Nuova sospensione delle attività
La presenza di casi di coronavirus sul territorio di Galatina e l'ordinanza di chiusura delle scuole emanata dal sindaco ci hanno consigliato un ulteriore consulto medico dal quale è emersa ... Leggi tutto...
Ripresa attività e nuova data per assemblea ed elezioni
Dopo un consulto medico, il Consiglio Direttivo ha deciso di riprendere le attività lunedì 2 marzo alle ore 18, con la conferenza del prof. Mario Graziuso “L’ultima rappresentazione sacra del... Leggi tutto...
Sospensione attività in via precauzionale
Avviso sospensione attività Pur in assenza di casi accertati di coronavirus, nella regione Puglia sono sconsigliati (anche se non ancora formalmente vietati) gli assembramenti di persone. Per questo... Leggi tutto...
Candidati per il nuovo Consiglio direttivo
Candidati per il nuovo Consiglio direttivo dell’Università Popolare A. Vallone di Galatina (in ordine alfabetico)   1 Bozzetti Maria Rita, nata a Roma 2.Campa Antonio nato a Galatina (Le) 3 Diso... Leggi tutto...
Convocazione Assemblea per Modifica Statuto ed Elezioni del nuovo Consiglio Direttivo
Sulla base di quanto deliberato durante l'ultima Assemblea, giovedì 27 febbraio 2020 si procederà alle elezioni del nuovo Consiglio Direttivo e all'approvazione delle modifiche dello Statuto. Si... Leggi tutto...
In memoria di Piero Manni, editore
Da qualche giorno il Salento e il mondo della cultura sono più poveri: il 22... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
Home Saggi e Prose Letteratura
Letteratura
L’ami Pierrot, Jeanneton et les autres... PDF Stampa E-mail
Letteratura
Scritto da Annie e Walter Gamet   
Domenica 06 Ottobre 2013 07:21

De la naissance à la mort, la chanson populaire accompagne tous les actes et moments de la vie. D’une infinie variété dans ses formes, berceuse, comptine, danse, ballade, complainte, elle en reflète tous les aspects, douceur et insouciance de l’enfance, enthousiasme ou nostalgie de l’amour,  douleur et peine face aux vicissitudes de l’existence telles le servage, la dureté de la vie sociale, la prison, la guerre, la perte des êtres chers. Au rythme de ses couplets et refrains, sa poésie apporte aux plus humbles joie, apaisement, consolation, dignité. Et puis l’exutoire de la fête, avec son copieux répertoire de chansons à boire, à danser, ou de paillardes estudiantines. Notre nation rabelaisienne sait rigoler, surtout aux dépens des puissants de tout poil. C’est ainsi que depuis ses origines médiévales, la chanson populaire s’affirme comme transgression vis à vis des ordonnances royales et des interdits religieux, dans des textes qui ne sont simples qu’en apparence: « Il court, il court le furet...», par exemple, peut se lire comme une contrepèterie facile et grossière qui moque la lubricité du clergé et « Il pleut, il pleut bergère...» avertit , dans le grondement de l’orage révolutionnaire qui s’annonce, que Marie-Antoinette, l’Autrichienne haïe qui joue justement à la bergère dans les jardins de Versailles, a du souci à se faire. Aujourd’hui encore, la tradition perdure, les cortèges de manifestants hostiles aux politiques libérales destructrices des droits sociaux résonnent d’airs anciens aux textes recomposés pour la circonstance.

La chanson populaire est vivante. Elle se décompose et recompose en permanence, perdant ses significations anciennes, en créant de nouvelles pour s’adapter à des contextes politiques et sociaux mouvants. N’échappe pas à cette évolution une petite comptine aux apparences anodines sous son air de commedia dell’arte, que tous les enfants de France apprennent dès leur plus jeune âge, ainsi que tous les écoliers du monde dans leur apprentissage du français (à Galatina même, nous avons pu le vérifier). Il s’agit de « Au clair de la lune ». À dire vrai, les parents fronceraient les sourcils s’ils savaient que le texte, écrit pour des adultes en 1790, était d’esprit libertin.

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Di libri, sui libri PDF Stampa E-mail
Letteratura
Scritto da Antonio Errico   
Giovedì 05 Settembre 2013 16:05

Ciascuno di noi ha un libro dentro sé: anche una sola pagina, una frase, un rigo appena. Forse anche un libro lontano di scuola elementare, uno di quei libri con le immagini irreali, quelli che seguivano l’avvicendarsi delle stagioni. Ma ciascuno di noi ha un libro dentro, intimo, profondo, anche se a volte lo ricorda a malapena, perché il tempo è passato e ha fatto fascine di memorie.

Forse il libro che conta in fondo è quello: il proprio libro dei libri, quello dal quale tutti gli altri sono stati generati, che ha provocato la curiosità, il piacere, forse anche il vizio della lettura. Conta quel libro che si è fatto lievito di un’avventura a volte continua, altre volte rara. Ma il numero dei libri letti davvero non importa; non è la quantità che determina la sostanza. Mi pare che sia stato Gustave Flaubert ad aver detto che saremmo certamente molto colti se leggessimo solo quattro o cinque libri. Perché probabilmente nei quattro o cinque libri ci possono essere tutti i libri scritti in ogni tempo e in ogni luogo. Allora quello che davvero conta è la profondità che si riesce a raggiungere, quello che resta della lettura, che si stratifica, si sedimenta e al tempo stesso si rinnova costantemente, in relazione alle esperienze che si attraversano, alle emozioni che si provano, alle ragioni che maturano. Forse bisognerebbe leggere i libri giusti. Ma quali possono essere i libri giusti, e poi giusti per chi, giusti per cosa? Chi potrebbe consigliarci i libri giusti? Diceva Virginia Woolf all’inizio di un saggio intitolato “Come si legge un libro”, che “l’unico consiglio sulla lettura che si possa dare a una persona è di non accettare consigli, di seguire il proprio istinto, di usare il proprio cervello, e di trarre le conclusioni da soli”.

Come si fa a sapere se un libro è giusto o sbagliato - per sé - se prima non lo si legge.

Ci sono libri, pagine, versi, che ritornano dopo anni e anni e si comprendono solo nel momento in cui ritornano, in una condizione di urgenza o di riflessione. Si comprendono nella sintesi esistenziale che rappresentano, nell’espressione essenziale con cui si manifestano, nel grumo di senso che hanno tenuto nascosto fino a quando non è venuto il giusto tempo per rivelarlo.

Si legge Il sabato del villaggio a tredici anni. Poi lo si legge un’altra volta a diciotto. Ma è soltanto dopo, molto tempo dopo, quando fiumi d’acqua sono passati sotto i ponti, quando si è fatta fitta la trama della propria storia, quando l’intreccio si è aggrovigliato, che si riesce a scoperchiare la botola segreta del significato di quella reticenza terribile e stupenda: “ altro dirti non vo”.

Ecco, Leopardi. Uno che a vent’anni aveva letto un oceano di libri. A un certo punto dello Zibaldone scrive d’essersi accorto “che la lettura de’ libri non ha veramente prodotto in me né effetti o sentimenti che non avessi, né anche verun effetto di questi, che senza esse letture non avesse dovuto nascer da sé: ma pure gli ha accelerati, e fatti sviluppare più presto, in somma sapendo io dove quel tale affetto moto sentimento ch’io provava, doveva andare a finire, quantunque lasciassi intieramente fare alla natura, nondimeno trovando la strada come aperta, correvo per quella più speditamente”.

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Nella sospensione della scrittura PDF Stampa E-mail
Letteratura
Scritto da Antonio Errico   
Giovedì 27 Giugno 2013 06:48

Come le linee che tramano il palmo della mano. Ci sono vite per le quali la scrittura è così: così segno sul corpo, del corpo. Che insieme ad esso diviene, con esso si assimila, s’identifica. Ci sono scritture che cominciano e si concludono insieme alla vita. Sprofondano nella memoria, raspano in quella fanghiglia che a volte ammassa i ricordi, oppure si mettono davanti a quegli altri che rimangono nitidi, scolpiti negli occhi. Davanti ad essi si mettono certe scritture, come se fossero specchio, e li guardano, li penetrano con domande mute sul senso dell’essere lì, in quell’ora, in quel luogo, sul senso dell’essere stato, in un’altra ora, un altro luogo, con le stesse creature, con creature diverse. Ma sempre del tempo dicono, quelle scritture: perché nient’altro possono dire se non il tempo, non possono dire altro se non l’attraversamento dei giorni, delle ore, e non altro possono dire se non la nostalgia, se non il dolore, le gioie, gli stupori, i sogni, i trasalimenti, le emozioni, i rimpianti, i travagli, le sempre molte sconfitte, le sempre poche vittorie. Nella trasparenza di un’immagine, in una parola, in una scena che riaffiora dalla profondità della lontananza.

Però a volte sembra che la scrittura riesca a cancellare ogni distanza, che le cose di cui narra si concentrino, si condensino tutte in un presente della memoria, quasi agostinianamente. Perché la scrittura dice in che modo la memoria si riattiva nel presente: qualsiasi tipo di memoria: volontaria, involontaria, personale, collettiva, inquietante, consolatoria.

Il soggetto che narra è completamente dentro la scrittura: ne è avvolto, coinvolto, a volte travolto: psicologicamente, razionalmente, emotivamente, sentimentalmente, passionalmente. In tutta la sua fisicità. Il corpo si protende verso la scrittura, ed è come se si sporgesse dai bordi di un pozzo, e sul fondo di quel pozzo vedesse il passato, tutto lì, sul fondo, convogliato, radunato. Poi dal fondo di quel pozzo il passato risale fino agli occhi, fino al pensiero, che lo ricompone, lo riconfigura, gli restituisce movimento ed espressione, cercando di ridurre per quanto è possibile lo scarto determinato dal tempo, attraverso una narrazione lineare, organizzata per sequenzialità e consequenzialità, per cronologie, per cause ed effetti, per nuclei di senso.

Il soggetto che narra vorrebbe restare neutrale, o almeno a distanza, ma ci sono scaglie, particolari che lo richiamano, lo seducono, lo commuovono, provocando una memoria dolceamara costantemente contagiata dalla nostalgia dell’essere stato, di aver vissuto, di come gli altri sono stati, di come gli altri hanno vissuto, quando il tempo è stato bello e quando è stato brutto.

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Il racconto italiano del primo incontro (parte terza) PDF Stampa E-mail
Letteratura
Scritto da Gianluca Virgilio   
Mercoledì 29 Agosto 2012 11:32

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Natalia Ginzburg - Ingmar Bergam


In questo scritto datato 5 dicembre 1971 Natalia Ginzburg (Palermo, 1916) racconta il primo incontro col regista svedese Ingmar Bergman avvenuto qualche giorno prima a Palermo. Ne deriva una riflessione generale sul senso dell'incontro con un "grande", di cui a lungo si è amata l'opera, desiderando di conoscerne l'autore; ma alla fine questa conoscenza diviene di scarsa importanza, se non addirittura evitabile per gli equivoci o la delusione che potrebbero derivarne. E tuttavia, quale contentezza dopo la stretta di mano col regista svedese, e quale ricordo gentile da conservare nella memoria! L'incontro rientra nella tipologia dell'incontro-convegno.

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Il racconto italiano del primo incontro (parte seconda) PDF Stampa E-mail
Letteratura
Scritto da Gianluca Virgilio   
Martedì 28 Agosto 2012 11:10

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Gennaro Perrotta - Giorgio Pasquali

 

Il latinista e grecista Gennaro Perrotta (Termoli, Campobasso 1900 - Firenze 1962) rievoca il suo primo incontro con Giorgio Pasquali avvenuto nel novembre 1916 a Firenze in occasione del concorso per una borsa di studio all'Università. Il ritratto del Pasquali è quello d'un maestro severo ed umano, capace di cogliere in una battuta - giudicata da chi la pronunciò troppo audace - l'intelligenza dell'allievo. Anche questo può costituire un felice inizio d'un'amicizia e d'una collaborazione.

Il ricordo del Perrotta si legge in un suo discorso celebrativo del 1943 in onore di Pasquali che in quell'anno era stato chiamato a far parte dell'Accademia d'Italia. La tipologia è quella dell'incontro scolastico.

 

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