Programma di Novembre
UNIVERSITA' POPOLARE ALDO VALLONE GALATINA Martedì 5 Novembre, ore 17,45 sala Contaldo : cineforum Belle. La ragazza del dipinto, a cura di Roberta Lisi   Giovedì 7 novembre, ore 17, Lecce,... Leggi tutto...
Si ricomincia...
Dopo la pausa estiva, interrotta dall'Open Day che come sempre ci ha permesso di incontrarci e presentare le nostre attività ad amici e soci vecchi e nuovi, il nostro anno accademico 2019-20 ha... Leggi tutto...
Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
A causa dell'assenza di soci e membri del Consiglio Direttivo nella data precedentemente indicata, l'Assemblea dei soci programmata per il 1° marzo è stata rimandata a giovedì 7 marzo alle ore 18,... Leggi tutto...
"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
La scelta di riservare il primo lunedì di ogni mese al nostro cineforum ci permette di cominciare il 2019 con La signora dello zoo di Varsavia: la scelta di Roberta Lisi, alla quale dobbiamo il... Leggi tutto...
Programma gennaio 2019
Dopo le festività natalizie, le attività dell'Università Popolare riprenderanno lunedì 7 gennaio, col consueto appuntamento col cineforum curato da Roberta Lisi, come sempre programmato per il... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
Filosofia


La lanterna di Diogene 8. Etica, politica, filosofia PDF Stampa E-mail
Filosofia
Scritto da Giovanni Invitto   
Martedì 03 Giugno 2014 06:26

["Il Galatino" XLVII n. 10 del 30 maggio 2014]

 

In questi giorni ho letto un libro della Sindaca di un centro importante del Salento (ho chiesto a Marisa, mia moglie, che si interessa del femminile, se debbo chiamarla Sindaco, Sindachessa o Sindaca e lei, quasi scandalizzata per la mia ignoranza, ha detto: Sindaca). In questo libro si parla di politica e di filosofia insieme, ma in un modo originale. Ci si immagina un incontro in cielo tra il guardiano san Pietro e Socrate, che era morto 399 anni prima della nascita di Cristo. Non sappiamo cosa abbia fatto il filosofo marito di Santippe o dove sia stato in questi 432 anni che vanno dalla sua morte alla morte di Cristo e, quindi, dall’incarico dato al patrono di Galatina di essere portinaio del Paradiso. Tra i due c’è, inevitabilmente, un lungo colloquio. Il succo del loro discorso è se la filosofia possa aiutare a governare la città. Ma quale filosofia? Il dialogo tra il portinaio del paradiso e il primo filosofo importante del pensiero occidentale si avvia proprio col problema etico che è alla base dell’esperienza di Socrate. Tra l’altro, quando costui si presenta a Pietro e gli dichiara che era, anzi che è ancora un filosofo, l’altro lo irride dicendogli che quando si presentano anime di persone che nella vita non hanno praticato alcun mestiere, dicono tutte che sono filosofe. Il problema centrale merita una riflessione attenta. Se Socrate teme il populismo e la demagogia politica, Pietro evidenzia la sua preoccupazione per i giovani che sono in balìa di se stessi e non hanno punti fermi. Il tema di fondo è, però, questo: non ci può essere politica vera se non è guidata dall’etica. La conclusione dell’autrice/Sindaca è che dobbiamo dapprima rendere responsabili e onesti tutti i cittadini: questa è la principale e unica garanzia per avere dei governanti onesti. Una cittadinanza sana, libera, pulita non sceglierà mai come suo rappresentante qualcuno che non abbia le stesse virtù della comunità da guidare. A questo punto non resta che dire: provare per credere.

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La lanterna di Diogene 4. Papa Francesco e le coppie separate PDF Stampa E-mail
Filosofia
Scritto da Giovanni Invitto   
Venerdì 18 Aprile 2014 06:14

["Il Galatino" anno XLVII n. 6 del 28 marzo 2014]

 

A fine febbraio papa Francesco ha detto qualcosa di importante per la vita della comunità. Egli ha affrontato il tema delle coppie separate, dando una spinta assolutamente innovativa rispetto alla prassi sinora tenuta da gran parte della gerarchia della Chiesa cattolica. Ha detto il pontefice: “Quando questo lasciare il padre e la madre e unirsi a una donna, farsi una sola carne e andare avanti, e questo amore fallisce, perché tante volte fallisce, dobbiamo sentire il dolore del fallimento, accompagnare quelle persone che hanno avuto questo fallimento nel proprio amore. Non condannare! Camminare con loro! E non fare casistica con la loro situazione”.

Perché dico questo? Perché circa quattro anni fa, attraverso un quotidiano locale, feci alcune domande, non retoriche, sul rapporto Chiesa-coppie separate, ad un arcivescovo. La cosa non riguardava direttamente me, ma tante persone di mia conoscenza e a me care. La risposta che ebbi fu abbastanza possibilista, ma la trovai anche “burocratica”. Io, da credente, volevo e vorrei ancora che un vescovo o un sacerdote si rendessero conto che una persona, che può avere sbagliato una scelta matrimoniale, possa avvertire la necessità di ripristinare il rapporto con la Chiesa, perché quello con Cristo, se uno è credente, rimane comunque. Capisco che, nella logica ecclesiale, chi scioglie un rapporto coniugale scioglie un sacramento, cioè qualcosa che, per i credenti, ha una valenza sia umana che religiosa. Mi chiedevo quattro anni fa e mi chiedo ancora oggi: chi è senza peccato anche dentro e fuori la Chiesa? Ma mi rendo conto che il fatto che, se tutti rubano, il rubare non sia più un reato.

Torniamo, quindi, al problema che papa Francesco ha saputo affrontare con l’umanità di sempre. Egli avrà tenuto conto che la separazione di una coppia non è per nessuno una festa, ma una ferita, un “vulnus” (come dicono gli avvocati) che rimane a vita e che pesa come un macigno. E il pontefice ha compreso che non ha senso, anzi è controproducente tenere lontano dalla Chiesa persone che vogliono riprendere a vivere in una comunità che non è solo civile e sociale, ma soprattutto spirituale e di ampio respiro umano. So bene che per i non-credenti tutte queste sono elucubrazioni che consolidano una vita di Chiesa, nella quale il laico è subalterno al clero e agli organi ecclesiastici, a tutti i livelli. Potrei aggiungere che questa condizione di dipendenza è anche giusta perché evita che ognuno si faccia della norme a propria convenienza. Ma che dovrebbe fare un padre che sa che ha un figlio drogato? Mandarlo via da casa ? Abbandonarlo o tenerselo vicino per vedere di fargli riacquistare il proprio autodominio? Stiamo parlando di una situazione umana forse più dolorosa e pericolosa di una separazione matrimoniale. La risposta è in ognuno di noi. La segregazione, la rottura dei rapporti non risolvono alcuna situazione ritenuta patologica (nel caso della separazione, oggi da alcuni considerata fisiologica): la criminalizza soltanto. E tutto ciò non è cristiano né umano.


La lanterna di Diogene 3. Il bisogno di scrivere PDF Stampa E-mail
Filosofia
Scritto da Giovanni Invitto   
Venerdì 28 Marzo 2014 06:59

["Il Galatino" XLVII n. 6 del 28 marzo 2014, p. 8]

 

Quando andavo, come alunno, alla scuola dell’obbligo, i miei bravi insegnanti ripetevano una definizione dell’Italia come terra di “poeti, navigatori ed eroi”. La cosa ci lasciava indifferenti perché, a quella età, forse l’unica prospettiva che ci allettava era quella di diventare giocatori di calcio o, se ci pensavamo come futuri eroi, si trattava di divenire come quelli che vedevamo nei film western e che combattevano contro gli indiani. I fumetti a strisce che compravamo ci convincevano di questo. E chi di noi, anche da adulto, non si sente un po’ eroe in una società travagliata ed insicura dove bisogna affrontare e vincere tanti ostacoli quotidiani?

Ma non è di questo che voglio parlare, ma di un’altra cosa che mi ha sorpreso: l’Italia e il Salento, se non sono terre di eroi, sono sicuramente sono terre di poeti. Perché dico questo? Perché negli ultimi anni ricevo libri di poesie di amici o conoscenti, che me li inviano come atto di omaggio o anche per avere un giudizio sul loro profilo poetico. Poi altri amici e amiche mi presentano raccolte di poesie inedite chiedendomi un giudizio e, se il mio giudizio è positivo, anche una valutazione scritta talvolta utilizzata come introduzione o postfazione. Io leggo tutto ciò sempre con enorme e convinto piacere, anche se talvolta mi sento in dovere di dire che, a mio parere e, aggiungo, che non è il parere di un addetto ai lavori ma di un semplice lettore, forse quegli scritti vanno rivisti globalmente oppure l’autore che dovrebbe rivederli in alcuni punti prima di renderli pubblici.

Ma non voglio parlare soltanto di questo nuovo aspetto della mia occupazione, che svolgo sempre con piacere e gratuità, bensì del fatto che si ha bisogno di scrivere il proprio vissuto in forma lieve, sonora, metaforica. Penso, tra l’altro, che ognuno di noi abbia scritto qualcosa in versi (non necessariamente in rima) nella propria vita. Da che dipende tutto ciò? Può dipendere dal fatto noi, essendone consapevoli o meno, ci raccontiamo a noi stessi e, raccontandoci e mettendo per iscritto il nostro vissuto, lo razionalizziamo e ci diamo spiegazione di tante cose. Questa è la finalità soprattutto del diario personale, perlomeno sino a quando si usavano i diari personali. Famoso quello di Anna Frank che nacque in maniera imprevista. Come sappiamo, la famiglia, ebraica, della tredicenne Anna, si era nascosta in una casa dove sperava di non essere rintracciata e, quindi, finire in campo di concentramento. Il giorno seguente al trasferimento in quella casa di amici, cadeva il compleanno di Anna. Lei, alle luci dell’alba, si alzò da letto per vedere che regalo avessero lasciato, come sorpresa, i genitori. E cosa trovò? Un diario. Non ne rimase molto contenta, anzi all’inizio fu sopraffatta dalla delusione. Poi pensò e disse a se stessa: “Ma io volevo un’amica. Ora non ho nessuna amica. Il mio diario sarà l’amica”. E così fu e ci donò uno dei testi più letti in Occidente.

Fatti i dovuti “distinguo”, la stessa funzione ha lo scrivere poesie, cioè quella di narrarsi e comunicare agli altri per metafore o per racconti, che hanno una scrittura lieve e sonora. Ha scritto Salvatore Quasimodo, premio Nobel per la poesia nel 1958: “Ognuno di noi sta solo nella terra/ trafitto da un raggio di sole/ ed è subito sera”. La poesia è, sì, solitudine ma è anche un raggio di sole che noi diamo a noi stessi e che partecipiamo agli altri. Un modo civile, discreto, bello di parlare di noi all’altro. Mi viene da dire che finché ci sono poesie, al di là del loro valore letterario, ci sarà civiltà umana.


La Città e l’utopia PDF Stampa E-mail
Filosofia
Scritto da Giovanni Invitto   
Venerdì 21 Marzo 2014 07:20

["Il Galatino" XLVII n. 5 del 14 marzo 2014]

 

Quando ho pensato di scrivere un testo sulla città, la prima cosa che ho fatto è stata di entrare nel programma Google per cogliere notizie ecc. Ebbene, le mie idee si sono complicate ulteriormente perché ognuno di noi sa cos’è la città, ma c’è anche un discorso di nomenclatura che imbroglia un po’ le idee. Per avere qualche informazione di massima, ho letto la Costituzione italiana, ma questo testo parla solo di città metropolitane su cui ancora si sta discutendo. Pare che attualmente, in Italia, non superino il numero di dieci. Il testo costituzionale parla invece dei Comuni che sono entità amministrative. A questo punto le mie riflessioni vanno oltre la normativa e, in maniera molto empirica, cercano di dare un quadro, molto personale, delle città come le viviamo e come le pensiamo noi.

La prima cosa che il nostro linguaggio prevede è la differenza fra la città, che può avere della frazioni, il paese e il villaggio. Inutile dire che il significato che diamo oggi a queste realtà pubbliche è puramente provvisorio. Quindi Comune può essere una città o può non esserlo: dipende dal riconoscimento ufficiale, oggi emesso dallo Stato e nei secoli precedenti da chi governava quel territorio. In provincia di Lecce abbiamo una ventina di insediamenti riconosciuti come città. Ma, a dire il vero, l’aspetto giuridico e amministrativo interessa poco. Interessa molto di più la dimensione umana. Infatti, se il termine “città” deriva da “civitas” e questo termine, a sua volta, proviene da “civilitas” cioè  civiltà, il nostro discorso cambia.

La città, ogni città è sede e testimone di una particolare civiltà che, pur inquadrandosi in un territorio ampio, pensiamo al Salento, possiede una propria storia e una cultura specifica. Cultura che è anche rapporto tra soggetti, famiglie, istituzioni politiche, religiose, culturali, economiche e produttive all’interno della comunità cittadina che rimane unica. Da queste peculiarità derivano anche le caratterizzazioni, gli scherzi dei soprannomi dei cittadini delle singole città: i leccesi “mangiacani”, i galatinesi “carzi larghi”, ma anche “cuccuasci” e così via. È interessante sapere il perché di questi soprannomi e sicuramente ci sono già molti scritti in tal senso. A parte questo aspetto folkloristico, la città è una comunità articolata che si riconosce nella sua unità. Ci sono, tra l’altro, momenti e spazi di identificazione, dalle feste patronali alle zone nelle quali è maggiore la circolazione dei cittadini. Per Lecce prima era Piazza S. Oronzo oggi piazza Mazzini, per Galatina la piazza con la “Pupa” di Gaetano Martinez e così via. Gli studiosi della storia di Galatina ci dicono che il titolo messo dall’autore era “Lampada senza luce” e che probabilmente potrebbe contenere un segnale antifascista dato dalle teste schiacciate sotto i piedi della donna.

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Un popolo che non pensa è destinato ad ubbidire PDF Stampa E-mail
Filosofia
Scritto da Ada Fiore   
Martedì 11 Marzo 2014 07:44

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 2 marzo 2014]


“Venne infine un tempo in cui tutto ciò che gli uomini avevano considerato come inalienabile divenne oggetto di  scambio, di traffico e poteva essere alienato. Un tempo in cui la virtù, l’amore, l’  opinione, la coscienza, tutto divenne commercio.  E’ il tempo della corruzione generale, il tempo in cui ogni realtà morale e fisica viene portata al mercato per essere apprezzata al giusto valore”. (Marx)

Tutto come previsto, dunque.

Adeguiamoci ai tempi allora, e  proviamo a  portare al mercato anche il “pensiero”  , considerando    i filosofi  i nostri  “addetti alle vendite”.

Nel mercato i filosofi  si sentono  assolutamente fuori luogo e il loro senso di smarrimento è immediatamente riconoscibile.

“Osservano  la gente correre indaffarata, nelle strade . Senza  guardare né a destra né a sinistra, preoccupati, con gli occhi fissi a terra, come cani.  Senza guardare avanti a sé, poiché coprono un percorso , già risaputo, macchinalmente “ (Eugène Ionesco)

I  filosofi si guardano   attoniti cercando di comprendere come fare per catturare l’attenzione delle persone. Ma  è un’impresa ardua!  I meccanismi del mercato sono davvero  mostruosi.

Presi dallo sconforto , cercano allora di bloccare   i passanti  per  discutere con loro del senso della vita, di ciò che significa stare al mondo , di quanto sia importante  essere liberi da qualsiasi forma di schiavitù, di come ci sia una  necessità urgente  di nutrire l’anima e non solo il corpo.

Ma  nessun uomo dimostra  interesse per i loro discorsi e soprattutto nessun uomo  ha  tempo di soffermarsi su questi “inutili” argomenti . D’altronde,  Il tempo è denaro e non concede tregue alla  riflessione. “Nell’universo utilitaristico, un martello vale più di una sinfonia, un coltello più di una poesia, una chiave inglese più di un quadro”, tutto è più utile della filosofia.

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