Sfogliando Galatina: una iniziativa per ripartire
Dopo questi mesi di inattività forzata, l'Università Popolare ha aderito con entusiasmo a una iniziativa del Patto Locale per la Lettura di Galatina, firmando la prima delle passeggiate letterarie... Leggi tutto...
Riconvocazione Assemblea dei soci ed elezioni
Riconvocazione Assemblea dei soci ed elezioni Dopo questo lungo periodo di forzata inattività, il Consiglio Direttivo ha trovato, grazie alla disponibilità dell’Amministrazione Comunale, la sede... Leggi tutto...
Nuova sospensione delle attività
La presenza di casi di coronavirus sul territorio di Galatina e l'ordinanza di chiusura delle scuole emanata dal sindaco ci hanno consigliato un ulteriore consulto medico dal quale è emersa ... Leggi tutto...
Ripresa attività e nuova data per assemblea ed elezioni
Dopo un consulto medico, il Consiglio Direttivo ha deciso di riprendere le attività lunedì 2 marzo alle ore 18, con la conferenza del prof. Mario Graziuso “L’ultima rappresentazione sacra del... Leggi tutto...
Sospensione attività in via precauzionale
Avviso sospensione attività Pur in assenza di casi accertati di coronavirus, nella regione Puglia sono sconsigliati (anche se non ancora formalmente vietati) gli assembramenti di persone. Per questo... Leggi tutto...
In memoria di Piero Manni, editore
Da qualche giorno il Salento e il mondo della cultura sono più poveri: il 22... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
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Letteratura
Variazioni sull’addio PDF Stampa E-mail
Letteratura
Scritto da Luigi Scorrano   
Domenica 27 Dicembre 2015 09:36

[Di seguito si pubblica il testo della lezione che Luigi Scorrano ha tenuto presso l'Università Popolare Aldo Vallone Galatina mercoledì 16 dicembre 2015]


1. La parola ‘addio’.

La parola ‘addio’, nel linguaggio consueto, mi sembra d’uso sempre più raro e casuale; o forse proprio fuori uso. Esiliata volontariamente dai parlanti; forse inconsciamente scancellata dal parlato (e dallo scritto) per una sua presunta inclinazione allo iettatorio, fa oggi sorridere se a qualcuno venga in mente di utilizzarla come saluto non che di congedo – come sembra più ovvio – anche d’incontro.

Hanno il loro destino, si sa, anche le parole e le formule; ed è fuori luogo un rimpianto che potrebbe sembrare – ahimè! – solo incapacità di adeguamento al presente; quel presente che vuole l’efficienza anche nel saluto, il quale riesce magari più smanceroso e lezioso di quelli d’un tempo, d’un certo passato, ma dal quale – comunque – è stata bandita, (o sembra essere stata bandita) definitivamente la parola addio.

Guardata senza sospetto, la parola rivela la sua carica di affettività, o la preoccupazione che l’affettività muove e sottende. Preoccupazione dettata dalla premura, dalla tenerezza, dalla sincerità di cuore di chi, affidandosi ad essa, con essa affida in mani onnipotenti una persona, una vita che gli è cara. Infatti l’espressione è: a Dio, col sottinteso di vi raccomando, come si annota in un vocabolario di onorata carriera quale il Tommaseo-Bellini e come, più stringatamente, ripete oggi il Grande Dizionario della Lingua Italiana del Battaglia.

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Charles Baudelaire PDF Stampa E-mail
Letteratura
Scritto da Augusto Benemeglio   
Lunedì 21 Dicembre 2015 21:29
  1. 1. La sua anima s’incrinò al primo urto

 

Uno subito pensa che Charles Baudelaire non meritava quella madre, né quelle eterne angustie finanziarie; non meritava quel gretto “Consiglio di famiglia alla Monti” che lo deprivò della sua libertà d’agire, né quell’amante tirchia; non meritava di morire di sifilide a soli quarantasei anni…Tuttavia questo raffinato esteta che frequentava le più miserabili prostitute di Parigi, che aveva il gusto della miseria e della sporcizia, che respirava vicino al magro corpo di Louchette, al suo alito di malfamata “orribile ebrea”; questo solitario che aveva una paura spaventosa della solitudine, e non usciva mai senza un amico, che aspirava a una casa, a una vita familiare, questo apologista dello sforzo “abulico”, incapace di costringersi ad un lavoro regolare, questo poeta che ha lanciato a piene mani inviti al viaggio, all’avventura, come un tour operator, questo prigioniero di se stesso che ha sempre anelato all’evasione, sognato paesi sconosciuti, e l’unico viaggio che ha fatto gli è parso un lungo supplizio… in fondo queste cose l’ha cercate con il lanternino, le ha volute, e, alla fine, forse, ha meritato in pieno la propria vita infame.

Quando il padre morì, aveva sei anni, viveva nell’adorazione di sua madre; affascinato, circondato di riguardi e di cure, non sapeva ancora di esistere come persona, ma si sentiva unito al corpo e al cuore della madre da una sorta di partecipazione primitiva e mistica; si perdeva nella tiepida dolcezza del loro amore reciproco. “Tu eri unicamente mia – le scriverà più tardi. Eri tutt’insieme un idolo e un camerata”. Ma nel novembre del 1828..., quando lui ha solo sette anni, questa donna tanto amata si risposa con un militare di carriera e lui viene messo in collegio. Dirà Buisson: “Baudelaire era un’anima molto delicata, molto fine, molto originale e tenera, un’anima che si incrinò subito, come un cristallo, al primo urto della vita.” Viene gettato nell’esistenza “personale” (“Quando si ha un figlio come me, -scriverà più tardi- non si riprende marito”), scopre di essere “uno”, e che la vita gli è stata data per nulla. Al suo furore di vedersi scacciato si mischia un senso di decadimento profondo. Ne “Il mio cuore messo a nudo”, che iniziò a scrivere in un Natale in cui preferì rimanere in collegio (aveva quindici anni) che venire a casa per le vacanze, dirà: “Ho sempre provato un sentimento di solitudine totale, fin dall’infanzia. Nonostante la famiglia, soprattutto in mezzo ai compagni, sentimento d’un destino eternamente solitario”. Non solo non rinnega questo sentimento di disappartenenza a tutto, ma il giovane Charles vi si immerge, vi si precipita con rabbia, vi si rinchiude e, dal momento che ve lo hanno condannato, vuole che la condanna sia definitiva. Abbandonato, respinto, Baudelaire, vuole orgogliosamente far suo questo isolamento; per non doverla subire, rivendica la propria solitudine, ne fa una sorta di “compagna” prediletta, una scelta sua, personale. Lui sarà diverso da tutti gli altri. C’è già in nuce in tutto ciò “L’albatro”, la figura simbolica del poeta, che può solo volare, ma quando è costretto a camminare diventa ridicolo.

 

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Ritratti di scrittori meridionali 2. Rocco Scotellaro, poeta contadino PDF Stampa E-mail
Letteratura
Scritto da Augusto Benemeglio   
Sabato 29 Agosto 2015 16:19

1. O mio cuore antico

Rocco Scotellaro è morto sessant’anni fa, a Portici, il 15 dicembre 1953, di notte, con un turbine negli occhi, un temporale sulla fronte e uno schianto terribile nel cuore, un rantolo breve e definitivo su un letto non suo di camera in subaffitto, ha reclinato il capo come un toro mortalmente trafitto dall’ultima estocada con la spada piantata fino all’elsa e le banderillas all’infuori. Se ne è andato a soli trent’anni, presagendo la sua fine (“O mio cuore antico, / topo solenne che non esci fuori/ sei giunto alla fine del tuo cammino”). Era nato novanta anni fa, nel 1923, a Tricarico, piccolo centro della Lucania, terra nera di precipizi con un torrente che delira nel ventre. Era un poeta, un poeta vero pieno di scintille. E il suo cuore gli ardeva nel petto come dentro un cratere, e nei suoi occhi neri c’era un’alba viva. Ma era anche fragile come un giglio,un fanciullo che non conobbe mai l’amore di una donna vera. Scrive Fortini che visse di forti contraddizioni sentimentali. E sociali. Infanzia-maturità, figlio-genitori, partenza-ritorno, sottomissione-rivolta, paese-nazione, piccolo mondo contadino-grande mondo moderno. Percorse i giorni come nubi perdute, gli navigava nel petto un’onda da giaguaro e una solitudine infinita. Contrassegnò tutta una lunga stagione di fuochi e di speranze. Sindaco a vent’anni, occupò le terre coi suoi contadini nel ’49 e l’anno dopo fu arrestato e incarcerato, per false accuse. Poi fu liberato. Ma per lui fu uno straccio e un coltello, il cuore cominciò a sanguinare. La vergogna, l’umiliazione lo segnarono per sempre. E infatti morì poco dopo col cuore crepato. Nel suo sogno di vento e lotta al buio, di boscaglia verde e bianca, era entrata l’aria fetida della calunnia, la pietra viscida dell’ingiuria, la serpe dell’invidia e della gelosia gli si era annodata alla gola. E l’uccisero. Fu uno dei tanti poeti – spesso oscuri – che viene impiccato ad un albero del nulla ogni giorno da tutti gli immondi governi del mondo. E il suo cuore antico scoppiò come un palloncino. Ne rimasero solo i lembi.

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Il viaggio in Puglia di Franco Antonicelli e Italo Calvino PDF Stampa E-mail
Letteratura
Scritto da Antonio Lucio Giannone   
Martedì 21 Luglio 2015 06:13

[l viaggio in Puglia di Franco Antonicelli e Italo Calvino, in La Biblioteca del viaggio nelle Puglie. Il Settecento e gli altri secoli: la Puglia e l’Adriatico, a cura di R. Lavopa, Edizioni digitali del CISVA 2013, pp. 87-98.]

 

Nel 1954 Franco Antonicelli e Italo Calvino si recarono insieme in Puglia per partecipare alla ‘Settimana del libro Einaudi’, in programma a Bari e a Lecce tra la fine di giugno e il principio di luglio. Le ‘settimane’ avevano lo scopo di far conoscere i libri della Casa editrice torinese attraverso il contatto diretto di autori e collaboratori con il vasto pubblico dei lettori. Ogni sera, per sette giorni di seguito, nelle città prescelte si svolgevano conferenze, incontri, dibattiti, nel corso dei quali venivano presentati le novità librarie, le collane e i programmi einaudiani.

Per Antonicelli quel viaggio rappresentava un ritorno alle proprie radici, in quanto la Puglia era la terra d’origine del padre, nella quale egli non era più tornato dai tempi dell’infanzia, trascorsa per alcuni anni a Gioia del Colle. Scrittore, editore, critico letterario, organizzatore di cultura, amico e sodale di Leone Ginzburg, Cesare Pavese, Massimo Mila e Norberto Bobbio, Antonicelli era già allora una delle figure più in vista dell’ambiente intellettuale torinese[1]. Di una generazione più giovane, ma già apprezzato narratore, era invece Calvino, che lavorava presso Einaudi come redattore stabile ed era ormai in procinto di diventare dirigente[2].

Questo viaggio ispirò ai due letterati altrettanti scritti, e precisamente a Antonicelli un racconto, dal titolo Finibusterre, e a Calvino un articolo, La ‘Settimana’ a Bari e a Lecce, i quali sono stati a lungo ‘dispersi’ nelle sedi originarie di pubblicazione e solo di recente raccolti in volume, a cura di chi scrive[3]. Essi sono la testimonianza di un’esperienza indimenticabile vissuta sul lato umano, ma al tempo stesso documentano un significativo momento di incontro e di confronto tra due esponenti dell’intellighenzia piemontese e la migliore cultura pugliese degli anni Cinquanta.

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La malinconia degli artisti PDF Stampa E-mail
Letteratura
Scritto da Augusto Benemeglio   
Mercoledì 24 Giugno 2015 06:24

1. Torquato Tasso


Nel 1621 Richard Burton scrisse una monumentale “Anatomia della melancolia”, che è stata riscoperta recentemente dopo secoli di oscurità. In estrema sintesi, l’autore inglese sostiene che gli scrittori e, più in generale, gli artisti ne sono un po’ le vittime designate. Il concetto di melancolia è legato alla storia della medicina (da Ippocrate a Galeno) e indica depressione, tristezza, a volte ipocondria, ma sono le Muse stesse a soffrire di melancolia, per cui gli artisti, i poeti, gli scrittori, i pittori, gli scultori, i musicisti sono costantemente inseguiti, assediati, accerchiati, dalla malinconia e divengono prigionieri del proprio talento e della propria disperazione come Tasso nell’ospedale di Sant’Anna, ritratto nel quadro di Delacroix e celebrato da Baudelaire ne I fiori del male:

Il poeta nella cella, sciatto, malaticcio,
sotto il piede convulso pestando un manoscritto,
misura con uno sguardo che il terrore infiamma
la scala di vertigine dove sprofonda la sua anima.
Le risate snervanti di cui s’empie la prigione
allo strano e all’assurdo chiamano la sua ragione;
il Dubbio lo circonda e la Paura multiforme,
ridicola, schifosa, li circola d’attorno.
Questo genio rinchiuso in un buco malsano,
quelle smorfie, quelle grida, quei fantasmi il cui
sciame gli turbina dietro gli orecchi ammutinato,
questo sognatore che l’orrore del luogo ha svegliato,
ecco il tuo emblema, Anima dai sogni oscuri,
che il Reale soffoca entro i suoi quattro muri!



2. Da Petrarca a Montale

 

E prima di lui Francesco Petrarca con il suo “ Canzoniere”, tutto velato di una grandissima malinconia, frutto di una visione mesta e disillusa della realtà (“quanto piace al mondo è breve sogno”), quella malinconia che troviamo anche in Vittorio Alfieri nel suo autoritratto, “per lo più mesto, e talor lieto assai,/or stimandomi Achille ed or Tersite:/uom, se’ tu grande, o vil? Muori, e il saprai.” E nei sonetti di echi petrarcheschi, “Solo, fra i mesti miei pensieri […] mi empiva il cuor d’alta malinconia“; “Misera vita strascino ed errante.” Per non parlare di Leopardi, il poeta di Recanati che incarna la malinconia, che scorge essere alla radice del dramma esistenziale dell’uomo. E Giovanni Pascoli, segnato dalla vertigine di fronte al buio della morte e alla tragedia dell’esistenza, che hanno straziato la sua infanzia con l’uccisione del padre. E tutto il senso angosciante del vivere è appunto fatto di malinconia. Potremmo aggiungervi l’Ungaretti dell’uomo di pena e della morte si sconta vivendo che fa il paio con il Montale degli Ossi di Seppia (“com’è tutta la vita e il suo travaglio/in questo seguitare una muraglia/che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia”. Ma potremmo continuare con Saba, Pavese, Pirandello, Sartre, Camus, e tantissimi altri, non solo poeti; pensiamo a Rossini, Chopin, Schumann, Mahler, Cezanne, Van Gogh, Modigliani, Utrillo, Monet, Munch, Viani etc).

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