Sfogliando Galatina: una iniziativa per ripartire
Dopo questi mesi di inattività forzata, l'Università Popolare ha aderito con entusiasmo a una iniziativa del Patto Locale per la Lettura di Galatina, firmando la prima delle passeggiate letterarie... Leggi tutto...
Riconvocazione Assemblea dei soci ed elezioni
Riconvocazione Assemblea dei soci ed elezioni Dopo questo lungo periodo di forzata inattività, il Consiglio Direttivo ha trovato, grazie alla disponibilità dell’Amministrazione Comunale, la sede... Leggi tutto...
Nuova sospensione delle attività
La presenza di casi di coronavirus sul territorio di Galatina e l'ordinanza di chiusura delle scuole emanata dal sindaco ci hanno consigliato un ulteriore consulto medico dal quale è emersa ... Leggi tutto...
Ripresa attività e nuova data per assemblea ed elezioni
Dopo un consulto medico, il Consiglio Direttivo ha deciso di riprendere le attività lunedì 2 marzo alle ore 18, con la conferenza del prof. Mario Graziuso “L’ultima rappresentazione sacra del... Leggi tutto...
Sospensione attività in via precauzionale
Avviso sospensione attività Pur in assenza di casi accertati di coronavirus, nella regione Puglia sono sconsigliati (anche se non ancora formalmente vietati) gli assembramenti di persone. Per questo... Leggi tutto...
In memoria di Piero Manni, editore
Da qualche giorno il Salento e il mondo della cultura sono più poveri: il 22... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
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Critica letteraria
Contro e oltre lo stereotipo del pessimismo leopardiano PDF Stampa E-mail
Critica letteraria
Scritto da Antonio Prete   
Mercoledì 20 Maggio 2015 16:22

[Intervento tenuto a Recanati, Aula Magna del Comune, 6 novembre 2009, in occasione del Convegno ADI 2009, sezione didattica dell'associazione italianistica].


Stamane, nei discorsi degli amici, dei colleghi, avete potuto osservare quanta mobilità di pensiero ci sia in Leopardi e come, per riprendere quello che diceva Ferroni, la contraddizione sia per il poeta anche un metodo di conoscenza. Leopardi tiene sempre aperta la contraddizione.

Ora devo fare una piccola premessa, che mi pare opportuna in questa sede. Per me la lettura, l’interpretazione di Leopardi ha anche un’origine  diciamo scolastica : ho insegnato per alcuni anni nei licei, dai miei 23 anni ai 33, e quando lavoravo su Leopardi m’accorgevo che il testo, così com’era, libero dalle critiche sopravvenute, era una fonte incredibile di suggerimenti e di provocazioni, soprattutto era una messa in questione di un orizzonte culturale dato, prestabilito, convenzionale. Risale a quegli anni la questione che poi divenne per me un impegno, se cioè  non fosse necessario riproporre una centralità dei testi leopardiani, una sorta di nuova e forte presenza della sua scrittura in quanto tale,  e questo contro una certa dominanza del pensiero critico intorno ai testi, delle formule critiche divulgate dai manuali dell’epoca, che appannavano la freschezza e vitalità della scrittura.

Si trattava di ascoltare, insomma, la vita del testo leopardiano, il respiro della scrittura. La formula, divulgatissima, del pessimismo è l’ esempio, che tutti voi ben conoscete, di una pervicace e ostinata convenzione formulistica.  La quale impedisce poi, proprio per la sua astrazione e genericità, di cogliere la relazione profonda che c’è in Leopardi tra la teoresi e la poesia, tra l’interrogazione filosofica e l’interrogazione poetica. È una formula, questa del pessimismo, compendiosa ed astratta : e per questo  finisce con allineare Leopardi a tanti pensatori diversi tra di loro, tant’è che il titolo di un libro di Elme-Marie Caro, del 1878,  che in Francia ha divulgato la formula del pessimismo, è proprio: Le Pessimisme au XIX siècle. Si tratta di un libro che parla sì di  Leopardi, ma anche di Schopenhauer  e di altri autori portati ad  esempio del pessimismo nel XIX secolo. Poi, naturalmente, in Italia, dagli anni Settanta dell’ ‘800 ai primi trent’anni anni del ‘900, c’è stata una profusione di articoli, di saggi, relativi al pessimismo leopardiano, fino al saggio di Porena del ’23-’24, Il pessimismo di Giacomo Leopardi; per non parlare delle indagini di dubbia psichiatria di autori come Sergi, Le origini psicologiche del pessimismo leopardiano, 1898.

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Ritratti salentini 5. Maria Rita Bozzetti e la Monade arroccata PDF Stampa E-mail
Critica letteraria
Scritto da Augusto Benemeglio   
Mercoledì 18 Febbraio 2015 17:15

1. “Monade arroccata”, Lepisma, Roma, 2008, è un libro di versi di Maria Rita Bozzetti, versi strani arditi risentiti barocchi enfatici emotivi esaltati oscillanti, versi di “speranza sulle crocefisse ragioni, progetti, / su questo niente che ogni giorno si crocifigge “, versi-gridi “nel vuoto e sospesi sul silenzio del tempo”, “parole (che) si rotolano nella polvere”, che si spezzano e si ricompongono, che vibrano la materia, che saziano di luce l’oscurità, che unificano i tempi, che sanno parlare dopo la morte, prima della vita, che sanno “ raccontarsi senza la storia, / e nella storia nascondersi, / e dopo la storia essere legge per il ciclo del tempo…”.

 

2. Versi religiosi, dunque, “di una poetessa che vive il mistero della fede con una filosofia che si nutre di sofferenza spirituale”, dice il prefatore Aldo Forbice, versi che si snodano lungo la dorsale Luzi-Betocchi, con accenti montaliani, tre poeti diversissimi l’uno dall’altro e sotto certi aspetti antitetici, ma compresenti. Versi densi, pesanti, come il potere e le responsabilità di doverlo gestire, versi fondi come i fondi del caffè, versi pieni di rimorsi, ma anche pieni di pianto, di conforto, di leggerezza, di luce, dopo l’espiazione, delicati, senza peso, evanescenti, come farfalle, il nulla che si fa carne, ma anche stabili, saldi come rocce, appassionati come colonne di fede, granito e alabastro, versi contraddittori, insomma, che vagano di cielo in cielo, ora blu profondo, blu pensiero, blu universo, (Qui il mare conosce il suo infinito, / e il cielo va oltre) ora tempestoso con cirri grigiogialli e lampi arancioni, (Perché mi fai tagli di gelosia? / perché sento duellanti sciabole / tintinnar di violenza nell’alba della quiete?) versi teosofici che cercano un lettore non facile, un lettore che registri il proprio fallimento, la propria resa dinanzi al mistero del Dio incarnato, versi che tuttavia offrono la possibilità, direi l’occasione di un rilancio, di una speranza per questa nostra umanità di oggi così “disumanizzata”, versi che fanno quasi da controcanto al quarto Vangelo, quello di Giovanni, quello più difficile, concettoso, problematico, e al Qoelet, libro “enigmatico e affascinante” che ha intrigato moltissimi, da ultimo perfino il giudice senatore Luciano Violante Rosso di Puglia, che lo ha fatto recitare ai carcerati di Rebibbia e di altri circondari, facendo porre loro domande a Dio, un Dio che però non risponde, un “Dio che non parla”, titolo di un altro libro di Maria Rita che commentai qualche anno fa al Circolo della Vela di Gallipoli, con il marito, il doctor Stelio, in fuga lungo i moli, l’editore Manni con Signora a far da corvi neri sulle transenne verdi-oro, e la deliziosa donna Carolina, che era d’accanto alla figlia con quella trepidazione, unica, di madre, ma anche con un pizzico di ironia, e forse, una volta tanto, senza la proverbiale noia delle tiritere accademiche. Era quello il tempo in cui Maria Rita poteva “sciogliere i capelli dei pensieri, / abbandonarli al vento e alla pioggia, / perché ascoltino le parole mute/ degli alberi e dei fiumi, / delle stelle e delle nubi” .

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Seminario di Scrittura diaristica 1. Introduzione PDF Stampa E-mail
Critica letteraria
Scritto da Patrizia Guida   
Martedì 10 Febbraio 2015 17:43

Corso di scrittura diaristica


a cura di Patrizia Guida

Università Popolare Aldo Vallone Galatina


Primo incontro, 30 gennaio, h. 16,00


Introduzione al Corso: La scrittura diaristica

[Leggi allegato]

Allegati:
FileDescrizioneDimensione del File
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À propos d'un « libretto » de Gianluca Virgilio PDF Stampa E-mail
Critica letteraria
Scritto da Annie e Walter Gamet   
Domenica 08 Febbraio 2015 17:06

Il se peut que le lecteur français – disons moyen – qui vient d'achever la lecture de Vie nouvelle de Gianluca Virgilio, se trouve plongé dans une certaine perplexité. Peut-être se demande-t-il pour quelles raisons ce petit livre dont il ne perçoit pas immédiatement l'importance, continue d'occuper ses pensées bien après qu'il l'ait refermé. Le texte n'était pas long, il a pu le lire d'affilée intégralement. Le récit chronologique clairement structuré ne l'a pas dérouté, pas plus que le vocabulaire et le style qu'il a trouvés parfaitement limpides. L'histoire racontée à la première personne ne rejoint pas ses préoccupations du moment, mais elle lui a semblé d'une simplicité touchante : un jeune homme de quinze ans aime une jeune fille de dix-sept qui ne l'aime pas, il n'ose pas le lui dire, fait semblant d'en aimer d'autres, il ment, un mensonge en entraîne un autre et l'éloigne de son aimée, il pleure beaucoup, tombe malade, il écrit des quantités de vers qu'il commente inutilement... L'aimée meurt, il faut un certain nombre d'années pour oublier et trouver la paix enfin auprès d'une dame ironique. Et tout cela se passe dans quel lieu ? En Italie, sans doute, où vit l'auteur ; à quelle époque ? Dans des temps lointains que seul le repère de la vespa permet d'inscrire dans la modernité. Pas de nom ni de prénom pour aucun des personnages : « je », « ELLE », un meilleur ami, une dame à la fenêtre. Quant aux poèmes et commentaires dont il est beaucoup question dans ce livre, le lecteur n'en lira aucun puisqu'ils ont tous été détruits.

D'où vient donc l'intérêt pour une histoire aussi peu ancrée dans le réel ? Tout étonne, jusqu'au titre « Vie nouvelle » qui n'indique pas le sujet de ce récit mais désigne ce qui est à venir, en quelque sorte après la dernière page.

Le titre... À force d'y songer, notre lecteur français moyen retrouvera peut-être tout au fond de sa mémoire le souvenir d'un autre livre qui porte le même titre. Il ne l'a jamais lu, mais il se souvient maintenant des citations valorisantes dans son manuel d'histoire littéraire : Vita nuova, une œuvre essentielle de la littérature italienne, une œuvre de jeunesse écrite par Dante Alighieri à la fin du XIIIe siècle. Et là, stupeur ! en se plongeant dans la lecture du petit livre de l'illustre auteur, notre lecteur découvre que tout ce qu'il vient de lire chez Gianluca Virgilio y figurait déjà : le récit à la première personne, la rencontre amoureuse en deux temps, dans l'enfance puis à l'adolescence, l'amour non partagé, le salut de l'aimée, donné puis retiré à celui qu'elle accuse de perversité et d'inconstance, la mort d'une amie, puis du père, les rêves annonciateurs de la mort de l'aimée et même les trois raisons pour lesquelles il n'en sera rien dit, l'importance de la dame à la fenêtre. En ce qui concerne les poèmes et commentaires, ils sont l'essence même du livre : la trame légère en prose présente de manière cohérente et ordonnée un ensemble de sonnets et ballades, des pièces écrites à divers moments et expliquées par leur auteur.

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La lettura 22. Qualche nota su Giovanni Francesco Romano PDF Stampa E-mail
Critica letteraria
Scritto da Paolo Maria Mariano   
Domenica 01 Febbraio 2015 10:41

["Il Galatino" anno XLVIII n. 2 del 30 gennaio 2015, p. 5]

 

Se penso a Giovanni Francesco Romano ho nella mente un’immagine del mio periodo pre-adolescenziale. Lo vedo giungere nella casa di campagna dei miei genitori, Luigi Mariano e Rosa Dell’Anna, accompagnato in macchina dalla moglie. Lo vedo scendere dall’auto, fermata per garbo e per discrezione solo al cancello del viale d’ingresso, e avanzare verso mio padre, le braccia protese, chiamandolo “fratello”, perché lo riteneva tale in spirito. Aveva fatto fatica a raggiungere la campagna in quell’estate calda come lo sono quelle del Salento, sia pur egli lontano pochi chilometri, per quel peso difficilmente codificabile che, doloroso, si era riversato spesso nei suoi versi.

Questo è il mio unico ricordo di un evento tangibile. Altri provengono dai racconti di mia madre. Uno è quando egli mi sollevò in alto, nella festa per il mio battesimo, dedicandomi un generoso augurio di matrice omerica, testimonianza priva di enfasi della sua preparazione classica, completata nell’Università di Napoli. Un altro risale al tempo in cui i miei genitori non si erano ancora incontrati e Romano si avviava dalla sua casa verso quella dei miei nonni paterni, a cercare mio padre, stringendo nella giacca un qualche libretto di versi, per parlare di poesia, di un singolo verso, del suono di una parola nella struttura ritmica di un componimento, finché l’ora non diventava tarda e invitava al sonno. È lo stesso Romano che ricorda quei giorni in Quando ascolti, una poesia del 1954, inclusa nella raccolta Superstite, io rammento, pubblicata nel 1993: Gino, quando ascolti miei versi / hai dentro una chitarra: / vibrano sulle corde le parole / e tu fremi … poi, nel silenzio, / le note sono gocciole di luce / raccolte nel tuo cuore.

Fernando Pessoa, poeta schivo, perfino plurimo, decomposto com’era nei suoi eteronimi, e che ha avuto postuma l’attenzione critica e la fortuna letteraria che non ebbe in vita – ricordo la cura e la devozione che Antonio Tabucchi ha avuto per la sua opera e il giudizio di Harold Bloom su tutti – lascia scritto così: Essere un poeta non è la mia ambizione. È la mia maniera di restare solo (si veda Una sola moltitudine, Milano, 1994). E la solitudine è cifra essenziale di tanti versi di Romano ed è dichiarata in maniera esplicita già ne Il Grido, che appare a pagina 16 della raccolta di versi Mentre la luce è piena del 1950: Perché sono solo? / Sospesa azzurrità / palpebrante notturna. E ripercosso / dal mio deserto mi ritorna il grido. Sono versi che bastano a indicare un clima.

La solitudine ha in Romano un connotato duplice. È mossa dalla perdita delle persone care: il fratello Romeo, scomparso ventenne, cui dedica un Epitaffio nel 1950 e poi altri componimenti nel 1962 e nel 1973, il padre Anacleto nel 1969, la madre, Susanna Maria Contini, nel 1976, la sorella Anna Paola e il di lei marito Pietro Valeri nel 1971, e poi la nipote Mariquita Valeri in più occasioni, e Ofelia Noya nel 1973. È anche, e forse soprattutto, una solitudine esistenziale. I Morti sognano? Si chiede Romano nel 1968 in Contemplando il piccolo camposanto di Cutrofiano. Già nel 1954, in Vino rosso, che appare a pagina 69 della raccolta del 1993, Superstite, io rammento, aveva scritto versi chiari in merito: Mi sento male davvero, / molto a dentro, nell’anima è il male. / Versami vino da bere / per questo ti sarò grato. // Non v’è medico per me / no, no, non c’è medicina, / vino, in vero, assai poco ne bevo, / ma vino rosso ci vuole a guarirmi, / vino rosso che addormenta, / per questo ti sarò grato.

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