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Programma di Novembre
UNIVERSITA' POPOLARE ALDO VALLONE GALATINA Martedì 5 Novembre, ore 17,45 sala Contaldo : cineforum Belle. La ragazza del dipinto, a cura di Roberta Lisi   Giovedì 7 novembre, ore 17, Lecce,... Leggi tutto...
Si ricomincia...
Dopo la pausa estiva, interrotta dall'Open Day che come sempre ci ha permesso di incontrarci e presentare le nostre attività ad amici e soci vecchi e nuovi, il nostro anno accademico 2019-20 ha... Leggi tutto...
Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
A causa dell'assenza di soci e membri del Consiglio Direttivo nella data precedentemente indicata, l'Assemblea dei soci programmata per il 1° marzo è stata rimandata a giovedì 7 marzo alle ore 18,... Leggi tutto...
"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
La scelta di riservare il primo lunedì di ogni mese al nostro cineforum ci permette di cominciare il 2019 con La signora dello zoo di Varsavia: la scelta di Roberta Lisi, alla quale dobbiamo il... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
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Percorsi della poesia epica barocca in Terra d’Otranto PDF Stampa E-mail
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Scritto da Marco Leone   
Sabato 08 Novembre 2014 06:55

[Percorsi della poesia epica barocca in Terra d'Otranto, in "LA NUOVA RICERCA", vol.19, pp. 239-250.]

 

Per tracciare un quadro veramente compiuto del radicamento e della diffusione del genere epico di età barocca in Terra d’Otranto, non si può prescindere dalla constatazione della grande fortuna che ebbe la Liberata in area meridionale, dove fu recepita secondo varie declinazioni anche attraverso l’azione di specifici contesti accademici (l’Accademia degli Oziosi[1]), tesi a consacrarne la funzione canonica e modellizzante in chiave anti-marinista e anti-concettista.[2] Infatti, la pratica del genere epico rivestì pure, in questo particolare territorio culturale, il ruolo di avamposto conservatore e restaurativo rispetto alle sperimentazioni innovative della coeva poesia lirica e della stessa poesia eroica[3] e, in tale dialettica interna al mobile sistema dei generi secenteschi, costituì un’espressione di moderatismo ideologico e compositivo, nella quale gli influssi barocchi (pure presenti e persistenti) furono riassorbiti e, per certi versi, annullati dentro strutture e forme fortemente caratterizzate nel senso della regolarità aristotelica e controriformistica.

La produzione epica salentina del XVII secolo non sfuggì a questo criterio generale, anzi lo radicalizzò in un versante di epos religioso e spirituale, che fu una grande parte di questa produzione, e in una fitta messe, significativa anche dal punto di vista editoriale, di riadattamenti e di varianti dell’archetipo tassesco, talora palesemente applicati a episodi di storia municipale (il sacco turco nell’inedito Bellum Hidruntinum del galatonese Giovan Pietro D’Alessandro, ad esempio) o aventi, comunque, implicazioni di carattere territoriale (i riferimenti alla Terra d’Otranto nell’epica di Ascanio Grandi e di Antonio Caraccio).

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Riflessioni non scientifiche su Scelsi il mare di Giuseppe Conte, per gli amici Peppino PDF Stampa E-mail
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Scritto da Giovanni Invitto   
Martedì 01 Luglio 2014 06:24

["Il Titano". Supplemento economico de "Il Galatino" n. 12 del 26 giugno 2014, pp. 40-41]

 

Giorni fa ho chiuso uno scritto su Nicola De Donno, docente di filosofia, preside di Liceo, poeta in vernacolo, scomparso un po’ di anni fa. Lo scritto che mi è stato richiesto per telefono da una persona che non si è fatta più viva. Poco dopo ho ricevuto il libro di poesie di Giuseppe-Peppino Conte, Scelsi il mare (nozioni di presenza) («edizioni del pescecapone», con sede in Serrano). Il dono dei suoi libri di poesia e un foglio nel quale io narro le mie suggestione durante la lettura sono divenuti una prassi alla quale nessuno dei due, autore e lettore, vuole rinunziare. La dedica manoscritta recita: «è per Giovanni, fraterno amico, per i dettagli che ci legano alla poesia». Ciò che ci lega alla poesia è costituito, in primis, come direbbe un avvocato, da «L’olio della poesia», nato da una mia idea nel 1996 (se non erro) e realizzato sempre da Conte con crescenti successi.

Inutile dire che ho letto il nuovo libro di poesie con la stessa avidità con cui bevo il caffè a prima mattina. L’idea complessiva e «a pelle» che ho ricavato è quella di un Conte-poeta che sta rileggendo l’esistenza in alcuni passaggi della vita che sono focali e che richiedono un dialogo continuo con se stesso. Quello che posso dire, nella mia abusiva veste di lettore ed ermeneuta di poesie, è che ho trovato in questa raccolta un Conte molto più riflessivo, molto più compositivo, rispetto al generale contesto e alla condizione umana che ci vede comunque andare avanti, con la consapevolezza che stiamo lasciando umori, colori, vissuti emotivi e affettivi che prima ci costituivano. Non voglio dire che ora, in questa silloge, non si incontri l’uomo e il poeta di sempre, ma lo si trova con venature che prima, probabilmente, non avvertivamo. Per altre cose molto più esistenzialmente più dure, la sapienza millenaria della Chiesa dice: «Vita mutatur non tollitur».

Così è la poesia di Giuseppe: potremmo dire che è mutata, ma troviamo sempre lo stesso afflato, lo stesso orizzonte di chi si sente vivo, pieno di affetti e di sensazioni, attivo all’interno del suo orizzonte e perimetro lirico come trent’anni fa. Qui sin dal titolo partiamo dal discorso del mare, cioè di uno spazio immenso che nasconde la vita di cui è custode ma di cui è anche alimentatore. L’incipit della raccolta è un programma drastico, duro, senza ritorni del poeta e dell’uomo: «non finirò di scrivere sul mare» un mare «da cuore cupo e mattutino». Ma, volendo, il mare è anche, in questa raccolta poetica, metafora della donna accogliente e, insieme, alimentatrice di vita. E la donna è lì, in queste poesie, con una presenza insieme ineludibile e discreta: «la sua voce dai denti stretti/ sulle labbra carne d’amore/ che affonda nel bacio/ e sfiora il seno rotondo della fanciulla/ quasi donna quasi amante».

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Il Leopardi napoletano nell’interpretazione di Mario Marti PDF Stampa E-mail
Critica letteraria
Scritto da Marco Leone   
Domenica 18 Maggio 2014 08:03

A Mario Marti
per i suoi cento anni

 

[in Una vita per la letteratura. A  Mario Marti. Colleghi e amici per i suoi cento anni, Edizioni Grifo, Lecce 2014, pp. 267-275].

 

 

La terza parte del libro che Mario Marti dedica al periodo fiorentino-napoletano di Leopardi [I tempi dell’ultimo Leopardi (con una “Giunta” su Leopardi e Virgilio), Galatina, Congedo, 1988] è occupata da uno studio su Leopardi a Napoli (pp. 71-132), rielaborazione di una conferenza letta da Marti nel 1987 a un Convegno leopardiano. Questa terza parte non risulta per nulla scollegata da quelle precedenti e chiude un ideale trittico, nel quale le prime due ante sono rappresentate rispettivamente da un approfondimento sul ciclo d’Aspasia e da un’indagine sui rapporti fra le due sepolcrali e il Passero solitario, sempre in chiave di collocazione cronologica, ma anche spirituale e ideologica, dei componimenti poetici. È opportuno precisare che questo libro è uno dei quattro d’argomento leopardiano di cui è autore Marti. Gli altri tre sono: La formazione del primo Leopardi, uscito da Sansoni a Firenze nel 1944 (ripresa, con modifiche e integrazioni, della sua tesi di laurea alla Normale di Pisa con Luigi Russo); Dante, Boccaccio, Leopardi (Liguori 1980), quest’ultimo non esclusivamente dedicato a Leopardi, come si può notare, ma contenente una sezione di importanti saggi, fra l’altro, sugli idilli e sulle Operette morali; e l’ultimo, Amore di Leopardi (Casa Editrice La Finestra, Trento, 2002), che raccoglie contributi pubblicati in varie sedi (alcuni dei quali già apparsi in Dante, Boccaccio, Leopardi).

Non c’è dubbio, dunque, che il poeta di Recanati è stato per Marti un fuoco d’interesse sempre costante. Una fedeltà da lui dimostrata anche da alcuni saggi apparsi negli ultimi suoi tre libri d’argomento miscellaneo: infatti, in Da Dante a Croce proposte consensi e dissensi (Congedo 2005), compare un contributo, in dialogo con Blasucci, ancora sulla datazione delle sepolcrali (pp. 125-134) e in Su Dante e il suo tempo con altri scritti di italianistica (Congedo 2009) sono comprese tre recensioni a libri leopardiani (raccolte sotto il titolo Su tre offerte leopardiane, pp. 97-108); infine, ne Il trilinguismo delle lettere italiane e altri studi d’italianistica (sempre Congedo, ma 2012), si torna a parlare, anche se solo indirettamente, di Leopardi, perché qui si trova un intervento sulla biografia del poeta recanatese scritta dal romanziere di origini salentine Michele Saponaro (Rileggendo il Leopardi di Michele Saponaro, pp. 75-82).

 

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La lettura 8. Progettare un testo PDF Stampa E-mail
Critica letteraria
Scritto da Paolo Maria Mariano   
Martedì 29 Aprile 2014 05:58

["Il Galatino" a. XLVII n. 8 del 25 aprile 2014, p. 4]


In un articolo che il 13 aprile 2014 ha occupato per intero la prima delle pagine culturali della Neue Zürcher Zeitung, influente quotidiano zurighese, Andrea Köhler ha discusso l’effetto di stagnazione che hanno sulla letteratura statunitense le scuole di scrittura creativa e le forme d’influenza sociale che agiscono sugli orientamenti delle case editrici, soprattutto nella città di New York, provvista di alta concentrazione di editori. Die McStory-Schmieden è il titolo e richiama la confezione di una letteratura precotta, un panino nelle catene di luoghi per un pasto veloce con alto sapore e bassa qualità. Warum stagniert die US-Literatur è il sovra-titolo e si chiede perché la letteratura statunitense stagni, sempre che lo faccia in realtà. La questione non è puramente americana per il diffondersi in Europa sia di scuole di scrittura creativa sia di agenzie letterarie, che si pongono come filtro iniziale tra l’autore e l’editore, sul modello americano. È anche un problema italiano dove è molto diffusa l’aspirazione alla scrittura, forse più per l’immagine sociale offerta che per l’urgenza dettata da una concreta ispirazione e da una riflessione letteraria non superficiale, per la quale serve la lettura che invece non è intensa allo stesso modo, viste le scarse notizie che si hanno su lettori forti e tantomeno su quelli fortissimi.

La letteratura è materia di sottrazione. Il contenuto estetico della pagina scritta è legato alla capacità del testo di raggiungere espressioni universali, alla necessità delle parole usate, al ritmo della frase, alla sua musicalità interna. Per questo si deve spesso sottrarre, eliminare il superfluo: il periodo stucchevole, l’ordinata e pedante sequenza di parole, l’aggettivo che stona, che non genera un’immagine che aggiunge significato, semmai può perfino irritare. Al contrario si può anche aggiungere, nel senso di cumulare, ma farlo in maniera esorbitante, sia nelle cose descritte, come faceva Victor Hugo, sia nello stile, com’è per il fluente ossessivo ripetersi di Thomas Bernhard. Il giudizio su cosa aggiungere e quando fermarsi o su ciò che si deve togliere è questione strettamente correlata alla sensibilità e alla cultura dell’autore. E il giudizio, soprattutto quello finale sul valore estetico complessivo di uno scritto, è anche un atto etico, sia da parte dell’autore sia da quella del critico, che confronta se stesso con l’opera.

D’altra parte, essenzialità non significa sciatteria, semmai cogente necessità delle scelte lessicali per la situazione descritta, per l’immagine che si vuole suggerire, per il significato, per la fluidità del rincorrersi delle parole, per il senso di avvolgimento che lo scritto dovrebbe dare al lettore.

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Non tutti gli errori vengono per nuocere. Altre annotazioni per storie di sviste PDF Stampa E-mail
Critica letteraria
Scritto da Luca Carbone   
Sabato 14 Dicembre 2013 08:35

Pazienza, se dal 1976, prima edizione Universale Economica, e poi dal 1992 prima edizione Universale Economica I Classici, e per altre dieci edizioni, sino al 2012, varcato il millennio, il pregevole volume delle Operette Morali, prose filosofiche del Conte Giacomo Leopardi, il più grande prosatore dell’Ottocento a detta di Nietzsche, a cura di Antonio Prete riproduce l’errore che ho già segnalato ai miei fedeli 2,5 lettori (un decimo esatto di quelli di Don Lisander mi pare già obiettivo sommo) in precedenti annotazioni. Sebbene l’errore, a pagina 68, sia tale da esattamente parodiare il “senso” di ciò che il Conte, puntigliosissimo peraltro anche nella cura della punteggiatura del libro che gli era più caro dei suoi stessi occhi, ha scritto; per cui la strage delle illusioni ad opera degli insegnamenti della Verità, diventa “contentezza” per l’essere delle illusioni: potenza del refuso!

E pazienza anche se, nella breve biografia che precede il volume, il Conte Monaldo, dai cui lombi discende Giacomo il primogenito, sia diventato e rimasto da un secolo all’altro il “padre Montaldo”, per non è dato sapere quali arcani anagrafici.

Pazienza, anche se viene da domandarsi come mai la coltissima Donna Inge Feltrinelli, consenta il perpetuarsi di tali macchie, lievi ma fastidiose, nelle sue prestigiose edizioni; quando con poca spesa le si potrebbe lavar via.

Un po’ più sorprendente di queste leggere slabbrature appare, sfrucugliando l’edizione, una scelta curatoriale ed editoriale, per così dire, d’impostazione, anch’essa riprodotta in edizione da quando ormai sappiamo; ma che, ad onor del vero, più che una scelta è una ripresa, tal quale, di una scelta che risale niente meno che al 1929.

L’edizione feltrinelliana, come sanno anche i canguri probabilmente, si compone del corpus delle Operette Morali, in numero di XXIV; e di un’Appendice, contenente due pezzi soli: la Comparazione delle sentenze di Bruto Minore e di Teofrasto vicini a morte e il Dialogo di un lettore di umanità e Sallustio.

L’inclusione di quest’ultima è presto motivata, a prima vista. Si tratta di un’operetta composta nell’anno mirabile per la scrittura della più gran parte del libro, il 1824; il 26-27 febbraio, subito dopo la composizione dell’ironicamente sublime Proposta di premi fatta dall’Accademia dei Sillografi (22-25 febbraio) e subito prima dell’ironicamente chiaroveggente Dialogo di un folletto e di uno gnomo (2-6 Marzo); per amor della precisione, e disamore della brevità. Viene inclusa dal Leopardi nelle edizioni del 1827 e del 1834, ma viene poi esclusa “per volontà dell’autore” da quella del 1835; e quindi e perciò defalcata dalle successive. Bene parrebbe, o almeno plausibile, riproporla in un’Appendice; ma la questione imbarazzante è quella del primo pezzo inclusovi, d’ora in avanti per brevità la Comparazione delle sentenze.

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