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Programma di Novembre
UNIVERSITA' POPOLARE ALDO VALLONE GALATINA Martedì 5 Novembre, ore 17,45 sala Contaldo : cineforum Belle. La ragazza del dipinto, a cura di Roberta Lisi   Giovedì 7 novembre, ore 17, Lecce,... Leggi tutto...
Si ricomincia...
Dopo la pausa estiva, interrotta dall'Open Day che come sempre ci ha permesso di incontrarci e presentare le nostre attività ad amici e soci vecchi e nuovi, il nostro anno accademico 2019-20 ha... Leggi tutto...
Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
A causa dell'assenza di soci e membri del Consiglio Direttivo nella data precedentemente indicata, l'Assemblea dei soci programmata per il 1° marzo è stata rimandata a giovedì 7 marzo alle ore 18,... Leggi tutto...
"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
La scelta di riservare il primo lunedì di ogni mese al nostro cineforum ci permette di cominciare il 2019 con La signora dello zoo di Varsavia: la scelta di Roberta Lisi, alla quale dobbiamo il... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
Ecologia


Senza Darwin la cultura è a metà (17 gennaio 2017) PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Martedì 17 Gennaio 2017 16:37

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di martedì 17 gennaio 2017]

 

La notte dei licei classici è un successone, e greco e latino diventano l’avamposto della cultura nazionale. Giustissimo. Ma bastano i classici greci e latini per dare una cultura? Ho appena finito l’ultimo libro del premio Nobel Dario Fo, l’ho divorato. E’ un libro su Darwin. Dario (lo chiamo per nome perché questo libro mi ha fatto diventare suo amico) si sorprende di come sia poco riconosciuta l’importanza capitale del pensiero darwiniano e della teoria dell’evoluzione. Si sorprende forse perché anche lui se n’è accorto tardi: non mi pare che ne abbia mai parlato prima. Darwin era un fanatico della precisione e si sarebbe irritato a vedere che il nome scientifico del pesce volante, nel libro, sia Exocetidae, il nome di una famiglia, non di una specie. E poi Dario parla di decine di specie di questi pesci che si librano in volo, ma voleva dire individui, non specie. C’è una bella differenza. Il modo con cui Dario descrive l’evoluzione del volo nei pesci è l’esatto contrario di come vanno le cose, in evoluzione. Un animale non può “decidere” di volare, gli evoluzionisti direbbero che è una spiegazione teleologica. E la cooperazione che Dario descrive come forza primaria dell’evoluzione, al posto della competizione, non rende giustizia a Darwin. Dario parla di cooperazione tra individui della stessa specie sociale, ma generalizza un caso molto particolare. La selezione naturale si basa proprio sulla competizione. Poco male, comunque.

Il libro di Dario non vuole essere un testo che spiega l’evoluzione, e i suoi errori di interpretazione del pensiero evolutivo confermano la sua tesi: la teoria dell’evoluzione non fa parte della nostra cultura. Nomina Letizia Moratti e le attribuisce, giustamente, l’onta di aver tolto l’evoluzione dai programmi della scuola dell’obbligo quando coprì il ruolo di ministro della pubblica istruzione. Ma Moratti non fu la sola. Poi toccò a un vicepresidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche dichiarare tramontata l’ipotesi (così la chiamò) dell’evoluzione. In un delirante libro pagato con i soldi del CNR. Fu l’Accademia Pontificia delle Scienze a difendere l’evoluzione dagli attacchi del vicepresidente del CNR! Forse Dario non se ne accorse, perché sarebbe stata una bella farsa, da mettere sul palcoscenico: il Vaticano, con la sua Accademia scientifica, difende l’evoluzione dagli attacchi del vicepresidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Mi chiederete: ma chi aveva messo un legionario di Cristo alla vicepresidenza del CNR? Risposta: Mariastella Gelmini. Prima Moratti e poi Gelmini si accaniscono contro Darwin, da ministre della pubblica istruzione. Lo fece anche Antonino Zichichi, affermando che, visto che non c’è la formula dell’evoluzione, allora l’evoluzionismo non è una scienza! Gli evoluzionisti ci hanno provato in tutti i modi, per esempio con il Darwin Day, il 12 febbraio, data del compleanno di Darwin, a mostrare l’importanza del pensiero evoluzionista. Ma le prediche arrivano a chi è già convertito, e l’ignoranza rimane rampante nella stragrande maggioranza della popolazione, come nota anche Dario nel suo libro. Se stiamo distruggendo le premesse per la nostra stessa sopravvivenza, con assurde corse alla crescita infinita, è per ignoranza delle leggi della natura che Darwin ha così mirabilmente disvelato. Ma non basta avere avuto una grande, grandissima idea. Non basta che essa si affermi in modo incontrovertibile nella scienza. Bisogna che sia compresa da tutti e diventi bagaglio culturale di tutti, assieme ai classici latini e greci. Invece, con ottusa volontà suicida, ci rifiutiamo di aprire gli occhi sul nostro posto nella natura, e lavoriamo alacremente per creare le premesse per mutare le condizioni che permettono il nostro benessere. L’idea di Darwin ci può salvare. Ignorarla è molto pericoloso. Da una parte fuggiamo in avanti e bruciamo le conoscenze acquisite (come fecero Moratti, Gelmini e Zichichi) dall’altra ci rifugiamo in un lontano passato nell’illusione che basti per formare le menti. Giustissimo leggere i classici greci e latini, ma fermarsi lì e non conoscere Darwin e le leggi della natura significa avere una cultura a metà.


Un’area marina protetta da Otranto a Leuca, finalmente! - (16 novembre 2016) PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Giovedì 17 Novembre 2016 18:26

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di mercoledì 16 novembre 2016]
Non ci sono parchi nazionali terrestri, in Salento. La natura è stata modificata in modo radicale e gli ambienti non toccati dall’uomo sono rari. Il Salento, con i muri a secco, gli olivi, i paesi storici, è un immenso parco paesaggistico, altra cosa rispetto a un parco naturale. Questo discorso non vale per il mare: le aree marine protette sono parchi nazionali, e in Salento ce ne sono già due, uno a Porto Cesareo e l’altro a Torre Guaceto. I 50 chilometri di costa rocciosa da Otranto a Santa Maria di Leuca sono quanto di meglio si possa cercare lungo gli 8.500 chilometri di costa italiana ed era ora che si arrivasse a decidere di riconoscerne il valore per l’intero paese. Sott’acqua ci sono ambienti ineguagliabili, come le grotte marine e, soprattutto, costruzioni che sembrano rocciose ma che sono state costruite da organismi: il coralligeno, le biostalattiti scoperte dal prof. Belmonte, il marciapiede di alghe coralline subito sotto il pelo dell’acqua e, in profondità, i coralli bianchi. La costa, poi, è in gran parte selvaggia e già parco regionale.
Un sistema costiero costellato di paesini che hanno poi corrispondenti più grandi subito nell’interno. Con Otranto (tutt’altro che un paesino) ad un capo e Santa Maria di Leuca dall’altro. Cinquanta chilometri di costa che rappresentano un vero tesoro naturalistico e paesaggistico.
Ho assistito all’istituzione dell’Area Marina Protetta di Porto Cesareo, tanti anni fa, e, assieme a Cosimo Durante, ho rischiato il linciaggio da parte dei pescatori che vedevano solo divieti. Oggi, i pescatori sono i più grandi alleati dell’Area Protetta. Conosco la realtà di molte aree marine protette italiane: alcune sono gestite benissimo, come Porto Cesareo e Torre Guaceto, altre sono gestite in modo clientelare. Qualche sindaco “potente” piazza qualche fedelissimo (magari un parente) e fa trionfare l’incompetenza e l’affarismo. Chi viene beneficiato dalle ruberie è contento, gli altri no. Inutile dire che la protezione va a farsi benedire. E poi si dice che le aree protette non funzionano.
Il futuro di questa, che io auspico con tutto il cuore, dipenderà dall’accortezza dei sindaci dei comuni costieri che, insieme, dovranno gestire una realtà molto complessa. Alcuni sono entusiasti e promotori, come i sindaci di Otranto e Tricase, altri sono più dubbiosi.
Se le aree marine protette sono imposte dall’alto, è necessario che gli effetti positivi si vedano, prima che si cambi parere. Se non si vedono, il fallimento è certo. Il consenso di gran parte delle popolazioni residenti è un requisito essenziale per il successo di un’area marina protetta.
Consiglio le comunità locali del tratto di costa Otranto-Santa Maria di Leuca di rivolgersi, attraverso le rispettive amministrazioni, Pro Loco e quant’altro ai corrispettivi organismi che operano in zone già protette, per avere contezza degli svantaggi e dei vantaggi.
Lo svantaggio, se così si può chiamare, è uno: la protezione dovrebbe arrestare gli arbitri che hanno devastato e che potrebbero devastare gli ambienti naturali. Le devastazioni portano qualche vantaggio iniziale ma un territorio deturpato da interventi scellerati perde di attrattività e si avvia al rapido declino. Il patrimonio più grande di questo tratto di costa è che sono ancora estesi i posti dove non c’è “niente”. E “niente” è un valore grandissimo. Certo, probabilmente non attira i ricconi pacchiani alla Briatore, ma attira un turismo rispettoso dell’ambiente, destagionalizzato, culturalmente preparato ad apprezzare quel che il territorio ha da offrire e, cosa non da poco, disposto a spendere. Le strutture sono nell’interno, sono i paesi bellissimi a poca distanza dal mare, o sono discreti agglomerati di abitazioni spesso di ottima qualità. Direi un posto perfetto.
Manca una cosa. Una sentiero pedonale che permetta di attraversare tutta la costa, da un capo all’altro, rigorosamente a piedi. Penso alle Cinque Terre, alla Via dell’Amore. Anche lì c’è un’area marina protetta e c’è un paesaggio spettacolare lungo una costa rocciosa. Perché non andare a prendere ispirazione, a vedere cosa hanno combinato? I turisti ci sono sempre. Vengono dall’altro capo del mondo per camminare su quella strada. Andare a piedi da Otranto a Leuca potrebbe richiedere una settimana, con tappe nei vari borghi interni o costieri. Guardando il paesaggio, magari facendo immersioni per vedere fondali spettacolari. Gustando l’architettura, la cultura e la gastronomia locale, magari seguendo corsi che insegnino come costruire un muro a secco salentino, o le proprietà delle erbe spontanee, o gli ambienti sottomarini e gli organismi che li abitano, il pescaturismo.
Le comunità locali, e i rispettivi sindaci, devono convincersi. Il mio consiglio è di partire con chi ci sta e, nel frattempo, fare in modo che anche gli altri comprendano i vantaggi di avere un parco nazionale nel proprio territorio. Il rischio di conflittualità di campanile è grande. Ricordo con tristezza le contese tra Porto Cesareo e Nardò (che ora continuano con la condotta a mare) e penso con apprensione a un numero di comuni ben maggiore di due che dovrebbero riuscire ad andare d’accordo. Se ci riusciranno, assieme saranno in grado di creare una realtà unica in tutta Italia, se non ci riusciranno resteranno “piccola periferia” per un turismo mordi e fuggi che chiederà sempre di più e poi, dopo aver devastato con inutili opere il patrimonio naturale, rivolgerà la propria attenzione ad altri siti bellissimi, per devastare anche quelli.
In democrazia vince la maggioranza, ma non è detto che la maggioranza abbia ragione. Consiglio a tutti di leggere l’Enciclica Laudato Sì di Francesco, e di meditare profondamente prima di anteporre il guadagno economico a breve termine alla protezione del Creato. Anche perché, nel lungo termine, come predisse Giovanni Paolo II, la Natura si ribellerà a quel che le stiamo facendo, e i costi economici che dovremo pagare saranno ben maggiori dei guadagni immediati. Solo che li pagheranno i nostri figli e nipoti. I pescatori di oggi, che prendono sempre meno pesci, stanno pagando le “pesche miracolose” dei loro padri. Cosa vogliono lasciare ai pescatori di domani?

I porti e i pontili deserti - (11 novembre 2016) PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Sabato 12 Novembre 2016 20:28

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di venerdì 11 novembre 2016]



La stagione nautica, come quella balneare, è finita e la Soprintendenza archeologica chiede di togliere le banchine galleggianti dal porto di Otranto. Il Quotidiano mostra fotografie di pontili deserti. Di barche si riparlerà l’anno prossimo, al ritorno dell’estate. Togliere le banchine costa, e quindi è meglio lasciarle lì. Questa storia indica una cosa: l’uso di queste infrastrutture non è intenso. È intensissimo per uno o due, magari tre, mesi all’anno e poi tanto vale toglierle, perché non va più nessuno. I pochi che vanno a mare possono usare le banchine normali.

Mi chiedo: ma vale davvero la pena costruire porti di questo tipo, per un utilizzo così scarso? Otranto, poi, ha ottenuto di effettuare un raddoppio del proprio porto, sempre per far fronte a richieste di approdi in quel corto periodo. È presumibile che per il resto dell’anno l’infrastruttura resterà vuota. Magari i fondi sono pubblici, e quindi è una pacchia spenderli. Siamo il paese delle cattedrali nel deserto, costruite perché “ci sono i soldi” e poi abbandonate per scarso utilizzo e assenza di manutenzione. Il guadagno c’è nel costruire l’infrastruttura, non nel gestirla. Un privato non investirebbe mai i propri soldi per costruire una cattedrale nel deserto. Il privato vince l’appalto pubblico, usa i soldi pubblici, deturpa il territorio pubblico, e poi lascia al pubblico l’onere di fare qualcosa con la struttura. E poi è passata la percezione che “pubblico” sia male e “privato” sia bene. Il pubblico viene saccheggiato dai privati. Dovrebbe essere ovvio che la soluzione non è di darlo in mano ai privati, ma di farlo funzionare bene.

Se, dall’analisi costi-benefici, vien fuori che per avere quelle banchine si devono spendere più soldi di quelli che si guadagnano a gestirle nel rispetto delle norme, allora quelle banchine non si dovevano costruire. Perché, invece, si sono costruite? Perché l’analisi costi benefici non è stata fatta, oppure non si sono considerati i costi inerenti il rispetto delle norme.

Da una parte Otranto vuole raddoppiare il suo porto, dall’altra vuole fare un’Area Marina Protetta. Moglie ubriaca e botte piena. Forse sarebbe bene riflettere un po’ più approfonditamente sulle vocazioni del territorio, su cosa lo valorizzi. I porti della Liguria sono stracolmi di barche, estate e inverno, e le barche sono usate intensamente dai diportisti. La strategia deve essere di usare al massimo le infrastrutture che si hanno, adeguandole alle potenzialità d’uso. Un uso intensissimo in un periodo brevissimo e poi l’abbandono non rappresentano un uso ottimale delle risorse infrastrutturali e ambientali. Perché quel porto avrà un impatto, e bisogna capire se il costo viene ripagato dal beneficio. Siamo sicuri che si tratti di scelte sagge? Forse, prima di allargare i porti, bisognerebbe cercare di destagionalizzare maggiormente le utenze, se questo è possibile. I porti della Liguria servono il Piemonte e la Lombardia, oltre che la Liguria, e il bacino di utenza è enorme. In tutti i fine settimana chi ha la barca va sulla costa e la usa, se il mare è buono. Altrimenti si gode la casa al mare. Il mare d’inverno è una consuetudine radicata. Ma non in Salento.

Le coste ora sono un deserto. Per un certo tipo di turismo quel deserto vale oro. Invece vogliamo costruire superstrade (come la Maglie Otranto, o la 275), porti, villaggi turistici e complessi abitativi costieri che, invariabilmente, sono deserti per gran parte dell’anno. Chi lo vuole fare con i propri soldi, rispettando le leggi, è benvenuto, direi. Ma non con i soldi pubblici. E se tali costruzioni sono lasciate all’abbandono bisognerebbe varare una legge che ne permetta la requisizione. Perché una bella casa, costruita bene, in modo rispettoso dell’ambiente e del paesaggio può anche arricchire la percezione della natura, ma un’abitazione orrenda, costruita male, in disarmonia con il territorio circostante, e lasciata all’abbandono viola l’articolo 9 della Costituzione, quello che tutela il paesaggio e il patrimonio culturale. Andrebbe demolita. In ogni comune bisognerebbe dire al sindaco: bravo, vuoi costruire ancora? Allora trovami le costruzioni da demolire. Scommettiamo che sono a migliaia in quasi tutti i comuni? Potrai costruire ancora quando avrai rimediato agli orrori che le amministrazioni precedenti hanno permesso.

Perché i centri storici sono tutti belli, e le periferie sono tutte orrende? Come mai contadini e pescatori analfabeti ci hanno regalato borghi stupendi, e poi i laureati hanno distrutto la bellezza con le recenti periferie? O con miriadi di porti inutili? Perché si continua a perseverare in questo errore strategico? Il motivo è semplice: si chiama “sacco della cosa pubblica e del territorio”. È lo sport preferito in Italia.

 


Ancora trivelle - (31 ottobre 2016) PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Mercoledì 02 Novembre 2016 18:00

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di lunedì 31 ottobre 2016]

Tutto sembrava rassicurante: non ci saranno nuove trivellazioni, si tratta solo di rinnovare vecchie concessioni! Così hanno fatto credere a molti, per convincerli a non andare a votare al referendum anti-trivelle. Era una mezza verità. Non si può trivellare entro le dodici miglia, ma oltre sì. E ora si parla di prospezioni petrolifere nei nostri mari. E si faranno con l’air gun, che non è un fucile ad aria compressa ma un sofisticato sistema di rilevamento che deve penetrare in profondità nella crosta terrestre per rivelare la presenza di giacimenti. E’ il suono a penetrare, e quindi l’air gun produce un grandissimo rumore. L’Unione Europea ha emanato la Strategia Marina in cui definisce il Buono Stato Ambientale attraverso undici descrittori. L’undicesimo prescrive che l’introduzione di energia (incluso il rumore sottomarino) non influenzi negativamente gli ecosistemi. Ma come si fa a sapere se li influenza se le conseguenze non vengono studiate? Il rumore sottomarino con ogni probabilità influenza i cetacei. Ma non esistono prove sperimentali di un nesso causa effetto tra air gun e spiaggiamenti di delfini e balene, semplicemente perché non si sono mai fatti esperimenti al riguardo. Il Golfo di Taranto ospita significative popolazioni di cetacei. Le ricerche petrolifere con l’air gun come minimo li disturberanno. Possono andare altrove, si potrebbe dire. Ma stanno lì perché il Golfo è all’apice di un canyon sottomarino che arriva alle massime profondità del Mediterraneo, e su da quel canyon risalgono i nutrienti. I cetacei stanno lì perché il posto è molto ricco, altrove non troveranno le stesse condizioni.
E non ci sono solo balene, in mare. Non sappiamo cosa queste attività possano fare ai coralli bianchi che vivono nelle profondità dei nostri mari. Non sappiamo quasi niente.
Sappiamo che abbiamo firmato accordi per limitare l’uso dei combustibili fossili. E nello stesso tempo perforiamo il nostro mare per estrarli. In più diamo le concessioni a aziende straniere: di chi saranno quei combustibili? Perché non li prendiamo noi, allora?
Ma sarebbe poco saggio prenderli. Ora abbiamo abbastanza gas per gestire la transizione da petrolio e carbone verso le rinnovabili. Lo importiamo da paesi instabili politicamente, ma per il momento ce lo vendono a prezzi competitivi, e lo saranno ancora di più con il terzo gasdotto che, si spera, eliminerà il carbone e le polveri sottili se sarà utilizzato per le centrali. Le nostre riserve hanno valore strategico, nel caso ci chiudano i rubinetti. E’ una follia esaurirle, ed è strano che le concessioni e i permessi siano richiesti da aziende straniere.
E’ una politica schizofrenica. Da una parte si chiede di transitare alle rinnovabili e dall’altra si perfora il fondo marino per estrarre combustibili fossili. La natura sequestra il carbonio nei depositi fossili. Ci vogliono milioni di anni perché questo servizio ecosistemico si realizzi, e noi che facciamo? Estraiamo quel carbonio e lo bruciamo. Il risultato è che aumenta l’anidride carbonica nell’atmosfera, e aumenta il riscaldamento globale.
Come mai si stanno dando queste concessioni? E’ chiaro che sono una follia. Vanno contro la Strategia Marina dell’Unione Europea che chiede che non si immettano rumori in mare. Non convengono strategicamente perché esauriscono risorse che ci potrebbero servire in momenti critici. Non convengono economicamente perché i vantaggi li avranno aziende straniere.
Quali motivazioni stanno dietro a queste decisioni? Forse io non capisco molto di strategie economiche e mi piacerebbe che qualcuno me lo spiegasse. Però un pochino di ambiente capisco e so che non è saggio distruggere il capitale naturale per aumentare il capitale economico. Alla fine si pagano costi (anche economici) che sono ben maggiori dei benefici. Come al solito, però, i benefici vanno ai privati e i costi sono a carico del pubblico.
Se vogliono approvazione, i politici che hanno effettuato questa scelta ce la devono spiegare un po’ meglio. Altrimenti diventa legittimo il pensiero che si voglia favorire la lobby dei petrolieri. Come si potrebbe sospettare un atteggiamento in favore di quella dei banchieri che fottono i risparmiatori. O un atteggiamento in favore della lobby dei costruttori, quando si pianificano spese faraoniche in giochi olimpici e, quando questi vengono bocciati, si ricomincia a parlare di ponte sullo stretto di Messina. Tutte cose che danno lavoro, non lo metto in dubbio, ma non potremmo una volta tanto usare i soldi pubblici per risanare il nostro territorio, invece di svenderlo e di continuare a devastarlo? Ma, ripeto, forse non sono abbastanza intelligente a capire la logica di queste scelte. Spero proprio che i responsabili di tutto questo riescano a farcelo capire. Perché questo non è sviluppo economico, è devastazione del capitale naturale. Chi pagherà il conto di politiche dissennate? Stiamo già pagando il conto delle politiche dissennate del passato, potremmo non continuare sulla stessa strada?



Stupidity day - (4 settembre 2016) PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Domenica 04 Settembre 2016 07:49

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di domenica 4 settembre 2016]


Non ce la faccio a riprendere il governo per la passione smodata per la lingua inglese. Ho partecipato a molti Darwin Day e ho persino proposto il Malthus Day. Come faccio a scagliarmi contro il Fertility Day? Se l’avessero tradotto in italiano magari avrebbero detto Giorno della Fertilità, invece che giorno della Fecondità. Comunque faccio ammenda, e dirò d’ora in poi il giorno di Darwin.
Ho visto i manifesti della campagna pro fecondità, ora ritirata per una valanga di ironia in rete che ha ridicolizzato le buone intenzioni ministeriali. Ecco, pensiamo a bei manifesti di Oliviero Toscani, con il messaggio confezionato bene. Sarebbe comunque una campagna sbagliata. Si dedica alle cause prossime della poca fecondità italica e ignora le cause ultime del fenomeno. Mi spiego con le rondini: le rondini migrano perché una ghiandola produce un ormone in base alla lunghezza del giorno. Questa è la causa prossima (fisiologica) ma il motivo ultimo della migrazione è di recarsi in luoghi più adatti alla riproduzione e alla crescita dei rondinini. Tra poco qui arriveranno le piogge e il freddo, e allora se ne andranno in Africa. Da dove torneranno l’anno prossimo.
Non è che le coppie non fanno figli perché sono sterili. In questi casi si affrontano mille peripezie, si va all’estero, si ricorre alla fecondazione assistita, eterologa, si affittano uteri. Chi vuole figli non si arrende, non ha bisogno di manifesti. Se se lo può permettere.
In Italia non si fanno figli per due motivi “ultimi”. Il livello di istruzione si è alzato, e non c’è lavoro per i giovani (e non solo). Tra le persone di alto livello culturale, solo i ricchi si possono permettere otto figli. Mentre un analfabeta li produce senza problemi. Mia nonna si chiamava Ottavia, chissà perché, e proveniva da una famiglia di contadini analfabeti. I contadini hanno cercato di elevare i loro figli e nipoti, e questa natalità da conigli (come direbbe Papa Francesco) si è interrotta.
L’età del lavoro slitta in avanti, dopo una lunga istruzione. I giovani sono precari in modo stabile. Non ci sono servizi per la prole. Non dovrei neppure fare l’elenco di quello che manca, come seconda causa che si aggiunge all'istruzione. Tutti lo sanno. Tutti. A parte il ministro. Che spiega alle donne che è meglio fare figli da giovani, e non quando la fertilità non è più così prorompente. Ma guarda un po’, non ci stanno pensando. Avrà detto. Chissà perché aspettano così tanto a far figli? Ma non lo sanno che quando l’età avanza poi ci sono problemi? Facciamo una bella campagna e spieghiamoglielo, così il problema è risolto.
Ora torno alla mia proposta, quella del giorno di Malthus, di cui quest’anno ricorre il duecentocinquantesimo compleanno. Il buon Thomas, detto in termini moderni, si accorse che la crescita della popolazione è limitata dalla disponibilità  di beni. Non è comunque un principio difficile da capire. Malthus propose il concetto di limite. Quante persone potrebbe sostenere un paese come il nostro? Cento milioni? Trecento? Un miliardo? A un certo punto si direbbe: non ce ne stanno più! Non si può crescere all’infinito, c’è un limite. E il limite è la possibilità di sostenere quelle persone, prima di tutto con il cibo, ma poi con tutto il resto. Quando si arriva al limite, ci sono tre strade: fame, epidemie, guerra. Oppure si cerca di non arrivare al limite, smettendo di crescere e mantenendo un equilibrio tra natalità e mortalità.
Gli italiani hanno smesso di crescere e hanno posto, senza alcun incentivo dall’alto, un limite alla propria crescita. Perché il sistema non ce la fa a sostenere più gente. Se non si fossero fermati, quale sarebbe la percentuale di disoccupazione giovanile? Adesso è mostruosa. Ma se avessimo fatto ancora più figli sarebbe ancora più mostruosa. E quanti emigrerebbero? Che fuga dei cervelli ci sarebbe? Certo, ci sono gli immigrati che bilanciano. Fanno lavori che i nostri giovani non vogliono fare. E di cui c’è bisogno. Ecco, ora forse ci sono. Il ministro sta pensando di ricostituire il proletariato, con tante braccia da mandare nei campi.
E quindi mi devo aspettare che mia figlia (unica) sposi un contadino e faccia otto figli che l’aiutino in campagna. Tornando alla situazione da cui era partita mia nonna Ottavia (che di figli ne fece tre), che è migliorata con mia mamma Maria (che ne ha fatti due). E io scemo che sto sostenendo gli studi dell’unica figlia che ho fatto perché credevo di essere responsabile. Che il ciclo ricominci, che si torni analfabeti, con la forza lavoro della prole, a zappare e a raccogliere pomodori.
E via questi immigrati che ci rubano il lavoro. Ora ci sono loro nelle campagne, a spezzarsi la schiena, ma lì devono andare i nostri figli. Altro che università. E poi perché sostenere i loro studi con soldi pubblici se poi emigrano per fare un lavoro coerente con la loro istruzione? Soldi sprecati! meglio che siano analfabeti. E tanti. Che se dovesse scoppiare qualche guerra ci sarà bisogno di soldati. Ecco, forse era questo l’intento della campagna ministeriale. Una strategia. O è solo stupidità? Non so quale spiegazione preferire. Davvero.

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