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La presenza di casi di coronavirus sul territorio di Galatina e l'ordinanza di chiusura delle scuole emanata dal sindaco ci hanno consigliato un ulteriore consulto medico dal quale è emersa ... Leggi tutto...
Ripresa attività e nuova data per assemblea ed elezioni
Dopo un consulto medico, il Consiglio Direttivo ha deciso di riprendere le attività lunedì 2 marzo alle ore 18, con la conferenza del prof. Mario Graziuso “L’ultima rappresentazione sacra del... Leggi tutto...
Sospensione attività in via precauzionale
Avviso sospensione attività Pur in assenza di casi accertati di coronavirus, nella regione Puglia sono sconsigliati (anche se non ancora formalmente vietati) gli assembramenti di persone. Per questo... Leggi tutto...
Candidati per il nuovo Consiglio direttivo
Candidati per il nuovo Consiglio direttivo dell’Università Popolare A. Vallone di Galatina (in ordine alfabetico)   1 Bozzetti Maria Rita, nata a Roma 2.Campa Antonio nato a Galatina (Le) 3 Diso... Leggi tutto...
Convocazione Assemblea per Modifica Statuto ed Elezioni del nuovo Consiglio Direttivo
Sulla base di quanto deliberato durante l'ultima Assemblea, giovedì 27 febbraio 2020 si procederà alle elezioni del nuovo Consiglio Direttivo e all'approvazione delle modifiche dello Statuto. Si... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
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Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
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Letteratura
Solo per amore. Frammenti su Vittorio Bodini PDF Stampa E-mail
Letteratura
Scritto da Antonio Errico   
Domenica 09 Ottobre 2016 17:59

Come un grande amore. Nel modo in cui accade per ogni grande amore; come ogni grande amore si confronta con il dissidio, con l’incomprensione, tra Vittorio Bodini e il Sud c’è stata la tensione lacerante di ogni grande amore.

C’è stata la passione ebbra, l’illusione dell’eternità di quell’amore; c’è stato il desiderio prorompente, l’ansia, la frenesia, la sensualità spossante, poi l’intenzione dell’addio, la separazione. Poi il ritorno malinconico. Poi l’allontanamento. Un altro. L’ultimo: nostalgico, pietoso, soffocato dal rimpianto.

Mai, però, ci fu l’indifferenza. Mai ci fu l’estraneità, il sentirsi slegato da ogni vincolo, affrancato da una sentimentale soggezione, spiantato dalla terra, abbandonato dal sogno e dall’ idea di una nuova vita per una terra e per i destini che dentro quella (questa) terra si generano e si dipanano, si annodano e si aggrovigliano, si ritrovano o si disperdono, si differenziano o si rassomigliano.

Nel modo in cui accade per ogni grande amore, Vittorio Bodini ha vissuto il Sud con una contraddizione carica di energia inquieta, con un alternarsi di attrazione e di rifiuto, tra l’istinto di fuggire e il desiderio di tornare, fino a raggiungere l’esasperata e al tempo stesso lucida coscienza di un’assoluta, irreversibile, drammatica volontà di morte nella lontananza.

“Qui non vorrei morire dove vivere/ mi tocca, mio paese/ così sgradito da doverti amare”.

E’ in questo disperato desiderio di un altrove ultimo, di una morte  inappartenente e sradicata dal “qui” dove l’esistenza è costretta per destino, o per necessità, o forse per quell’amore  così prepotente e sfrenato da restare sempre e irrimediabilmente inappagato, che esplode l’espressione del rifiuto della terra com’è nel suo presente.

Ma c’è quel  “doverti amare”: come una costrizione all’amore determinata da un senso di legame filiale impossibile da disconoscere, irrinunciabile, un nodo al cuore che  non si può slegare e che fa sempre più male perché sempre più si fa disperato affetto.

Non dice, Vittorio Bodini, quale sia l’altro luogo; non c’è, per Vittorio Bodini, un altro amore per un’altra terra. C’è soltanto lo straziante sentimento di una insofferenza del “qui”; c’è soltanto l’aspirazione ad una fuga che coincida con una dissolvenza anche del possibile ricordo che si può lasciare negli altri che rimangono lì dove un giornale loda la guardia campestre che spara sui ladri di chiocciole.

Il ritorno si rende sopportabile soltanto se contempla la possibilità di una trasformazione, di un diventare “altro” dall’essere, per riappropriarsi di un senso originario che è stato perduto o rifiutato.

Ogni partenza di Bodini è sempre impregnata del senso di un addio anche quando questo senso racchiude la prefigurazione di un ritorno.

Partire svanendo, dunque, e poi fare ritorno, ma con un altro cuore, con un altro pensiero “ duro e sofistico”, disposto  - o costretto –al confronto serrato e impietoso con se stesso e con quello che intorno appare in superficie o si nasconde nel passato profondo.

L’esperienza poetica del ritorno, per Bodini è un’esperienza della morte: di una morte che coinvolge tutte gli esseri e le cose, ogni dimensione del tempo; è un nostos che annichilisce, che provoca uno stordimento esistenziale, che stringe in una condizione di abissale vuoto interiore.

Il luogo verso cui tende e si conclude il viaggio di ritorno è quel  paese nel Sud, “dove ogni cosa, ogni attimo del passato somiglia a quei terribili polsi di morti/ che ogni volta rispuntano dalle zolle/ e stancano le pale eternamente implacati”.

E’ nel luogo e nel tempo del ritorno che matura la comprensione della ineluttabilità di una perdita: “qui” – dice Bodini- “ s’era fatto il mio volto”, in quel luogo destinato dall’origine, in quell’incessante riaffiorare di un passato  che il tempo e la morte non riescono a placare, nella lontananza assoluta e definitiva  da altri luoghi e altre esistenze.

Il volto dell’altro, di chi si è costretti a perdere, quel volto che ha il profilo  di un amore forestiero, si è fatto, invece, in altri paesi  “ a cui non posso pensare”.

Cosa c’è dietro – dentro-  il verso “ a cui non posso pensare”?
Se si può anche leggervi una nostalgia di altri paesi ai quali non si appartiene per origine, allora Bodini scardina l’assioma della nostalgia del proprio paese, o soltanto del proprio paese.

Il solo paese in cui sia possibile ritornare senza farsi sommergere dal senso dilagante di morte, è quello della memoria. Ma il paese della memoria è un luogo inesistente. E’ soltanto proiezione dell’immaginazione. E’ una pura invenzione della parola. Però è questo paese che per Bodini diventa l’orizzonte di uno struggente desiderio. E’ il paese dell’infanzia che è , anch’essa, un’invenzione, una fiaba consolatoria, il possibile rifugio quando il presente è la furia di una bufera. E’ il paese dello stupore per la scoperta di se stesso e degli altri che abitano quel paese: creature che proteggono da ogni insidia del mondo e soprattutto dall’agguato che tende  il futuro. E’ il paese edificato giorno per giorno con le parole di una poesia.

Solo in quel paese,  Vittorio Bodini si riconosce, riesce cioè a riconoscere se stesso, il proprio essere autentico.
Ma allora: se l’essere autentico è una possibilità  concessa solo alla poesia, se il riconoscimento di se stesso avviene solo dentro il luogo della poesia, si può ipotizzare che sia soltanto la poesia il vero e unico paese che Bodini abita o che può abitare, in cui non si sente mai straniero, dal quale non deve mai partire, al quale non deve mai fare ritorno.

Come un grande amore, dunque, la storia tra Bodini e il Sud ha dentro il suo sviluppo tutta l’impossibilità di una ordinaria situazione e tutta l’incomparabile poeticità della straordinarietà di una condizione.

Ci sono eventi che accadono per caso, nella poesia di Vittorio Bodini, come, talvolta, accadono per caso gli eventi, in ogni vita: per disegni imponderabili, ragioni ingovernabili, cause senza un’origine che si renda manifesta, impreviste deviazioni lungo il transito dei giorni, occasioni inaspettate, insospettate, cattive o buone.

Per caso accade in Bodini, innanzitutto, quell’evento dal quale ogni altro deriva ed al quale è subordinato, quello che una creatura si porta dentro con felicità in certe stagioni,  in altre con disperazione, o con felicità e disperazione mescolate, in altre ancora.

Esistere. E’ questo il caso originario, per Vittorio Bodini: un caso che poi si carica di una connotazione umana radicale, di un destino dal significato inequivocabile: esistere al Sud. Pensarsi e rappresentarsi come l’esito di un colpo di dadi, come numero deciso dalla sorte che realizza innumerevoli combinazioni.

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Il piccolo mondo di un grande poeta: Guido Gozzano PDF Stampa E-mail
Letteratura
Scritto da Antonio Errico   
Lunedì 15 Agosto 2016 08:51

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di sabato 6 agosto 2016]

 

Il nove di agosto del 1916, a Torino, moriva un ragazzo che non aveva avuto il tempo di trasformarsi in uomo e un uomo che non aveva mai avuto il tempo di essere un ragazzo. Si chiamava Guido Gustavo Gozzano. Aveva trentatré anni. A ventiquattro gli era stata diagnosticata una tubercolosi polmonare. Dopo il liceo si iscrisse a giurisprudenza ma non  studiò mai. Di mestiere fece il poeta, e fu un grande poeta, come ogni grande poeta qualche volta incompreso, spesso incompreso. Poeta minore, per lungo tempo si è detto; troppo crepuscolare, mellifluo, lezioso, uno che riduceva la vita a scenetta provinciale, uno che per personaggi aveva la mamma, la Nonna Speranza, la Signorina Domestica, l’avvocato un po’ malato, il molto Regio notaio, il farmacista, il signor sindaco, il dottore. Disse Scipio Slataper che il suo era un mondo di chicche al limoncello, che il suo romanticismo era uno stagnetto di disvio.

Invece Gozzano è un grande poeta. Lo capirono subito Borgese e Serra, per esempio. Dissero che aveva la civetteria degli accordi che sembrano falsi, delle bravure che sembrano goffaggini di novizio; dissero che conosceva le origini letterarie di tutti i sogni.

Gozzano ha la consapevolezza che il mondo sia totalmente inautentico, che l’arte non dura in eterno, che non dura in eterno la poesia, che i versi invecchiano anche prima di noi, che la vita poteva trovare un senso soltanto trasformandosi in parodia, rifacimento, citazione. Ma, come sostenne Montale, Gozzano è stato anche il primo dei poeti del Novecento che sia riuscito ad “attraversare D’Annunzio” per approdare ad un territorio suo. La poesia appartiene alla giovinezza e Guido Gozzano giovinezza non ne ha mai avuta. A venticinque anni già si sente vecchio. In una poesia dei ColloquiIn casa del sopravvissuto- scriveva: “Penso, mammina, che avrò tosto venti-/cinqu’anni Invecchio! E ancora mi sollazzo/ coi versi! E’ tempo d’essere il ragazzo/ più serio, che vagheggiano i parenti./ Dilegua il sogno d’arte che m’accese;/ risano poco a poco, anche di questo!/ Lungi dai letterati che detesto,/ tra saggie cure e temperate spese,/ sia la mia vita piccola e borghese:/ c’è in me la stoffa del borghese onesto”. Così questo ragazzo che ha paura d’invecchiare a venticinque anni, elabora le figurazioni di  un mondo piccolo-borghese, che prima di lui non aveva esistenza e che dopo di lui abbiamo chiamato gozzaniano. Insomma, Gozzano riesce a far comprendere che esiste una verità del falso ed una falsità del vero, che il mondo ha una sua bellezza e una sua bruttezza che spesso si confondono, che l’ironia è un metodo per comprendere il senso profondo delle cose e in qualche caso per difendersene, che è meschino illudere se stesso ed ancora più meschino illudere gli altri, che la modestia, il pudore, sono una maniera per tentare, se mai fosse possibile, di salvarsi la vita. La supponenza, l’arroganza, il sussiego, l’alterigia, la tracotanza, sono all’origine della tragedia. Per capire se questo è vero, basta considerare un attimo la Storia e guardarsi appena appena intorno. Per questo, se non altro, Gozzano è un grande poeta.


Margherita di Navarra PDF Stampa E-mail
Letteratura
Scritto da Lucio Causo   
Lunedì 18 Luglio 2016 16:25

Una donna, una regina, scrisse alla maniera del Boccaccio, cantò serenamente l’amore, parlò del piccolo nume come d’un gioioso trastullo. Nei racconti di questa donna l’amore è una festa dei sensi e del cuore non il tormento acuto e lacerante dei poeti moderni; l’amore in questi scritti giocondi, vive, fiorisce, muore e rinasce fra le rose.

Margherita di Valois, regina di Navarra, figlia di Carlo d’Orleans e sorella di Francesco I, nacque ad Angouleme nel 1492. Fin da piccola mostrò una intensa passione per tutto ciò che fosse espressione di bellezza e d’arte. Due grandi occhi profondi e sereni, una bellissima bocca sempre atteggiata al sorriso, erano indice della dolcezza della sua anima. Allorché a soli diciassette anni andò sposa al Duca d’Alencon (marito impostole e poco degno di lei) era una giovinetta bellissima e univa alle doti fisiche quelle di un eletto ingegno e di una grande bontà che la rendeva indulgente verso le colpe altrui, e le insegnava a comprendere e ad amare fino i più umili. Molto colta, avendo trascorso la prima giovinezza nello studio, imparò molte lingue: italiano, spagnolo, latino, greco, ebraico; più aveva una profonda conoscenza della storia, e un vero culto per la letteratura.

Nel 1515, essendo divenuto re suo fratello Francesco I, che nutriva grande affetto per Margherita, la giovane Duchessa, che brillava allora in tutto il suo splendore, divenne l’idolo della corte di Francia. Francesco I è una delle più belle figure della storia di quei tempi; apprezzava più che la nobiltà della nascita quella dell’ingegno, e proteggeva l’arte e gli artisti. Il fratello, più per vezzo, chiamava la sorella “Margherita delle Margherite”. Benvenuto Cellini, l’italiano dal forte ingegno, trovò in Francesco I un benevolo protettore e in Margherita una cordiale amica.

Ma nel 1525 la tristezza si abbatté là dove prima era sorriso e fervore d’ingegno. Muore il Duca d’Alencon, marito di Margherita, che soffrirà molto per questa scomparsa. Ma una nuova sciagura colpisce la dolente duchessa: il fratello Francesco I, ch’essa ama d’intenso affetto, alla battaglia di Pavia, dopo aver combattuto da valoroso, è fatto prigioniero e da Carlo V, il vincitore, viene fatto condurre a Madrid. Margherita alla nuova dolorosa notizia, lascia la Francia e corre a Madrid per confortare la prigionia del fratello. Nel 1527 Margherita, che a 35 anni conserva l’aspetto di una giovinetta, si rimarita. Va sposa al Re di Navarra, Enrico d’Albret, e da tale unione nasce Giovanna, che fu madre di Enrico IV.

Il Regno di Navarra per l’influenza della nuova Regina brillò subito di grande splendore; diede forte impulso all’agricoltura, all’arte e alla letteratura. È in quest’epoca che ha inizio l’attività letteraria di Margherita. Per prima cosa pubblica un libro di poesie intitolato “Specchio dell’anima peccatrice”. La Regina, che fu la più amata del suo secolo, vide in quel tempo rivolgersi verso di lei il rancore dei religiosi, ma il fratello Francesco I che tanto l’amava e la stimava, sdegnato, condannò il preside della facoltà della Sorbona. Sta di fatto, però, che la Regina fu vista da allora meno spesso alla corte di Francia e si ritirò alla piccola Reggia di Merac, ove troppo spesso aveva motivo di soffrire per il comportamento del rozzo marito che vedeva malvolentieri letterati ed artisti.

Era poetessa essa pure, ma il suo libro tanto noto “Heptameron” fu pubblicato la prima volta senza il nome dell’autore col titolo “Storia degli amanti fortunati”. Quando fu scoperto l’inganno il libro fu ripubblicato col titolo “Racconti della Regina di Navarra”. Si tratta di una raccolta di novelle sul tipo di quelle del Boccaccio, ma molto licenziose. Dopo il 1527 la produzione letteraria di Margherita di Navarra, la graziosa regina che ormai dava i suoi libri alle stampe firmandoli, diviene in poco tempo molto feconda. Ella pubblica, fra l’altro, “Margherite della Margherita”, “L’illustrissima Regina di Navarra” e saggi vari di letteratura. Ancor dopo la sua morte, che avvenne ad Odes nel 1549, trovarono fra le sue carte un manoscritto ultimato; lo si fece pubblicare col titolo: “Lo specchio di Gesù Cristo Crocefisso”, ma la più notevole raccolta degli scritti di questa soave Regina è quella delle lettere che mostrano il suo carattere e la sua vita.


Ritratti salentini 9. Carmelo Bene in dieci segmenti PDF Stampa E-mail
Letteratura
Scritto da Augusto Benemeglio   
Martedì 19 Gennaio 2016 08:28
L'estremo saluto alla sua gente

Nell’estate del 2002 era tornato in scena, per i salentini, a Otranto, (sua patria elettiva), dove aveva un mirabile appartamento che usava per lo più come cella di autosegregazione e dove forse, in cuor suo, sperava di morire, col viso rivolto ad oriente, per porre fine a quel simulacro di sé stesso che era in “un coma perpetuo e molto costoso”, come amava ripetere in questi ultimi tempi. Anzi, aveva fatto promettere agli otrantini di celebrargli il funerale di vivo, non era necessario aspettare che morisse “civilmente”. Erano tutti segni, presagi del suo addio. Era, è stato, quello dell’estate 2002, l’estremo saluto alla sua gente da parte di un genio che è sopravvissuto a se stesso. Recitò alcuni brani dannunziani de “La figlia di Jorio”, ipnotizzando letteralmente il pubblico e ancora una volta si compì il miracolo, “l’evento”. Eravamo tutti in estasi di fronte al genio.

 

Genio salentino che sopravvisse a se stesso

 

Un genio che era sopravvissuto (a detta dei medici) a una serie impressionante di malattie da far fuori una mandria di tori: infarti, tumori, cirrosi, insonnie, emicranie, fegato che fa acqua e pipì he fa sangue, capace da ultimo di scrivere un poema, “‘l mal de’ fiori”, che frana nell’incontinenza babelica, in cui angeli e demoni sono tornati a confondersi e a somigliarsi come all’origine, un poema arduo e oscuro che Zanzotto ha definito “poesia stroboscopica, puro magma linguistico” e altri meno benevoli di lui” una vera e propria sfida oltraggiosa a tutta la poesia del novecento italiano”; per contro, c’è chi ha parlato di pastiche capolavoro, altri, infine, parlano semplicemente di “virtuosismo linguistico”, atteso che ci sono versi in almeno una mezza dozzina di lingue e dialetti, salentino compreso. “Mi è costato più fatica del provenzale”, disse Carmelo, “ma sono forse le pagine più belle”. Carmelo Bene ottenne il premio della Fondazione Schlesinger, nel nome di Eugenio Montale, come “poeta dell’impossibile”. Ma ben altro avrebbe forse meritato, (ad esempio il Nobel per la letteratura sarebbe stato assai più pertinente darlo a lui che non a Fo) questo poeta della scena, costruttore di immagini-cristallo, pettinatore di comete, nostalgico dell’impossibile che aveva sete d’infinito, questo sensazionale istrione clown esibizionista folle iconoclasta sbadato maleducato che non ebbe mai rispetto per nulla e nessuno, che ha vituperato, massacrato, stuprato, dissacrato i testi classici… ma allo stesso tempo li ha resi così vitali e unici! Majakowsky , Byron, Dante, Leopardi, Manzoni, Campana, D’Annunzio grazie a lui son diventati concerti di voce e anima, occasioni preziose per scoprire che cos’è veramente la poesia… Ma Carmelo Bene si è sempre ben guardato… dall’ingraziarsi la gente, anzi spesso risultava decisamente antipatico e irritante con il suo atteggiamento da padreterno, con quegli occhi da zombi, con quel suo fare da imperatore assonnato o da pagliaccio vizioso.

 

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L'Ariosto di Luigi Scorrano PDF Stampa E-mail
Letteratura
Scritto da Antonio Montefusco   
Venerdì 08 Gennaio 2016 17:19

[Presentazione di Luigi Scorrano, Ariosto, Roma, Ediesse, 2015, Tuglie 22 Dicembre 2015]

 

Mi piace davvero, in maniera non rituale, ringraziare gli organizzatori per questa bella iniziativa. Per me è un grande onore parlare a Tuglie, e in particolare intervenire intorno a un libro che amo anche per ragioni personali. Non solo e non tanto per l’affetto che mi unisce al suo autore, ma anche perché, questo volumetto, l’ho visto pian piano definirsi e trasformarsi in parola pensata e poi scritta. Il suo lento depositarsi sulla pagina, i fascicoli che vengono cuciti e raccolti… C’è una dimensione temporale, lenta, del lavoro editoriale che è ricolma di fascino e mistero. Ho la fortuna di conoscere da un po’ questa temporalità rotta di attese e commozione perché la casa editrice Ediesse di Roma ha avuto quasi quattro anni addietro questo ardimento: confidare in un gruppo di giovanissimi ricercatori, uniti dalla passione per la ricerca e da un inattuale slancio di “divulgazione critica”, per realizzare un progetto di una collana di libri che fornissero elementi di conoscenza di base su tematiche di attualità o su grandi figure della nostra cultura. La collana si ispira all’antecedente illustre dei Libri di Base che il grande linguista Tullio de Mauro lanciò negli anni ’70 per accompagnare l’alfabetizzazione di massa nel nostro paese, quella grande conquista di una civiltà finalmente restituita anche alle classi subalterne grazie allo sforzo congiunto della legge di innalzamento dell’obbligo scolastico e di una televisione pubblica che finalmente unificava un paese diviso e mancato.

La nostra sfida, con la collana fonda-menti, se si vuole è opposta: come se una diga si fosse rotta, abbiamo pensato che il momento richiede piuttosto uno sforzo di recupero, di risistemazione e un di più di “pensiero critico” e ordinatore. Poiché siamo immersi, o meglio letteralmente sommersi, di informazioni e immagini, il ruolo del divulgatore si è oggi modificato: è importante intervenire su questa massa per darle un significato ed un senso. Non esagero se affermo che, se trent’anni fa la battaglia culturale progressista si giocava essenzialmente sull’accesso, cioè sullo sforzo di colmare la distanza fra chi possedeva una cultura scolastica e chi ne era completamente escluso, nei nostri giorni di Google e di Facebook, il divario è negli strumenti. In altri termini, non è più importante fornire l’alfabeto o il canone di libri sacri da leggere, ma piuttosto delle bussole per orientarsi in tutto quello che ci viene lanciato addosso in maniera indifferenziata.

C’è un libro bellissimo di Jacques Ranciére che si chiama Il maestro ignorante e racconta l’esperienza del maestro e scienziato francese Jacotot, un politico aderente alle più estreme tra le correnti rivoluzionarie dell’800; trovatosi a fuggire in Belgio dopo il naufragio dell’esperienza di Napoleone, Jacotot si trovò di fronte a una classe di fiamminghi e olandesi che non conoscevano il francese. Egli decise di non cominciare dalla grammatica, dalla norma, ma piuttosto di sottoporre ai suoi allievi un testo molto complesso, scritto in francese, sul quale ognuno potesse condurre un lavoro in piena autonomia, sulla lingua e sui concetti veicolati da quell’opera difficile. La scoperta di Jacotot fu sconvolgente: tutti gli studenti riuscirono a capire il testo, lentamente e in maniera accidentata ma definitiva. Ciò significa che tutti abbiamo la stessa intelligenza, e dobbiamo trovare una strada per esprimerla e incanalarla. In tempi di intelligenza condivisa e di scambio di informazione, credo che un metodo del genere sia auspicabile in tutti i campi, anche nella divulgazione. Per questo, i libri fonda-menti, che spaziano dalla scienza al diritto alla letteratura, non rinunciano alla complessità: ma ogni termine difficile deve essere spiegato, in una frase breve che non annoi il lettore. Gigi sa quanto, noi redattori, siamo rigidi su questo principio. I libri si comprano: li compriamo tutti; la vera sfida è farli leggere e capire, e per noi, anche renderli utili, e, perché no, uno strumento di emancipazione e di uguaglianza. «Chi insegna senza emancipare, dice Ranciére, abbrutisce. E chi emancipa non si deve preoccupare di ciò che l’emancipato deve imparare.»

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