Il Balletto del Sud diretto da Fredj Franzutti
presso i  Cantieri Teatrali Koreja di Lecce: presenta"Le Quattro Stagioni" di Fredj Franzutti su musiche di Vivaldi e John Cage, performance di danza e teatro dedicato al poeta W.H.... Leggi tutto...
Regolamento dei viaggi e delle uscite didattiche
(proposto dal Consiglio direttivo dell'11 febbraio 2015 e approvato all'unanimità dall'Assemblea dei Soci del 16 marzo 2015)   1)   In ottemperanza all’art. 2 dello Statuto... Leggi tutto...
Programma di marzo
Marzo Lunedì 2 Barbara Natalizio,  Mediterranea... da scoprire. Venerdì 6 Giovanni Marchese, Saffo e il tiaso. Lunedì 9 Giuseppe Greco, Letteratura e musica: La Bella Époque. Venerdì 13... Leggi tutto...
Gita a Supersano 12 aprile 2015
H. 8:45 Raduno nei pressi della Chiesa di San Sebastiano a Galatina. H. 9:00 Partenza da Galatina. H. 9:45 Arrivo a Supersano e visita al Museo del Bosco, alla Cripta della Coelimanna e ai Menhir. H.... Leggi tutto...
Dove si tengono le lezioni
Tutte le lezioni, eccetto il Corso di Informatica, allogato presso l'Istituto Immacolata, si tengono presso il Museo civico "Pietro Cavoti" in Piazza Alighieri 51 a Galatina. 
Convegno a Lecce, 16-17 aprile 2015, Gli uomini e le lettere...
Convegno a Lecce, 16-17 aprile 2015, Sala Conferenze Rettorato – Piazza... Leggi tutto...
Dona il 5/1000 all'Università Popolare Aldo Vallone Galatin...
Caro Socio e Amico, nella dichiarazione dei redditi dell’anno corrente ti... Leggi tutto...
Stagione di prosa a Galatina
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Corsi dell'Università Popolare Aldo Vallone Galatina a.a. 2...
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Regolamento dei Corsi
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La giovane cultura salentina e la ricerca delle ‘radici’ PDF Stampa E-mail
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Scritto da Franco Martina   
Lunedì 02 Giugno 2014 20:34

[Pubblicato con il titolo: Il senso compiuto della nostra dignità, in “Almanacco salentino”, a c. di Roberto Guido e Marcello Tarricone, Guitar Edizioni, 2005,  pp. 155-156.]

 

Una vena populistica percorre da tempo la giovane cultura salentina, tutta protesa alla ricerca di radici dalla forte valenza identitaria.

Il dato di fondo è costituito dalla valorizzazione della cultura locale, presa nella sua accezione più ampia, comprendente storia e natura, i paesaggi naturali e quelli urbani, il folklore e la culinaria. Insomma, una dimensione complessa, dove è possibile trovare di tutto e che presenta un interesse capillare e attivo, come è possibile verificare in mille esempi: dall’esperto di araldica che conduce le scolaresche per i vicoli di Lecce, al rigattiere che fornisce ai clienti notizie storiche sulla ceramica salentina; dall’erudito che dai microfoni della radio locale racconta la “nostra” storia, al pensatore che unisce gli abissi del pensiero meridiano al futuro del tarantismo.

Sarebbe veramente ingiusto non riconoscere l’importanza e la positività di queste diverse manifestazioni di appropriazione del territorio. Anche perché esse non riguardano solo l’aspetto civile ma anche, quasi per conseguenza, quello economico. Il recupero, il risanamento e la valorizzazione di monumenti e tradizioni, di palazzi e vecchi mestieri hanno non solo restituito dignità a pezzi di realtà scartati dai processi di modernizzazione, ma si sono rivelati volano di attività economiche spesso di notevole interesse.

Tuttavia, ciò che non convince in tanto lavoro di riappropriazione del territorio e del suo passato è la cornice entro cui troppo spesso viene inserito: quella del richiamo alle “radici” o alla “identità” del Salento. Va detto che quello della identità si può considerare un problema ciclico anche della discussione pubblica salentina che, è bene sottolinearlo con forza, non vive separata ma in profonda e immediata sintonia con il resto del dibattito generale. Solo per fare qualche esempio relativo alla  storia contemporanea, il problema della “identità” ebbe particolare rilievo al momento dell’unificazione del Paese, quando un gruppo di intellettuali raccolti intorno all’austera figura del duca Sigismondo Castromediano non solo elaborarono l’idea di un “primato” della cultura salentina rispetto a quella del resto dell’Italia, ma usarono quell’idea per costruire le istituzioni culturali che dovevano costituire l’ossatura della vita spirituale della provincia di Terra d’Otranto: la Biblioteca e il Museo. Tornò poi a farsi particolarmente vivace sul finire del secolo, rinfocolata dagli effetti della crisi economico-sociale e dai pericoli di marginalizzazione della realtà leccese rispetto alle altre città pugliesi e in particolare rispetto a Bari. La caduta del fascismo e l’elaborazione della Carta repubblicana riaprirono la questione, che si incentrò intorno alla richiesta di una “Regione salentina”. Ritornò poi ancora con nuova vivacità all’inizio degli anni Settanta, anche per effetto dell’attuazione dell’istituto regionale, quando emerse il tema della “salentinità”.

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Un'idea di città: forse sta già nel suo passato PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Vittorio Zacchino   
Domenica 01 Giugno 2014 07:39

["Il Galatino" XLVII n. 10 del 30 maggio 2014]

 

Una città diventa tale quando l’autorità  riconosce  formalmente  ope legis all’agglomerato paese  che ne abbia fatto richiesta, un certo numero di requisiti:  una storia  più o meno secolare, una congrua  popolazione, dei privilegi goduti ab antico, dei manufatti monumentali di pregio, un ruolo economico nel circondario, una serie di personalità che l’hanno  illustrata e la illustrano, e  di cui  i concittadini fanno vanto e si dichiarano orgogliosi.

Città non si nasce, ma si diventa col tempo: lavorando tutti insieme ad un progetto, convintamente condiviso e concordemente portato avanti, mediante la valorizzazione delle tante energie e competenze di cui si dispone.

Un progetto di città deve puntare allo sviluppo civile e democratico della comunità, all’accrescimento progressivo dei servizi, gli incentivi alle imprese, la giustizia distributiva, la qualità della vita, il decoro, l’istruzione, l’offerta culturale, la solidarietà.  I cittadini   liberamente  aggregandosi, si confrontano democraticamente, eleggono un consiglio cui affidano la rappresentatività,  sulla base di un programma  condiviso e concertato, che ci prefigge, ovviamente, l’interesse generale della cittadinanza sovrana. Per legge chi ha maggioranza amministra, chi invece  è minoranza vigila, anche occhiutamente, e controlla. Stando attenti tutti a non indebolire il cemento unificante della “universitas civium”, a non smarrire il senso delle radici, a non rinnegare  ciò che viene dal passato, perché, come ha detto Mario Luzi, “il passato /  è un seme del futuro /  o niente”.

Anche a me l’dea di città fatica a venire.

Eppure,  se penso a Galatina, mi sovviene che essa città lo è già da più di due secoli, precisamente dal 20 luglio 1793, quando Sua Maestà  Ferdinando I di Borbone, accolse la “grazia implorata dall’Università”, avanzata il 24 dicembre 1792, “di dichiararsi questa terra Città”, e  sulla base  dei privilegi e grazie concesse dai sovrani antecessori, i servizi prestati dalla ricorrente, il suo attaccamento alla Corona, la magnificenza del luogo e le prerogative che lo adornano, accordava la grazia implorata e  gliene  spediva il relativo  regio “diploma”.

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Le cento primavere di Mario Marti PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Antonio Mele/Melanton   
Domenica 25 Maggio 2014 05:24

["Il Galatino" XLVII n. 9 del 16 maggio 2014, p. 5]

 

Mario Marti è un ulivo secolare della nostra terra. Forte e sapiente. Sempre ricco di foglie e di frutti. Con radici e rami ancora saldi. Solidi. Che tengono ai venti, e da lontano e vicino sanno ancora indicare la strada.

La strada maestra, naturalmente. Quella dei nostri antichi padri. Lastricata di sacrifici e onore, di virtute e conoscenza, di sogni fanciulli e amori adolescenti, di impegno, di affetto, di stringere i denti quand’è l’ora, di perseveranza, di conquiste, incitamenti, esempi, scambi, donazioni, sorrisi, di sapersi e volersi migliorare, di non disperdere infine un solo talento del proprio talento, donandolo a chiunque abbia il piacere e la sapienza di coglierlo.

Non a caso, nei nostri più recenti incontri, il Magnifico ha sempre voluto ricordare con giusto orgoglio le proprie origini: «Mio padre, lu tata Antoniu, era un fabbricante di scarpe, e con mia madre Concetta si erano trasferiti da Soleto a Cutrofiano, dove io sono nato, ultimo di dieci figli, il 17 maggio 1914, anche se all’anagrafe sono stato registrato due giorni dopo. Mio padre era diventato anche ‘Professore di musica’ e compositore, e questa passione si è allargata a tutta la famiglia, tant’è che anch’io da ragazzo suonavo il flicorno o genis, di gran moda a quei tempi, quando furoreggiava il jazz».

Il diciassette maggio del corrente anno duemilaquattordici, dunque, Mario Marti – riconosciuto come il più grande italianista del mondo – compie cento anni.

E se cento vi sembran pochi, provate a contarli giorno per giorno, uno dietro l’altro, anzi uno accanto all’altro, come piccole stanze comunicanti, immaginando appena quale immenso intrico possa dipanarsi, in ogni angolo di esse, di momenti, sentimenti, episodi, storia, storie, incontri, lietezze, delusioni, luci, ombre, silenzi, incanti: e ogni giorno con l’impegno di seminare un grano destinato a fiorire e a fruttificare.

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La lanterna di Diogene 7. Presentazioni di libri PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Giovanni Invitto   
Venerdì 23 Maggio 2014 20:12

["Il Galatino" XLVII n. 9 del 16 maggio 2014]

 

Una delle attività per le quali da tempo sono chiamato è la presentazione di libri di tematiche varie: filosofia, politica, religione, cinema, poesia, politica e persino l’autobiografia di Palaia, medico sociale del Lecce, squadra di calcio. Spesso debbo comprare di tasca mia il libro da presentare. Questo è avvenuto anche qualche giorno fa, quando un importante uomo politico, già vicesegretario del Partito socialista e ministro, Claudio Martelli, mi ha chiesto di parlare del suo libro autobiografico, lui presente, ad Avetrana, paese che ricorda eventi tristi. In sostanza io parlai del libro, della scelta dell’autore di non seguire la carriera universitaria di docente di filosofia e di dedicarsi alla politica. Alla fine del mio intervento di quindici minuti, ci furono gli interventi del pubblico che non parlarono assolutamente del libro, ma di problemi vari: l’euro, i partiti oggi, il loro paese ecc. Alla fine si alzò uno dei presenti che disse: “Caro Onorevole, facciamo qui un patto: si impegni a rifare il Partito Socialista Italiano”. Martelli disse subito di sì e accettò l’impegno della rifondazione socialista. A questo punto – erano le 21 – io mi alzai dal tavolo per andarmene, Martelli mi assecondò subito e la riunione si chiuse così. Io, per natura, penso sempre male e stavolta ho pensato che quel libro è nato già nella prospettiva della rifondazione di un partito e l’autore, che mi dice di averlo già presentato in 76 centri italiani, mi dà indirettamente una conferma. Perché scrivo questo su il Galatino? Non perché mi scandalizzi l’ipotesi della rinascita di una partito storico e benemerito per la democrazia italiana, ma perché credo che non ci sia bisogno di camuffare le finalità implicite per poi dichiararle al momento finale. Sarei andato ugualmente ad Avetrana per Claudio Martelli, che stimo come persona, ma sarei stato più contento se mi avessero detto in anticipo la finalità dell’iniziativa sottintesa a quel libro. Gli italiani preferiscono spesso le vie storte. E Avetrana ne è un esempio: e non solo per questo libro.


Mario Marti, un uomo di cui il Salento andrà sempre fiero PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Rosario Coluccia   
Martedì 20 Maggio 2014 19:42

Studioso eminente e guida scientifica, decano degli italianisti nel mondo

 

["Il Galatino" XLVII n. 9 del 16 maggio 2014, p. 4]

 

Il numero 31 (2013) degli «Annali d’Italianistica», importante rivista di letteratura italiana pubblicata dall’università del North Carolina, reca in una delle pagine iniziali la seguente epigrafe: «This 31st volume of Annali d’Italianistica is offered in Homage to Mario Marti, scholar and mentor, The Dean of all Italianists Worldwide».

È bello, quasi commovente, che una rivista americana abbia deciso di rendere un così diretto omaggio al professor Marti, qualificandolo studioso eminente e guida scientifica, decano degli italianisti nel mondo. L’esempio americano invoglia tutti noi a testimoniare stima e affetto all’illustre conterraneo, che tocca il 17 maggio la soglia dei cento anni. Qualcosa sicuramente verrà fatto anche qui. In quel giorno gli verrà donato un volume miscellaneo allestito in suo onore e tanti amici lo festeggeranno con affetto e con rispetto.

«il Galatino» mi chiede un ritratto di Mario Marti. Il cómpito è difficile poiché dovrei in poche righe concentrare una descrizione organica dell’uomo e dello studioso che non sono in grado di allestire, tanto è varia la sua produzione scientifica e sfaccettata la sua figura. E allora mi limiterò a proporre qualche ricordo personale, scusandomi in anticipo per la frammentarietà di quanto dirò, semplicemente mettendo a disposizione di chi legge quanto riesco ad estrarre dalla mia memoria. Le mie annotazioni alluderanno sparsamente a eventi e persone collegati alla storia dell’università di Lecce (così l’ateneo si chiamava all’inizio, università del Salento è denominazione successiva): a questa prediletta istituzione la vita stessa di Marti si lega indissolubilmente, anche oltre il suo collocamento a riposo. Pescare nella memoria induce ad arbitrî o dimenticanze, per quanto involontari; chiunque sia stato testimone di quegli anni e abbia conosciuto Marti potrà integrare a suo piacimento.

Marti è stato prima d’ogni cosa professore di Letteratura italiana nella Facoltà di Lettere, praticamente fin dalla fondazione dell’università; nella gemella Facoltà di Magistero, a pochi metri di distanza, Aldo Vallone professava la stessa disciplina. Alla scuola di Marti per oltre un trentennio si sono formati centinaia, forse migliaia, di professori che hanno insegnato nelle scuole salentine e nelle scuole di tutt’Italia (considerato il flusso migratorio che ha portato i nostri laureati nelle regioni del nord), formando a loro volta intere generazioni di studenti. Gli inizi sono stati difficili per l’università di Lecce, tutto doveva essere costruito: mancavano aule, biblioteche, professori; i ragazzi non avevano ERASMUS né occasioni di viaggi all’estero, l’ambiente era chiuso e piuttosto provinciale. Ma c’era una differenza fondamentale rispetto all’oggi: in quegli anni il mondo giovanile era percorso da una continua fibrillazione che si manifestava in assemblee, appassionate discussioni ideologiche e politiche, voglia di progettare. Il clima era diversissimo rispetto alla rassegnazione e alla sfiducia che (comprensibilmente) ai nostri giorni troppo spesso albergano nel cuore e nel cervello dei giovani, che debbono fare i conti con gli esiti nefasti delle cosiddette ripetute «riforme dell’università» e con le enormi difficoltà legate all’inserimento nel mondo del lavoro.

Anche la piccola cronaca può aiutare a capire i movimenti della storia. Marti, che ha occupato costantemente ruoli di prestigio e di primissimo piano nella gestione dell’università di Lecce (fino alla carica di rettore), per tutti quegli anni si è confrontato con giovani inquieti e cupidi del nuovo, a volte esuberanti ma costantemente desiderosi di imparare. Il nostro ateneo è cresciuto grazie al confronto continuo, spesso vivace (come è fisiologico quando vengono a confronto ideologie e visioni del mondo), tra professori seri e bravi e studenti capaci e interessati. Il progresso vero nasce dal dialogo.

Negli anni del suo magistero nell’ateneo leccese l’attività scientifica di Marti si è sviluppata con ritmo incessante: capitali sono le sue ricerche sui poeti minori del tempo di Dante, sugli Stilnovisti, su Dante, su Boccaccio, su Ariosto, su Bembo, su Leopardi; ha fondato e diretto la «Biblioteca salentina di cultura», i cui volumi hanno avuto un ruolo fondamentale per la conoscenza e per lo studio del patrimonio letterario che la nostra terra ha prodotto nei secoli. È condirettore del «Giornale storico della letteratura italiana» e dell’«Alighieri»; fa parte del comitato editoriale di numerose collane scientifiche e di serie editoriali numerose, che è impossibile citare per esteso. Nei suoi studi di argomento locale non vi è traccia di provincialismo (che purtroppo spesso affiora nei lavori di epigoni maldestri): Marti punta costantemente a collegare la storia culturale della piccola patria salentina ai movimenti che attraversano la scena nazionale. L’amore per la terra d’origine si vede anche da gesti concreti: ha donato i libri, circa settemila e cinquecento, al convento dei Cistercensi di Martano; ha donato le lettere ricevute da studiosi italiani e stranieri, circa quattromila, alla Biblioteca comunale di Mesagne. Patrimonio bibliografico e documentario prezioso, da custodire gelosamente e consegnare alle generazioni future; questo vale ancor più per il Salento, che non sempre ha saputo salvaguardare le testimonianze culturali del proprio passato.

Nel sessantennio di vita dalla sua fondazione l’università di Lecce è enormemente cresciuta. Si pensa quasi con incredulità che da quei pochi e spogli locali dei primi anni sono nati gli edifici, i laboratori, le biblioteche, la rete informatizzata della fase odierna. Tanti studenti sono diventati a loro volta bravi professori; alcuni di essi hanno raggiunto risultati di prestigio e fama che travalica i confini nazionali.

Tutto nasce dai semi che Mario Marti e pochi altri piantarono in anni lontani. All’illustre centenario le genti del Salento devono riconoscenza.


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