Nuova sospensione delle attività
La presenza di casi di coronavirus sul territorio di Galatina e l'ordinanza di chiusura delle scuole emanata dal sindaco ci hanno consigliato un ulteriore consulto medico dal quale è emersa ... Leggi tutto...
Ripresa attività e nuova data per assemblea ed elezioni
Dopo un consulto medico, il Consiglio Direttivo ha deciso di riprendere le attività lunedì 2 marzo alle ore 18, con la conferenza del prof. Mario Graziuso “L’ultima rappresentazione sacra del... Leggi tutto...
Sospensione attività in via precauzionale
Avviso sospensione attività Pur in assenza di casi accertati di coronavirus, nella regione Puglia sono sconsigliati (anche se non ancora formalmente vietati) gli assembramenti di persone. Per questo... Leggi tutto...
Candidati per il nuovo Consiglio direttivo
Candidati per il nuovo Consiglio direttivo dell’Università Popolare A. Vallone di Galatina (in ordine alfabetico)   1 Bozzetti Maria Rita, nata a Roma 2.Campa Antonio nato a Galatina (Le) 3 Diso... Leggi tutto...
Convocazione Assemblea per Modifica Statuto ed Elezioni del nuovo Consiglio Direttivo
Sulla base di quanto deliberato durante l'ultima Assemblea, giovedì 27 febbraio 2020 si procederà alle elezioni del nuovo Consiglio Direttivo e all'approvazione delle modifiche dello Statuto. Si... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
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Letteratura
L’enigma Manzoni PDF Stampa E-mail
Letteratura
Scritto da Augusto Benemeglio   
Domenica 07 Giugno 2015 07:25

Siamo agli inizi  del  1860,   sta per nascere  il Regno d'Italia  ed   Emilio Broglio si reca a casa  Manzoni  trafelato  per dare la notizia, in anteprima al “Signor conte, hanno deciso  di nominarla Senatore del primo Regno d’Italia”.

Ma   don Lisander   lo ghiaccia:  “Sono lusingato,  ma accettare  è un'assoluta impossibilità…”  “ Ma perché mai, Signor conte?”

“Lascio  stare  che    a  settantacinque anni  viaggiare, mutare domicilio  e  abitudini,  separarmi da una moglie inferma e da una famiglia che non potrebbe seguirmi, non è cosa di poco momento.  Ma v'ha di peggio, caro Broglio.  Di parlare in Senato, non è nemmeno il caso di pensarci,  giacché  sono balbuziente,  e tanto più quando son messo al punto;    sicché farei certamente ridere la gente alle mie spalle anche soltanto  a dover  rispondere, lì per lì, alla formula del giuramento”.

“Ma Signor Conte, la proposta è di Cavour in persona e poi  ella  non  ha alcun bisogno di…”

“Parlare, dice?…Ma guardiamo in faccia la realtà, Broglio!… Mi ci vede  davanti ad una così alta  e solenne assemblea che dico… Giu… giu...giuro!…   Farei ridere tutti.   E andare in Senato,  anche per tacere,  è già una grossa difficoltà per un uomo che, da quarant'anni, in causa di attacchi nervosi, non osa uscir solo di casa sua”.

Dovrà venire, il 15 febbraio, Cavour in persona,    con tanto di  decreto di nomina  (del 29 febbraio 1860) per convincerlo ad accettare l’incarico, quel Cavour che gli aveva scritto una lettera l’anno prima  dichiarando  che l’essere amico di Alessandro Manzoni sarebbe stata  “la più cara, la più splendida ricompensa  per quel poco che ho potuto operare a pro della nostra Patria”. Manzoni Senatore farà due soli viaggi a Torino: nel giugno dello stesso anno, per il giuramento. E l’anno successivo, il 26 settembre 1861, per la proclamazione del Regno  d’Italia e il conferimento a Vittorio Emanuele  II del titolo di Re d’Italia.  In precedenza lo stesso monarca gli aveva fatto assegnare la pensione di 12.000 lire annue a titolo di ricompensa nazionale. E nel frattempo erano venuti a  trovarlo, come un monumento vivente, tutti gli eroi del risorgimento, Garibaldi in testa, che gli portò un mazzo di violette,   ed anche  Verdi che di fronte a lui si intimidì ed emozionò a tal punto da balbettare come uno scolaretto.

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All'ombra dell'altra lingua: ascolto, imitazione, metamorfosi PDF Stampa E-mail
Letteratura
Scritto da Antonio Prete   
Lunedì 01 Giugno 2015 07:47

[Intervento tenuto a Trento, Dottorato di Letteratura Comparata, il 30 settembre 2013]

 

Per restare nella scia del discorso che sentivo poco fa, direi che come traduttore appartengo a quelli che stanno nella loro “stanza”, nella “stanza del traduttore”, e  quindi  accetto il rischio di avvolgermi dentro i veli dell'intimità nel rapporto con il poeta  che vado traducendo, sapendo però che c'è fuori il vento della vita: fuori ci sono le strade, ci sono i rumori, ci sono quelle domande sul tradurre che poco fa abbiamo sentito.  Credo che l'importante  sia stare nella stanza sapendo che c'è il fuori. E dunque dall’interno di questa stanza, proverei a dire qualcosa. Vedo nel programma che sono previsti momenti di discussione, e forse quella sarà l'occasione di un confronto, ma anche di una più distesa e motivata esplicitazione di quello che qui per necessità si può solo sfiorare. Stamane, partendo da Siena frettolosamente - mi ero accorto d’essere in ritardo- cercavo il libro All’ombra dell’altra lingua, per potermene servire qui per  qualche citazione  di classici che avrei potuto fare, e non lo trovavo: avevo sul tavolo, però, la traduzione francese del libro, appena uscita. Così ho preso quell’edizione mentre pensavo: ma la traduzione di un libro sulla traduzione, se devo fare qualche citazione, mi porterà nell’altra lingua, passerò dalla lingua di un traduttore. Certo, ma almeno individuerò i passi, se mi servono, i classici in ogni lingua mantengono un loro volto. E in quel momento mi è anche venuto in mente il dialogo  e l’incontro che ho avuto con la bravissima traduttrice del libro, Danièle Robert, la quale è una traduttrice di poesia, come me, e ha tradotto meravigliosamente le Metamorfosi di Ovidio, e più di recente Le Rime di Cavalcanti. È accaduto che un fitto scambio di mail tra noi  per tre, quattro mesi è diventato un'occasione di confronto sul tradurre poesia. È stato bello, pur non conoscendosi ancora, riflettere sulla traduzione nel vivo di una traduzione in corso. Dunque All'ombra dell'altra lingua, che è anche il titolo del libro che ho dedicato di recente alla “poetica della traduzione”. Mi sembra che questo possa essere un punto di partenza in quanto questa è la situazione iniziale del traduttore :  è il situarsi, quell'essere in situazione che il traduttore non può dimenticare. Insomma si traduce sempre all'ombra di un'altra lingua; all'ombra vuol dire che si traduce dopo un testo originale. Il dopo è la condizione del traduttore. Tranne nei casi di traduzione fantastica in cui si traduce da un testo originale inesistente : abbiamo degli esempi singolari e bellissimi su questo, traduzioni da lingue inesistenti, da libri inesistenti, da testi poetici originali inesistenti. Leopardi, dalle  Odae adespotae all’ Inno a Nettuno alle operette Cantico mattutino del gallo silvestre e Frammento apocrifo di Stratone ha messo in scena l’esercizio elegante e straniante di una filologia fantastica. E questo sia esibendo, come nel caso delle Odae, un originale greco da lui stesso composto ma adespota cioè privo di certa attribuzione e facendolo seguire da una traduzione latina e accennando persino a una cancellata traduzione italiana, sia, come nel caso dell’ Inno a Nettuno, offrendo la traduzione in versi di un “ritrovato” inno greco dalle varie possibili attribuzioni, traduzione che nel frattempo avrebbe preparato il campo all’edizione critica del testo originale in corso di lavorazione da parte di uno scrupoloso filologo amico. Anche le due citate operette si mostrano come traduzioni di testi ritrovati : il Cantico scoperto in una cartapecora antica, scritto in lettera ebraica ma in lingua tra caldea, targumica, rabbinica, cabalistica e talmudica; il Frammento, in lingua greca,  rintracciato nella Biblioteca dei monaci del Monte Athos. Il caso poi del Martirio dei Santi Padri, pubblicato nel 1826,  è a sé : l’autore presenta come traduzione ritrovata, in perfetta lingua trecentesca, una propria traduzione da una delle Leggende dei Padri. Ma, dicevo, a parte questi casi di cui Leopardi è un esempio singolarmente brillante, e mette in opera una sua filologia fantastica, una sua biblioteca fantastica, anticipando anche Borges, in generale si sta dopo il testo, all’ombra dell’altra lingua.

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John Fante e l’usciere di Hollywood PDF Stampa E-mail
Letteratura
Scritto da Augusto Benemeglio   
Venerdì 17 Aprile 2015 06:45

Qualche anno  fa (una quindicina, più o meno) c’era un guardiano del tutto particolare al Circolo Tennis degli Ulivi di Tuglie: un omone un metro e novanta con un peso che sfiorava il quintale e mezzo, che parlava con un accento fortemente spagnolo e raccontava storie che sembravano vere. Si chiamava Ramon Diego  Ramirez e veniva dall’Honduras. Un giorno prendemmo  un gin tonic  insieme, al bancone del bar, presente il maestro Pino e Don Antonaci, grande volleadore al cospetto di Dio.

Lui tirò fuori il sigaro e se lo tenne tra le mani senza mai portarlo alla bocca, gli piaceva rimiraselo, evidentemente e ogni tanto annusarlo. Poi sorrise, ammiccante, e cominciò a raccontarmi una storia. Mi disse che aveva conosciuto John Fante, scrittore italo-americano, nell’autunno del 1964. Allora John era pieno di problemi, alcool e droga  con cui tentava di allontanare la terribile angoscia che lo divorava.

In effetti John – conferma Vinicio Capossela – era una specie di Dante Alighieri che “nel mezzo del cammino si trova buttato in America, come un pesce d’acqua dolce a cui tutt’a un tratto tocca imparare la parte dello squalo. Già americano, eppure con la coda rimasta impigliata ancora in Italia. Come un salmone mezzo mostro d’amore”.      A quel tempo  era appena uscito il suo ultimo romanzo,“Full of life”, ed era andato malissimo. John faceva lo sceneggiatore per Hollywood e  stava proprio a terra, ai piedi di Cristo, non si teneva in piedi, barcollava nei lucidi corridoi della mecca del cinema. Allora Ramirez  lo ospitò nella propria guardiola (faceva l’usciere, ma anche il sostituto portiere) e lo consolò, lo rigenerò, in certo qual modo, perché riuscì a dargli fiducia in sé stesso in un momento topico della sua esistenza. Insomma, possiamo ben dire che anche John incontrò il famoso usciere di Kakania, di cui parla Hag Rejk ne   “Il Malvagio di Berlino!”  Ramon gli disse: “Paisà, nun te preoccupa’. Vedrai che tutto si sistemerà e tu , dopo morto,  avrai molta fama e molti onori,  parola di Ramirez”.  Era quello che  John voleva sentirsi dire, e tuttavia  rispose:

“E tu, chi cazzo sei? Mi sbaglio,  o sei un merdoso usciere sudamericano?”.

“Sì,  - disse l’omone,-  io fo’ l’usciere qui a  Hollywood , vivo in uno scantinato, con mia moglie Tulita e i nostri sette figli, sei femmine e un maschio, ma sono uno scrittore  e un profeta”.

“Cazzo, un usciere profeta!”, disse Fante e si mise a ridere come un pazzo.

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Michele Pierri e Alda Merini PDF Stampa E-mail
Letteratura
Scritto da Augusto Benemeglio   
Venerdì 27 Marzo 2015 17:20
  1. 1. Michele Pierri

“In ognuno di noi / c’è un Cristo sconosciuto / da amare che si rivelerà”…  prima o poi, magari con una gazza sulla spalla,   con cui parlare,  come faceva il vecchio Pierri  negli ultimi mesi di vita.  E quando   il Cristo sconosciuto riapparirà  ci sarà ancora un Giuda ad aspettarlo,  “libero dal tradimento”.  Lo bacerà di nuovo, ma stavolta “nell’amicizia / del cuore … E anche Giuda avrà una mite gazza sulla spalla”. Nessuno metterà (crudelmente) la gazza nell’orcio come facevano i salentini al tempo della “Luna dei Borboni” di Bodini, grande poeta che ci  si ostina  a lasciare tra le carte e nella muffa dei conferenzieri universitari eruditi,  invece di farlo circolare nelle scuole, spiegandone il furore e l’amara malinconia.

In una sorta  di  alleanza ermetica-surreale  e   chiaroscurale  con Bodini,   ecco sorgere la parola di Michele Pierri, medico tarantino, che usa il bisturi come un crocifisso, o il crocifisso come il bisturi, sbagliando sempre le mosse e non riuscendo a trovare una  sua via  precisa e decisa,  una sua identità  storica.    “Si direbbe – scrive Antonio Corsaro – “che il suo processo evolutivo non abbia storia, come non ha storia la sua vita offerta alla medicina.  Pierri si è occupato di periodici provinciali,  ha scritto racconti quasi in segreto e paginette di critica,  ha collaborato a riviste letterarie, ma senza dare a simili esercizi  di scavo culturale che un  puro peso di mestiere, con la volontà di mettere a fuoco le esigenze dell’anima”.

 

2. Alda Merini

C’è, però, dentro di lui, un paesaggio simile ad una strana macchia d’artiglio, a una realtà che non è solo realtà, ma qualcosa che la trascende in un misterioso rapporto di bene e male, di amore e odio, dove si fanno colloqui a distanza tra uomini e angeli invisibili, gli uomini sono uomini e gli angeli assumono le sembianze di gazze, gazze blu con striature bianche, bolse, ma eleganti  nel breve volo… Aggiungiamo, per dovere di cronaca, che Michele Pierri fu uno dei co-fondatori dell’Accademia Salentina “ideata  dal  “poeta barone”   Girolamo Comi nell’immediato dopoguerra, all’inizio degli anni ’50, quando la popolazione salentina era all’ottanta per cento praticamente semianalfabeta.   Ma oggi  di lui onestamente  si trova  poco o nulla,  e  quel poco  è quasi sempre  associato al nome di  Alda Merini, con la quale ha convissuto  per alcuni anni,  dal 1981 al 1986,  subito dopo la morte della sua adorata moglie, Aminta. E  in quegli anni  di  fiato a fiato in un modesto condominio del centro di Taranto,  il dottor Pierri  non fece  altro che  parlarle di lei,  alla povera Alda,  della moglie morta, novella Beatrice, che stava in paradiso aspettandolo, pronta a  far  “spazio per essere l’unica / ad accoglier(lo), al transito”…

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Carlo Levi: “M’avete fatto umano” PDF Stampa E-mail
Letteratura
Scritto da Augusto Benemeglio   
Sabato 07 Marzo 2015 17:23
  1. 1. I contadini della Lucania

Ho rivisto in questi giorni il vecchio film (1979) “Cristo si è fermato a Eboli” di Salvatore Rosi, una fotografia quasi fiamminga, un eccellente introspettivo Giammaria Volonté, (forse il più grande attore italiano), un  film ammirevole per intensità emotiva, delicatezza  e sapiente ricostruzione dei luoghi molto neo-realistica, ma anche con una “sordina alla dimensione antropologica e magica del libro di  Carlo Levi, e un accentuazione su quella sociale e politica”, com’è nello stile dei film-denuncia  di Rosi. Quei volti dei contadini della Lucania, spesso in primo piano, sarebbero  piaciuti molto allo scrittore torinese, scomparso pochi anni prima del film, nel 1975. “Noi non siamo cristiani, essi dicono, Cristo si è fermato a Eboli”. E anche Carlo Levi  si è fermato lì, per sempre, seppellito in quelle terre impregnate di sudore, fatica e dolore.

Durante gli ultimi vent’anni della sua vita, il suo studio romano fu una sorta di ambasciata  dei contadini meridionali, o meglio ancora, un avamposto del mondo contadino… ”Le notizie che arrivano al suo studio – scrive il suo grande amico Italo Calvino, -  non si trovano sui giornali… Sono notizie di paesi dove prima dell’alba gli uomini sono in marcia per raggiungere i campi lontani, notizie di lutti, di arresti, di occupazioni di terre, ma anche notizie di filtri d’amore, di incantesimi, di spiriti notturni. Alla sua ambasciata si possono trovare tesori appena giunti da questi lontani re, i formaggi caprini, i vini mielati, i santini di gesso. Talvolta vi si possono incontrare messaggeri: donne nerovestite, giovani dalle scarpe polverose, come se una strada segreta collegasse quei campi  e quei villaggi lontani alla casa del loro ambasciatore. E allora ci prende come una vertigine d’un mondo diverso che ruota nel suo tempo diverso, in un’altra dimensione dal nostro, da noi che seguiamo il tempo dei contachilometri e delle rotative dei quotidiani.”

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