Quaderno. 1 dell’Università Popolare Aldo Vallone Galatina, dedicato a Giuseppe Greco
Pubblicato da Edit Santoro l’edizione fuori commercio Quaderno. 1 dell’Università Popolare Aldo Vallone Galatina, dedicato a Giuseppe Greco, dal titolo C’è Musica e… musica. Storie di... Leggi tutto...
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L'osceno del villaggio 1. Ai tempi del futuro PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Paolo Vincenti   
Martedì 02 Dicembre 2014 07:50

[in “S/pagine”,  23 novembre 2014]

 

Da qualche giorno compaiono nei nostri paesi dei manifesti giganti firmati Telenorba nei quali  la nota emittente televisiva pugliese pubblicizza il nuovo palinsesto e l’offerta dei  programmi. Pur essendo molto conosciuta, nel nostro territorio salentino, questa televisione non è stata mai troppo popolare per via della sua vera o presunta “baricentricità”. Occorre dire che da qualche anno la televisione, che ha sede a Conversano, ha superato questo gap con la nascita delle redazioni giornalistiche locali nelle varie città dell’ampio territorio sovra regionale in cui trasmette. Ma molti anni fa non era così. Ricordo, ai tempi del Liceo, in una classe in cui tutti i miei amici facevano il tifo per la squadra del Lecce ( c’era stata la prima storica promozione della squadra in serie A, nel 1985), gli strali lanciati dai miei compagni all’indirizzo della suddetta televisione, accusata di partigianeria e faziosità a favore della squadra barese. Io, che grande appassionato di calcio non sono mai stato e che per spirito di contraddizione non ho mai amato cantare nel coro, accoglievo quelle rimostranze con finta partecipazione ma tiepida adesione. Per me infatti, Telenorba significava ben altro. Prima di tutto, i cartoni animati: quei meravigliosi manga giapponesi, come Geeg robot d’acciaio, Gundam, Jetta Robot, Kyashan, che, fra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta (le tv della Fininvest lanciavano ancora soltanto i primi vagiti), Telenorba trasmetteva nei caldi e assolati pomeriggi estivi della mia infanzia.  Io allora ero del tutto immune ( e lo sono  rimasto)  da quel sopore che intorpidisce le membra di chi lavora fin dalla mattina presto e ama concedersi un rilassante sonnellino pomeridiano, che per l’italiano medio rappresenta un must, come il caffè che viene dopo.

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Ritratti salentini 1. Luigi Sansò PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Augusto Benemeglio   
Sabato 29 Novembre 2014 08:46

LUIGI SANSO’ POETA SINDACO DI GALLIPOLI

 

1. Per me Luigi Sansò è stato un mito in quel viaggio formativo e sconfinato che è la storia di Gallipoli, e non solo per la sua poesia di nitido stampo classico, con endecasillabi che vanno da Foscolo a Carducci, da Leopardi a Fusinato,   (“Vengon, vengon contro la scogliera / diruta dal perenne urto feroce / l’onde verdastre che con rauca voce / urlan l’ira infernal della bufera”), ma soprattutto per gli orizzonti inquinati della provvisorietà, dell’approssimazione, della sciatteria, della nebbia dell’incertezza, che – grazie a lui – alla sua lucidità di pensiero, mi si andavano schiarendosi. Intuii,  credo fin dall’inizio, magari confusamente, che nei suoi scritti, le sue  poesie, i suoi poemi, le sue lettere, i suoi racconti, i pensieri sparsi, c’era  quella luce rappresa dei suoi sforzi e della sua grazia innata, che permeava e fasciava ogni cosa; intuii  l’oro del suo cuore che conosce le cose a prima vista, le prevede in virtù  di una più vasta sapienza che non è data dai libri, ma dalla predisposizione dell’animo: Sansò era un uomo sempre teso alla costante ricerca della “riconciliazione”  della vita dell’uomo con l’uomo e con la continuità cosmica, la ricerca segreta e misteriosa dell’armonia del “tutto”, creature, animali, piante, materia. E anche quando si è in piena “tempesta”, quando la “ciurma più non spera” e i gabbiani che stridono nel vecchio cielo ci  appaiono piuttosto come rapaci avvoltoi che poetici fazzoletti bianchi, bisognava sperare. Sempre e comunque.

2. Per lui al centro di ogni cosa  c’è il mare e Gallipoli, la sua piccola patria, la sua “isola della luce”,  dov’era nato – proprio sullo Scoglio, nella città storica -  il 12 luglio 1891, l’anno in cui Hermann Melville stava  scrivendo la storia di  “Billy Budd”, il bel marinaio, l’abile gabbiere, che sarà impiccato al pennone più alto pur essendo innocente dell’accusa di ammutinamento. Il romanzo uscirà postumo poiché lo scrittore americano muore lo stesso anno,  praticamente ignorato, dimenticato. Anche per Sansò è stata, in parte,  la stessa cosa: “la sua esistenza terrena” – scrive Gianni Caridi nel suo  libro biografico Luigi Sansò, Sindaco Poeta, Tip. Stefanelli, 1985,  – “finì com’era nel suo stile. Morì  silenziosamente, appartato, schivo, quasi di nascosto, in una fredda sera del 10 marzo 1963. Aveva settantadue anni e amava profondamente la vita”.

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Una cultura per Lecce - (26 novembre 2014) PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Ferdinando Boero   
Giovedì 27 Novembre 2014 08:02

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di mercoledì 26 novembre 2014]

 

Gli italiani sono un popolo strano. L’allenatore della nazionale è bravissimo se la squadra vince, se perde diventa una scarpa. Ma uno potrebbe vincere per pura fortuna, qualche volta. O perdere per sfortuna. In teoria si dovrebbe capire prima se un “condottiero” è bravo oppure no. Se Lecce avesse vinto il titolo di capitale europea della cultura, esattamente con lo stesso progetto, se le città che ci hanno battuto avessero fatto progetti peggiori del nostro, Perrone e Berg sarebbero eroi.

Per me c’erano cose strane nella corsa al titolo. Per esempio: ma possibile che ci siamo dotati di una struttura magnifica come il MUST e poi la lasciamo vuota? Dove è la Storia della Città di Lecce? Mi pare che ci abbiano contestato proprio questo: mancanza di consapevolezza della propria storia. D’altronde non smetto di stupirmi che siano in pochi a sapere che Salvatore Trinchese era uno zoologo (a un certo punto era persino diventato San Trinchese), o che la pietra leccese è fatta di scheletri di protozoi, e che le forme di erosione note come “lebbra della pietra leccese” sono dovute alla presenza dei calchi fossili di tane di antichi crostacei marini. Queste storie, e molte altre, con Lupiae, e Roca e i megaliti e molta altra storia, compresa quella dei fossili di chi era qui prima di noi, della grotta dei Cervi, avrebbero potuto essere rappresentate nel MUST, con un percorso che parte dalla notte dei tempi, quando l’uomo non c’era ancora, fino a oggi, passando per le pitture rupestri, le culture delle grandi pietre, fino al barocco e alla taranta. Coniugando arte e scienza. Perché il bello è che Lecce ha tutte queste cose.

E ci hanno rimproverato di non averle valorizzate.

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Mubo Supersano PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Paolo Vincenti   
Lunedì 24 Novembre 2014 18:27

[”Presenza Taurisanese”, ottobre 2014]


A Supersano è nato il Mubo, ossia il Museo del Bosco, inaugurato nel dicembre 2011. E’ un progetto che viene da lontano e nasce dalla acquisita consapevolezza da parte dei supersanesi della eccezionale portata storica di cui il proprio comune è depositario. Un progetto che inizia moltissimi anni fa quando gli studiosi locali pubblicavano le ricognizioni storiche sull’antico Bosco di Belvedere, di cui Supersano era parte integrante, sul sito archeologico della zona Scorpo dove sorgeva un villaggio bizantino, sulla Specchia Torricella e sulla chiesa rupestre della Coelimanna. Un progetto che prende il via a seguito di una importante campagna di scavi eseguiti in località Scorpo dal Laboratorio di Archeologia Medievale dell' Università del Salento, guidato dal prof. Paul Arthur. Si è così scoperto che le origini di Supersano risalgono addirittura al Paleolitico e questa zona era frequentata fin dalla notte dei tempi. Il Bosco del Belvedere si può definire un enorme polmone verde dove, fino a poco più di cento anni fa, si estendeva  un'area boschiva che interessava l'agro di ben quindici comuni. Il Mubo, realizzato con fondi regionali PIS 14, nasce proprio per raccontare la storia di queste eccezionali scoperte e dello specifico ecosistema del Belevedere. Nelle intenzioni dei proponenti, “il Museo vuole porsi come punto di riferimento per un vasto territorio al di là dei limiti comunali di Supersano.

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Il lauro e l’Edera. Attilio Reale e l’interventismo repubblicano a Lecce (1915-1920) PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Giuseppe Caramuscio   
Mercoledì 05 Novembre 2014 19:49

[in Nei giardini del passato. Studi in memoria di Michele Paone a dieci anni dalla scomparsa (2000-2010), a cura di padre Ilario d'Ancona e Mario Spedicato, Monastero di S. Maria della Consolazione, Padri Cistercensi di Martano, "Quaderni de L'Idomeneo", XII, Lecce, Edizioni Grifo, 2012, pp. 655-694.]

 

Interventismo italiano e tradizione repubblicana da Sarajevo a Versailles


Nella storiografia italiana del secondo dopoguerra l’interventismo democratico, ispirato per lo più agli ideali di Giuseppe Mazzini, non ha in genere goduto di buona fama. Ingenui, utopisti, aggiogati, più o meno in buona fede,al carro dei nazionalisti, colpevoli di non aver compreso la natura imperialistica del primo conflitto mondiale, in alcune letture recenti gli interventisti democratici sono stati imputati di avere per primi legittimato sul piano morale e culturale la formula della “guerra giusta” – di matrice religiosa – tornata recentemente di attualità, oppure di aver favorito quell’incontro tra violenza e politica destinato a generare conseguenze fatali negli anni dell’immediato dopoguerra.

Per comprendere meglio la fortuna del pensatore genovese nella cultura italiana è necessario considerare come il processo di istituzionalizzazione della sua figura sia andato di pari passo con la sua depoliticizzazione, che potesse consentirne l’accoglienza con minore imbarazzo tra i Padri della Patria anche da parte dell’Italia monarchica. Indubbiamente è la svolta interventistica precedente la prima guerra mondiale a costituire il punto critico di una nuova interpretazione del pensiero mazziniano, che accompagna il percorso di quanti passano dall’interventismo al fascismo.

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