscola non è dovuto ad una svista, Paolo Vincenti inizia tutte le poesie della Seconda Parte con la lettera minuscola, ma non il titolo. Quest’ultimo infatti individua il tema, ma le varie poesie sono il fluire del pensiero, il continuum della vita.

E ancora in” Ri-alfabetizzazione”afferma :“e se chiamo cielo il soffitto/ sarà più stellata questa lontananza/ e sarà più azzurra la notte/e se il lavoro chiamo piacere/ il vuoto sarà meno ottundente/mentre la mattina faccio colazione”; poesia da leggere pensando a “La chiave dei sogni” di Magritte.

Le Parole sono il marchio di Vincenti, il suo segno distintivo che egli sigla in modo sottilmente subliminare nel sottotitolo: Disco (R) Danze, utilizzando il simbolo del marchio registrato ( R ).La parola “Disco” richiama la musica, la geometria di una forma perfetta, la ripetitività, la ciclicità della vita, “Danze” rievoca musica, armonia e movimento compreso quello ciclico. Le due parole lette insieme alla R formano la parola “discordanze”, anch’essa subliminare riferimento alla chiave di lettura del libro.

Nella Nota l’autore parla della sua opera come di una “satura lanx,” ossia il piatto di primizie offerto agli ospiti nella civiltà latina, ma il temine latino “satura” si riferisce anche all’etimologia del genere satirico: di nuovo il ricorso alla polisemia.

Una miscellanea di ricordi, ricerca, amore, riflessioni, domande, critica all’ignoranza, satira dell’ipocrisia di un mondo che esalta l’apparenza, un “viaggio intorno all’uomo nello “Lo scempio del mondo”(come suona il titolo di una poesia), nella ricerca di “Cosa muove l’umanità”(altro titolo).

Una poesia che canta le varie sfaccettature dell’amore, della nostalgia, del tempo che fugge (”La ragazza con la valigia”), che mai si piega alla rinuncia:“dopo aver gustato fino in fondo il brivido dell’assurdo/(.) azzardo # poesie , non mi ritiro, ma rilancio/(…)” ( Da lontano)

Ne risulta un tentativo di dare senso alla vita, muovendo da un’ansia di sperimentazione da esprimere e condividere.

I versi di “Auledda” penso possano sintetizzare questa interpretazione : “in un cortile metafisico /si incontrano gli opposti/ nel suono dei tamburi / il bene dialoga con il male/nel grande spazio griko/ si armonizzano i diversi “, dove trova spazio anche la sua terra, il Salento con le contraddizioni che ne sono l’anima.

L’ispirazione di fondo è l’amore per la vita: “(..) imprevedibile vita/dannatissima vita”(Cambiamenti) con l’emozione della scoperta espressa in “Mi piace” “ è che mi piace così/ scassata, confusa, stravolta, stressata/mi piace così/ ingolfata, stranulata, imbrogliata, smarrita/ è che mi piace ancora/ maledetta, maledetta vita”.


Antonio Prete, Il cielo nascosto. Il teatro degli affetti che vive dentro di noi PDF Stampa E-mail
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Martedì 20 Settembre 2016 06:38

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 18 settembre 2016]

 

Come l’universo, anche il testo, per Antonio Prete, è infinito. Nel testo convergono e si riuniscono e si addensano storie, memorie, concetti, parole, suggestioni, emozioni, sentimenti, letture, interpretazioni, linguaggi, trasalimenti, fantasticherie, sguardi, perplessità, riflessi di colori, analisi approfondite, lucidissime, scandagli delle profondità di un verso, di una prosa, di un’immagine dell’infanzia, l’eco di una voce che canta nel meriggio fra le foglie di tabacco.  Ogni elemento rimanda ad altri elementi uguali o diversi, ogni cosa rassomiglia ad un'altra o se ne distacca nettamente. Ancora una volta Antonio Prete si muove sui confini fra il saggio e la narrazione; al saggio appartiene l’argomentare, mentre il passo, la forma, lo stile, appartengono alla narrazione. Ancora una volta tesse con sapienza, con leggerezza, con accuratezza, con un gesto amoroso una parte della sua lunga conversazione con i testi. L’ultimo libro è una parte di questa conversazione: Il cielo nascosto. Grammatica dell’interiorità, edito da Bollati Boringhieri. Non è necessaria una lettura che proceda dal principio alla fine. Si può aprire una pagina a caso e ci si ritrova sprofondati nell’ermeneutica delle figure e delle parole che dicono, raccontano, i significati di dentro; si assiste alla scena di un corpo a corpo delicatissimo ma impietoso  anche con quelli che sono i sensi dell’interiore che si sottraggono non solo alla definizione, ma anche alla dicibilità.

Ma il percorso critico di Prete ha sempre avuto un movimento trasversale, obliquo, interdisciplinare; è stato sempre attratto dall’andare lungo gli argini. Il suo insegnamento universitario di letterature comparate è stato la perfetta coincidenza tra definizione giuridica e connotazione metodologica. Ogni sua interpretazione è sempre un viaggio che orienta lo sguardo ora sul paesaggio ora su un particolare del paesaggio; lo sguardo osserva, scruta, indaga, discerne, individua l’elemento che di quel paesaggio si costituisce come condizione unica, irripetibile, essenziale. Parte da lì, da quella irripetibilità,  e tesse riferimenti provenienti da sfere diverse del sapere, raduna testi e autori, li chiama a testimoni delle sue rappresentazioni del pensiero. Come in questo libro, che si confronta con una materia più profonda di ogni abisso, con i misteri dell’anima. Come in questo viaggio, nel quale chiama per compagni Agostino e Calvino, Montaigne e Joyce e Proust, e tanti altri,  e poi i compagni di sempre, quelli con i quali ha attraversato tutta la vita: Leopardi e Baudelaire. Si apre  una pagina a caso, dunque, e ci si ritrova coinvolti nelle riflessioni sulle relazioni fra poesia e cosmologia, per esempio, sul legame fra il sentire umano e la sua rappresentazione linguistica, sul rapporto profondo fra il sentire e il mondo, fra lo spazio dell’interiorità e gli spazi stellari. Si apre una pagina a caso e  si fa esperienza mediata della parola silenziosa nella sua significanza di meditazione, di indagine sul sé, di interrogazione intorno agli accadimenti della coscienza. Una parola interiore. La parola della scrittura è parola interiore, dice Prete: perché lo è stata prima di salire verso la luce e la fissità della lettera e perché continua ad esserlo quando il lettore l’ascolta nel silenzio, e la protegge, sentendola come propria. E’ proprio attraverso  la parola silenziosa della lettura che si stabilisce prima una condizione di prossimità e poi una relazione di intimità con il testo: con l’universo di sensi che il testo spalanca.

I libri di Antonio Prete credo – spero-  di averli letti tutti, e ho sempre pensato che il punto più profondo dell’analisi, l’armonia dell’espressione, li avesse raggiunti con il Trattato della lontananza. Più di questo non può fare, mi dicevo.  L’ho pensato fino a quando non sono arrivato alla pag 106 del Cielo nascosto, dove cominciano le cosmografie interiori. Ha potuto fare di più. In questo luogo del libro, Prete espone – indirettamente- il suo concetto di teoria, come spesso ha fatto in altri saggi, riferendosi alla scrittura critica, al metodo. Dice a un certo punto che la teoria è, nella sua origine, un vedere che si dispiega in sapere, un osservare nella luce che si svolge come conoscenza. E’ stata questa, infatti, la teoria di Antonio Prete: una visione tradotta in parola, un’osservazione che ha portato conoscenza resa in espressione, una curiositas verso le storie d’ogni genere, quelle della vita e quelle della letteratura,  che poi sono esattamente l’identica cosa. Ecco: Antonio Prete ha dimostrato questo: che le storie della vita e quelle della letteratura sono esattamente l’identica cosa.


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