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Per ricordare meglio la nostra visita a Cavallino
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Claudia Megha racconta la nostra gita culturale a Cavallino.
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Programma febbraio 2018
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Un incontro proficuo e uno spostamento (eccezionale) di sede
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Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
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Ville a Leuca PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Alessandro Laporta   
Martedì 23 Giugno 2015 16:07

["Apulia" marzo 1982]

 

Per intendere il fenomeno delle ville di Leuca bisogna rifarsi alla sua genesi e cercare di capire i motivi che spinsero tanti gentiluomini del secolo passato ad investire i propri averi nella costruzione di queste dimore così varie ed architettonicamente rilevanti da attirare interesse e curiosità. A tal fine è necessario fare un passo indietro ed andare con l'immaginazione a quei tempi lontani in cui Leuca altro non era che una landa ispida e deserta, dove scogli acuminati contendevano il suolo ad una vegetazione scarna e brulla, compressa dall'implacabile vento di scirocco ed avvilita dalla tenacia delle salse acque del mare, e dove i cavalli a mala pena sopportavano di trasportare l'uomo, incespicando per sentieri resi quasi inesistenti dalla rara frequentazione. Soli a dominare la scena, ad oriente il santuario della Madonna di Finibusterre (che dobbiamo immaginare non come è attualmente, ma piuttosto come ci appare sulla copertina di un raro libricino del canonico Pirreca, che reca la data del 1643: un androne monocuspidale di modeste dimensioni, coperto da un tetto in legno a doppio spiovente) e ad occidente la Torre Vecchia o degli Uomini Morti, stazione militare di vedetta, abitata da un pugno di uomini. Perché, allora, scegliere questo luogo dal mare bellissimo ma facilmente irascibile, caratterizzato da una natura inospitale e spesso inclemente? Ho risposto a questa domanda facendo ricorso alle suggestioni - che non esito a definire neoromantiche - che il solo pronunziare il nome di Leuca ha sempre creato e crea tuttora: suggestioni che tornano puntuali ogni qualvolta si legga una pagina di qualche scrittore sulla spiaggia salentina, e di cui anche noi abbiamo subito il fascino. Ho creduto di poter individuare così tre momenti nella storia letteraria e civile di Leuca che hanno certamente contribuito a farne un luogo particolare o addirittura unico. Innanzitutto la citazione virgiliana nel terzo libro dell'Eneide, che mi piace ricordare:

Dalla marina d'Oriente un seno
curvasi in arco, e contro ai massi opposti
delle rupi, le salse onde spumose
s'infrangono. Celato ad ogni vista
si spazia il porto interior; di cui
dall'un fianco e dall'altro un doppio muro
si protende di scogli, e dentro terra
scorge il tempio lontano (vv. 533-536)

Questi versi hanno reso Leuca nota a tutti, conferendole una dignità (è il primo approdo in Italia dell'esule equipaggio) e un ascendente storico non comune a nessuna altra località del Salento. E anche se alcuni filologi contestano l'identificazione e attribuiscono la descrizione ad altri scali, non andatelo a raccontare ad un leuchese, perché egli non vi crederà mai: solo in questa piaga, magica per cento altri motivi, può aver posato i suoi passi l'eroe virgiliano.

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L'osceno del villaggio 29. Un caffè con Max Vigneri PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Paolo Vincenti   
Sabato 09 Maggio 2015 07:08

[in "S/pagne", 3 maggio 2015]

 

“Suggestioni un po’ crepuscolari / delle sedie misto-vimini In un caldo, estivo, pomeriggio / di un barocco sud”        - Max Vigneri

 

 

Il cielo plumbeo di marzo è uno sfondo di cui farei volentieri a meno, ma è ciò che mi riserva questa mattinata leccese e mi devo accontentare. “Mentre fuori impazza il temporale, sto attento per le scale ché si può scivolare, … mentre fuori impazza il temporale, umani ed animali perfettamente uguali… Nina che danzi su una stella fra nuvole di pioggia e piene di umidità…” (Il temporale)

Ormai da noi piove sempre. L’ “Apulia sitibonda” di cui parlano le fonti storiche è solo un’immagine letteraria, la nostra regione non è più “siticulosa” come diceva Orazio, anche se rimane lo schifoso scrirocco, “atabulus”, come lo definiva lo scrittore latino, perché portava la malaria. Il calpestio dei pedoni sull’antico basolato fra il Palazzo dei Celestini e la Chiesa di Santa Croce mi accompagna mentre mi dirigo al luogo del mio appuntamento. Gente che va, gente che viene, tutti in marcia verso il giorno che inghiotte ansie e stress, rancori e umiliazioni, successi e fallimenti. Il presidente di un’associazione ambientalista, megafono in una mano e volantini illustrativi nell’altra, tiene una improvvisata conferenza su fantomatici disastri ambientali, destando gli “evviva” di uno sparuto drappello di entusiasti e  i cenni di consenso di due giapponesi in bicicletta protesi ad immortalare col loro telefonino qualsiasi infinitesimale byte di vita  si muova sotto il cielo. Ma io ho dimenticato qualcosa in macchina e, smozzicando imprecazioni, sono costretto a ritornare indietro per prenderla. Attraverso la Villa Comunale. Passo in mezzo ai viali alberati, con un’espressione ordinaria, feriale, tipica di un giorno infrasettimanale. Fra i busti di Sigismondo Castromediano e Giuseppe Libertini, Cosimo De Giorgi e Leonardo Prato, due giovani seduti su una panchina si baciano appassionatamente, i due anziani di fronte a loro li guardano bonari, e sembra la scena di una pubblicità dei baci Perugina.

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I potenziali vettori di Xylella vanno eliminati ora - (5 maggio 2015) PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Ferdinando Boero   
Mercoledì 06 Maggio 2015 15:34

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di martedì 5 maggio 2015]

 

Andando a lezione al centro Ecotekne, la struttura universitaria dove lavoro, devo attraversare dei tratti di campagna: guardo le erbe che rigogliose ornano tutti gli spazi verdi, dove crescono anche molti olivi, e vedo una sputacchina. E poi un’altra, e un’altra ancora, mi guardo attorno e su molte piante c’è la firma inequivocabile della presenza delle neanidi e ninfe di questi insetti. Si tratta di stadi di sviluppo che non sono ancora potenziali vettori di Xylella, ma presto passeranno allo stadio adulto e, presumibilmente, potranno succhiare la linfa di piante malate, infettarsi a loro volta, e poi trasmettere il batterio ad altre piante. La temperatura si sta alzando rapidamente, e magari velocizzerà la crescita degli stadi pre-adulti in stadi adulti. Non sono esperto di entomologia agraria, né tanto meno di fitopatologia, sono uno zoologo. Posso dire che eliminare questi vettori animali con gli insetticidi porterebbe a uccidere anche molti altri insetti, ad esempio le api. Ci sono insetti nocivi e ci sono insetti essenziali per il benessere della vegetazione, come, appunto, le api e gli altri impollinatori. La zoologia è una disciplina chiave anche per le pratiche agricole!

Le pratiche tradizionali di manutenzione della campagna prevedono che queste erbe siano tagliate e, un tempo, i contadini le bruciavano, stando bene attenti a non dar fuoco al resto della vegetazione. Le sputacchine potrebbero ancora sopravvivere al taglio delle erbe su cui crescono, ma non al fuoco. Forse le “buone pratiche” tradizionali potrebbero  arginare e prevenire l’infezione. Ma bisogna metterle in atto ora. E’ ora che le sputacchine si preparano a fare la loro involontaria opera di infezione, come testimonia la semplice osservazione delle campagne. Molte parti di campagna sono state trascurate e le antiche pratiche non sono più attuate su larga scala. E forse anche questa potrebbe essere la causa della presenza di Xylella nei nostri olivi. Le sputacchine ci sono sempre state, ma sempre, in passato, i contadini pulivano le loro campagne, e bruciavano le erbe. I contadini ancora attivi lo stanno facendo nei loro terreni. Ma che si fa nei terreni abbandonati? O negli spazi pubblici? Se, magari per macchinosità procedurali nell’affidamento degli appalti, le erbe saranno tagliate dopo l’emersione degli insetti adulti, sarà troppo tardi. Così, invece di tagliare le erbe su cui crescono le sputacchine, taglieremo gli olivi.  Oppure spargeremo insetticidi dovunque, con effetti negativi su il resto della fauna, dagli insetti “buoni” ai predatori degli insetti “cattivi”.

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Ritratti salentini 6. Giuseppe Castiglione PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Augusto Benemeglio   
Sabato 02 Maggio 2015 17:35

["Il filo di Aracne, anno X n. 2, marzo-aprile 2015, pp. 27-29]

 

Nessuno a Gallipoli pianse la morte di  Giuseppe Castiglione, avvenuta il 14 luglio 1866, nella sua povera casa sita sul versante di scirocco della “città bella”, alle spalle della cattedrale, dopo lunga e dolorosa ( atroce)  malattia, per un cancro alla gola che gli impedì, negli ultimi giorni, non solo di parlare, ma perfino di deglutire: soffriva in modo tale che scrisse su un bigliettino al medico, Emanuele Garza, che ogni tanto lo veniva a visitare: “ Dottore se lei non mi uccide commette un delitto”.

Non lo piansero neppure le donne che lo assistettero fino all’esalazione dell’ultimo respiro :  la moglie Fortunata Lucia Cingoli, una popolana che aveva sposato  segretamente nel 1842 ( il matrimonio fu reso pubblico solo quindici anni dopo) , e la figlia Ernestina , magra, smunta, misera, sfiorita , già minata dalla tisi, che morirà l’anno dopo, a soli venticinque anni. E forse nemmeno il figlio Emilio Andrea, che se ne era scappato di casa anni prima per arruolarsi volontario nei garibaldini , e morirà  a Digione, nel 1870, combattendo per  i francesi.

Non lo piansero nemmeno i parenti nobili, i Briganti (sua nonna Vincenzina era figlia del famoso Tommaso, giureconsulto di statura  europea, che aveva dato lustro a Gallipoli e all’Italia), a partire dal cugino Domenico che, da Sindaco di Gallipoli,  aveva fatto di tutto per farlo uscire dal suo endemico stato di bisogno economico, senza riuscirvi, per assoluto menefreghismo da parte di Castiglione, che si considerava un bohemien, un artista, e voleva vivere  come tale, pur avendo moglie e figli  da mantenere. Certamente non lo rimpiansero gli altri intellettuali dell’aristocrazia gallipolina, per i suoi continui cambi di bandiera, dal punto vista politico. Politica che non aveva mai ben compreso, tanto da far dire a Emanuele Barba – che pure lo stimava come poeta – che in lui “ non albergarono mai gli alti sentimenti di carità verso il prossimo , e di fraterno affetto”, alludendo al fatto che non si era  allineato con un partito progressista e umanitario di quel tempo.

E men che meno lo pianse il popolino, verso cui si era dimostrato democratico solo per chiedere soldi in prestito, o far crediti dai fornitori. Era debitore verso tutti, dal lattaio al verduraio, dal panettiere al macellaio, aveva chiesto soldi perfino al bidello della scuola dove di tanto in tanto faceva qualche lezione Tutti, o quasi, a Gallipoli, vantavano un piccolo credito nei confronti di “don Pippi” Castiglione . Insomma era riuscito nella non facile impresa di essere da tutti considerato un fallito e un parassita, a trecento sessanta gradi.

Eppure Giuseppe Castiglione è stato senza alcun dubbio uno dei pochi scrittori di talento dell’Ottocento gallipolino. Ha scritto romanzi importanti come “Roberto il Diavolo”, dramma storico nel pieno filone romantico dei maggiori scrittori del tempo (Tommaso Grossi, Cesare Cantù, Giuseppe Guerrazzi, per non parlare del Manzoni che sicuramente il Nostro conosceva bene tanto da dedicargli un’ode assai enfatica e mediocre), che rievoca il famoso assedio dei veneziani a Gallipoli  avvenuto nel maggio del 1484. Il romanzo era stato pubblicato dalla più importante casa editrice napoletana , la Vaspandoch , che aveva messo in stampa in tre tomi – odi , odi! – nientemeno che i “Promessi sposi” di  Alessandro Manoni   (va detto che allora non esistevano i diritti d’autore) ed aveva ottenuto un buon successo di critica e di pubblico, tanto da far scrivere al  Castiglione,  - che sembrava ormai avviato verso una luminosa carriera di romanziere - : “ Ecco, vedo coronato il mio sogno, vivere solo di letteratura”. Ma allora sperare di vivere facendo lo scrittore era pura utopia: perfino Leopardi non ci riuscì, ma anche lo stesso conte Manzoni , che non aveva problemi economici , quando volle stampare in proprio ,  ci rimise di tasca una somma piuttosto cospicua, ben centomila lire di quell’epoca.

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Paesaggio non è natura, cultura non è coltura, ma tutto si unisce nell’olivo - (1° maggio 2015) PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Ferdinando Boero   
Sabato 02 Maggio 2015 07:32

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di venerdì 1° maggio 2015]

 

C’è una bella differenza tra natura e paesaggio, ma in Italia non è percepita. Mi fa sorridere il Parco Nazionale delle Cinque Terre. Un posto bellissimo, ma tutto coltivato. I terrazzamenti e le viti a strapiombo sul mare formano un paesaggio unico al mondo, ma non sono motivo sufficiente per istituire un parco naturale. Un parco naturale protegge la natura dalle contaminazioni prodotte dall’uomo, anche quelle a fin di bene. Il paesaggio è un bel giardino, la natura è una foresta vergine: c’è una bella differenza! L’articolo 9 della nostra Costituzione, che salvaguarda il paesaggio ma non la natura, è dimostrazione di carenza culturale. Ci vorrebbero i parchi paesaggistici e i parchi naturali. Gli olivi del Salento sono una delle componenti più nobili del paesaggio italiano, sono una forma di cultura, la cultura di chi li ha piantati secoli e secoli fa e che ancora ci parla attraverso i suoi alberi, i suoi muri a secco: tagliarli significa sradicare una cultura, qualcosa di molto diverso da una semplice coltura. Gli olivi coltivati vivono oltre duemila anni e, quando raggiungono le età e le dimensioni degli olivi del Salento, non sono più alberi, sono monumenti viventi. Al taglio di un albero di seicento anni non si rimedia piantandone un altro, come si potrebbe fare con altri alberi da frutto. Si distrugge la storia. Lo abbiamo già fatto, con le foreste di lecci, e quella era la storia naturale, ora passiamo a distruggere la nostra stessa storia, la nostra cultura.

Il Salento ha attirato molte attenzioni, in questi ultimi anni. E quando si è sotto i riflettori si esaltano le qualità (come il museo Faggiano, finito sulla prima pagina del New York Times) ma anche i problemi. E, oggi, il problema dei problemi si chiama Xylella, un batterio che ha attaccato gli olivi del Salento. Non ci sono molti specialisti di Xylella come patogeno dell’olivo: la sua presenza negli olivi è una novità. Le informazioni e le conoscenze sono poche, e discordanti. Nel dubbio, si fermano tutte le importazioni dal Salento e in Salento, per far vedere che si fa qualcosa, si inizia a sradicare un po’ di alberi.

Non abbiamo mai visto morire un olivo, ho sentito dire da un olivicoltore. E’ una frase che mi ha colpito molto. Gli olivi si possono uccidere, certo, basta sradicarli. Ma non muoiono. Hanno centinaia di anni, continuano a crescere, e non li uccide il fuoco, se si tagliano poi ricrescono. Un patogeno che li uccide è una novità assoluta… non abbiamo mai visto morire un olivo! Non so cosa consigliare, ovviamente. Ma mi impensierisco a vedere quante versioni differenti stiano scaturendo dalla fantasia di tutti quelli che si attribuiscono le competenze di prendersi cura di queste faccende. Posso dire che non mi fido? Ci sono già troppe esperienze pregresse di gente che “ha marciato” sulle emergenze. Ricordate l’influenza aviaria? Abbiamo preparato milioni di dosi di vaccino. Sembrava che dovessero morire decine di migliaia di persone se non si arginava la cosa. Il vaccino è stato prodotto (e pagato con fondi pubblici) ma mai distribuito: la bolla si è presto sgonfiata. Quest’anno l’influenza ha ucciso molte più persone di quante ne abbia ucciso l’aviaria (da noi). Se ne sono andati in molti, e nessuno ha detto niente. Forse non c’era una macchina simile a quella dell’aviaria, pronta per trar vantaggio dalla situazione.

Qualcuno dice che Xylella è stata portata in Salento durante un convegno e poi è fuggita… cose del genere si dicono anche dell’AIDS e di molte altre malattie. Gli untori manzoniani ovviamente spargevano la peste. Si vuol sempre dare la colpa a qualcuno, quando arriva qualche calamità. Ma se nessuno ha mai visto morire un olivo significa che i patogeni che li fanno morire non si erano mai visti.

Tendo a diffidare di chi ha bell’e pronta una soluzione miracolosa. Anche nel mondo scientifico, nelle aree di frontiera, quelle dove ancora la conoscenza non è ben stabilita, si possono fare gravi errori. E chi non ha dubbi e propone i miracoli, anche se è uno scienziato, forse non va preso troppo sul serio. Prima di sradicare migliaia di alberi secolari o addirittura millenari bisogna essere ben certi che sia questa la soluzione. Non credo che ci sia questa certezza. L’eutanasia degli olivi, soprattutto quelli pluricenteneari, è un male. E non siamo certi che sia necessario. Gli olivi del Salento, essendo parte del paesaggio italiano, sono difesi dall’Articolo 9 della Costituzione. Abbatterli è anticostituzionale.

 


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