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Restauri e rimozioni ingiustificate di memorie storiche PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Valentino De Luca   
Martedì 20 Dicembre 2016 19:58

Si sono recentemente conclusi i lavori di restauro architettonico nei locali un tempo occupati dal Liceo ginnasio “Giuseppe Palmieri” e dall’Istituto “Luigi Scarambone”. Tutti contenti  a Lecce per il fatto che finalmente sono stati restituiti alla fruizione pubblica ampi e importanti spazi che da oggi saranno destinati alla biblioteca provinciale “N. Bernardini”.

Tutti contenti, si diceva, tranne uno, Valentino De Luca già funzionario della Biblioteca Interfacoltà “Teodoro Pellegrino” dell’Università del Salento, già Ispettore onorario per la conservazione dei Monumenti e degli oggetti di antichità e d’arte per il Comune di Lecce, con una lunga esperienza nel campo della ricerca storica documentaria. Suo, ad esempio, il volume dato alle stampe nell’ottobre 2015 “Stringiamoci a coorte siam pronti alla morte l’Italia chiamò”. La Prima guerra mondiale nei monumenti e nelle epigrafi di Lecce.

Cosa non rende contento Valentino De Luca?

Due sono i motivi per cui non posso essere contento anch’io.

Uno è il fatto importante e fondamentale che durante i lavori di restauro siano state rimosse due testimonianze storiche.

L’altro motivo è che in merito a tali rimozioni siano state fornite da parte degli addetti ai lavori spiegazioni del tutto insufficienti quando non anche mistificate e incoerenti a fronte dei dati che di seguito richiamerò.

Quali sono le due testimonianze storiche rimosse.

La prima testimonianza storica rimossa è un’epigrafe per Clemente Antonaci che era murata da oltre 60 anni su un muro laterale del cortile, lato d’ingresso alle aule, dell’edificio dell’ex Liceo Palmieri, in quella sede fino al 1959.

La seconda è un monumentino per Leonardo Stampacchia rimosso integralmente comprese le diverse parti (mezzo busto, mensolina di sostegno, epigrafe): era posizionato tra le rampe dello scalone che conducono al primo piano dell’edificio, sede fino a pochi anni fa dell’Istituto professionale per il commercio “Luigi Scarambone”, scalone, le cui pareti, con il passare degli anni erano diventate, per restare, un importante luogo di memoria, in quanto epigrafi e mezzi busti ricordavano i padri fondatori della Scuola stessa, Leonardo Stampacchia, Giovanni Nocco, Luigi Scarambone e Consalvo Moschettini.

Ho pensato subito (14 gennaio 2016) di segnalare l’avvenuta rimozione ai responsabili istituzionali della Amministrazione provinciale; mi è stato risposto: «Egr. prof. De Luca, abbiamo riscontrato la Sua interessante segnalazione relativa alla lapide in ricordo di Clemente Antonacci La informiamo che la targa è, al momento, depositata presso alcuni locali del Convitto Palmieri, i cui lavori sono diretti dal Settore edilizia e patrimonio di questo Ente. Sarà, pertanto, nostra cura segnalare agli uffici competenti l'opportunità di riposizionare il manufatto nella sua originaria collocazione. Ringraziandola per il cortese e puntuale interessamento, La salutiamo cordialmente»; ma, contestualmente e stranamente, veniva chiesto a me di indicare quale fosse il punto preciso del cortile ove era collocata la lastra di marmo in memoria di Clemente Antonaci.

Strana ignoranza!

Mi sono subito chiesto: e le normative della CARTA DEL RESTAURO 1972  (Art. 6 comma 3. rimozione, ricostruzione o ricollocamento in luoghi diversi a quelli originari; a meno che ciò non sia determinato da superiori ragioni di conservazione) sono state rispettate? e le disposizioni che “Per tutti gli oggetti originariamente destinati a una visione limitata o solo frontale andranno eseguite riprese fotografiche anche dai punti di vista non previsti (retro, lati, parti interne ecc.“ sono state tenute in conto? in particolare  quelle della CARTA 1987 DELLA CONSERVAZIONE E DEL RESTAURO. ALLEGATO D.

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Cosa chiedere a un aspirante primo cittadino - (21 ottobre 2016) PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Ferdinando Boero   
Domenica 23 Ottobre 2016 21:08

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di sabato 21 ottobre 2016]



Prima di “chi” mettere a governare Lecce, forse sarebbe bene definire “cosa” la città debba chiamare a realizzare il suo sindaco. Da una parte, sull’onda di un articolo del direttore Scamardella, alcuni esponenti della società civile hanno iniziato un dibattito di contenuti, dall’altra pare che i partiti stiano dibattendo su “chi” li debba rappresentare ma non è ben chiaro per fare “cosa”. Per poi definire anche “come” e “quando”.

Ognuno, ovviamente, ha le sue priorità. Per me, visto il mestiere che faccio (sono professore all’Università), l’Università dovrebbe essere al centro della vita cittadina. Se non altro perché rappresenta, come bilancio, la realtà economica più importante del Salento. Una città di centomila abitanti che ospita tra i trenta e i ventimila studenti (a seconda degli anni) non può non essere segnata fortemente da questa presenza. La partecipazione della città e dell’intero Salento alla vita della sua Università dovrebbe essere ben maggiore di quel che è. Si dice sempre che l’Università si chiude nella “torre d’avorio” ma spesso avviene che sia il cosiddetto territorio a non rendersi conto del patrimonio culturale che si sviluppa nel centro più importante di alta formazione. Bisogna finalmente far diventare Lecce una città universitaria. Al candidato sindaco chiederei se ha questo obiettivo e come intende realizzarlo.

Le potenzialità di questo aspetto sono enormi. Se l’Università del Salento riuscisse ad attirare studenti da tutto il bacino del Mediterraneo (abbiamo costruito l’Isufi per questo) invece che essere un ammortizzatore sociale per il territorio, si potrebbero innescare processi di internazionalizzazione dai risvolti impensabili. Lo ha detto Renzi, mi pare, e sono d’accordissimo: ogni comune dovrebbe avere un ufficio specializzato in produzione e gestione di progetti europei, in modo da utilizzare al meglio l’opportunità di questi finanziamenti. Bisogna riqualificare chi già lavora nelle amministrazioni, e bisogna formare nuovo personale che sia in grado di gestire questioni complesse. È l’Università che ha le prerogative per un’impresa del genere e si tratterebbe di un “prodotto” (l’esperto in progettualità europea) di valore nazionale, e non solo locale.

Vorrei sapere cosa intende fare, un aspirante sindaco, del progetto Lecce Capitale Europea della Cultura. Che rapporto ha la città con la cultura? Abbiamo preso zero voti. Quindi basta cultura? Ce ne dimentichiamo? O questo sonoro schiaffone ci permette di vedere più chiaro quel che non va e di progettare qualcosa di differente? Anche in questo caso l’Università dovrebbe avere un ruolo chiave, visto che è la “fabbrica di cultura” per eccellenza.

Queste potrebbero essere strategie di lungo termine, ma poi bisogna pensare anche alle contingenze, alle tattiche. Il traffico, la movida, il collegamento con le periferie, le marine, i parcheggi, i rifiuti, i servizi ai cittadini. C’è un’ordinaria amministrazione che va portata avanti. Ma quel che conta, secondo me, è la visione di medio e lungo termine. Cosa vuole diventare Lecce? Come intende proporsi a un turismo che sta diventando sempre più vivace e pervasivo? Ci piacerebbe vivere in una città dominata dai turisti, come Venezia o Firenze? Cosa proponiamo a chi ci viene a visitare? I musei della città, le chiese, i palazzi, sono all’altezza delle aspettative di un turismo qualificato? Le strutture di accoglienza sono di altissima qualità (checché ne dica Briatore). Abbiamo un immenso patrimonio reputazionale. Quando, 30 anni fa, sono partito da Genova per stabilirmi qui, i miei concittadini mi guardavano increduli: Lecce????? Ora, quando dico che sto a Lecce mi dicono: ah, Lecce! Anche i miei colleghi stranieri sanno di Lecce e sanno che è bellissima. Torno all’Università. Abbiamo attivato un corso di laurea in inglese, e vengono studenti da tutta Italia e dall’estero. Gli studenti “di fuori” emigrati qui per avere un’istruzione superiore sono entusiasti. La vita costa immensamente meno che in città come Milano o Roma, le strutture universitarie sono ottime, la città è bellissima e la gente è piacevolissima e accogliente, i dintorni sono dello stesso livello, la città è viva, pulsante. Studiare da noi è vantaggioso economicamente, se il livello dell’offerta formativa è alto. Poi vengono i genitori a “vedere come va”, e restano presi anche loro. Alta formazione, cultura, bellezza. In un contesto che funzioni.

Forse, a livello cittadino, è possibile iniziare a sburocratizzare la vita dei cittadini. Siamo già sulla buona strada. Ho fatto la carta d’identità elettronica. Sono entrato nell’ufficio comunale e dopo pochi minuti uscivo col mio documento. Mi hanno fatto anche la foto. Ah, all’aspirante sindaco chiedo che trovi un modo per incentivare la presenza di negozi. Una città senza negozi è morta. In questo senso gli immigrati ci stanno aiutando perché i loro negozi sono aperti 24 ore al giorno, o quasi. Ma la qualità deve aumentare. Se vogliamo presentarci come una città di alto livello non possiamo avere bancarelle e negozi che vendono merci di scarsa qualità. E dobbiamo riallestire il mercato dove si possano trovare prezzi competitivi per i generi alimentari, senza sacrificare la qualità. Dando anche spazio ai produttori, come avviene in diverse piazze della città che, ogni settimana, sono vivificate dal commercio dei prodotti locali.

Noi italiani siamo tutti allenatori della Nazionale di calcio, seduti comodamente sul divano. Fare davvero le cose è ben altra sfida e me ne rendo perfettamente conto. Come so che non si può scrivere un programma completo in un articolo di giornale. Però ognuno di noi deve farsi la domanda: cosa mi aspetto dalla mia città? Cosa va bene e cosa potrebbe andare meglio? La questione più importante, è inutile che si parli d’altro, è il lavoro ai giovani. Ma quello arriva se si persegue un “disegno” che apra nuove prospettive. In questo ancora la città è carente, come è carente l’intero paese. Non aspettiamo l’uomo del destino, che risolva i problemi a livello del paese intero. Noi, qui, nei prossimi anni, come pensiamo di farci carico del futuro dei nostri figli? Magari, una volta tanto, che venga dal basso il programma dei candidati. Ma, lo voglio ripetere, non voterò qualcuno che non mi dica in modo chiaro la sua “visione” per la città. E le diatribe sul nome del candidato, i giochi di potere personale, mi allontanano da chi concepisce in questo modo la politica.

 

 


Le marine leccesi Bandiera Blu – (4 ottobre 2016) PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Ferdinando Boero   
Martedì 04 Ottobre 2016 06:47

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di martedì 4 ottobre 2016]

 

E’ nato un comitato per arrivare all’ottenimento della Bandiera Blu per le marine leccesi. Parte da un’iniziativa di Ernesto Mola, lo stesso che, assieme ad altri, chiede di chiudere al traffico il centro storico di Lecce. Utopie, mi direte. Luoghi immaginari dove tutto sia perfetto. L’opposto delle distopie, luoghi immaginari (ma mica tanto) in cui non funziona niente. Ernesto ha chiamato me e Simonetta Fraschetti a parlare della possibilità di lavorare per ottenere la Bandiera Blu alle marine leccesi. Ci siamo visti, assieme ad un gruppo di sognatori, e ci siamo scambiati le nostre idee, e le nostre speranze.

Il lavoro tecnico per soddisfare i requisiti della Bandiera Blu è enorme. Prevede ad esempio che l’80% delle abitazioni sia collegato alla rete fognante. E si chiedono molte cose che, ora, nelle marine non ci sono. Ma molte altre ci sono. Non siamo nel terribile mondo di distopia, e possiamo puntare all’utopia. Riuscire a ottenere quel bollino blu, secondo me, è irrilevante. Lavorare per ottenerlo è importantissimo. Per creare un obiettivo nel lungo termine, che vada oltre il bollino. Ho parlato di Lecce Capitale Europea della Cultura. Ci ho creduto, e ho dato una mano al Sindaco, per il poco che mi è stato chiesto, sostenendo la sua iniziativa. Per me la cosa importante è la tensione verso un obiettivo, poco male se non si vince la medaglia. Chi torna senza medaglie dalle Olimpiadi non smette di allenarsi, di fare progetti per partecipazioni future.

Ecco, il rischio che vedo in questi obiettivi a breve termine è che se non si realizzano si perde entusiasmo, slancio. Ci vuole una strategia a lungo termine, e se questa porta a riconoscimenti bene, altrimenti fa lo stesso, perché sono i fatti di tutti i giorni che fanno capire che la strada è intrapresa, che la direzione è quella, che indietro non si torna.

Cultura e ambiente. Per me non c’è nulla di più importante per la città. Una città che ha chiesto l’Università quando le altre città del Salento chiedevano poli industriali. Certo, la costa è stata devastata dall’abusivismo edilizio, un abusivismo di rapina, orrendo. Frutto di una cultura che “vede” il mare per qualche settimana in estate e poi lo dimentica, fino all’estate successiva. Nel progetto di Lecce Capitale Europea della Cultura c’era una torre marinara. Non voglio commentare. Rimettere a posto le marine, farne luoghi belli da frequentare e facili da raggiungere dovrebbe essere un obiettivo per la città. Perché Lecce dista 10 chilometri dal mare e per le grandi città questa è una distanza intracittadina. La scelta di vivere al mare e di lavorare a Lecce potrebbe essere di molti, se esistesse un contesto abitabile, e se ci fossero collegamenti adeguati. La pista ciclabile sul percorso del depuratore è durata pochissimo. Devastata dai vandali e dall’incuria. Le strade delle marine si allagano. Non esiste una razionalità nel pianificare il rapporto con il mare.

La vedo dura. Ma ora voglio fare un confronto che spero non sia frainteso. Conosco Alex Zanardi e Vittorio Podestà. Hanno vinto l’oro alle Olimpiadi per diversamente abili. Sono partiti da grandi svantaggi e non si sono scoraggiati. Hanno ottenuto risultati che solo pochi “normali” riescono ad ottenere. Certo, non gareggiano contri i campioni con il corpo completo, ma sono più grandi di loro, proprio per la loro incompletezza. Ecco, se paragoniamo le marine Leccesi a Portofino o a Capri, oppure, per restare a casa nostra, a Otranto o a Polignano a Mare, la sconfitta è certa. Forse non diventeranno mai come queste città marinare, perché dietro non hanno una storia, un centro storico costruito nei secoli, ben curato, con una lunga stratificazione di interventi, tutti volti al miglioramento. Questi borghi marinari vivono della gloria del passato, e la perpetuano. Le marine leccesi non hanno un passato glorioso, ma hanno un futuro da costruire. Quel che faremo oggi sarà il patrimonio per chi verrà dopo. E non dobbiamo scoraggiarci se i risultati non arriveranno immediatamente.

Il Salento ha enormi margini di miglioramento. E ha un patrimonio naturale e culturale di grande levatura, una base da cui partire. Gli eventi sono importanti, ma fino a un certo punto. Sono un appassionato della sagra del porco, a Ortelle. Ma mi trovo sgomento di fronte a un fiorire di sagre improvvisate che hanno poco a che vedere con la cultura locale. Oggi bisogna pensare oltre i confini della nostra terra, organizzare festival di scienza, filosofia, letteratura, cinema (c’è il festival del cinema, lo so, ma è triste vedere i cinema che chiudono). Penso a un festival della cultura unificata, dove finalmente si mettano assieme le due culture, la umanistica e la scientifica, e si costruiscano ponti. E poi se non saremo Capitali della Cultura e Bandiere Blu, poco male. Non lo saremo di nome, ma cercheremo di diventarlo di fatto.


Lo Zimbarieddhu PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Augusto Benemeglio   
Giovedì 29 Settembre 2016 06:58

["Il Galatino"  anno XLIX n. 14 del 16 settembre 2016, p. 3]


Ritorno, per un paio di giorni, a  Lecce, la città dello “Zimbarieddhu”, al secolo Giuseppe Zimbalo, il più grande esponente di una dinastia di capomastri e architetti salentini, che esprime il meglio del barocco leccese, categoria dello spirito… “Qui è speciale  il taglio delle ombre – mi disse  padre Gonzales Martin, letterato, storico, meridionalista –,  per la sua chiarezza, sono ombre calde. E’ il clima che fa crescere bene gli olivi e le palme, e poi quel che ti conquista è il vivere sulla strada, sulle porte di casa, sui marciapiedi, questo vivere in strada porta la gente a dialogare ad essere più loquace e quindi disposta ad accogliere (parliamo di una ventina di anni fa, ora le cose sono cambiate, n.d.r.). E infine quei ricami di pietra che sono le chiese. Il barocco leccese è ricco volubile fiorito stravagante, una sorta di liberty, un'esplosione di follìa, libertà, gioco… Lecce ha una sua bellezza fragile e armoniosa, aristocratica, una città che si sposa col colore della sabbia, della pietra, e col verde argentato degli ulivi… ma io m’incanto a guardare il romanico, così arioso, chiaro, scabro, nudo, essenziale, con una semplicità che è adesione all’innocenza e novità al mistero. Significa farsi puri e semplici di fronte a Dio. E’ come voler veramente farsi una casa di luce, la casa del sole e di Dio, con quella line geometrica, la pulizia, che trovi anche nelle architetture rurali…”.

“Sì, è vero - sembra interloquire Guido Piovene -, Lecce conserva una qualità signorile, quasi di salotto distinto dai servizi del circondario. Se si entra nella parte vecchia, le molte chiese barocche e i palazzi barocchi, ora di faccia, ora di sghembo, in piazzette e stradine, e disposti tra loro in angoli dal gusto scenico, si direbbero una serie di piccoli teatri. Tutto sembra disposto e ornato per un lieve gioco teatrale; una commedia di Goldoni non vi stonerebbe; facciate di chiese, palazzi e i loro effetti combinati, tramandano attraverso i secoli un animo squisitamente provvisorio, quasi dovessero durare una sera sola, ma una sera che conta, forse definitiva. “Alla fine, chi smonta un po' tutto questo quadretto idilliaco è proprio un... leccese. "Sì, d’accordo, va tutto bene - interviene  Vittorio Bodini, - se parliamo di museo. Ma questa è una città che deve pulsare di vita, invece  tutto è immobile, secoli di storia e di vento, gli alberi sono tempo, gli uomini sono pietre, un lungo infinito sonno di morte", ovvero quel “quietismo” meridionale che il  poeta aveva sempre odiato. E, per finire, io che ho da dire?  Io sono un innamorato di Lecce, mi piace da morire, ma capisco anche il pensiero bodiniano.  Stavolta me la cavo con un "no comment".


La rotatoria più grande del mondo – (18 settembre 2016) PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Ferdinando Boero   
Domenica 18 Settembre 2016 08:28

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 18 settembre 2016]

 

Leggo delle vicissitudini relative alla costruzione della strada a scorrimento veloce che dovrà collegare Maglie a Leuca, la 275. Giustamente il Quotidiano richiama all’Odissea per definire la vicenda. Ricorsi a Tribunali, sentenze, impugnazioni. Non sono competente di procedure amministrative, ma mi capita spesso di usare la strada attuale. E non è adeguata. La prima cosa che mi sorprende ogni volta che la faccio è il passaggio all’interno di paesi, con imbuti viari che rallentano la percorrenza e  che deteriorano la vita di chi vive nei paesi attraversati. Troverei più che logico costruire le circonvallazioni. Le rotonde hanno eliminato molte cause di morte legate al non rispetto degli stop agli incroci. Ma tra Tricase e Miggiano, proprio nell’area della 275, è stata costruita una rotatoria che si dice sia la più grande del mondo. Forse qualche pazzo ne ha costruita una ancora più grande, ma comunque le dimensioni sono imponenti. L’architetto Mininanni ha già scritto della assurdità di alcuni percorsi stradali in Salento e non posso che concordare con lui. Pare che nella parte terminale della 275, prima di arrivare a Leuca, a San Dana, qualcuno proponga una sorta di viadotto, oppure una trincea. Opere che altereranno in modo drammatico il paesaggio di questa parte, bellissima, del Salento.

La mia impressione è che queste strade si facciano perché chi le fa guadagna un sacco di soldi, non perché ce ne sia veramente bisogno. Proprio come avviene, secondo me, anche per i porti turistici. O per l’edilizia universitaria. E per molte altre opere che richiamano sempre alle famose “cattedrali nel deserto”. Anche la Maglie Otranto, sinceramente, mi pare esagerata. L’ho percorsa recentemente, completamente deserta! Penso con orrore a possibili proposte di allargamento a 4 corsie della litoranea Otranto-Leuca. Una delle strade più belle dell’Italia intera. Certo, è stretta. Non c’è spazio per camminare, e non c’è la pista ciclabile. Ma sarebbe folle trasformarla in una strada a scorrimento veloce.

Queste strade devono servire per collegare i vari siti con percorsi che permettano di apprezzare la bellezza del territorio, le chiamerei strade panoramiche. Di questo c’è bisogno, soprattutto per accogliere anche chi vuole muoversi lentamente, come i ciclisti.

La lobby degli asfaltatori-cementificatori è forte e potente. E chiede a gran voce “grandi opere” che sono spesso sovradimensionate rispetto alle reali necessità. Non posso non ricordare due superstrade tra Lecce e Maglie. Poi c’è la superstrada che dovrebbe collegare Lecce con Taranto che è un’incompiuta da decenni. Ne esiste un brandello, che inizia dal nulla e finisce nel nulla. Andare da Lecce a Taranto dai “paesi” è impresa disperata e bisogna per forza passare da Brindisi. Quasi raddoppiando il percorso. Non esiste una linea ferroviaria che unisca le due città. Mentre per arrivare a Leuca da Lecce c’è già una superstrada ionica, che passa da Gallipoli.

La chiave di volta di tutte queste opere è la sostenibilità. Se a farle fossero dei privati, che dovrebbero guadagnare dai pedaggi, le farebbero? Probabilmente no, perché l’utenza non garantirebbe la redditività. Devono essere un servizio alla popolazione, ma devono anche rispettare l’ambiente e il paesaggio. Perché il beneficio non è solo di arrivare in un posto, è anche di avere un bel posto in cui arrivare. Se si deturpa l’area, si perde poi la motivazione per arrivarci.

Credo che sia molto necessario adeguare la 275 alle reali esigenze di traffico e alla vivibilità dei paesi ora attraversati dalla viabilità attuale. Ma tra questo e fare viadotti e gallerie ce ne corre. Queste scelte non si dovrebbero fare a seguito di ricorsi e sentenze, ma a seguito di richieste progettuali precise, che impongano criteri di sostenibilità economica e ambientale.

La sostenibilità è il cardine della crescita economica. Abbiamo per troppo tempo privilegiato la crescita del capitale economico, senza conteggiare l’erosione del capitale naturale. Non è buona economia, perché i costi per rimettere a posto i danni superano i benefici economici ricavati dall’opera. Il trucco è che i benefici sono per i privati, mentre i danni si riparano con soldi pubblici. E, spesso, a riparare i danni sono chiamati proprio quelli che li hanno provocati! Le chiamate progettuali devono essere inflessibili su questo punto. E i progetti devono contenere adeguate stime dei costi ambientali e paesaggistici dell’opera. Lo spiega Francesco in Laudato Sì: “La tecnologia che, legata alla finanza, pretende di essere l’unica soluzione dei problemi, di fatto non è in grado di vedere il mistero delle molteplici relazioni che esistono tra le cose, e per questo a volte risolve un problema creandone altri”.

Chi ha autorizzato quella folle rotonda che, ripeto, pare essere la più grande del mondo? Quanto è costata? Nell’area “circondata” dal cerchio pare ci sia spazio per un intero paese. E’ una circonvallazione di un paese che non c’è. Nel mezzo della campagna. I politici devono prendersi la responsabilità delle loro azioni e devono dare indicazioni precise su come usare il territorio che amministrano. Se gli asfaltatori hanno successo, significa che hanno convinto i politici. L’elettorato ha il dovere di chiedere conto di queste scelte.


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