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"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
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Programma gennaio 2019
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Anticipo orario conferenza di venerdì 23 marzo
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Stagione teatrale a Lecce
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Finalmente online!
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Economia


SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 180 - (19 gennaio 2017) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Venerdì 20 Gennaio 2017 12:32

Credito e Mezzogiorno

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di giovedì 19 gennaio.2017]

 

Negli ultimi mesi, i principali media italiani hanno dedicato ampio spazio al problema delle ‘sofferenze’ del sistema bancario italiano (ovvero dei crediti deteriorati o non esigibili) e del Monte dei Paschi di Siena, in particolare. Si tratta evidentemente di un problema di massima rilevanza, che rischia però di oscurare un problema correlato, che attiene alla non risolta questione della restrizione del credito nel Mezzogiorno.

SVIMEZ certifica che l’economia del Mezzogiorno cresce sistematicamente meno di quella del Centro-Nord da quasi dieci anni, che le migrazioni, soprattutto giovanili e soprattutto di individui con elevato titolo di studio, sono in continuo aumento, a fronte della crescente precarizzazione delle condizioni di lavoro per chi non può o non vuole emigrare. E’ tristemente emblematico, in tal senso, il dato recentemente diffuso dall’INPS sulla vertiginosa crescita dei buoni lavoro (voucher) venduti nel corso dell’ultimo anno: effetto probabilmente inatteso del Jobs Act, che, tuttavia, ne ha esteso la platea dei potenziali beneficiari. La spirale perversa nella quale il Mezzogiorno è precipitato parte dalla caduta della domanda interna, conseguente allo scoppio della prima crisi del 2007-2008 e accentuata dalle politiche di austerità. Le quali, sotto forma di compressione della spesa pubblica e di aumento della tassazione, sono state attuate in misura più intensa proprio nella macroregione italiana maggiormente colpita dalla crisi.

La caduta della domanda interna ha ridotto i mercati di sbocco per le imprese meridionali, che, nella gran parte dei casi, non sono orientate alle esportazioni e, dunque, vendono su mercati locali. Ne è derivata la compressione dei loro profitti – oltre a un’ondata quasi senza precedenti di fallimenti – e la crescente difficoltà di restituire i debiti contratti con il sistema bancario. Si consideri, a riguardo, che il credito bancario, nel Mezzogiorno, è la principale fonte di finanziamento degli investimenti: ben poche sono le imprese quotate in Borsa (che dunque possono finanziare la loro produzione attraverso la vendita di titoli sui mercati finanziari) e modeste sono le fonti di autofinanziamento, derivanti dai profitti realizzati. Non è sorprendente, in tale condizione, che le banche abbiano reagito o riducendo i prestiti o aumentando i tassi di interesse, al fine di compensare l’aumento del rischio di insolvenza dei debitori.

La dinamica che si è generata (e continua a generarsi) ha natura cumulativa: si riduce l’offerta di credito – e, per il peggioramento delle aspettative delle imprese, si riduce anche la domanda di credito – si riducono gli investimenti, l’occupazione, la domanda interna e i profitti, ponendo il sistema bancario nella condizione di aumentare ulteriormente i tassi di interesse (o ridurre ulteriormente l’erogazione di prestiti) per la riduzione della solvibilità delle imprese.

Le autorità europee e i governi italiani che si sono succeduti negli ultimi anni hanno ritenuto che si tratta di un problema di “liquidity risk”, ovvero di sottocapitalizzazione del sistema bancario e che, in quanto tale, vada risolto immettendo liquidità nei bilanci delle banche con maggiori sofferenze: ovvero quelle nei cui bilanci è maggiore l’incidenza di crediti inesigibili. Si tratta di una misura molto discutibile, che può generare effetti perversi e, a ben vedere, li sta già generando. Ciò soprattutto perché la ricapitalizzazione del sistema bancario implica un aumento della spesa pubblica, dal momento, che – come si è da ultimo registrato nel caso del Monte dei Paschi di Siena – le c.d. soluzioni di ‘salvataggio di mercato’ (ovvero il recupero di fondi da parte di operatori privati) sono di difficile praticabilità. E l’aumento della spesa pubblica può comportare un aumento del debito pubblico, senza alcun beneficio né diretto né indiretto né per i lavoratori né per le piccole imprese, e a maggior ragione né per i lavoratori meridionali né per le imprese meridionali. Anzi: l’aumento del debito pubblico – dati i vincoli posti alla sua espansione nei Trattati europei – è da finanziarsi attraverso l’aumento dell’imposizione fiscale, che, di norma, grava appunto su piccole imprese e lavoratori. In sostanza, il salvataggio pubblico di banche ha effetti redistributivi a vantaggio evidentemente delle banche e a danno evidentemente dei contribuenti. Si potrebbe aggiungere che si tratta di un provvedimento dai discutibili risvolti etici, dal momento che di fatto premia (o non sanziona) la cattiva gestione di Istituti di credito a danno di soggetti o gruppi sociali che di tale cattiva gestione sono semmai le vittime.

La questione andrebbe declinata in senso opposto: la sottocapitalizzazione del sistema bancario è il risultato del “solvency risk”, ovvero della crescita delle insolvenze delle imprese, a sua volta imputabile alla caduta della domanda e alla compressione dei margini di profitto. Bankitalia stima, a riguardo, che i c.d. non performing loans – ovvero i crediti inesigibili – sono pari a circa il 18% dei crediti complessivamente erogati. Si tratta, da questo punto di vista, semmai di salvare i clienti per salvare le banche.

Se la questione si pone in questi termini, è evidente che l’aumento della spesa pubblica non debba essere destinata alla ricapitalizzazione del sistema bancario ma a misure destinate ad ampliare il mercato interno, sotto forma, ad esempio, di aumento di salari e stipendi e maggiore regolamentazione del mercato del lavoro. E ciò andrebbe fatto soprattutto nel Mezzogiorno, giacché è in quest’area che il problema della restrizione del credito, e della conseguente recessione, è più intenso. Si potrebbe obiettare che, in assenza di un intervento pubblico di sostegno al sistema bancario, si metterebbe seriamente a rischio la sua tenuta, con presunti conseguenti fallimenti bancari che danneggerebbero risparmiatori e imprese più di quanto danno subiscano nelle condizioni date. Questa tesi si imbatte in una duplice critica. Innanzitutto, non tutte le banche italiane sono a rischio di fallimento e, anzi, per quanto risulta possibile accertare attraverso gli stress test del luglio scorso, il sistema bancario più fragile dell’Eurozona non è quello italiano, se si esclude Unicredit e Monte dei Paschi di Siena (con risultati estremamente preoccupanti e per molti aspetti sorprendenti per Deutsche Bank). In secondo luogo, il salvataggio pubblico crea problemi di ‘azzardo morale’, ovvero incentiva eccessive assunzioni di rischio da parte dei singoli Istituti di credito, che, attendendosi interventi esterni in caso di aumento delle perdite, non avrebbero alcun interesse a una gestione efficiente. Ma, più in generale, va rimarcato il fatto che il problema origina, in ultima istanza, dal fatto che le banche, da ormai molti e troppi anni, hanno sostanzialmente smesso di fare ciò che ci si aspetta che facciano - erogare credito a imprese e famiglie – per scegliere la via più semplice della speculazione sotto l’ombrello protettivo dello Stato.


SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 179 - (12 gennaio 2017) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Venerdì 13 Gennaio 2017 12:29

Il fallimento del JOBS ACT

 

[“MicroMega” online del 12 gennaio 2017]

 

E’ ormai chiaro che, rispetto all’obiettivo dichiarato (accrescere l’occupazione), il Jobs Act si è rivelato fallimentare. Il provvedimento, che ha introdotto contratti a tutele crescenti (frequentemente ed erroneamente definiti a tempo indeterminato) è stato accompagnato da ingenti sgravi contributi a favore delle imprese per la ‘stabilizzazione’ dei contratti di lavoro. Secondo la propaganda governativa, si sarebbe fatta marcia indietro rispetto alle misure di precarizzazione del lavoro messe in atto con intensità crescente negli ultimi decenni. Nei fatti, si è trattato di un provvedimento che ha semmai reso le condizioni di lavoro ancora più precarie, sia per l’introduzione di una nuova tipologia contrattuale (il contratto a tutele crescenti) che non stabilizza il rapporto di lavoro (ma rende più difficile e costoso il licenziamento al crescere dell’anzianità di servizio), sia per l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. In più, contrariamente agli obiettivi dichiarati, si è accentuato il dualismo del mercato del lavoro italiano, inserendo una inedita cesura – datata 7 marzo 2015 – fra lavoratori assunti con veri contratti a tempo indeterminato e lavoratori assunti con contratti a tutele cresenti.

Come da più parti previsto, si è trattato di un provvedimento del tutto inefficace, e per alcuni aspetti controproducente, per la crescita dell’occupazione. Dopo un aumento dell’occupazione ‘a tempo indeterminato’, evidentemente determinato dalla convenienza da parte delle imprese a riconvertire i contratti per avvalersi della detassazione, riducendosi i fondi pubblici per gli sgravi fiscali alle imprese, si è registrata una rapidissima inversione di tendenza: è aumentato il tasso di disoccupazione e i contratti sono diventati sempre più precari. In sostanza, si è trattato di un’operazione che ha temporaneamente “drogato” il mercato del lavoro italiano. Nulla più di questo, se non si fosse trattato di un vero e proprio spreco di risorse pubbliche per un obiettivo non raggiunto e verosimilmente non raggiungibile con gli strumenti utilizzati. Terminata questa fase, ci si ritrova in una condizione sotto molti aspetti peggiore della precedente, una triste eredità del Governo Renzi, per due ordini di ragioni.

1.Secondo le ultime rilevazioni ISTAT, il tasso di disoccupazione, in Italia, torna nel 2016 a quasi il 12%, dopo una leggera flessione nel 2015, attestandosi a oltre due punti percentuali in più rispetto alla media europea (11.9% a fronte del 9.8%). Si registra anche una significativa riduzione del numero di inattivi, fenomeno che, di norma, viene valutato positivamente come segnale di dinamismo del mercato del lavoro. Si tende, cioè, a ritenere che una maggiore partecipazione nel mercato del lavoro sia, di per sé, desiderabile.

E’ bene chiarire che è, questa, una valutazione che riflette una visione del funzionamento del mercato del lavoro interamente declinata ‘dal lato dell’offerta’: in altri termini, più forza-lavoro disponibile dovrebbe implicare maggiore occupazione. Il che non è nei fatti, né oggi in Italia né è quasi mai accaduto da quando il fenomeno è oggetto di rilevazione statistica.

La riduzione del numero di inattivi, se letta in chiave macroeconomica, può non essere affatto un segnale di vitalità del mercato del lavoro e, in più, può essere il segnale di un meccanismo niente affatto virtuoso. Ciò a ragione del fatto che la riduzione del numero di inattivi è associato a un fenomeno noto come ‘effetto del lavoratore aggiunto’: in fasi recessive e di caduta della domanda di lavoro, con conseguente riduzione dei salari reali, entrano nel mercato del lavoro altri componenti dell’unità familiare per provare a garantire all’unità familiare il livello di consumi considerato ‘normale’. Il che significa che la riduzione del numero di inattivi è innanzitutto un segnale di impoverimento dei lavoratori occupati e, al tempo stesso, di erosione dei risparmi delle famiglie (dal momento che una condizione di inattività è consentita solo attingendo a redditi non da lavoro).

Vi è poi da considerare che l’aumento del numero di individui alla ricerca di lavoro, accrescendo la concorrenza fra lavoratori, contribuisce a ridurre i salari, in una spirale perversa per la quale la domanda interna continua a contrarsi, così come la domanda di lavoro e dunque i salari e i consumi. In altri termini, l’aumento dei tassi di partecipazione al mercato del lavoro è l’effetto della caduta dei salari e, al tempo stesso, contribuisce a generarla.

2. Il Jobs Act ha contribuito alla precarizzazione del lavoro anche per mezzo dell’estensione della platea di lavoratori pagati con buoni lavoro (voucher), per ogni settore produttivo e committente. I buoni lavoro, già presenti nella c.d. Legge Biagi, erano stati pensati per remunerare mansioni accessorie e occasionali, spesso prestate in condizioni di illegalità. Tipicamente: lavori domestici saltuari, badanti. Occorre ricordare che il lavoro con voucher non configura un contratto di lavoro e, per questa ragione, non dà al lavoratore diritto a ferie, maternità, né, in caso di non rinnovo del rapporto, si configura un licenziamento1. Il risultato dell’estensione della platea di potenziali beneficiari è impressionante: nel corso del 2016, sono stati staccati 115 milioni di tagliandi, coinvolgendo circa 700 mila lavoratori (a fronte di 25mila nel 2008) per un importo complessivo stimato intorno agli 800 milioni di euro.

La recente decisione della Consulta di consentire il referendum abrogativo dei voucher (uno dei tre proposti dalla CGIL) va accolta con favore, sebbene si tratti di una decisione opinabile e oggetto di critiche (http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=27177), avendo impedito ai cittadini italiani di esprimersi contro l’abolizione dell’art.18. I buoni lavoro costituiscono la nuova frontiera del precariato, e ogni azione di contrasto al precariato è da valutare positivamente sia per garantire dignità al lavoro, sia perché è ampiamente mostrato – sul piano teorico ed empirico - che la precarizzazione del lavoro non accresce l’occupazione, riduce la quota dei salari sul Pil, ed è un freno alla crescita2.

E’ lo stesso Governo ad ammettere che l’uso dei voucher va maggiormente regolamentato a ragione del fatto che di questo strumento le imprese avrebbero “abusato”. Ma è lo stesso Governo a continuare a reiterare l’argomento (falso) per il quale i buoni lavoro sono uno strumento efficace per contrastare il lavoro nero. Per decretare la falsità di questo argomento, può essere sufficiente considerare che, su fonte ISTAT, l’incidenza del sommerso sul Pil è costantemente aumentata negli ultimi anni, pur essendo stato fornito alle imprese lo strumento dei buoni lavoro. Ed è proprio l’ISTAT a imputare l’aumento del sommerso all’aumento del tasso di disoccupazione – non all’eccessiva rigidità del mercato del lavoro, come nell’interpretazione governativa e dominante – in linea con la posizione dell’INPS3.

E’ poi interessante osservare che, su fonte INPS, l’uso dei voucher è maggiormente diffuso al Nord (fatta eccezione per il boom di voucher venduti in Sicilia), dove, per le informazioni di cui si dispone, è normalmente minore l’incidenza del lavoro sommerso o irregolare. Il che potrebbe dipendere dalla maggiore numerosità di imprese lì localizzate e dalla loro crescente propensione a competere comprimendo i salari e accelerando (grazie alla massima flessibilità sui tempi garantita dai voucher) i tempi di produzione e vendita. E, per quanto attiene l’offerta di lavoro, è ragionevole ipotizzare che in quell’area sia presente, e in crescita, una platea di lavoratori disposti a lavorare a qualsiasi condizione. Il che, a sua volta, può innescare un fenomeno irreversibile. Lavoratori che hanno accettato di essere pagati con voucher saranno evidentemente considerati dalle imprese lavoratori disponibili a erogare le loro prestazioni con i minimi diritti in un ‘gioco al ribasso’ che i meccanismi spontanei di mercato non frenano, anzi promuovono.

 

 

1 La letteratura accademica sul fenomeno, per quanto attiene all’Italia, è ancora molto scarna. Per un inquadramento generale del fenomeno si rinvia a D. Serafin, V come voucher. La nuova frontiera del precariato, Report “Possibile”, novembre 2016.

2 Per una ricostruzione del dibattito, si rinvia, fra gli altri, a G.Forges Davanzati e G.Paulì, Precarietà del lavoro, occupazione e crescita economica, “Costituzionalismo”, 2015 n.1.

3 V. C. De Gregorio e A. Giordano, The heterogeneity of irregular employment in Italy, ISTAT working paper n.1 2015.

 


SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 178 - (12 dicembre 2016) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Lunedì 12 Dicembre 2016 21:24

La legge di stabilità e la precarietà del lavoro

 

[“MicroMega” online del 12 dicembre 2016]

 

 

Come rilevato da alcuni commentatori, la Legge di Stabilità 2017 risente della campagna referendaria e alcune disposizioni lì contenute sono state pensare per acquisire immediato consenso in vista della consultazione dello scorso 4 dicembre1.

Al netto di queste misure, i principali assi di intervento nel documento approvato sono sostanzialmente tre e presentano rilevanti elementi di criticità.

1. Risulta confermata, per quanto attiene alla ripartizione dell’onere fiscale, la linea seguita negli ultimi anni con misure di ulteriore detassazione per favorire gli investimenti, questa volta soprattutto nei settori ad alta intensità tecnologica (la c.d. Industria 4.0). Si tratta della reiterazione di interventi inefficaci dal momento che gli investimenti privati non aumentano via sgravi fiscali, come non sono aumentati negli ultimi anni, per la banalissima ragione per la quale se le aspettative sono pessimistiche, anche rilevanti sgravi fiscali si rilevano del tutto efficaci per incentivare la spesa privata. Ovviamente si tratta di misure che vanno bene a Confindustria e, non a caso, salutate con estremo favore dai suoi rappresentanti e dal quotidiano che ne rappresenta gli interessi. In sostanza, la detassazione, nelle condizioni date, ha il solo effetto di far crescere i profitti e/o di tenere in vita imprese altrimenti destinate al fallimento. Se non altro per questa ragione, la Legge di Stabilità mantiene l’impianto redistributivo a vantaggio delle imprese che ha caratterizzato le politiche economiche degli ultimi anni.

2. Risultano anche confermati gli sgravi fiscali per le assunzioni con le nuove tipologie contrattuali istituite dal Jobs Act. Su questo aspetto, dovrebbe essere ormai chiaro che, rispetto all’obiettivo dichiarato (accrescere l’occupazione stabile), il Jobs Act si è rivelato fallimentare2. In sintesi, l’operazione si è risolta in questo. Sono stati accordati sgravi contributivi alle imprese, sulla base del c.d. decreto Poletti del 2014, per un ammontare stimato su fonte INPS di circa 20 miliardi per l’assunzione di lavoratori con contratti a tempo indeterminato (a tutele crescenti). Le imprese hanno risposto inizialmente trasformando i contratti precari in contratti più stabili - o assumendo - per l’ovvio obiettivo di avvalersi delle decontribuzioni, con un picco di riformulazione dei contratti a fine 2015. La riduzione dei fondi pubblici per gli sgravi fiscali alle imprese, che evidentemente non potevano avere durata infinita, ha generato, come molti si aspettavano, una repentina inversione di tendenza: l’aumento del tasso di disoccupazione e la riformulazione dei contratti nella direzione di tipologie sempre più precarie. In particolare, nei primi sei mesi del 2016, le cessazioni di rapporti di lavoro a tempo indeterminato superano le nuove assunzioni facendo registrare un saldo negativo di 120.253 unità, a fronte di quanto accaduto nello stesso periodo del 2015, in cui i nuovi contratti a tempo indeterminato erano 131.502. Il dato dipende esclusivamente dalla riduzione delle assunzioni, -33% rispetto al 2015; le cessazioni quest’anno non superano quelle del primo semestre dell’anno appena trascorso. In sostanza, il mercato del lavoro italiano è stato “drogato” per un paio d’anni, tornando alla sua condizione ’fisiologica’ una volta esauriti gli incentivi. Un provvedimento, quindi, non solo inutile per la ripresa dell’occupazione ma anche controproducente per lo spreco di denaro pubblico a favore delle imprese. In più, la fine della stagione delle decontribuzioni ha anche contribuito ad accentuare ulteriormente il tasso di precarietà. Si fa qui riferimento, in particolare, all’esplosione del voucher, pensati come remunerazione per lavori accessori (p.e. lavori domestici) e invece oggi sempre più utilizzati nel settore privato e nel settore pubblico per mansioni che nulla hanno di accessorio. Fra gennaio e giugno del 2016 ne sono stati venduti 69.899.824, in aumento del 40% rispetto a un anno fa e del 145% rispetto al 2014.

3. Risulta incentivata la contrattazione di secondo livello, attraverso agevolazioni fiscali per il potenziamento del welfare aziendale e dei premi di produttività. L’obiettivo è legare più strettamente gli andamenti della produttività del lavoro con le dinamiche salariali. La logica che è alla base di queste misure risiede nella convinzione che è efficiente e giusto pagare i lavoratori sulla base del loro contributo alla produzione e, dunque, si presume, in base al loro merito. E’ una condizione di efficienza dal momento che – in questa logica – si ritiene che un mercato del lavoro deregolamentato produca spontaneamente la più efficiente allocazione delle risorse. In tal senso, la disintermediazione del sindacato è una strategia efficace per impostare le relazioni industriali in modo ‘atomistico’, ovvero creando le condizioni per una contrattazione diretta fra singolo lavoratore e singolo datore di lavoro. E’ poi anche, o almeno si ritiene, una condizione di equità distributiva, dal momento che commisurare il salario alla produttività premia/premierebbe il merito.

Sebbene si tratti dell’impostazione teorica e politica dominante, essa si presta a non poche obiezioni teoriche e fattuali, fra le quali.

a) Non disponiamo di nessun criterio di misurazione oggettiva del merito individuale e, conseguentemente, non è affatto scontato che la commisurazione del salario alla produttività garantisca un assetto distributivo meritocratico. Il contributo alla produzione del singolo lavoratore è influenzato da numerose variabili, la gran parte delle quali non attiene alla sua personale bravura, o al suo personale impegno. E’ sufficiente considerare che la principale determinante della produttività del lavoro è l’accumulazione di capitale, la cui entità prescinde del tutto dall’impegno dei lavoratori, essendo il risultato di scelte delle imprese3.

b) L’attuazione di misure che spostino o incentivino la contrattazione aziendale rischia di riportare il mercato del lavoro nel Mezzogiorno a una condizione simile a quella di cinquanta anni fa, epoca nella quale erano vigenti le c.d. gabbie salariali (meccanismi di adeguamento dei salari monetari al tasso di inflazione). Non è uno scenario desiderabile, sia perché è oggettivamente regressivo, sia soprattutto perché se si va in questa direzione è ovvio che, in assenza di una ripresa degli investimenti pubblici e privati, si riduce ulteriormente la domanda aggregata nel Mezzogiorno, ovvero nell’area del Paese che ha maggiormente risentito e maggiormente risente gli effetti della crisi. E la riduzione della domanda, nel Mezzogiorno, non può che accentuare i divari regionali, in un contesto nel quale questi sono in continuo aumento da quasi un decennio, rendendo il Paese sempre più dualistico. L’effetto recessivo sarebbe peraltro accentuato dal fatto che le imprese meridionali sono, in media, di dimensioni notevolmente inferiori a quelle del Centro-Nord e, in molti casi, al loro interno non esistono neppure organizzazioni sindacali che possano contrattare salari e condizioni di lavoro, con la conseguenza che la ulteriore moderazione salariale al Sud configurerebbe una inutile e dannosa politica punitiva per i lavoratori meridionali.

 

 

 

1 Si veda: http://sbilanciamoci.info/legge-bilancio-referendaria-2/. Ci si riferisce, in particolare, alla c.d. rottamazione di Equitalia. Si può osservare, a riguardo, che Equitalia non scompare affatto, ma cambia nome (Agenzia delle Entrate – Riscossione) e, soprattutto, che volendo incidere in modo significativo sulla riscossione delle imposte, sarebbe stato semmai opportuno limitare le regole vessatorie utilizzate, agendo sulle regole d’azione non sulla denominazione.

2 Per una efficace critica di ordine giuridico a questo provvedimento, si rinvia a Giorgio Fontana, La riforma del lavoro, i licenziamenti e la Costituzione, “Costituzionalismo”, dicembre 2016.

3 Sul tema si rinvia a Sebastiano Fadda: http://www.sbilanciamoci.info/content/pdf/1817, Paolo Pini, (2013).What Europe needs to be European, “EconomiaPolitica – Journal of Analytical and Institutional Economics”, vol.30, n.1, pp. 3-11; Leonello Tronti. (2010). The Italian productivity slow-down: The role of the bargaining model, “International Journal of Manpower”, vol.31, n.7.


SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 177 - (25 ottobre 2016) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Mercoledì 26 Ottobre 2016 06:48

Le implicazioni economiche della controriforma costituzionale

 

[“MicroMega” online del 25 ottobre 2016]

 

 

“Se la riforma costituzionale venisse bocciata il rischio politico aumenterebbe in modo rilevante e alcuni degli sforzi fatti per aumentare la produttività e rafforzare la crescita economica di lungo termine potrebbero subire una battuta d’arresto” Fitch Ratings, Inc./Ltd., - agenzia internazionale di valutazione del credito e del rating.

 

 

 

Il prossimo 4 dicembre saremo chiamati a pronunciarci sulla revisione di una parte consistente della Costituzione vigente. Si tratta di un tentativo di riforma che, se avrà successo, ridisegnerà in modo significativo i rapporti fra Stato e mercato nell’economia italiana. In altri termini, è estremamente difficile ritenere che si tratti esclusivamente di un’operazione, per così dire, ‘sovrastrutturale’ che incide esclusivamente sulla sfera della politica e dei rapporti di bilanciamento dei poteri fra camera dei deputati e nuovo senato, fra governo e amministrazioni locali. Detto diversamente, la riforma costituzionale la si può leggere come un provvedimento di politica economica, soprattutto su questi aspetti.

1) La modifica dell’art.81, già fatta due anni fa e mantenuta nel nuovo testo, di fatto stabilisce che le politiche di sostegno della domanda anche solo in funzione anti-ciclica (l’aumento della spesa pubblica in fasi recessive) sono incostituzionali, dal momento che il nuovo articolo – peraltro approvato con pochissima discussione in Parlamento – stabilisce che lo Stato italiano si impegna a mantenere tendenzialmente l’eguaglianza fra spese ed entrate. L’obiettivo del pareggio di bilancio diventa costituzionalmente garantito e, come è agevole intuire, diventa costituzionalmente garantita una particolare teoria economica. Quella, di impronta liberista, che si fonda sulla convinzione che la spesa pubblica sia solo fonte di sprechi e che in fasi recessive occorre semmai ridurre la spesa pubblica – la c.d. dottrina dell’austerità espansiva, ampiamente sperimentata in Europa e in Italia negli ultimi anni (e attualmente ancora dominante, in teoria e nei fatti), peraltro ampiamente smentita sul piano teorico e fattuale.

2) L’abolizione del CNEL non è affatto, come sostenuto sia dal fronte del SI sia anche da molti esponenti del fronte del NO, un atto dovuto in considerazione del fatto che si tratta di un ente inutile. A parte la difficoltà di dare una definizione condivisa di ente inutile, il CNEL è stato pensato come fondamentale organo consultivo per le attività di programmazione economica che la costituzione vigente assegna allo Stato. In tal senso, la sua abolizione sancisce la convinzione che lo Stato debba rinunciare a programmare l’attività economica, ovvero debba ritirarsi, fare un passo indietro, rispetto alle dinamiche proprie di un’economia di mercato.

3) Non è un mistero, anzi è parte integrante della propaganda ufficiale del Governo, che il tentativo di fuoriuscire da questa lunga recessione passa attraverso il tentativo di attrarre investimenti. Sul sito del Governo italiano, si invitano le imprese a investire in Italia (o a non delocalizzare) facendo presente che in Italia i salari sono ‘competitivi’, cioè bassi: il che è assolutamente vero. Cosa c’entra questo con la riforma costituzionale? E’ la ‘governabilità’ a dovere garantire questo esito, negli auspici del Governo. L’accentramento di poteri dovrebbe far sì che l’esecutivo assuma in tempi più rapidi di quelli attuali (sebbene sia noto che la produzione di leggi in Italia non sia assolutamente al di sotto della media europea) decisioni che favoriscano l’ingresso nel nostro Paese di capitali esteri. Si può ricordare che un obiettivo analogo si pose in fase di discussione dell’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori e si può registrare che da allora, ovvero nell’ultimo biennio, la localizzazione di investimenti in Italia è stata sostanzialmente nulla. In quella fase, l’argomento era: le imprese non investono in Italia perché abbiamo un mercato del lavoro troppo rigido. In questa fase, l’argomento è: le imprese non investono in Italia perché i tempi di decisione della Politica sono troppo lenti. Stando alle rilevazioni del Centro Studi CGIA, la dinamica degli investimenti diretti esteri (IDE) presenta, per l’Italia, un saldo negativo, ovvero è maggiore il valore degli investimenti effettuati dalle imprese italiane all’estero rispetto al valore degli investimenti “in entrata”. La scommessa governativa – rivedere la Costituzione per attrarre investimenti – appare dunque molto ragionevolmente perdente, anche perché, considerando la recente bocciatura del nuovo testo da parte della finanza sovranazionale (attraverso il Financial Times), la riforma è troppo confusa per essere compresa da investitori esteri e non è neppure soddisfacente per chi la ha commissionata. E’ noto infatti che, a partire da un report del 2013, J.P. Morgan ha sollecitato una profonda revisione della Costituzione italiana, invitando il Governo a emendare i troppi elementi di “socialismo” che essa contiene, con particolare riferimento alla “tutela costituzionale dei diritti dei lavoratori” e al diritto di sciopero, che, per la finanza sovranazionale della quale J.P. Morgan è fra le massime espressioni, andrebbero superati[1].

Ma, per molti aspetti, è anche una scommessa controproducente ai fini del recupero di un percorso di crescita, nonostante l’opinione del Centro Studi di Confindustria[2]. Come è noto, a partire dalla primavera scorsa, Confindustria ha esplicitato un netta posizione a favore del SI, con argomentazioni francamente imbarazzanti per chi continua a ritenere le previsioni in Economia una cosa seria, sebbene difficilissime da implementare e comunque da assumere cum grano salis. L’Ufficio studi di Confindustria prevede in caso di vittoria del NO uno scenario a dir poco drammatico: una riduzione del Pil dell’1,7%, un crollo degli investimenti del 12,1%, un aumento di 430 mila poveri e un calo degli occupati di 289mila unità. Curiosamente, a differenza di quanto normalmente si fa (e si dovrebbe fare) non si fanno previsioni sullo scenario alternativo (vittoria del SI), così che non è dato sapere, ammesso che la metodologia sia valida, se il SI produrrebbe crescita o – caso da non escludere - una recessione ancora più intensa.

Come vengono motivate queste previsioni? Fondamentalmente avvalendosi dell’argomento per il quale il NO produrrebbe instabilità; l’instabilità produrrebbe incertezza; l’incertezza si assocerebbe a declino degli investimenti e alla conseguente contrazione del tasso di crescita. Posta la questione in questi termini, viene da chiedersi, non retoricamente, perché non dovrebbe accadere quanto previsto in caso di vittoria del NO per tutte le possibili crisi di governo. E’ ovvio infatti che ogni cambiamento istituzionale genera incertezza, così come lo genera la resistenza (se ha successo), a cambiamenti di significativo rilievo del disegno istituzionale.

A ben vedere, sembra molto più ragionevole l’argomento contrario. Innanzitutto, è proprio il Governo ad aver creato le condizioni per un aumento dell’incertezza, che è esattamente la variabile che, proprio per la logica seguita dall’Ufficio Studi di Confindustria, disincentiva l’attrazione di investimenti. In secondo luogo, se si riconosce che la ‘riforma’ è finalizzata all’attrazione di investimenti occorre riconoscere che questa si rende semmai possibile comprimendo i salari e i diritti dei lavoratori. Sulla base di questa lettura, non sorprende che Confindustria sostenga pienamente le ragioni del SI.  E tuttavia, questa strategia – se risulta inefficace, come c’è da aspettarsi, per l’aumento degli investimenti - rischia di generare ulteriore compressione della domanda interna e l’ulteriore intensificarsi della recessione.

 

 

 


[1] Sul punto, si rinvia, fra gli altri, a G. Forges Davanzati, La finanza sovranazionale e la controriforma costituzionale, Micromega on-line, 27 settembre 2016.

[2] Centro studi Confindustria, La risalita modesta e i rischi di instabilità, Scenari Economici, giugno 2016, n.26.


SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 176 - (6 ottobre 2016) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Venerdì 07 Ottobre 2016 06:50

Dopo Bratislava

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di giovedì 6 ottobre 2016]

 

Il recente vertice di Bratislava sul futuro assetto dell’Unione europea sembrerebbe, dato l’esito molto negativo del risultato, dar ragione agli euroscettici e, in particolare, ai sostenitori della fuoriuscita unilaterale dell’Italia dall’area euro. Si tratta di un’ipotesi coltivata, negli ultimi anni, da non pochi economisti, che torna in auge in ogni momento di riacutizzazione dei problemi interni all’Unione e sulla quale occorre sgombrare il campo da alcune ipotesi assai discutibili sulla quale si basa. Andiamo per ordine.

1.Si sostiene che il recupero della sovranità monetaria consentirebbe l’attuazione di politiche fiscali espansive, impedite dagli accordi europei sui vincoli all’espansione del deficit e del debito pubblico. Falso. L’Italia ha perso la sua sovranità monetaria con il c.d. divorzio fra Tesoro e banca d’Italia del 1981, voluto da Nino Andreatta e da Carlo Azeglio Ciampi. Da quell’anno, del tutto indipendentemente dai vincoli europei, non è consentito alla Banca d’Italia l’acquisito di titoli del debito pubblico (la c.d. monetizzazione del debito) e, dunque, la spesa pubblica può essere finanziata via tassazione o emissione di titoli di Stato sui mercati azionari, non più “stampando moneta”.

2.Si sostiene che la fuoriuscita unilaterale dall’euro consentirebbe all’Italia di recuperare un percorso di crescita trainato dalle esportazioni mediante la svalutazione della lira. Falso, anche in questo caso. Le svalutazioni, nel caso italiano, hanno sempre generato effetti perversi. In primo luogo, perché hanno consentito alle nostre imprese di far profitti non innovando. Ed è questo uno dei principali fattori che hanno determinato il drammatico calo del tasso di crescita della produttività del lavoro in Italia, da almeno un ventennio. In secondo luogo, in un’economia dualistica nella quale le imprese esportatrici sono quasi esclusivamente localizzate nel Nord del Paese, le svalutazioni hanno significativamente contribuito ad accentuare i divari regionali. A ciò si può aggiungere che l’exit italiano non potrebbe che associarsi all’adozione di misure protezionistiche e che queste sarebbero estremamente dannose per le nostre imprese in un contesto nel quale le c.d. catene internazionali del valore rivestono un ruolo sempre più importante per la crescita economica (si tratta in sostanza di forme di delocalizzazione di piccole unità produttive specializzate nella produzione di beni intermedi che circolano nello spazio europeo e che sono acquistate dalle imprese produttrici di beni finali). La gran parte delle imprese italiane sopravvive grazie a rapporti di subfornitura di prodotti intermedi alle imprese localizzate nel centro del continente. Eventuali misure protezionistiche ne decreterebbero il fallimento.

3. Si sostiene infine che l’Europa è irriformabile e che, su questa premessa, i benefici dell’uscita sarebbero certamente superiori ai costi della permanenza. Falso o comunque tutto da dimostrare. In primo luogo, l’Unione europea ha subìto, nel corso della crisi, numerosi e importanti cambiamenti. Rilevante in tal senso il programma di acquisto di titoli di Stato sui mercati secondari voluto dalla BCE di Draghi: il cosiddetto quantitative easing, assolutamente inimmaginabile da quando l’Unione Monetaria è stata costituita. In secondo luogo, non è mai esistita una unione monetaria delle dimensioni di quella attualmente esistente in Europa e di norma le ‘piccole’ unioni monetarie del passato si sono dissolte tramite accordo fra i Paesi membri: mai con abbandoni unilaterali.

Infine, i sostenitori dell’abbandono dell’euro incorrono in un cortocircuito logico, quando provano a motivare politicamente questa scelta. Il loro argomento, tipico di una certa sinistra politica italiana, è che poiché le politiche europee sono di destra, le politiche nazionali post-euro sarebbero necessariamente di sinistra. Qui siamo nella sfera delle speranze o delle utopie. Come è noto, escluse alcune ambiguità del Movimento 5stelle sul tema, la sola forza politica che esplicitamente vuole l’abbandono dell’euro è la Lega Nord. Si può realisticamente immaginare che la gestione dell’exit da parte dell’Italia si associ a non meglio definite politiche ‘di sinistra’ laddove a gestire l’eventuale transizione sarebbe il partito più a Destra nell’attuale schieramento politico?

Sia chiaro che il progetto di unificazione europea è a dir poco imperfetto e che ben pochi sarebbero disposti a difenderlo per come si è venuto configurando. L’Unione europea è tutt’altro che un’area monetaria ottimale e resta un puzzle capire come non sia ancora implosa. Ciò detto, ci sembra di poter condividere la tesi, o profezia, di George Soros, uno dei massimi speculatori sulla scena internazionale, per la quale se l’Unione morirà lo dovrà alla Germania. Quando l’economia tedesca non avrà più bisogno, come mercato di sbocco, del resto dell’Unione è probabile che troverà conveniente decretare la fine dell’esperimento. In tal senso, non ci sembra che l’insistenza del nostro Presidente del Consiglio sulla maggiore flessibilità nella gestione dei conti pubblici – tema ‘caldo’ nel recente vertice di Bratislava – sia risolutivo: il potere politico dell’Italia nel continente è ancora ai minimi termini e, in queste condizioni, fare la “voce grossa” nella migliore delle ipotesi è inutile; nella peggiore delle ipotesi può generare il sospetto che le risorse addizionali (di cui, beninteso, l’Italia avrebbe bisogno) verranno destinate a elargire mance: il provvedimento sugli 80 euro in busta paga e lo spreco degli sgravi fiscali del Jobs Act – senza alcuna ricaduta su occupazione e crescita – alimentano questo timore.


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