Dove si tengono le lezioni
Tutte le lezioni, eccetto il Corso di Informatica, allogato presso l'Istituto Immacolata, si tengono presso il Museo civico "Pietro Cavoti" in Piazza Alighieri 51 a Galatina. 
Programma dei mesi di settembre-ottobre-novembre-dicembre 2014
Tutte le attività dell’Università Popolare “Aldo Vallone Galatina si svolgono presso la sede del Museo civico "Pietro Cavoti", Piazza Alighieri 51 a Galatina, con inizio alle ore 18.00 (salvo... Leggi tutto...
Convocazione del Consiglio Direttivo di mercoledì 15 ottobre 2014, h. 18.00
Si convoca il Consiglio Direttivo dell’Università Popolare Aldo Vallone Galatina il giorno mercoledì 15 ottobre 2014, alle h. 18.00, presso il Museo civico "Pietro Cavoti", in Piazza Alighieri 51... Leggi tutto...
Viaggio a Troia-Lucera-Faeto-Bovino 1-2 novembre 2014
Programma SABATO, 1° novembre 2014 H. 07.00 Partenza da Galatina (raduno nei pressi della Chiesa di San Sebastiano in Viale Don Bosco). H. 12.00 Arrivo a Troia e pranzo al sacco autogestito.... Leggi tutto...
Inizio dei Corsi
Si avvisano i Soci e gli Amici dell'Università Popolare Aldo Vallone Galatina... Leggi tutto...
Regolamento dei Corsi (approvato dal Consiglio direttivo del...
Regolamento dei Corsi dell’Università Popolare Aldo Vallone Galatina  ... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010, nasce il sito dell'Università Popolare "Aldo Vallone" di... Leggi tutto...
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Ritratto di Donato Moro: Un convegno presso l’Università Popolare Aldo Vallone Galatina PDF Stampa E-mail
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Scritto da Erika Albanese   
Giovedì 27 Marzo 2014 08:56

["Il Galatino" XLVII n. 5 del 14 marzo 2014, p. 2]

 

Il 14 Febbraio scorso presso la sede dell’Università Popolare Aldo Vallone Galatina si è svolto un convegno su Donato Moro occasionato dalla presentazione del libro a lui dedicato: Umanesimo della terra, studi e memorie di Donato Moro a cura di Giuseppe Caramuscio, Mario Spedicato e Vittorio Zacchino, Edizioni Grifo 2013. Hanno preso parte al dibattito Vittorio Zacchino, coordinatore della serata, Giovanni Leuzzi, studioso di storia locale, e Egidio Zacheo, ricercatore presso l’Università di Scienze della Formazione e Scienze Politiche e Sociali.

Gianluca Virgilio, in qualità di presidente dell’Università Popolare, ha presentato gli ospiti, dando poi la parola a Vittorio Zacchino, e chiedendo a lui e agli altri ospiti di “disegnare” un ritratto di Donato Moro, di cui è bene che i giovani conoscano l’opera.

Zacchino ha presentato il libro, che si apre con le testimonianze di alcuni amici di Donato Moro e con l’illustrazione dei suoi interessi. Egli ha spiegato che il volume è stato fortemente voluto non solo dai curatori, ma anche da Maria Marinari, moglie di Donato, presente in sala. Nel libro – ha ricordato Zacchino – è citato il conferimento della Cittadinanza Onoraria di Otranto a Moro nel maggio  2013. Inoltre,  Zacchino ha elencato i nomi di coloro che hanno dato il loro contributo alla redazione del volume: Alessandro Laporta, Giancarlo Vallone, Beatrice Stasi, Biagio Virgilio, ecc.

Terminata la descrizione del libro, Zacchino ha illustrato la personalità politica di Donato Moro dipingendolo come uomo animato da un grande spirito di servizio. A soli 39 anni infatti aveva già alle spalle 8 anni come assessore provinciale.

La parola è passata poi a Giovanni Leuzzi, che aveva conosciuto molto bene Moro. Moro – dice Leuzzi -, era un uomo “integro e integrale” e fermo nelle sue convinzioni. Nel 1995, quando Prodi rende pubblico il progetto dell’”Ulivo”, Moro decide di essere il referente del Collegio Camerale di Galatina. Questa città – dice Leuzzi con un certo rimpianto - era la capitale del Salento fino all’epoca di De Maria e Vallone. Interessante il confronto che Leuzzi istituisce tra il modo di intendere la politica di De Maria e quello di Moro. Il primo si considera un sacerdote laico e appena il vescovo gli propone di diventare dirigente della democrazia cristiana, egli accetta immediatamente come fosse la sua missione di vita, che porterà a termine solo con la morte. Per Moro, invece, “l‘impegno politico è utile, non necessario, a tempo, tanto che bisogna sempre essere pronti a lasciare il campo ad altri”.

Un altro aspetto approfondito da Leuzzi è il rapporto tra Donato e la sua famiglia. Molte fonti certificano che fosse imparentato con Aldo Moro, suo testimone di nozze nel 1951. Proprio da Aldo, Donato aveva ereditato un grande spirito di apertura al dialogo e al confronto. La famiglia di Moro apparteneva al ceto umile. Sua madre, addirittura, era analfabeta, ma nonostante ciò aveva fatto di tutto per dare una cultura al figlio. Altri, come Zeffirino Rizzelli non credevano nell’origine galatinese di Aldo Moro.

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L’umanesimo integrale di Donato Moro PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Giovanni Leuzzi   
Giovedì 06 Marzo 2014 09:39

Cultura, laicità e impegno politico in un civis galatinus del nostro tempo

 

[in Umanesimo della terra. Studi in memoria di Donato Moro, a cura di Giuseppe Caramuscio, Mario Spedicato e Vittorio Zacchino, Edizioni Grifo, Lecce 2013]

 

Conobbi, tra il ’95 e il ’97, un galatinese già anziano, dal tratto bonario e spesso paterno, concreto e di poche parole, fermo nelle sue convinzioni, ma aperto al dialogo e capace di ascolto; chi non lo conoscesse già non poteva avvertire che egli era uno dei grandi cittadini di Galatina della seconda metà del ‘900. Ed è bene che la sua città non lo dimentichi: io, da parte mia, non posso fare altro che dedicargli questo scritto, che ha per me, e così vorrei fosse valutato dai lettori, il valore di una dovuta testimonianza di memoria e riflessione.

Pur avendo studiato ed insegnato per molti anni nelle scuole superiori di Galatina, ho conosciuto Donato Moro solo negli ultimi anni della sua vita, quelli caratterizzati  dal suo ritorno ad un impegno diretto nella vita politica ed amministrativa. Certo, di lui avevo sentito parlare, soprattutto con riferimento alla sua alta funzione di ispettore centrale della Pubblica Istruzione, cui il mondo della scuola galatinese e della provincia si rivolgeva per avere indicazioni e suggerimenti; ne avevo anche sentito parlare in famiglia, dato che egli abitava, e la moglie vi abita ancora, in via Liguria, oggi civico 26, in una palazzina “degli impiegati”, un po’ più avanti di quella in cui andavo ogni tanto a trovare la zia Concettina Leuzzi e suo marito Menotti Mazzarella, entrambi maestri e genitori di Maria, per tanti anni apprezzata docente di matematica al Liceo Colonna.

Il fatto che non avessi mai avuto a che fare con lui favorì tra di noi, che, pur provenendo da esperienze e culture politiche assai diverse, ci incontravamo nel ’95 nel segno dell’Ulivo di Romano Prodi, un rapporto libero, non condizionato, direi quasi alla pari, se non fosse stato per la differenza di età e per il rispetto naturale che la sua figura ispirava negli interlocutori, che mai però avvertivano il peso di una ben più profonda cultura e di un profilo  così alto nella professione, nelle lettere e nella vita civile.

In effetti il distacco di Moro dalla politica ad alto livello durava da circa trenta anni, ed era stato scandito dal suo rifiuto a ricandidarsi per il Consiglio Provinciale di Lecce verso la fine del ‘64.

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La storia di Galatina, un patrimonio culturale da tutelare PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Francesco Luceri   
Mercoledì 05 Marzo 2014 20:43

Per iniziativa dell’Università Popolare Aldo Vallone

 

Nel ricco calendario d’incontri dell’Università Popolare “Aldo Vallone” Galatina anche quest’anno è presente il corso sulla Storia di Galatina organizzato da Francesco Luceri e Giovanni Vincenti. A ragione del successo conseguito nel precedente anno accademico, i curatori hanno riproposto un breve, ma altrettanto incisivo, percorso sulla storia della nostra città, avvalendosi della collaborazione di studiosi, docenti e ricercatori competenti in diversi settori. Nello scorso anno, partendo dall’età orsiniana e giungendo al Risorgimento nazionale, i vari esperti hanno illustrato la storia di Galatina lungo un percorso progressivo suddiviso in gruppi tematici: le vicende storiche, l’arte, l’architettura, la cultura e i galatinesi illustri. È stato, dunque, possibile approfondire o in parte scoprire ex novo la storia della nostra città, interrogando i monumenti-documenti ancora presenti, ponendo interrogativi aperti o riscoprendo galatinesi illustri ma sconosciuti ai più. Tra i relatori intervenuti nel corso del precedente anno accademico e che, anche in quest’anno coadiuva gli organizzatori del corso, il prof. Giancarlo Vallone ha tenuto quattro lezioni di inquadramento storico generale: L’età orsiniana, L’età dei Castriota, Gli Spinola duchi di San Pietro in Galatina e L’Ottocento galatinese prima e dopo l’Unità. A queste si è aggiunto un incontro, tenuto sempre dallo stesso Vallone, su Il tarantismo e il culto paolino di risanamento. A questi incontri di introduzione storica hanno fatto da corollario ed approfondimento una serie di lezioni tenute da altri autorevoli studiosi. L’architetto (nonché studioso di storia locale) Mario Cazzato, nella sua lezione La Basilica di Santa Caterina d’Alessandria, ha affrontato e si è interrogato sui nodi irrisolti e sugli ultimi studi riguardanti la basilica orsiniana. Sempre il dott. Cazzato ha, poi, relazionato su La pittura nel Settecento e su Lo sviluppo urbanistico di Galatina. Un approfondimento interessante è stato svolto dall’architetto Adriano Margiotta su L’assetto urbanistico di Galatina tra XIV e XV secolo. La prof.ssa Pia Italia Vergine (ricercatrice in Bibliografia e Biblioteconomia presso la facoltà di Beni Culturali dell’Università del Salento) ha tenuto un’interessante lezione su Gli incunaboli della biblioteca “Pietro Siciliani” di Galatina, facendo emergere l’importanza della stessa per la ricchezza libraria che conserva. Altri approfondimenti sulla storia artistico-architettonica della nostra città sono stati tenuti dalla dott.ssa Antonella Perrone (I Battenti di Galatina) e da Giovanni Vincenti (Arte e cultura a Galatina nel Seicento, L’architettura a Galatina nel Settecento).

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Fernando Rausa, il poeta di Poggiardo PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Paolo Vincenti   
Martedì 11 Febbraio 2014 07:53

Riscoperto da qualche anno,  Fernando Rausa (1926-1977) è poeta dialettale che si nutre di quei valori universali che hanno radici forti nella sua  terra amara e desolata (come per il titolo di una sua raccolta: “Terra mara e nicchiarica”), amata con l’amore e con la rabbia, con l’entusiasmo e il disinganno, che nel poeta fanno tutt’uno in un canto vibrante appassionato lirico. Quei valori universali danno consistenza alla sua poesia accorata e sincera, spontanea ma non bozzettistica, che noi leggiamo oggi in due raccolte di versi pubblicate per il tramite del Comune di Poggiardo, dal figlio di Fernando, Paolo, insegnante, scrittore nonché raffinatissimo e versatile operatore culturale che vive in provincia di Milano. Come tributo d’affetto e filiale devozione nei confronti di quel padre forse troppo presto perduto, egli ha curato entrambe le antologie di Fernando Rausa. La prima, “Terra mara e nicchiarica”, pubblicata con Manni nel 2006, prende il titolo a prestito dal primo verso della lirica “L’oru de lu sud” e  vanta una prestigiosa prefazione di Donato Valli,  mentre sulla copertina campeggia un’opera di Franco Gelli, “Materiali salentini”. “Dedico questo libro a tutti coloro che soffrono l’inumano e discriminante concetto sociale dell’uomo ‘caino’” è scritto sulla prima pagina del libro.  Apprendiamo da Paolo Rausa, nella “Nota del curatore”, che  Fernando Rausa nasce a Poggiardo il 3 gennaio del 1926 e qui vive, salvo una breve parentesi come emigrante in Argentina dal 1950 al 1951. Di  famiglia operaia, ultimo di cinque figli, non riesce a studiare ed è poeta autodidatta. Trova però il modo di forgiare i propri strumenti espressivi in occasioni conviviali quali feste famigliari, matrimoni, battesimi, nei quali improvvisa molti brindisi con profusione di  facili rime. Salaci battute e motti di arguzia offrono il destro al poeta in erba per creare i primi componimenti conditi da buona dose di ironia e divertimento.  Ma poi si rivolge a temi più seri ed impegnati ed escono le raccolte “Poggiardo mia” e “L’occhi ‘ntra mente” nel 1969, poi “Fiuri… e culuri”nel 1972 e infine “Guerra de pace” nel 1976. Scrive anche un romanzo d’amore, tuttora inedito. Muore, come già scritto, nel 1977. La seconda raccolta pubblicata dal figlio Paolo è “L’Umbra de la sira”, per le Edizioni Atena nel 2009. In copertina, una bellissima opera di Antonio Chiarello, “Lo spazio e il tempo”. Questo libro, sempre patrocinato dal Comune di Poggiardo, reca una Prefazione di Rita Pizzoleo “L’ombra della sera. Un uomo diventato Poeta” , una Nota del curatore, “Dal microcosmo del paese natale alla comprensione del destino umano” ed inoltre,  a margine della silloge, delle utilissime “Annotazioni” di Rita Pizzoleo che, come la traduzione in lingua italiana in calce alle poesie, aiutano la comprensione dei testi ma permettono soprattutto una maggiore fruizione degli stessi ( e in questo, avrà avuto la sua parte il fatto che lo stesso curatore Paolo sia residente da decenni in Lombardia).

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Come stanno le cose… 10. La pergola di Galatina (otto anni dopo!) PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Gianluca Virgilio   
Martedì 04 Febbraio 2014 16:20

["Il Galatino" a. XLVII, n. 2 del 31 gennaio 2014, p. 4]

 

Qualche anno fa ebbi modo di segnalare sulle pagine de “Il Galatino” del 19 marzo 2006 prima, e poi nei miei Scritti cittadini (2008),  in un articolo dal titolo Quando la “Città del vino” recide la vigna… , un fatto di minima cronaca cittadina.

Che cosa era successo? Un pergolato bicentenario, un vero monumento vegetale, simbolo dell’età fastosa della vignetazione (gli anni post-unità d’Italia), era stato reciso con la motivazione, secondo la vox popoli, che impediva i lavori di ristrutturazione del Convitto Colonna, detto anche il Convento dei Domenicani. Chi legga quella pagina potrà apprendere quale proposta, punitiva, ma anche redentiva, avanzavo: “Propongo al giudice di competenza territoriale che ordini al mandante del misfatto di ripiantare nello stesso posto una nuova vigna, con l’obbligo di educarla vita natural durante, accompagnato dall’esecutore materiale della recisione, quest’ultimo con l’obbligo di innaffiarla per i primi dieci anni dall’impianto. Mi sembra giusto!”.

Da quei giorni sono passati otto anni, almeno tre amministrazioni si sono succedute, molti giudici sono andati e venuti da Galatina – fino alla chiusura del Tribunale -, molti cittadini sono nati e molti sono morti, e la pergola è là, al suo posto, alta dieci metri sul piano stradale di via Cafaro, arrampicata, come una volta, sul loggiato del Convitto Colonna come una ragnatela spezzata su una parete annerita.

La vigna, s’intende, è sempre la stessa di otto anni fa, ma il suo tronco reciso, in primavera non ha portato linfa ai tralci e le foglie non sono spuntate sui rami e tanto meno i grappoli d’uva (i vecchi dicono che era un’uva saporitissima). Il fatto è che, una volta recisa, nessuno si è curato di toglierla via di là e farne legna da ardere. Né ora potrebbe servire a quest’uso, perché si è talmente infracidita che se vi si appoggiasse un piccione, di quelli che garriscono sulla Chiesa dell’Immacolata, il tronco gli si sbriciolerebbe sotto le zampe. E allora, la vigna che ci sta a fare ancora in quel luogo? Semplice incuria, si dirà.

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