Assemblea dei Soci dell’Università Popolare Aldo Vallone Galatina martedì 23 settembre 2014
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Regolamento dei Corsi (approvato dal Consiglio direttivo del 2 settembre 2014)
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Come stanno le cose… 10. La pergola di Galatina (otto anni dopo!) PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Gianluca Virgilio   
Martedì 04 Febbraio 2014 16:20

["Il Galatino" a. XLVII, n. 2 del 31 gennaio 2014, p. 4]

 

Qualche anno fa ebbi modo di segnalare sulle pagine de “Il Galatino” del 19 marzo 2006 prima, e poi nei miei Scritti cittadini (2008),  in un articolo dal titolo Quando la “Città del vino” recide la vigna… , un fatto di minima cronaca cittadina.

Che cosa era successo? Un pergolato bicentenario, un vero monumento vegetale, simbolo dell’età fastosa della vignetazione (gli anni post-unità d’Italia), era stato reciso con la motivazione, secondo la vox popoli, che impediva i lavori di ristrutturazione del Convitto Colonna, detto anche il Convento dei Domenicani. Chi legga quella pagina potrà apprendere quale proposta, punitiva, ma anche redentiva, avanzavo: “Propongo al giudice di competenza territoriale che ordini al mandante del misfatto di ripiantare nello stesso posto una nuova vigna, con l’obbligo di educarla vita natural durante, accompagnato dall’esecutore materiale della recisione, quest’ultimo con l’obbligo di innaffiarla per i primi dieci anni dall’impianto. Mi sembra giusto!”.

Da quei giorni sono passati otto anni, almeno tre amministrazioni si sono succedute, molti giudici sono andati e venuti da Galatina – fino alla chiusura del Tribunale -, molti cittadini sono nati e molti sono morti, e la pergola è là, al suo posto, alta dieci metri sul piano stradale di via Cafaro, arrampicata, come una volta, sul loggiato del Convitto Colonna come una ragnatela spezzata su una parete annerita.

La vigna, s’intende, è sempre la stessa di otto anni fa, ma il suo tronco reciso, in primavera non ha portato linfa ai tralci e le foglie non sono spuntate sui rami e tanto meno i grappoli d’uva (i vecchi dicono che era un’uva saporitissima). Il fatto è che, una volta recisa, nessuno si è curato di toglierla via di là e farne legna da ardere. Né ora potrebbe servire a quest’uso, perché si è talmente infracidita che se vi si appoggiasse un piccione, di quelli che garriscono sulla Chiesa dell’Immacolata, il tronco gli si sbriciolerebbe sotto le zampe. E allora, la vigna che ci sta a fare ancora in quel luogo? Semplice incuria, si dirà.

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Mario Marti, cento anni di sapienza e sentimento PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Antonio Mele/Melanton   
Lunedì 03 Febbraio 2014 11:45

Diario di un nuovo incontro con il Magnifico alla vigilia del 2014

 

 

["Il Galatino" a. XLVII, n. 2 del 31 gennaio 2014, p. 5]

 

Lecce, lunedì 30 dicembre 2013, fra pomeriggio e sera.

Sono passati più di tre anni dal nostro precedente incontro, ma è come se riprendessimo i discorsi di allora senza alcuna interruzione temporale.

È la vigilia di Capodanno, e insieme al direttore Rossano Marra e a mia moglie Teresa, com'era già avvenuto nell'estate del 2010, abbiamo nuovamente il piacere di essere qui, nella bella casa del prof. Mario Marti e della sua gentile e amabile signora Franca.

Nell’ormai familiare salotto dove ci sistemiamo, tornano ad ammiccare dalle pareti alcuni ritratti d’autore del nostro sempreverde amico e maestro, fra cui uno, luminoso e intenso, firmato da Antonio Massari.

Sembra davvero che il tempo non sia passato. Forse il tempo – come ho già scritto – è davvero un’opinione. Non essendo fatto semplicemente di giorni, mesi, e anni. Ma piuttosto di sentimenti e passioni.

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Un giornale per la città PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Gianluca Virgilio   
Sabato 25 Gennaio 2014 08:23

["Il Galatino" a. XLVII, n. 1 del 17 gennaio 2014, p. 1]

 

Passate le feste, rimane una bella notizia già annunciata dal nostro direttore Rossano Marra nell’ultimo numero di dicembre 2013: “Il Galatino” continuerà a vivere. Merito suo, certamente, ma occorre anche ringraziare l’associazione Inondazioni per il salvataggio del giornale galatinese, a cui così si consente di varcare la soglia del suo quarantasettesimo anno di vita.

Quando, ogni quindici giorni, ciascuno di noi legge questo giornale, non si rende esattamente conto di quello che esso significhi per la nostra città, perché, una volta letto, come tutti i giornali, anche “Il Galatino” va a finire tra la carta da macero. Ma a me qualche tempo fa è capitato di avere sotto mano l’intera raccolta de “Il Galatino” dal 1968 ad oggi, che ho sfogliato pagina dopo pagina per certe mie ricerche: posso assicurare che la sensazione è quella di chi fa un tuffo nella storia recente della nostra città, di cui si menzionano fatti, idee, progetti, persone, ecc. Da questa mia esperienza ho dedotto che “Il Galatino” costituisce per Galatina un bene comune che occorre salvaguardare, perché contiene in sé gli annales del nostro passato e della nostra memoria. Certo, una memoria da interpretare, da vagliare, da considerare sempre con spirito critico; ma esiste una memoria oggettiva e asettica? Talvolta anche in ciò che si passa sotto silenzio c’è un dato di realtà degno di essere interpretato. Insomma, “Il Galatino” non è stato il migliore dei giornali possibili, ma neppure Galatina è stata la migliore delle città possibili; ed il giornale ne è sempre stato lo specchio fedele.

L’occasione del rilancio del giornale è ottima per avviare una riflessione su come possa avvenire quel salto di qualità da molti auspicato: da specchio fedele di una città semiaddormentata a pungolo del cambiamento cittadino. Del resto, se si guarda alla storia di questo giornale, ci si accorge che esso è nato proprio per accompagnare e incoraggiare tale cambiamento, e che dunque nel suo dna è presente un forte proposito innovativo. Non dimentichiamo che “Il Galatino” fu promotore di campagne importanti sul piano cittadino, come quella per la nascita del Liceo Scientifico, per l’istituzione della Facoltà di Agraria a Galatina, per l’aeroporto civile, contro la turbogas, ecc. E oggi? Che cosa propone “Il Galatino”? Quali campagne di stampa si sente di intraprendere? In quale direzione vuole orientare l’opinione pubblica? Quali sono i suoi interessi?

Penso che un giornale quindicinale che si limiti a raccontare la notizia non abbia ragione d’essere. Per questo bastano le testate giornalistiche locali online. Un quindicinale deve avere un’altra vocazione. Lasciatemelo dire: deve avere una vocazione politica. Con ciò si vuol dire che “Il Galatino” deve fare delle scelte precise non certo di natura partitica, bensì mirando all’utile della cittadina della quale si dichiara, fin nel titolo, la voce; “voce attiva, e cioè registra e discute, lancia iniziative e accoglie ben volentieri quelle che contribuiscono a fare di Galatina e del suo hinterland un centro propulsore di vita, di lavoro e di cultura”, secondo le parole scritte da Antonio Antonaci nell’editoriale del primo numero de “Il Galatino” il 23 dicembre 1968.

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Movida sì, ma con judicio! – (10 gennaio 2014) PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Ferdinando Boero   
Domenica 12 Gennaio 2014 09:07

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di venerdì 10 gennaio 2014]

 

Non mi pare che solo Gerard Depardieu abbia protestato contro la movida. Conosco diversi abitanti del centro storico leccese esasperati dal rumore notturno sotto le proprie abitazioni, per non parlare dei vicoli trasformati in gabinetti a cielo aperto e delle bottiglie di birra abbandonate dappertutto. La nettezza urbana fa un lavoro egregio e, ogni mattina, il centro storico è di nuovo tirato a lucido, ma si sono dovuti mettere cancelli per limitare l’accesso al vicolo che gira attorno al teatro greco. Bere tanta birra fa fare tanta plin plin, e a volte lo stimolo è irrefrenabile.

Il problema non è solo leccese. A Roma il Campo dei Fiori diventa un campo di battaglia, la notte, e la Scalinata di Trinità dei Monti assomiglia ad un bivacco, dopo una certa ora. E’ lo stesso fenomeno che riscontriamo sulle nostre spiagge, dove i decibel assordanti non sono dovuti alle mareggiate che fragorosamente si infrangono sulle scogliere.

Sembra che sia impossibile divertirsi senza fare rumore, senza ubriacarsi. Certamente, mi fa molto piacere vedere il centro storico “vivo” negli orari notturni e la densità di locali è un ottimo segno. Li frequento anche io e sarei insincero nel dire che mi danno fastidio. Ben vengano. Però, se ci deve essere rumore, è bene che i locali siano insonorizzati in modo impeccabile: chi vuole sentire i decibel non li può imporre a chi non li vuole sentire. E se uno abita in un certo posto, non può certo “andare un po’ più in là”. 
Ho letto che Depardieu avrebbe voluto rilevare il locale sotto casa sua e trasformarlo in una sorta di caffè letterario, dove stare fino ad ora tarda in un ambiente rilassato e tranquillo. Comprendo che non sia possibile trasformare tutti i pub in caffé letterari, ma qualche soluzione bisognerebbe trovarla. Il viale degli studenti è stato trasformato in una sorta di rambla di Barcellona. Due strade per i veicoli a motore, con al centro un grande marciapiede dove poter passeggiare. Peccato che, su questo grande marciapiede, non ci sia niente che possa attirare un passeggio notturno che, vista la localizzazione, forse non darebbe fastidio a nessuno. Il vagare per la città, di locale in locale, permetterebbe di uscire da Porta Napoli e rientrare da Porta Rudiae, limitando alla rambla le attività più rumorose, in modo che l’impatto acustico non impatti sui timpani di chi vorrebbe dormire.  I locali rumorosi si potrebbero mettere in certe aree, e in altre si potrebbero mettere locali a basso impatto acustico. Frequento spesso un locale dove, ogni tanto, si “fa festa”. Siamo diventati tutti amici e, magari anche a ora tarda, capita che gli avventori si mettano a ballare e a cantare, seguendo musiche a volume non proprio basso. Non sono un ballerino, ma mi piace vedere le evoluzioni di improvvisati Joachim Cortez. Se esco dal locale per prendere una boccata d’aria, però, fuori non si sente niente. La nostra libertà finisce dove comincia quella degli altri. Una regola di galateo dice che se uno è disturbato da quel che fanno gli altri, gli altri devono smettere di disturbarlo. Invece qui pare che chi chiede di essere lasciato tranquillo sia considerato un disturbatore, e sia invitato a ... togliere il disturbo.

Mi capita spesso di avere ospiti stranieri, e sono molto orgoglioso di mostrare che la mia città è viva, la notte. Mi piace mostrare che le ragazze possono circolare indisturbate anche a ora tarda. E’ un segno di grandissima civiltà, e di buon vivere. Però bisogna trovare compromessi. Approfittando degli sgravi fiscali, ho cambiato gli infissi di casa mia. Prima sentivo il rumore esterno, ora non lo sento più. Era il rumore delle auto che disturbava, non della musica dei locali. Mica potevo chiedere di chiudere la parte nuova di via Trinchese alla circolazione. Questi infissi insonorizzati devono essere imposti a chi svolge attività rumorose, non si possono imporre a chi abita vicino a chi produce rumore. Spero si sia capito che non sono nemico della movida, anzi. La buona politica è l’arte del compromesso, e l’amministrazione comunale deve riuscire a conciliare la movida, che fa vivere il centro storico, con la salute mentale di chi ha scelto di far vivere il centro storico vivendoci. Dire a Depardieu “se non ti va bene puoi pure andartene” è sintomo di una cultura che mal si addice a una città che aspira a diventare capitale europea della cultura. Penso poi a tutti gli abitanti del centro storico che non si chiamano Depardieu e che non hanno la possibilità di andarsene, come pare farà lui. Non chiamandosi Depardieu non contano niente? Siamo proprio sicuri che per l’immagine della città, in un momento in cui l’immagine è importantissima, questa fuga dal rumore sia un buon segnale?


Esperienza di un cambiamento profondo della vita PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Luigi Mangia   
Giovedì 09 Gennaio 2014 17:46

3/1/1954, la Rai festeggia 60 anni di vita. La televisione non è stata una invenzione come tante, come le grandi. È stata una grande invenzione molto particolare perché ha cambiato i tempi di vita quotidiani; è stata di compagnia; ha aperto le finestre sulla società; ha favorito l’informazione, e, soprattutto, ha sconfitto la solitudine delle classi sociali più deboli: i disabili, i vecchi, i malati. La televisione infatti è presente e ben gradita negli ospedali, nelle case di riposo, nelle famiglie dove vivono disabili: la televisione è percepita come una compagnia, di lotta contro la solitudine della vita vissuta nel nulla smarrito. Il modello di vita della televisione è una forma particolare di essere soli nelle voci e nei luoghi del mondo.

Io ho avuto un’esperienza particolare con la televisione. Ho vissuto la formazione primaria della mia vita nella scuola speciale per ciechi dell’Istituto Anna Antonacci di Lecce. Per noi non c’era televisione. Le regole della vita e la pedagogia erano quelle del sorvegliare e punire, la televisione era un premio per il sabato dalle ore 18 alle 19. la punizione era fatta o da il divieto della partecipazione oppure dalla partecipazione in piedi ai lati della sala. La televisione era troppo bella, il castigo troppo pesante per un ambiente di vita duro e severo come quello di sorvegliare e punire, il contrario dell’infanzia creativa senza età e senza il calcolo della conseguenza della punizione. La televisione era un premio troppo bello e ci voleva impegno per non perderlo. Quell’ora di tele ti cambiava la vita; ti faceva sentire diverso: un cieco con tante immagini nella mente, la voce e la musica declinavano il corpo e lo portavano fuori nelle voci della città. Nella mente sentivi e trovavi luoghi e volti che dentro le mura, monotone e senza tempi di vita quotidiani dell’Istituto che non c’erano. La televisione ti aiutava a fare un racconto di vita diverso da quello vissuto fra le mura dell’Istituto; ti insegnava a parlare del cielo e a vincere il buio pensandolo a colori. Con la televisione cominciava la partecipazione dei disabili alla cultura, iniziava la lotta ai pregiudizi e si aprivano le porte al superamento delle barriere. La televisione ci ha insegnato a vivere e ci ha aiutato a non avere paura della nostra diversità. La televisione ha scoperto l’interesse per la diversità, lo ha fatto emergere, lo ha raccontato facendolo diventare storia sociale, impegno civile. La televisione ha liberato la solitudine dal silenzio, la malattia più dura della vita, si è fatta una finestra  sulle bellezze del mondo per i disabili che erano stati esclusi dal racconto e dalla storia. I servizi di informazione, i documentari, l’arte, la storia, il teatro, il cinema e la musica sono diventate partecipazione l’arte ha trovato in casa gli esclusi ha superato il teatro si è fatta orizzontale si è trasformata in esperienza di cultura senza barriere vincendo la solitudine amara lasciando però fuori dal silenzio la partecipazione dei disabili perché sono entrati ad essere partecipi delle voci del mondo. La televisione è amica dei disabili ed ha una grande responsabilità sociale di cui la politica si deve responsabilmente occupare. Nei luoghi del disagio, della malattia, dell’emarginazione sociale la televisione aiuta a vivere e a non morire di noia perciò auguri ai sessant’anni della Rai che ha saputo cambiare profondamente la vita di ognuno di noi: non è stato poco e per questo siamo molto felici.


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