Anticipo orario conferenza di venerdì 23 marzo
Come anticipato a voce ieri, in occasione della emozionante performance poetica organizzata dal nostro Laboratorio di poesia, la conferenza di venerdì 23 marzo della prof.sa Alberta Giani... Leggi tutto...
Per ricordare meglio la nostra visita a Cavallino
Uno dei momenti più emozionanti della nostra gita culturale a Cavallino, domenica scorsa, è stata la lettura  di un breve estratto dalle memorie del duca Sigismondo Castromediano (Carceri e... Leggi tutto...
Claudia Megha racconta la nostra gita culturale a Cavallino.
Nel pubblicare le impressioni di una partecipante alla gita, che ringraziamo vivamente per la sua efficace e tempestiva testimonianza, alleghiamo alcune foto, dovute anche queste a Claudia Megha e... Leggi tutto...
Programma febbraio 2018
Ecco il programma delle nostre attività di febbraio, caratterizzato da uno spettacolo di burattini che ci aiuti a cogliere meglio lo spirito carnevalesco, magari attirando un pubblico di bambini in... Leggi tutto...
Un incontro proficuo e uno spostamento (eccezionale) di sede
È stato un incontro molto proficuo, quello che ha inaugurato i nostri incontri nel 2018 in una cornice nuova e per certi versi sorprendente (piacevolmente sorprendente!) come la nuova sede del... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
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Arte salentina
Matilde Dorè PDF Stampa E-mail
Arte salentina
Scritto da Paolo Vincenti   
Mercoledì 04 Gennaio 2017 16:19

“Non ho frequentato l’Accademia”, dice Matilde Dorè, quasi excusatio non petita, come a voler difendere il proprio mondo pittorico dalle grinfie degli addetti ai lavori, dei professionisti di settore, dei critici severi. La sua, infatti, è arte che nasce libera da costrizioni, non irreggimentata, non inquadrata in schemi e categorie precise, non omologata o piegata alle logiche di mercato. Già giornalista pubblicista e scrittrice, Matilde si è approcciata all’arte da poco tempo, con eleganza e discrezione, in punta di piedi, direi. Ha scelto questo nome artistico come omaggio a Gustav Dorè, autore delle bellissime illustrazioni di una vecchissima edizione della Divina Commedia che chi ha più di quarant’anni magari potrà ritrovarsi nella propria libreria; Matilde invece è un nome celtico che significa “forte in battaglia”. La Dorè dipinge prevalentemente ad olio su tela, ma non disdegna la tecnica mista utilizzando materiali come sabbia, pietre marine, stucco, pigmenti metallici e brillantini. “La mia preferita è la tecnica materico astratta”, sostiene Matilde, “Mi piace sporcarmi le mani e far scivolare i colori sulla tela. Utilizzo materiali diversi e olio, tanto olio”. Per queste opere, potremmo inquadrarla nell’ambito della pittura informale, a metà fra gestuale, quando appunto fa colare i colori sulla tela, e materico, dove invece i materiali usati escono dalla superficie liscia del quadro, in sovrimpressione. Suoi referenti potrebbero essere Burri, Vedova, Bacci, e gli altri esponenti dell’arte informale italiana. Ma per restare a Galatina, il paese dove Matilde vive ed opera, è facile pensare che una certa influenza possa aver avuto su di lei l’amicizia e la frequentazione del pittore Luigi Latino, al quale infatti devo la conoscenza della Dorè.  I soggetti delle sue opere rimandano ad un mondo tutto suo proprio, in cui dominano le rappresentazioni della natura, una natura incontaminata e selvaggia, non imbrigliata. E poi gli animali: i cani, di cui Matilde è amante, tanto da divenire presidente di una locale sezione dell’Enpa, ed i gatti, che campeggiano spesso nelle sue pitture.  Fra i soggetti, anche paesaggi marini, donne. Si definisce un’artista controcorrente: “Ritiengo che un artista non debba pagare per esporre le sue opere. Al limite dovrebbe essere proprio il contrario”, dichiara con piglio battagliero.  Molto influenzata dall’astrattismo, la sua cifra sembrerebbe un eclettismo non di maniera, ma spontaneo, genuino. Uno dei suoi ultimi dipinti è "La risalita". In questo quadro, astratto materico con pietre marine e brecciolina, una donna risale dal baratro in cui è caduta. Ma, sono sicuro, tante altre opere seguiranno. Il presente per Matilde è una bella promessa, il futuro una scatola magica.


Rotomatismi di Marcello Toma PDF Stampa E-mail
Arte salentina
Scritto da Paolo Vincenti   
Sabato 11 Giugno 2016 06:20

“Rotomatismi”, con un curioso neologismo, chiama Marcello Toma queste sue opere, a metà tra futurismo e surrealismo. Gli ingranaggi ossessivamente riprodotti nelle tele vengono da un passato che è ormai storia, ci parlano del progresso della tecnica che ha portato al grande sviluppo industriale del Novecento, anzi le cupe atmosfere grigio fumo dei quadri richiamano proprio quelle del cielo di Londra, ossia di quella nazione, l’Inghilterra, in cui è scoppiata due secoli fa la rivoluzione industriale. Le macchine però sono calate in una ambientazione onirica, vagamente cupa, inquietante.  Il primo riferimento che balza alla mente dello spettatore è a quel capolavoro del cinema che fu “Metropolis” di Fritz Lang, così come a “Tempi moderni” di Charlie Chaplin, quindi alla condizione di straniamento del lavoratore delle grandi fabbriche e alla sua alienazione, robotizzazione.

In questi “rotomatismi”, si muove lo spirito del capitalismo moderno. Attraverso i perversi meccanismi di un capitalismo senza volto e senz’anima, quello del “produci consuma e crepa”, la strada del progresso  intrapresa dalla odierna società del benessere non può che portare al baratro, alla catastrofe. Attraverso le macchine, l’uomo ha affermato il suo potere, il suo dominio sulla natura, ma poi da queste stesse macchine è stato soggiogato, schiacciato, come ne “Il grande ingranaggio”, una delle pitture più significative di Toma. L’homo tecnologicus si affida agli automatismi che guidano con estrema regolarità la sua esistenza e infine egli stesso diventa una macchina e ci saltano agli occhi le scene di “Blade runner”. Gli ingranaggi dunque sono emblema dell’esistenza dell’uomo moderno, schiacciato fra impegni e responsabilità, orari e routine, la cui vita frenetica può essere iconizzata da quel “Concerto meccanico”, altra notevole rappresentazione del nostro autore.

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Itinerario di Mino delle Site PDF Stampa E-mail
Arte salentina
Scritto da Antonio Lucio Giannone   
Martedì 29 Marzo 2016 08:18

[Mino Delle Site: una “lunga fedeltà” al Futurismo, in Futurismo. Centenario di Mino Delle Site, e-book, 2014]

 

Mino Delle Site è considerato uno degli esponenti più significativi dell’aeropittura futurista degli anni Trenta. Il suo nome è entrato ormai di diritto nella storia del movimento marinettiano e i suoi dipinti di quel periodo figurano costantemente nelle principali mostre ad esso dedicate, che si tengono sempre più spesso in Italia e all’estero. Ma l’esperienza artistica di Delle Site non si può racchiudere interamente nell’ambito dell’aeropittura, che pure ne rappresenta, come ha scritto giustamente Enrico Crispolti, “il cardine ideologico e immaginativo”[1]. Anche altri aspetti e fasi della sua opera meritano di essere adeguatamente messi in luce. Egli infatti ha svolto un’intensa attività per oltre sessant’anni operando in svariati settori, dalla pittura murale alla cartellonistica turistica, dalla grafica all’illustrazione, dalla decorazione alla scenografia, oltre che nella pittura da cavalletto, in una dimensione globale del fare artistico, proprio secondo la lezione più autentica del futurismo. Un artista “totale”, dunque, al quale questa monografia, che si pubblica in occasione del centesimo anniversario della nascita, intende rendere omaggio con una scelta di opere che, pur privilegiando il momento fondamentale dell’aeropittura, non trascura nemmeno altre sfaccettature importanti della sua ampia e variegata  produzione.

Ripercorriamo allora le diverse fasi dell’itinerario artistico di Delle Site, qui tutte puntualmente rappresentate. Determinante sulla sua formazione fu la lezione di Geremia Re,  insegnante nella  Scuola statale d’arte di Lecce, dal quale gli derivò un’accurata preparazione tecnica e la prima conoscenza delle esperienze artistiche contemporanee. L’influenza di Re è evidente anche nei primi dipinti, caratterizzati dal tentativo di superare il piatto naturalismo ancora imperante nel Salento mediante un uso più vibrante e modulato della forma e del colore, come nella Natura morta del 1932. Altri validi modelli per il giovane Delle Site, nell’ambiente leccese, erano i pittori Michele Massari, Temistocle De Vitis e Mario Palumbo, tutti allineati, come Re, anche se non rigidamente, su posizioni “novecentiste”.

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Itinerario di Sandro Greco PDF Stampa E-mail
Arte salentina
Scritto da Antonio Lucio Giannone   
Martedì 08 Marzo 2016 07:59

[Itinerario di Sandro Greco, in Omaggio a Sandro Greco, catalogo della mostra (Salice Salentino, 17-30 ottobre 2014), pp. 10-12.]

 

Sandro Greco opera in campo artistico da oltre sessant’anni, durante i quali ha  attraversato  quasi tutte le tendenze più innovative di questo periodo, ma sempre con assoluta leggerezza e una buona dose di ironia, senza mai identificarsi con nessuna di esse. Alla base della sua ricerca c’è una concezione totalizzante dell’arte, la quale, a suo parere, deve liberarci dai condizionamenti e dalle convenzioni della vita quotidiana, sviluppando la sensibilità e l’immaginazione per rendere più fruibile umanamente la realtà. Non a caso nei suoi scritti ricorre così spesso il motivo del “gioco” che, proprio  come l’arte,  permette all’uomo di sentirsi veramente libero e creativo e di restare sempre bambino, il che, secondo Greco,  rappresenta un “grandissimo dono”.

Le sue prime opere, che risalgono al lontano 1955, documentano la fase figurativa e sono ispirate al mondo del circo, che colpì fortemente la fantasia del giovane pittore, rimasto affascinato dalla  possibilità di una vita diversa, più libera e autentica. Da allora quello circense è stato uno dei temi prediletti dall’artista, che gli dedicò la personale del 1964, svoltasi nella galleria Maccagnani di Lecce. Da qui la presenza costante, nelle sue opere, di clown, saltimbanchi, giocolieri, acrobati  e cavallerizze, personaggi di un mondo magico e incantato, che non a caso sanno apprezzare soprattutto i bambini con la loro visione semplice e ingenua, e perciò forse più “vera”, della vita.

Al 1967 risalgono  invece i lavori nei quali Greco, che è laureato in Farmacia e ha insegnato per molti anni chimica, incomincia a mettere a frutto le sue conoscenze in campo scientifico, cercando di far dialogare arte e scienza, le quali, come scriveva nel catalogo della mostra tenuta quell’anno alla galleria Mediterranea di Brindisi, “sono entrambe frutto della Fantasia creatrice”.  Queste composizioni, che sviluppano in chiave pittorica il tema del plasma, “quarto stato della materia” (dopo il solido, il liquido e il gassoso), si collocano a metà strada tra l’astratto e l’informale e preannunciano la vera e propria fase sperimentale di Greco. Il rapporto arte-scienza sarà da allora una costante della riflessione e dell’opera dell’artista, che utilizzerà spesso nei suoi scritti di poetica formule matematiche, fisiche, chimiche, considerandole alla stregua di “informazioni estetiche”.

Il ‘68 rappresenta una svolta per la carriera artistica di Greco. In quel periodo, com’è noto, si rifiutava il quadro, la pittura tradizionale da cavalletto e si affermavano tendenze che, facendo a meno dell’opera, preferivano puntare sul puro pensiero oppure sul gesto, sull’azione, sulla performance. Nascono così, una dietro l’altra,  l’arte concettuale, l’arte comportamentale, l’arte povera, la land art, ecc. L’artista salentino non si fa trovare impreparato dinanzi a simili mutamenti e anzi imbocca subito una strada congeniale al suo temperamento e alla sua sensibilità. Decide allora di rendere simbolicamente un “omaggio alla natura che muore”, mettendosi a piantare “fiori di carta” sulla sabbia, sulla roccia, sull’asfalto e   collocando “strisce di carta” sui rifiuti industriali, sui copertoni, sugli alberi secchi. Con questi interventi, dei quali restano le testimonianze fotografiche, egli mirava a ingentilire, ad abbellire una realtà a volte grigia e uniforme o a reagire a un suo irrimediabile degrado, quasi in anticipo sulle tematiche ambientalistiche, sviluppatesi in seguito.

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Omaggio a Nello Sisinni PDF Stampa E-mail
Arte salentina
Scritto da Antonio Lucio Giannone   
Lunedì 29 Giugno 2015 07:50

[Introduzione a Nello Sisinni, Mostra antologica (Dipinti, disegni e terrecotte), catalogo della mostra (Cavallino di Lecce, Palazzo Ducale, 23 maggio-14 giugno 2015), Galatina, Edizioni Panico, 2015, pp. V-XVI.]


Nello Sisinni è una figura atipica nel panorama dell’arte salentina contemporanea. Architetto di professione, si è formato sotto la guida del padre, Nino, valente scultore e autore di numerose opere pubbliche sparse in vari centri del Salento. Successivamente ha frequentato il Liceo artistico a Napoli, fino al conseguimento del diploma, e l’Accademia di Belle Arti di Lecce, allora appena istituita, abbandonandola però dopo appena tre mesi per costanti contrasti con un docente di figura. Ritornato nel capoluogo campano, si è laureato in Architettura presso la locale Università nel 1972. Da allora però non ha mai smesso di coltivare la passione artistica e ha completato in maniera autonoma la sua preparazione in questo campo, frequentando assiduamente musei, gallerie, pinacoteche e visitando monumenti e siti archeologici in diverse città italiane ed europee. Ha soggiornato così più volte a Parigi, dove ha conosciuto letterati, artisti e critici, e poi ancora a Firenze, Roma, Bruxelles, Pisa, Venezia, Atene, Amsterdam, ma si è recato anche in vari centri della Lucania (Matera, Pisticci, Melfi, Policoro, Eraclea, Metaponto), della Puglia (Taranto, Canosa), della Campania (Paestum, Santa Maria Capua a Vetere) e della Grecia (Delfi, Micene, Olimpia, Epidauro). In tutte queste località ha disegnato su album e agende, che conserva accuratamente, opere d’arte e monumenti, antichi e moderni, non per appropriarsi dello stile altrui ma per accrescere le sue conoscenze figurative. In qualche occasione ha raccolto in volume i suoi disegni, come quelli eseguiti a Pisa che figurano in una elegante pubblicazione dal titolo  I miei “segni” di Pisa 2004-2005, con introduzione di Mario Marti (Galatina, Edizioni Panico, 2006).

Così pure, per arricchire il suo bagaglio culturale, ha frequentato personalità di primo piano dell’arte e della letteratura, italiane e straniere. Tra queste, un ruolo fondamentale sulla sua formazione ha avuto Oskar Kokoschka, il maestro della pittura espressionista, che Sisinni andò a trovare agli inizi degli anni Settanta nella sua residenza di Villeneuve, sulla Costa Azzurra. Ma un’altra esperienza culturale importante per lui è stata quella vissuta a Roma, dove si recava periodicamente nel 1995 per illustrare con i suoi disegni, un paio dei quali sono esposti in questa mostra, alcuni canti dell’Inferno, in occasione delle letture dantesche che venivano tenute, ogni lunedì, al Teatro Argentina. Qui ebbe la possibilità di conoscere alcuni importanti poeti, come Giovanni Raboni, che organizzava questi incontri denominati “I lunedì dell’Argentina”, Mario Luzi, che ritrasse in uno studio a matita, Dario Bellezza e Nelo Risi. Quest’ultimo, che fu suo ospite per alcune estati a Torre Vado, gli dedicò la lirica In visita un’estate, che riportiamo integralmente perché è una delle più acute interpretazioni della sua pittura: “Si palesa / a chi entra nella casa di Cursi / un mondo impetuoso esaltato violento / di tinte di toni dai colori pesanti / sciabolate senza abbellimenti / sulle crete sui muri / gli ulivi le rocce il gran blu del Salento // Fa caldo nei tuoi quadri / non fosse il vento a piegare le forme / più che dipinte incise / quei corpi di donna intagliati / in trombe di luce / nel rozzo arcaismo / di una ricerca essenziale // Con l’aggressività del segno / materializzi la visione / e tutto si ricompone” (in Dittico, Novazzano, Le carte di Calliope, 1994).

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