Programma di Dicembre
UNIVERSITA' POPOLARE ALDO VALLONE GALATINA Lunedì 2 dicembre, sala Contaldo, ore 18,00: prof. Vincenzo Mello, Myflor e Flormart 2019: Orto-Floro-Vivaismo internazionale. Venerdì 6 dicembre, sala... Leggi tutto...
Programma di Novembre
UNIVERSITA' POPOLARE ALDO VALLONE GALATINA Martedì 5 Novembre, ore 17,45 sala Contaldo : cineforum Belle. La ragazza del dipinto, a cura di Roberta Lisi   Giovedì 7 novembre, ore 17, Lecce,... Leggi tutto...
Si ricomincia...
Dopo la pausa estiva, interrotta dall'Open Day che come sempre ci ha permesso di incontrarci e presentare le nostre attività ad amici e soci vecchi e nuovi, il nostro anno accademico 2019-20 ha... Leggi tutto...
Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
A causa dell'assenza di soci e membri del Consiglio Direttivo nella data precedentemente indicata, l'Assemblea dei soci programmata per il 1° marzo è stata rimandata a giovedì 7 marzo alle ore 18,... Leggi tutto...
"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
La scelta di riservare il primo lunedì di ogni mese al nostro cineforum ci permette di cominciare il 2019 con La signora dello zoo di Varsavia: la scelta di Roberta Lisi, alla quale dobbiamo il... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
Home Saggi e Prose Critica letteraria
Critica letteraria
Il Novecento di Mario Marti PDF Stampa E-mail
Critica letteraria
Scritto da Antonio Lucio Giannone   
Sabato 25 Luglio 2015 07:24

A Mario Marti, per i suoi cento anni

 

Prima di entrare nel merito del discorso, è necessario fare una breve premessa. Nel maggio 2009 fui invitato a tenere una conversazione nella sede del Circolo culturale «Galileo» di Trepuzzi, in occasione del novantacinquesimo genetliaco di Mario Marti. Accettai subito l’invito non solo con grande gioia ma anche con un pizzico di emozione, perché è dal 1968, cioè da quando mi iscrissi alla Facoltà di Lettere e filosofia dell’Università di Lecce, che ho il piacere di conoscere il professore Marti. Durante i quattro anni di corso, seguii assiduamente le sue lezioni, partecipai ai seminari da lui organizzati, sostenni con lui gli esami di Letteratura italiana. Poi, attratto dalla modernità letteraria, decisi di laurearmi con Donato Valli in Storia della letteratura italiana moderna e contemporanea, con una tesi sul petrarchismo novecentesco, della quale egli era il correlatore. Ma Marti è rimasto sempre, per me, un punto di riferimento costante dal lato metodologico e un esempio di serietà e rigore scientifico a cui ho cercato di improntare la mia attività, un vero maestro, insomma, nel campo dell’italianistica. Ho continuato a frequentarlo, a seguire le sue conferenze, a leggere i suoi numerosi volumi, che mi ha donato sempre con dediche affettuose, ad avere un ininterrotto e proficuo rapporto con lui fino ad oggi. Tra l’altro, ha avuto la bontà di ospitare due miei lavori in collane da lui dirette: uno, la mia prima monografia in assoluto, Bodini  prima della «Luna», nella «Minima» della casa editrice Milella di Lecce, nel 1982; l’altro, una raccolta di saggi, Futurismo e dintorni, nella collezione di studi e testi, «Humanitas», delle Edizioni Congedo di Galatina, nel 1993.

Ma, per tornare ora all’incontro in suo onore, decisi di trattare come argomento gli studi di Marti sul Novecento, e questo per vari motivi. Intanto perché mi occupo, in particolare, di letteratura italiana contemporanea; in secondo luogo perché questo tema, che io sappia, non era stato mai affrontato da nessuno fino ad allora; e in terzo luogo perché lo stesso professore Marti me ne aveva dato lo spunto. Qualche tempo prima, infatti, mi aveva inviato una lunga lettera, nella quale metteva a fuoco proprio i suoi rapporti col secolo passato.

Allegati:
FileDescrizioneDimensione del File
Scarica questo file (Volume Marti.pdf)Volume Marti.pdf 175 Kb
Leggi tutto...

Il Novecento di Mario Marti PDF Stampa E-mail
Critica letteraria
Scritto da Antonio Lucio Giannone   
Sabato 25 Luglio 2015 07:23

A Mario Marti, per i suoi cento anni

 

Prima di entrare nel merito del discorso, è necessario fare una breve premessa. Nel maggio 2009 fui invitato a tenere una conversazione nella sede del Circolo culturale «Galileo» di Trepuzzi, in occasione del novantacinquesimo genetliaco di Mario Marti. Accettai subito l’invito non solo con grande gioia ma anche con un pizzico di emozione, perché è dal 1968, cioè da quando mi iscrissi alla Facoltà di Lettere e filosofia dell’Università di Lecce, che ho il piacere di conoscere il professore Marti. Durante i quattro anni di corso, seguii assiduamente le sue lezioni, partecipai ai seminari da lui organizzati, sostenni con lui gli esami di Letteratura italiana. Poi, attratto dalla modernità letteraria, decisi di laurearmi con Donato Valli in Storia della letteratura italiana moderna e contemporanea, con una tesi sul petrarchismo novecentesco, della quale egli era il correlatore. Ma Marti è rimasto sempre, per me, un punto di riferimento costante dal lato metodologico e un esempio di serietà e rigore scientifico a cui ho cercato di improntare la mia attività, un vero maestro, insomma, nel campo dell’italianistica. Ho continuato a frequentarlo, a seguire le sue conferenze, a leggere i suoi numerosi volumi, che mi ha donato sempre con dediche affettuose, ad avere un ininterrotto e proficuo rapporto con lui fino ad oggi. Tra l’altro, ha avuto la bontà di ospitare due miei lavori in collane da lui dirette: uno, la mia prima monografia in assoluto, Bodini  prima della «Luna», nella «Minima» della casa editrice Milella di Lecce, nel 1982; l’altro, una raccolta di saggi, Futurismo e dintorni, nella collezione di studi e testi, «Humanitas», delle Edizioni Congedo di Galatina, nel 1993.

Ma, per tornare ora all’incontro in suo onore, decisi di trattare come argomento gli studi di Marti sul Novecento, e questo per vari motivi. Intanto perché mi occupo, in particolare, di letteratura italiana contemporanea; in secondo luogo perché questo tema, che io sappia, non era stato mai affrontato da nessuno fino ad allora; e in terzo luogo perché lo stesso professore Marti me ne aveva dato lo spunto. Qualche tempo prima, infatti, mi aveva inviato una lunga lettera, nella quale metteva a fuoco proprio i suoi rapporti col secolo passato.

Leggi tutto...

Ritratti salentini 8. Salvatore Toma PDF Stampa E-mail
Critica letteraria
Scritto da Augusto Benemeglio   
Venerdì 24 Luglio 2015 16:28

Il vile polverone della vita

 

1. Il sangue di Cristo

C’è stato un tempo in cui il Salento è stato tempio della memoria ancestrale, primo mattino del mondo, Eden silenzioso , dove forse non c’è Dio, ma un’attesa di Dio, si sta aspettando Dio, come in “Aspettando Godot”. Intanto gli aborigeni, deposte le armi , se ne stanno intanati nella grotta dei Cervi, a eternare la loro memoria in quella forse unica strana misteriosa felicità data dal colore dei primi graffiti. Ed è qui, idealmente, in questo panorama d’innocenza ricuperato, che Salvatore Toma fa muovere la sua penna a biro, rigorosamente colorata, azzurra, o, preferibilmente rossa. E’ qui che il poeta di Maglie descrive una nuova umanità “rosso salento”, color del sangue. Ma in quei versi strani c’è anche l’informe, il caos eterno, l’assoluto più lontano, l’estraneità più impenetrabile e esclusiva, l’auto-emarginazione, l’isolamento da terra di frontiera, deserto, nuova Palestina, la storia e la cultura cristiana , con il tradimento di Giuda, la passione e la crocifissione di Cristo e il suo sangue che continua a scorrere e irrora la terra e va a finire negli ospedali o tra le sbarre delle prigioni, nei luoghi dove soffrono tutti gli oppressi della terra.

Presso mezzogiorno
mi sono scavata la fossa
nel mio bosco di querce,
ci ho messo una croce
e ci ho scritto sopra
oltre al mio nome
una buone dose di vita vissuta.
Poi sono uscito per strada
a guardare la gente
con occhi diversi.

 

Leggi tutto...

Tra realismo e sperimentalismo: La malapianta di Rina Durante PDF Stampa E-mail
Critica letteraria
Scritto da Antonio Lucio Giannone   
Giovedì 09 Luglio 2015 06:57

Primo e unico romanzo di Rina Durante, La  malapianta vide la luce nel 1964 presso Rizzoli nella collana «Zodiaco» nella quale erano apparsi, tra l’altro, volumi di giornalisti-scrittori famosi, come Indro Montanelli e Oriana Fallaci. Ambientato nel Salento e, in particolare, in una ristretta area geografica che comprende tre piccoli comuni, Melendugno, Cannole e Calimera, il romanzo narra la storia della famiglia Ardito, composta da Teta e Rosa e dai loro rispettivi figli, in un arco di tempo che va dalla fine degli anni Trenta alla caduta del fascismo. La  malapianta prende le mosse  proprio da quando Niceta (Teta) Ardito, contadino di Melendugno, rimasto vedovo con sei figli, si reca a Cannole per chiedere a Rosa di sposarlo. Questa che, a sua volta, aveva avuto tre figli da massaro Nino, morto affogato in uno stagno, accetta e va a vivere con lui. Da allora si sviluppa il racconto delle vicende dei vari componenti di questa famiglia, contrassegnate dalla miseria, dalla fame, dalla violenza, dalla morte.

Ciccio, il più piccolo dei figli di Teta, muore quasi subito di stenti e di malattia. Giulia, un’altra  figlia di Teta, viene violentata e messa incinta da Antonio, figlio di Rosa, il quale poi muore in guerra. Successivamente Giulia ha una relazione con don Armando, il segretario del Fascio. Marta, figlia di Teta, viene messa a servizio in casa della signora Caroli, moglie di don Armando, la quale si uccide quando scopre il tradimento del marito con Giulia. Gino, un altro figlio di Rosa, con una lunga e avventurosa fuga in bicicletta da Torino dopo l’8 settembre del ‘43, ritorna dalla guerra con disturbi mentali e va alla disperata ricerca di Seggiòla, una giovane donna ormai sposata,  della quale s’era innamorato prima di partire. Rosa intanto, che  rimane nuovamente incinta da Teta,  accetta di crescere come suo anche il figlio di Giulia e Antonio. Lo stesso capofamiglia, Teta, dopo aver svolto lavori illeciti, come il pescatore di frodo e lo spacciatore di banconote false, per cercare di migliorare le condizioni di vita della sua famiglia, viene arrestato e rinchiuso nel carcere di Lecce.

Questa, dunque, riassunta nelle linee essenziali, l’esile fabula della Malapianta, con cui la scrittrice vinse il  Premio Salento 1964, assegnatole, due anni dopo, da una giuria composta, fra gli altri, da Maria Bellonci, Mario Sansone, Bonaventura Tecchi e Sandro De Feo[1]. Il romanzo, di primo acchito, farebbe pensare a un’opera tipica del neorealismo al quale rimandano indubbiamente alcune caratteristiche, come l’ambientazione meridionale, la scelta di personaggi appartenenti alle classi subalterne, l’arretratezza delle condizioni di vita in cui essi vivono, nonché il riferimento a precise coordinate storiche e geografiche.

Ma nel 1964, com’è noto, il contesto storico-letterario italiano era assai diverso da quello dell’immediato dopoguerra e dei primi anni Cinquanta nei quali sorge e si sviluppa il fenomeno del neorealismo. Si era ormai negli anni del cosiddetto ‘boom’ economico, dell’industrializzazione del paese, dei primi segnali di un diffuso benessere, mentre in letteratura, già alla metà degli anni Cinquanta, con «Officina» si era affacciato il tema dello sperimentalismo e alla fine di quel decennio «Il menabò» di Elio Vittorini e Italo Calvino, aveva affrontato il rapporto letteratura-industria. Se La malapianta fosse quindi un romanzo neorealista tout court, sarebbe piuttosto attardato rispetto ai tempi e forse non varrebbe la pena di riproporlo all’attenzione.

Leggi tutto...

Scorrano narratore: L’uomo che guarda le stelle e altre storie di Natale PDF Stampa E-mail
Critica letteraria
Scritto da Antonio Lucio Giannone   
Sabato 20 Giugno 2015 08:28

Il Natale ha costituito una fonte inesauribile d’ispirazione per gli scrittori al punto da dar vita a un vero e proprio genere narrativo, che ha ormai una tradizione consolidata e una tipologia ben definita. L’iniziatore di questo filone è unanimemente considerato Charles Dickens, il quale nel 1843 pubblicò a Londra il famoso A Christmas Carol (Canto di Natale), seguito negli anni successivi da altri quattro Christmas Book, ben presto tradotti in altri paesi. Anche in Italia, tra la seconda metà dell’Ottocento e per tutto il Novecento, si sono cimentati col tema natalizio numerosi scrittori di rilievo fra i quali ricordiamo: Carlo Dossi, Emilio De Marchi, Giovanni Verga, Gabriele d’Annunzio, Luigi Pirandello, Grazia Deledda, Federigo Tozzi, Dino Buzzati e Italo Calvino.

In questo genere  rientrano anche, con una loro peculiare grazia e leggerezza, i racconti di Luigi Scorrano, con i quali l’autore ha fatto  il suo esordio nella narrativa. Alcuni di  essi apparvero in origine su «La Fera», un numero unico che è stato pubblicato a Lecce dal 1984 al 2006 in occasione delle feste di Natale, a cura dell’Associazione culturale Amici del presepio. Il periodico, che recava come sottotitolo «Il Natale nel folk nelle arti e nella cultura salentina», venne fondato da Gino Totaro che lo diresse fino al 2002, mentre, dopo la sua morte, è uscito ancora per qualche anno a cura di Fulvio Totaro. Nel 2010 dodici racconti sono stati raccolti nel volumetto L’uomo che guarda le stelle e altre storie di Natale, con una prefazione di Maurizio Nocera (Gallipoli, «I Poeti de “L’uomo e il mare”»), mentre nel 2013, con lo stesso titolo e con l’aggiunta di altri due, sono apparsi presso l’editrice Salentina di Galatina, con una introduzione di chi scrive e i disegni di Gabriella  Torsello.

È bene chiarire subito però che quelli di Scorrano non sono racconti destinati a un pubblico di bambini o di ragazzi o, comunque, non esclusivamente ad essi. L’immagine che l’autore ci dà del Natale infatti non è per niente edulcorata, consolatoria, melensa, all’insegna della bontà ad ogni costo, come succede spesso in questi casi, anzi è problematica, inquieta e, a tratti, inquietante, con frequenti riferimenti all’attualità.

Due componenti si alternano e a volte si fondono nelle «storie» di Scorrano: la componente realistica e quella fantastica. La prima prevale in quelle che sviluppano un tema classico nella tipologia dei racconti di Natale: i ricordi d’infanzia. D’altronde, è significativa l’epigrafe del libro, tratta da un verso di Francis Jammes: «J’entends derrière moi le pas de mon enfance». All’autore però non interessa tanto rievocare episodi lontani nel tempo quanto ricreare lo ‘spirito’ dell’infanzia, sepolto sotto le esperienze, spesso dure e travagliate, dell’età adulta. Ecco allora che egli guarda a quelle remote vicende con gli occhi del bambino di una volta, con le capacità straordinarie che hanno i bambini di stupirsi, di fantasticare, d’improvvisare.

E mentre agli adulti il giorno di Natale sembra un giorno qualunque, «come tutti gli altri», per i bambini è un evento davvero unico, nel quale tutto dovrebbe essere diverso. Nel racconto intitolato A Natale, i treni, ad esempio, l’io narrante ricorda che da piccolo pensava che in questo giorno anche i treni avessero dovuto fermarsi e si stupiva del loro passaggio:

 

"Mi stupiva che passassero i treni a Natale.

Dove andavano? Chi viaggiava quel giorno mentre tutti erano in festa, il lavoro dimenticato, smesse le preoccupazioni, gioiosa l’atmosfera nelle case e per le strade? E il capostazione era là, a dare il segnale di partenza anche a natale? E il macchinista azionava le sue leve e faceva correre il treno anche a Natale? E il custode dei passaggi a livello era là, incatenato al suo posto di sorveglianza, senza potersi distrarre in quel giorno in cui l’allegra distrazione sembrava l’unico bene di tutti?" (p. 12)

Leggi tutto...

<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Succ. > Fine >>

Pagina 2 di 22
Torna su