Sfogliando Galatina: una iniziativa per ripartire
Dopo questi mesi di inattività forzata, l'Università Popolare ha aderito con entusiasmo a una iniziativa del Patto Locale per la Lettura di Galatina, firmando la prima delle passeggiate letterarie... Leggi tutto...
Riconvocazione Assemblea dei soci ed elezioni
Riconvocazione Assemblea dei soci ed elezioni Dopo questo lungo periodo di forzata inattività, il Consiglio Direttivo ha trovato, grazie alla disponibilità dell’Amministrazione Comunale, la sede... Leggi tutto...
Nuova sospensione delle attività
La presenza di casi di coronavirus sul territorio di Galatina e l'ordinanza di chiusura delle scuole emanata dal sindaco ci hanno consigliato un ulteriore consulto medico dal quale è emersa ... Leggi tutto...
Ripresa attività e nuova data per assemblea ed elezioni
Dopo un consulto medico, il Consiglio Direttivo ha deciso di riprendere le attività lunedì 2 marzo alle ore 18, con la conferenza del prof. Mario Graziuso “L’ultima rappresentazione sacra del... Leggi tutto...
Sospensione attività in via precauzionale
Avviso sospensione attività Pur in assenza di casi accertati di coronavirus, nella regione Puglia sono sconsigliati (anche se non ancora formalmente vietati) gli assembramenti di persone. Per questo... Leggi tutto...
In memoria di Piero Manni, editore
Da qualche giorno il Salento e il mondo della cultura sono più poveri: il 22... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
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Critica letteraria
La vita, amico, è l’arte dell’incontro. Con la poesia PDF Stampa E-mail
Critica letteraria
Scritto da Giovanni Invitto   
Mercoledì 04 Settembre 2013 08:27

Quando Alessandra Corsano mi ha portato le sue poesie da leggere, non ci conoscevamo se non per episodici e brevissimi dialoghi sulla tribuna globale di oggi qual è facebook. Non c’è da meravigliarsi, perché l’esistenza è sempre e per tutti un gioco di incontri. La mia età mi permette di ricordare un disco apparso nel 1969 (con Fonit-Cetra) che aveva per titolo la prima parte del titolo che ho posto a queste brevi riflessioni. Alessandra non era ancora nata. Nel disco erano testi o canzoni con voci di Vinicius de Moraes, notissimo cantautore di Rio de Janeiro, di Sergio Endrigo, importante e fine cantautore italiano, e dulcis in fundo, con la voce rauca e cadenzata del poeta Giuseppe Ungaretti che leggeva alcune sue poesie.

Pertanto quando ho conosciuto Alessandra e la sue poesie non potevano non tornarmi alla mente quel long-playng in vinile e il suo titolo. Gli incontri tra persone sono arte e casualità. Ho letto i fogli che mi ha lasciato, poco più di quaranta componimenti. La mia impressione è che le poesie di Alessandra Corsano meritino una lettura attenta e partecipe. Sono poesie scritte da lei negli ultimi mesi, meno di un anno, quindi nascono da vissuti e situazioni interiori che hanno sempre le stesse vibrazioni e le stesse attese.

Avanzo alcune considerazioni e suggestioni come semplice lettore, anticipando che non sono la critica elaborata da un «addetto ai lavori». Potrei legittimare la mia lettura con l’aver insegnato per un decennio Estetica nel mio Ateneo. Ma è giusto che confessi che lo faccio perché a me piace leggere la poesia in genere, anche se Quasimodo – tra l’altro un poeta che amo da quando avevo diciotto anni - affermò, nel discorso tenuto per la consegna del premio Nobel (1959), che «i filosofi sono nemici naturali dei poeti». Se io rientro tra i filosofi (visto che insegno filosofia da decenni), si sbagliava grossolanamente, perché anche ai filosofi piacciono i poeti. Potremmo citare il caso apicale di Martin Heidegger, ma torniamo a parlare della poetessa salentina.

La poesia di Alessandra Corsano sembra piena di umori che maturano e che, talvolta, sono presentati con «timore e tremore» (rubo la formula a Kierkegaard) , altre volte incombono con la loro forza fisica, sensibile, vitale. Talaltra il suo vissuto, le sue passioni, i suoi dubbi sono mascherati o comunque presentati con pudore, con paura. Jean-Paul Sartre ha lasciato un giudizio ambiguo sulla poesia, scrivendo che «la poesia è la dimensione di autentica riconquista di quello che in noi tutti è un momento di solitudine che può essere costantemente superato, ma a cui si deve ritornare; il momento in cui proprio le parole ci rimandano il solitario mostro che siamo, ma con dolcezza, con complicità». La solitudine rinvia alla riservatezza, anche al rispetto degli altri, i lettori, che il poeta non conosce mentre scrive i propri versi e sa già che saranno loro a dare, con la complicità attesa dal filosofo francese, una ulteriore forma ai suoi scritti.

Per Alessandra Corsano, la poesia serve non ad una catarsi del proprio vissuto, ma a costituire un percorso di autocoscienza e di autoconoscenza: scrivendo lei si conosce di più, come se la poesia fosse un diario nel quale l’ineliminabile dialogo interiore si snocciola accompagnato dalla ragione. Ma è così per ognuno di noi. Lei scrive: «vorrei scavalcare/ queste onde/ che s’agitano/ dentro il cuore mio,/ ribelle e senza pace».

Togliamoci ora una parte più delicata: poche, pochissime volte, il lessico della poetessa salentina introduce termini che evocano stili diversi dal suo, climi antichi, oppure usa locuzioni apparentemente estranee alla sua ispirazione. All’interno della sua raccolta, tutte queste poche e piccole interpolazioni potrebbero essere avvertite come un violenza formale. Ma non è così, proprio perché quella poesia non vuole deliziare l’udito, ma è una confessione e una «ricerca di senso». È una poesia sanguigna, legata al vissuto dell’autrice, alla sua corporeità.

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Nel silenzio delle parole di Franco Loi - (25 luglio 2013) PDF Stampa E-mail
Critica letteraria
Scritto da Antonio Errico   
Sabato 27 Luglio 2013 07:06

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di giovedì 25 luglio 2013]


La lingua di Franco Loi è un universo. Ci sono le creature che vivono e muoiono; ci sono i paesaggi che cambiano, si deformano; ci sono le cose che sembrano immutabili ma che si sgretolano; ci sono le passioni con la loro aspirazione ad eternarsi e che invece si rivelano nella loro fragilità, nella loro finitezza; ci sono le stelle a simbolo dell’inconoscibile, del mistero. Ci sono le parole e ci sono i silenzi.

Loi tende la sua lingua milanese spesso fino allo spasimo, alla figurazione deformatoria. Perché per penetrare l’universo, per tentare di attraversarlo, d’indagarlo, di conoscerlo, la lingua deve prendere le forme che esso assume. Così Loi dà alla sua lingua a volte la forma del grottesco, a volte quella dell’epica, della memoria, del degrado, a volte quella della malinconia, del sarcasmo, del rancore, a volte quella della visionarietà, quella del sogno. A volte quella della preghiera. A seconda di come l’universo si mostra allo sguardo, di come risale dal fondo del ricordo, di come e quanto indigna, come e quanto stupisce, come e quanto seduce.

In quarant’anni, Loi ha fatto esperienza dell’universo con il suo dialetto: lingua delle profondità, dell’essenza, del grumo esistenziale, semantico. L’esperienza è cominciata nella Milano operaia della guerra e del dopoguerra ed ha attraversato ogni stagione, piegando il piano stilistico, le forme dell’espressione, a quelli che sono stati i pensieri, che sono state le storie, le interrogazioni sulle ragioni della scrittura.

Se scriv perchè la mort, se scriv 'me sera /quan' l'òm el cerca nient nel ciel piuü,/se scriv perchè sèm fjö o chi despera,/o che 'l miracul vegn, forsi vegnü,/ se scriv perchè la vita la sia vera,/quajcòss che gh'era, gh'è, forsi ch'è pü”.

(Si scrive perché la morte, si scrive come sera/quando l'uomo cerca niente nel cielo piovuto,/ si scrive perché siamo ragazzi o chi dispera,
o che il miracolo venga, forse venuto,/si scrive perché la vita sia più vera,/qualcosa che c'era, c'è, forse non c'è più”. )

Quale che sia stata la stagione, Loi si è fatto domande e si è dato risposte sui motivi e sui moventi della scrittura, della poesia, dell’essere poeta. A volte questa condizione gli è sembrata una cosa semplice, quasi naturale, com’è naturale ogni espressione della vita. A volte, invece, gli è sembrata una cosa infinitamente complicata, un corpo a corpo con se stesso e con la propria storia, com’è complicata, sempre, ogni relazione con se stesso, ogni confronto serrato e senza indulgenze con la propria storia.

Quella di oggi è una stagione in cui si fa più forte la riflessione. Quello che avviene dentro ha un richiamo più forte di quello che avviene fuori.

Quello che adesso conta dell’universo è il modo in cui si configura nel sentimento, nella memoria, nella meditazione sul senso dell’origine e della fine. Anche lo sguardo di Loi è cambiato: si colloca più a distanza per cercare di scrutare i contesti e quindi di comprendere le dinamiche dei fenomeni e degli avvenimenti. E’ uno sguardo limpido, non più velato dalle circostanze, dalle apparenze. E’ uno sguardo che realizza costantemente il passaggio dal visibile all’invisibile, e allora, sempre più frequentemente, Loi discende, sprofonda in se stesso, scandaglia la dimensione della coscienza, cerca il nodo che unisce il sé psicofisico alla realtà o alla immaginazione dell’universo, e si accorge che con il tempo quel nodo si fa sempre più stretto.


Compassione PDF Stampa E-mail
Critica letteraria
Scritto da Antonio Prete   
Giovedì 13 Giugno 2013 15:51

[Per gentile concessione dell’autore pubblichiamo la PremessaCompassione, Bollati Boringhieri, Torino 2013, appena uscito in libreria. In allegato è consultabile l'Indice dell'opera].

 

 

… l’affetto dolcissimo della pietà, madre o mantice dell’amore

G. Leopardi, Zibaldone, ottobre 1823

 

Le “Je” est le miracle du “Tu”

E. Jabès, Le livre du dialogue

 

La compassione: una passione condivisa. Ma anche un patire in comune, un patire insieme. Una prossimità all’altro, alla sua ferita.

La compassione è tuttavia un sentimento raro. Perché rara è l’esperienza in cui il dolore dell’altro diventa davvero il proprio dolore. La parola compassione spesso copre, come un confortevole velo, un sentire in cui l’attenzione all’altro, alla sua pena, si accompagna a un certo compiacimento del soggetto compassionevole, a una silenziosa conferma della sua bontà d’animo.

Accade che il gesto visibile del soccorso possa ferire il pudore col quale l’altro ha nascosto la propria sofferenza, sottraendola con fatica all’altrui indiscrezione. Accade che la compassione possa invadere il doloroso silenzio di chi ha deciso di portare su di sé, con dignità, e forse fierezza, il fardello della propria pena : essere compassionevoli, è stato detto, in fondo è come disprezzare l’altro, non credere alle sue capacità di reggere l’afflizione senza il lamento. E succede anche che dalla propria quieta soglia si guardi all’affanno dell’altro come si osserva dalla sponda il dibattersi del naufrago nelle onde : il sottile, inconfessato piacere di trovarsi al sicuro può sovrastare e rendere fievole l’ansia per il pericolo in cui si trova l’altro. La compassione, ha ancora scritto qualcuno, è spesso soltanto una pacificazione di sé.

Può persino essere, la compassione, maschera di un orgoglio, esibizione della propria sicurezza, delle sue salde radici.  E’ quel che La Fontaine mette in scena nella favola La Canna e la Quercia, dove le parole ipocritamente compassionevoli del forte albero che invita il cespuglietto di canne a crescere all’ombra del suo potente fogliame per potersi meglio difendere dal vento, ricevono presto una smentita : una tempesta impetuosa e violenta sradica la quercia ma non la canna, che sa invece piegarsi, ondeggiando sotto la bufera.

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Prime annotazioni per la storia di una svista PDF Stampa E-mail
Critica letteraria
Scritto da Luca Carbone   
Sabato 01 Giugno 2013 12:26

Tra i molti difetti irreversibili che infestano la mia già modesta vita annovero quello d’essere  ostinato lettore degli scritti più e meno noti del maledetto gobbo, come gentilmente lo apostrofava in una lettera il Marchese Gino Capponi, aggiungendo toscanamente “che s’è messo in capo di coglionarmi” – l’aggravante è che mi provo a leggerli come sostiene che si possa fare un altro aristocratico d’antan – l’Alfieri: “Leggere, come io l’intendo, vuol dire profondamente pensare; pensare, vuol dire starsi; e starsi vuol dire sopportare”. Intendimento enigmatico anziché no, e tanto fuori moda quanto però seducente.

Parlo naturalmente, lo chiarisco per quell’unico lettore digiuno di belle lettere che dovesse essere incappato nella lettura di questo trastullo, degli scritti di Giacomo Leopardi. Questa noterella vien fuori da un recente tentativo di rilettura, durante il quale mi sono trovato davanti a questi detti:

 

“E tutte quelle somiglianze dell'infinito che io studiosamente aveva poste nel mondo, per ingannarli e pascerli, conforme alla loro inclinazione, di pensieri vasti e indeterminati, riusciranno insufficienti a quest'effetto per la dottrina e per gli abiti che eglino apprenderanno dalla Verità. Di maniera che la terra e le altre parti dell'universo, se per addietro parvero loro piccole, parranno da ora innanzi menome: perchè essi saranno instrutti e chiariti degli arcani della natura; e perchè quelle, contro la presente aspettazione degli uomini, appaiono tanto più strette a ciascuno quanto egli ne ha più notizia.

Finalmente, perciocchè saranno stati ritolti alla terra i suoi fantasmi, e per gl'insegnamenti della Verità, per li quali gli uomini avranno piena contentezza dell'essere di quelli, mancherà dalla vita umana ogni valore, ogni rettitudine, così di pensieri come di fatti; e non pure lo studio e la carità, ma il nome stesso delle nazioni e delle patrie sarà spento per ogni dove; recandosi tutti gli uomini, secondo che essi saranno usati di dire, in una sola nazione e patria, come fu da principio, e facendo professione di amore universale verso tutta la loro specie; ma veramente dissipandosi la stirpe umana in tanti popoli quanti saranno uomini. Perciocchè non si proponendo nè patria da dovere particolarmente amare, nè strani da odiare; ciascheduno odierà tutti gli altri, amando solo, di tutto il suo genere, se medesimo. Dalla qual cosa quanti e quali incomodi sieno per nascere, sarebbe infinito a raccontare”.

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La penisola di una penisola PDF Stampa E-mail
Critica letteraria
Scritto da Paolo Maria Mariano   
Domenica 28 Aprile 2013 19:34

[Pubblicato in “Umanesimo della Terra – Studi in memoria di Donato Moro”, a cura di G. Caramuscio, M. Spedicato, V. Zacchino, Quaderni de L’Idomeneo, Società di Storia Patria, Sezione di Lecce, Collana Diretta da M. Spedicato, Edizioni Grifo, 16, pp. 117-128, 2013.]

 

 

Tempo fa, con quel tipo di sollecitazione che in genere suggerisce indirettamente d’essere emersa da articolata riflessione, mi fu chiesto di scrivere alcune pagine sulla pratica letteraria principale di Donato Moro: i suoi versi. Le note qui raccolte sono un modo, forse anche accidentato, di rispondere alla richiesta.

La riflessione su quale potesse essere la cifra appropriata ad affrontare il tema ha avuto per me un incedere incerto, quasi claudicante, condizionata dalla personale ritrosia ad affrontare un’analisi prevalentemente metrica, a cui potesse aggiungersi, forse, una statistica sulle ricorrenze terminologiche: una valutazione strutturale, quindi. Né mi sembrava decisivo tentare un’anatomia delle influenze che pure mi parevano corrispondere ad una prospettiva prevalentemente indirizzata all’esperienza letteraria italiana. Queste considerazioni non erano – almeno ne sono convinto, spero non erroneamente – sollecitate da simpatia per un’analisi impressionistica e rapsodica, quanto dalla coscienza che uno dei punti essenziali della lettura analitica dei versi di Moro stia nel pensiero che egli ha della natura e, in particolare, quella della sua terra d’origine, vista in una prospettiva sia esistenziale sia storica, quest’ultima quella del lavoro muto dei campi. L’elemento agreste non è arcadico, semmai è legato alla visione della servitù della gleba.

Una volta presa la decisione d’occuparmi essenzialmente di quest’aspetto, è stato naturale ed immediato pensare anche al dialogo sui versi e sull’arte in generale che Moro ebbe con Luigi Mariano. I versi di Donato Moro e parte dell’attività artistica di Luigi Mariano, in pittura, disegno e incisione, emergono, infatti, con tutte le loro distinzioni, dal contatto con la terra avita, il Salento, la cui percezione e la cui rappresentazione sono filtrate attraverso le forme di precomprensione che erano bagaglio di ciascuno e che hanno avuto influenza e risultati differenti.

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