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Tutte le lezioni, eccetto il Corso di Informatica, allogato presso l'Istituto Immacolata, si tengono presso il Museo civico "Pietro Cavoti" in Piazza Alighieri 51 a Galatina. 
Programma dei mesi di settembre-ottobre-novembre-dicembre 2014
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Corsi dell'Università Popolare Aldo Vallone Galatina a.a. 2014-2015
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La lanterna di Diogene 7. Presentazioni di libri PDF Stampa E-mail
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Scritto da Giovanni Invitto   
Venerdì 23 Maggio 2014 20:12

["Il Galatino" XLVII n. 9 del 16 maggio 2014]

 

Una delle attività per le quali da tempo sono chiamato è la presentazione di libri di tematiche varie: filosofia, politica, religione, cinema, poesia, politica e persino l’autobiografia di Palaia, medico sociale del Lecce, squadra di calcio. Spesso debbo comprare di tasca mia il libro da presentare. Questo è avvenuto anche qualche giorno fa, quando un importante uomo politico, già vicesegretario del Partito socialista e ministro, Claudio Martelli, mi ha chiesto di parlare del suo libro autobiografico, lui presente, ad Avetrana, paese che ricorda eventi tristi. In sostanza io parlai del libro, della scelta dell’autore di non seguire la carriera universitaria di docente di filosofia e di dedicarsi alla politica. Alla fine del mio intervento di quindici minuti, ci furono gli interventi del pubblico che non parlarono assolutamente del libro, ma di problemi vari: l’euro, i partiti oggi, il loro paese ecc. Alla fine si alzò uno dei presenti che disse: “Caro Onorevole, facciamo qui un patto: si impegni a rifare il Partito Socialista Italiano”. Martelli disse subito di sì e accettò l’impegno della rifondazione socialista. A questo punto – erano le 21 – io mi alzai dal tavolo per andarmene, Martelli mi assecondò subito e la riunione si chiuse così. Io, per natura, penso sempre male e stavolta ho pensato che quel libro è nato già nella prospettiva della rifondazione di un partito e l’autore, che mi dice di averlo già presentato in 76 centri italiani, mi dà indirettamente una conferma. Perché scrivo questo su il Galatino? Non perché mi scandalizzi l’ipotesi della rinascita di una partito storico e benemerito per la democrazia italiana, ma perché credo che non ci sia bisogno di camuffare le finalità implicite per poi dichiararle al momento finale. Sarei andato ugualmente ad Avetrana per Claudio Martelli, che stimo come persona, ma sarei stato più contento se mi avessero detto in anticipo la finalità dell’iniziativa sottintesa a quel libro. Gli italiani preferiscono spesso le vie storte. E Avetrana ne è un esempio: e non solo per questo libro.


Mario Marti, un uomo di cui il Salento andrà sempre fiero PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Rosario Coluccia   
Martedì 20 Maggio 2014 19:42

Studioso eminente e guida scientifica, decano degli italianisti nel mondo

 

["Il Galatino" XLVII n. 9 del 16 maggio 2014, p. 4]

 

Il numero 31 (2013) degli «Annali d’Italianistica», importante rivista di letteratura italiana pubblicata dall’università del North Carolina, reca in una delle pagine iniziali la seguente epigrafe: «This 31st volume of Annali d’Italianistica is offered in Homage to Mario Marti, scholar and mentor, The Dean of all Italianists Worldwide».

È bello, quasi commovente, che una rivista americana abbia deciso di rendere un così diretto omaggio al professor Marti, qualificandolo studioso eminente e guida scientifica, decano degli italianisti nel mondo. L’esempio americano invoglia tutti noi a testimoniare stima e affetto all’illustre conterraneo, che tocca il 17 maggio la soglia dei cento anni. Qualcosa sicuramente verrà fatto anche qui. In quel giorno gli verrà donato un volume miscellaneo allestito in suo onore e tanti amici lo festeggeranno con affetto e con rispetto.

«il Galatino» mi chiede un ritratto di Mario Marti. Il cómpito è difficile poiché dovrei in poche righe concentrare una descrizione organica dell’uomo e dello studioso che non sono in grado di allestire, tanto è varia la sua produzione scientifica e sfaccettata la sua figura. E allora mi limiterò a proporre qualche ricordo personale, scusandomi in anticipo per la frammentarietà di quanto dirò, semplicemente mettendo a disposizione di chi legge quanto riesco ad estrarre dalla mia memoria. Le mie annotazioni alluderanno sparsamente a eventi e persone collegati alla storia dell’università di Lecce (così l’ateneo si chiamava all’inizio, università del Salento è denominazione successiva): a questa prediletta istituzione la vita stessa di Marti si lega indissolubilmente, anche oltre il suo collocamento a riposo. Pescare nella memoria induce ad arbitrî o dimenticanze, per quanto involontari; chiunque sia stato testimone di quegli anni e abbia conosciuto Marti potrà integrare a suo piacimento.

Marti è stato prima d’ogni cosa professore di Letteratura italiana nella Facoltà di Lettere, praticamente fin dalla fondazione dell’università; nella gemella Facoltà di Magistero, a pochi metri di distanza, Aldo Vallone professava la stessa disciplina. Alla scuola di Marti per oltre un trentennio si sono formati centinaia, forse migliaia, di professori che hanno insegnato nelle scuole salentine e nelle scuole di tutt’Italia (considerato il flusso migratorio che ha portato i nostri laureati nelle regioni del nord), formando a loro volta intere generazioni di studenti. Gli inizi sono stati difficili per l’università di Lecce, tutto doveva essere costruito: mancavano aule, biblioteche, professori; i ragazzi non avevano ERASMUS né occasioni di viaggi all’estero, l’ambiente era chiuso e piuttosto provinciale. Ma c’era una differenza fondamentale rispetto all’oggi: in quegli anni il mondo giovanile era percorso da una continua fibrillazione che si manifestava in assemblee, appassionate discussioni ideologiche e politiche, voglia di progettare. Il clima era diversissimo rispetto alla rassegnazione e alla sfiducia che (comprensibilmente) ai nostri giorni troppo spesso albergano nel cuore e nel cervello dei giovani, che debbono fare i conti con gli esiti nefasti delle cosiddette ripetute «riforme dell’università» e con le enormi difficoltà legate all’inserimento nel mondo del lavoro.

Anche la piccola cronaca può aiutare a capire i movimenti della storia. Marti, che ha occupato costantemente ruoli di prestigio e di primissimo piano nella gestione dell’università di Lecce (fino alla carica di rettore), per tutti quegli anni si è confrontato con giovani inquieti e cupidi del nuovo, a volte esuberanti ma costantemente desiderosi di imparare. Il nostro ateneo è cresciuto grazie al confronto continuo, spesso vivace (come è fisiologico quando vengono a confronto ideologie e visioni del mondo), tra professori seri e bravi e studenti capaci e interessati. Il progresso vero nasce dal dialogo.

Negli anni del suo magistero nell’ateneo leccese l’attività scientifica di Marti si è sviluppata con ritmo incessante: capitali sono le sue ricerche sui poeti minori del tempo di Dante, sugli Stilnovisti, su Dante, su Boccaccio, su Ariosto, su Bembo, su Leopardi; ha fondato e diretto la «Biblioteca salentina di cultura», i cui volumi hanno avuto un ruolo fondamentale per la conoscenza e per lo studio del patrimonio letterario che la nostra terra ha prodotto nei secoli. È condirettore del «Giornale storico della letteratura italiana» e dell’«Alighieri»; fa parte del comitato editoriale di numerose collane scientifiche e di serie editoriali numerose, che è impossibile citare per esteso. Nei suoi studi di argomento locale non vi è traccia di provincialismo (che purtroppo spesso affiora nei lavori di epigoni maldestri): Marti punta costantemente a collegare la storia culturale della piccola patria salentina ai movimenti che attraversano la scena nazionale. L’amore per la terra d’origine si vede anche da gesti concreti: ha donato i libri, circa settemila e cinquecento, al convento dei Cistercensi di Martano; ha donato le lettere ricevute da studiosi italiani e stranieri, circa quattromila, alla Biblioteca comunale di Mesagne. Patrimonio bibliografico e documentario prezioso, da custodire gelosamente e consegnare alle generazioni future; questo vale ancor più per il Salento, che non sempre ha saputo salvaguardare le testimonianze culturali del proprio passato.

Nel sessantennio di vita dalla sua fondazione l’università di Lecce è enormemente cresciuta. Si pensa quasi con incredulità che da quei pochi e spogli locali dei primi anni sono nati gli edifici, i laboratori, le biblioteche, la rete informatizzata della fase odierna. Tanti studenti sono diventati a loro volta bravi professori; alcuni di essi hanno raggiunto risultati di prestigio e fama che travalica i confini nazionali.

Tutto nasce dai semi che Mario Marti e pochi altri piantarono in anni lontani. All’illustre centenario le genti del Salento devono riconoscenza.


Le rocce crollano anche in Bretagna – (18 maggio 2014) PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Ferdinando Boero   
Lunedì 19 Maggio 2014 06:45

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 18 maggio 2014]



Sono in Bretagna, a Brest, a un incontro dell’European Marine Board. Sciopero dei controllori di volo francesi, devo dormire una notte in più. E così mi unisco ad amici e, una volta tanto, faccio il turista. Vado a percorrere una passeggiata lungo un tratto di costa rocciosa, bellissimo. C’è rischio di crolli, e si vedono molti massi che sono già caduti. Ci sono cartelli discreti che informano che possono crollare le rocce. Altri, altrettanto discreti, dicono che non bisogna uscire dal sentiero tracciato. Il sentiero è marcato discretamente, è ovvio, ma in modo inequivocabile, e nell’ora in cui l’ho percorso un inserviente è passato con un sacco a raccogliere eventuali immondizie. 
Ci sono fotografie, molto discrete, che mostrano come prima quel posto fosse percorso in modo estemporaneo, con un reticolo di sentieri che avevano fatto regredire la vegetazione. Ora, invece, c’è un solo sentiero e la vegetazione è molto rigogliosa. Si vedono i punti in cui il sentiero, a causa dei crolli, ha cambiato traiettoria. Il sentiero si adatta all’evoluzione delle rocce, della costa. Ci sono vie di accesso all’oceano e sono marcate le zone sicure da quelle non sicure.

Ora mi viene in mente il sentiero tra Torre dell’Orso e Torre S. Andrea. E’ altrettanto bello, è altrettanto suggestivo. Il mare è più bello, ed è caldo, ci si fa il bagno con piacere (l’oceano è freddo e tempestoso). Anche da noi crollano le rocce. E’ normale che crollino le rocce. Spesso il sentiero diventa un reticolo, ci passano le auto, le moto, le biciclette. La vegetazione stenta, perché sottoposta a troppo stress.

Guardo cosa hanno fatto i francesi, con opere molto leggere che, probabilmente, sono costate molto poco. E poi mi chiedo: ma perché noi non riusciamo a fare uguale? Come mai? Basterebbe così poco.

Però la mattina faccio colazione con un croissant delizioso, buonissimo. E mi chiedo: ma perché i nostri croissant non sono così buoni? Non credo che ci voglia così tanto. Chiedo un caffè e mi portano una brodaglia nera. E mi chiedo: ma perché non lo sanno fare come da noi? La macchina è uguale alle nostre, e anche la marca del caffè. Eppure fa schifo. Basterebbe così poco, no? E invece no. In Francia i croissant sono buoni e il caffè fa schifo, da noi è il contrario. Volendo fare una riforma, andrebbe a finire che ci ritroveremmo con il caffè francese e i croissant italiani.

Forse è giusto che sia così, è giusto che non si possa avere la perfezione. Siamo stati baciati dalla fortuna di vivere in un posto bellissimo, è giusto che paghiamo il prezzo di questo privilegio con l’incapacità di chi lo dovrebbe far funzionare. Perché l’incapacità è evidente. E vogliamo scommettere che alla fine si stanzieranno finanziamenti faraonici per fare opere antierosione molto invasive che non risolveranno il problema se non per pochi mesi? 
Dato che siamo in Italia, temo che i divieti di frequentare le zone pericolose saranno bellamente ignorati. Ma, visto che le ordinanze sono state emesse, la forma è salva. In effetti se si va in posti franosi ci sono piccoli accorgimenti da tenere. Per esempio restare sui sentieri, e se si vede che ci sono rocce pericolanti tenersi alla larga, senza andare sul margine. E’ normalissimo che le rocce crollino. E sarebbe una follia imbrigliare tutto. Ci dobbiamo solo adattare alla situazione e esserne consapevoli. E’ più pericoloso attraversare la strada. E non è che vietiamo il traffico se qualche pedone viene messo sotto. Nel caso dei pedoni la colpa di solito è degli automobilisti. Ma i massi non hanno una volontà, se vi vengono addosso, o se franate con loro, la colpa è vostra: dovevate stare più attenti. Se ce ne sono che franano sulla strada, forse la soluzione migliore è di far venir giù quel che è pericolante, in modo da stabilizzare la parete da cui si staccano i massi. Imbrigliare e cementificare tutto distrugge il paesaggio e ne impedisce la naturale evoluzione. Dovrebbe essere vietato dall’articolo 9 della Costituzione.


L’Italia delle iniziative estemporanee - (14 maggio 2014) PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Ferdinando Boero   
Giovedì 15 Maggio 2014 07:01

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di mercoledì 14 maggio 2014]

 

Martedì scorso, durante una riunione presso il Comune di Porto Cesareo, vengo a sapere che esiste una proposta di un’associazione ambientalista, con tanto di richiesta di finanziamenti, per istituire a Porto Cesareo un Museo del Mare, con annessa collezione di conchiglie, anche per valorizzare le tradizioni marinare.

Porto Cesareo ha 4.000 abitanti, e ospita un Museo di Biologia Marina (di cui sono direttore) intitolato al grande malacologo Pietro Parenzan, e conserva la sua monumentale collezione di conchiglie. Nel museo c’è anche la sala della pesca, tesa a valorizzare la cultura dei pescatori cesarini. E attraverso collaborazioni tra Università, Area Marina Protetta e Cooperative di pescatori si sono realizzati importanti iniziative per la razionalizzazione della pesca. Il Museo viene visitato ogni anno da circa 11.000 persone, quasi il triplo della popolazione residente in paese. La proposta di istituzione del nuovo museo, di cui conservo una fotocopia, è la fotocopia di quel che già è presente a nel Museo di Biologia Marina di Porto Cesareo. Mi sono permesso di chiedere: ma è così necessario fare un altro museo? Un rappresentante del coordinamento delle associazioni ambientaliste mi ha risposto: si può sempre fare meglio. La pressione mi è salita a 240.

Il giorno dopo la riunione, mi telefona il capo dell’ufficio della Commissione Europea che tratta i problemi del mare. Mi ha convocato a Bruxelles il 21 maggio, per mettere a punto, assieme ad altri coordinatori di progetti europei, le linee guida sulla ricerca europea in Mediterraneo. Già, coordino un progetto europeo sulle reti di aree marine protette in Mediterraneo e Mar Nero che coinvolge 22 stati di tre continenti, ma devo difendere le mie competenze perché, a Porto Cesareo, il coordinamento delle associazioni ambientaliste pensa di poter far meglio, in questioni che riguardano il mare. Se chiedo che vengano messe sul tavolo le competenze, vengo guardato come un alieno, sbarcato ora sul pianeta.

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Piazza Mazzini non basta, riprendiamoci Lecce - (6 maggio 2014) PDF Stampa E-mail
Sallentina
Scritto da Ferdinando Boero   
Giovedì 08 Maggio 2014 14:39

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di mercoledì 6 maggio 2104]

 

Sono andato a vedere la presentazione dei vincitori del concorso di idee per Piazza Mazzini, con tanto di star, sindaco e architetti. Dato che abito a pochi metri da piazza Mazzini, in via S. Trinchese (che non è San Trinchese) mi sono incuriosito e, con gli amici Totò e Raffaele, sono andato ad assistere. Abbiamo preso una decisione storica: siamo andati a piedi da Piazza Mazzini a Piazza Palio. Devo dire che un percorso del genere, qui, è ritenuto inaudito. La star, che è di qui ma vive a Milano da tanto tempo, ci spiega che Lecce deve adottare il car sharing, perché ha così successo a Milano e anche a New York. Basta con il possesso individuale del veicolo! Roba del millennio scorso. Ora l’auto si prende dalla strada quando serve, e la si lascia quando e dove non serve più, e lì altri la prenderanno. Car sharing significa condivisione dell’auto.

Veramente a Lecce il sindaco ha cercato di farlo con le bici, e se le sono fottute tutte. In più ha cercato di potenziare i mezzi pubblici col filobus, ma non se lo fila nessuno. Tutti vogliono la loro auto.

Alla fine delle presentazioni, come al solito, gli intervenuti non hanno fatto domande ma hanno cercato di dimostrare che, se avessero invitato loro a parlare, avrebbero detto cose più interessanti degli oratori ufficiali. 
Dato che sono un inguaribile rompiballe, ho chiesto gentilmente la parola. Mi è stata immediatamente concessa. E ho fatto la mia domanda: alzi la mano chi è venuto a piedi fin qui. Sorpresa: venire a piedi! che idea balzana. Nessuno ha alzato la mano, neppure Totò e Raffaele, che pure erano arrivati lì a piedi. Poi, per non smentire il malcostume italico, ho fatto la mia piccola conferenza. Eccola qui: Lecce è una città a misura d’uomo. Attraversare a piedi il centro storico, partendo da Piazza Mazzini fino a Porta Rudiae richiede una ventina di minuti. Ed è molto piacevole. Ci vogliono dieci quindici minuti anche ad andare da Piazza Mazzini a Piazza Palio, ma il tragitto non è agevole. Il marciapiede ha dimensioni variabilissime, a un certo punto scompare. Ci sono ostacoli e barriere. Insomma, passeggiare o anche semplicemente camminare non è un piacere. In buona parte della città, a parte il centro storico, che è stato costruito per i pedoni, non è facile camminare. I viali circostanti, Japigia, Leopardi, potrebbero essere bellissime passeggiate. Ma ogni palazzo ha davanti a sé un marciapiede originalissimo, differente da quelli precedenti. A volte non ne ha. La continuità di una passeggiata si perde. E si perde la voglia e il gusto di camminare.

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