Nuova sospensione delle attività
La presenza di casi di coronavirus sul territorio di Galatina e l'ordinanza di chiusura delle scuole emanata dal sindaco ci hanno consigliato un ulteriore consulto medico dal quale è emersa ... Leggi tutto...
Ripresa attività e nuova data per assemblea ed elezioni
Dopo un consulto medico, il Consiglio Direttivo ha deciso di riprendere le attività lunedì 2 marzo alle ore 18, con la conferenza del prof. Mario Graziuso “L’ultima rappresentazione sacra del... Leggi tutto...
Sospensione attività in via precauzionale
Avviso sospensione attività Pur in assenza di casi accertati di coronavirus, nella regione Puglia sono sconsigliati (anche se non ancora formalmente vietati) gli assembramenti di persone. Per questo... Leggi tutto...
Candidati per il nuovo Consiglio direttivo
Candidati per il nuovo Consiglio direttivo dell’Università Popolare A. Vallone di Galatina (in ordine alfabetico)   1 Bozzetti Maria Rita, nata a Roma 2.Campa Antonio nato a Galatina (Le) 3 Diso... Leggi tutto...
Convocazione Assemblea per Modifica Statuto ed Elezioni del nuovo Consiglio Direttivo
Sulla base di quanto deliberato durante l'ultima Assemblea, giovedì 27 febbraio 2020 si procederà alle elezioni del nuovo Consiglio Direttivo e all'approvazione delle modifiche dello Statuto. Si... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
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Dalla burocrazia a Vasco, l’opinionista si diverte PDF Stampa E-mail
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Scritto da Claudia Presicce   
Venerdì 04 Novembre 2016 13:18

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” del 14 luglio 2016]

 

‘’La memoria a volte è come  un vecchio juke bok che aspettava solo la monetina per partire….Come è sennò, se capita di tornare a notte fonda e che a Radio Montecarlo night  passi per caso ‘’ In the air thonight’’ di Phil Collins, che io mi senta cambiare persino nel corpo? I miei abiti si fanno più leggeri, anche se è pieno inverno e sono intabarrato  in uno scomodo  pastrano, e mie vecchie scarpe scure diventano delle espadrillas chiare….’’. È un gioco di pieni e di vuoti quello della memoria e delle associazioni di idee che ricollegano momenti della vita lontanissimi, così come alcuni pensieri riflettono la nostra formazione culturale, soprattutto quando ci richiamano studi o conoscenze acquisite che stimolano le nostre capacità critiche.

In ‘’L’osceno del villaggio’’( Argomenti edizioni), Paolo Vincenti si diverte a compiere una sorta di viaggio tra le sue riflessioni sull’oggi, o memorie che raccontano un’ altra epoca , riferimenti eruditi e una sorta di ‘’ bestiario’’ in cui racchiude le umane finitezze capitate sotto il grafico del suo sguardo

In questo libro sono infatti raccolti 53 scritti, pubblicati da riviste salentine dal novembre 2014 al febbraio 2016, in cui l’ autore guarda il lato ‘’osceno’’  del villaggio globale,  una contemporaneità spesso sconfortante di cui però oggi è come se non si voglia veramente parlare. Ecco che sfilano scene di contemporaneità di cui troppo spesso si tace nel regno dell’ indifferenza  in cui siamo abituati a galleggiare , ma non manca l’ ironia o la denuncia con cui trattare differenti  storture quotidiane.

Dall’ Isis con la sua sanguinosa barbarie, che recluta nel mondo ragazzi senza storia e futuro, ai problemi italiani legati al fisico, alla burocrazia soffocante e all’ ignoranza dilagante, anche tra i politici: i temi sono talmente diversi che anche il tono cambia inevitabilmente rendendo la letteratura varia e fresca, anche se spesso foriera di rabbia.

Il degrado di una certa tivù, ad esempio, viene visto attraverso l’ evoluzione dei programmi per anime single: l’ autore fa un excursus ‘’ storico’’ dagli ingenui ’M’ ama non m’ ama’ (condotto Marco Pedolin ) o  Agenzia Matrimoniale’ Marta Flavi, alle surreali vicende amorose dei protagonisti di ’’Uomini e donne’’ .

Poi c’ è la generazione dei provini del ‘’Grande Fratello’’ legata indissolubilmente all’ apparenza e non alla sostanza, e la tv del dolore che ormai invade i palinsesti con le tragedie più ‘’succulente’’ del momento o quelle vecchie a cui aggiungere via via pagine raccapriccianti: l autore si pone come una voce che urla tutto quello che ormai non urliamo più perché siamo tutti un po’ abituati ad una contemporaneità che non ci piace, ma che tolleriamo.

In qualche modo poi l’autore sembra spesso rivolgersi a una generazione che, in generale, ha veramente contato poco, quella dei 40enni e poco più di oggi che si è vista precedere e seguire  da altre, maggiormente protagoniste e con maggiori spazi di manovra .

Evoca però le emozioni dei ragazzi degli anni Ottanta in un modo riconoscibile per tutti, quello cultural-televisivo-letterario-musicale. L’ effetto arriva anche solo ascoltando ‘’ Vita spericolata’’ di Vasco Rossi: “….mi sono passate dentro tante emozioni che, alla fine dell’ ascolto ero davvero fatto senza anfetamine. È un momento ancestrale, di armonia cosmica: l’adrenalina entra in circolo ed è come una pera di fantasia, un viaggio artificiale senza artificio, un fumarsi l’impossibile senza spino, uno sballo legale. Ah, i pensieri associativi… sono sensazioni forti”.


L'una e due disco (r) danze di Paolo Vincenti PDF Stampa E-mail
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Scritto da Lucia Buttazzo   
Sabato 22 Ottobre 2016 09:59

Il riferimento visivo del suggestivo libretto “L’Una e Due Disco (R)Danze” di Paolo Vincenti (Edizione La Fornace, Galatina 2016), che ne esprime il messaggio, è dato, a mio avviso, dalle immagini di copertina: due opere di Luigi Latino “Finestre 5” per la parte definita “Primo Tempo” e “Finestre 4” per quella definita Secondo Tempo.

Sono finestre che si aprono su una realtà deformata, inquieta e inquietante, invertita,sfaccettata, materica, quasi tridimensionale in cui si annulla il rapporto interno - esterno, dritto - rovescio, in linea con la struttura complementare dell’opera che contiene, citando espressamente la “Nota dell’autore”:“prosette liriche (…)più lunghe e intimistiche” nel Primo Tempo, “componimenti più brevi e compatti”, nugae di tipo catulliano, nel Secondo Tempo.

La struttura grafica del libro propone questa visione complementare e al tempo stesso oppositiva della realtà: due frontespizi, due foto dell’autore, due biografie, due dediche, capovolti gli uni rispetto agli altri: due possibilità di parlare della vita definita “una danza in tre tempi/(…). nasci vivi muori” (“Tripudium”).

La divisione in Primo e Secondo Tempo, è, quindi, intercambiabile e la sottesa continuità trova il simbolo nella numerazione continuata delle pagine.

In “L’una e Due” Paolo Vincenti gioca con le parole e i loro suoni.

Il titolo stesso può significare, infatti, il bene e il male, due donne in una, una in due, ma anche suggerire il riferimento alla luna, l’astro del mistero, dell’inquietudine, se si pronuncia senza l’apostrofo; c’è il ritmo di marcia, c’è il tempo, quello cronologico “zavorrato”,” incarcerato”,” liberato”, “insanguinato”, e quello della musica, del battere e del levare, quello della danza; Il tempo della cultura, soprattutto classica, greca in particolare, che rivive in alcuni brani come “Sera dionisiaca” o “Timore Panico”, dove si incontrano atmosfere antiche e sensibilità moderna.

Aleggia una musica antica di cembali, e tamburi, musica che è armonia o ritmo travolgente, panico e dionisiaco (“The Rithm of the Night”)

Nello scritto della Prima Parte dal titolo “(L)una in due” il calembour si esplicita in tutta l a sua ambivalente complessità semantica, ritmata da un susseguirsi di allitterazioni( “sei”, la a più ricorrente, il pronome “ti”, la parola “disco”….), ambiguità semantica presente anche nella dedica ripetuta nelle due parti: “all’una in due/alle due in una”.

Su tutto dunque la centralità della parola che informa, conquista, inganna, denuncia, diverte,illumina di verità, dà voce ai sentimenti; parola che è anch’essa ritmo, gioco, musica, ricordo e tempo. Di questa centralità e valore Paolo è consapevole, tanto da iniziare il “Primo tempo” con lo scritto “Danze di parole”, danze e non danza al singolare, perché la scrittura ne rappresenta l’avvolgente, rutilante dispiegasi e immergersi nella realtà, nella fantasia, nel sogno.

Parole che vincono il tempo: “di tutto questo vivere e morire,/ secernere , sfogliare , battere e levare/raschiare il fondo , riemergere / smerciare, rompere, indennizzare/, non restano che anelanti,/ amanti, palpitanti, dimenticate parole”. Così recita la poesia che, non per nulla, si intitola “Parole”.

L’inizio con la lettera minuscola non è dovuto ad una svista, Paolo Vincenti inizia tutte le poesie della Seconda Parte con la lettera minuscola, ma non il titolo. Quest’ultimo infatti individua il tema, ma le varie poesie sono il fluire del pensiero, il continuum della vita.

E ancora in” Ri-alfabetizzazione”afferma :“e se chiamo cielo il soffitto/ sarà più stellata questa lontananza/ e sarà più azzurra la notte/e se il lavoro chiamo piacere/ il vuoto sarà meno ottundente/mentre la mattina faccio colazione”; poesia da leggere pensando a “La chiave dei sogni” di Magritte.

Le Parole sono il marchio di Vincenti, il suo segno distintivo che egli sigla in modo sottilmente subliminare nel sottotitolo: Disco (R) Danze, utilizzando il simbolo del marchio registrato ( R ).La parola “Disco” richiama la musica, la geometria di una forma perfetta, la ripetitività, la ciclicità della vita, “Danze” rievoca musica, armonia e movimento compreso quello ciclico. Le due parole lette insieme alla R formano la parola “discordanze”, anch’essa subliminare riferimento alla chiave di lettura del libro.

Nella Nota l’autore parla della sua opera come di una “satura lanx,” ossia il piatto di primizie offerto agli ospiti nella civiltà latina, ma il temine latino “satura” si riferisce anche all’etimologia del genere satirico: di nuovo il ricorso alla polisemia.

Una miscellanea di ricordi, ricerca, amore, riflessioni, domande, critica all’ignoranza, satira dell’ipocrisia di un mondo che esalta l’apparenza, un “viaggio intorno all’uomo nello “Lo scempio del mondo”(come suona il titolo di una poesia), nella ricerca di “Cosa muove l’umanità”(altro titolo).

Una poesia che canta le varie sfaccettature dell’amore, della nostalgia, del tempo che fugge (”La ragazza con la valigia”), che mai si piega alla rinuncia:“dopo aver gustato fino in fondo il brivido dell’assurdo/(.) azzardo # poesie , non mi ritiro, ma rilancio/(…)” ( Da lontano)

Ne risulta un tentativo di dare senso alla vita, muovendo da un’ansia di sperimentazione da esprimere e condividere.

I versi di “Auledda” penso possano sintetizzare questa interpretazione : “in un cortile metafisico /si incontrano gli opposti/ nel suono dei tamburi / il bene dialoga con il male/nel grande spazio griko/ si armonizzano i diversi “, dove trova spazio anche la sua terra, il Salento con le contraddizioni che ne sono l’anima.

L’ispirazione di fondo è l’amore per la vita: “(..) imprevedibile vita/dannatissima vita”(Cambiamenti) con l’emozione della scoperta espressa in “Mi piace” “ è che mi piace così/ scassata, confusa, stravolta, stressata/mi piace così/ ingolfata, stranulata, imbrogliata, smarrita/ è che mi piace ancora/ maledetta, maledetta vita”.


Antonio Prete, Il cielo nascosto. Il teatro degli affetti che vive dentro di noi PDF Stampa E-mail
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Scritto da Antonio Errico   
Martedì 20 Settembre 2016 06:38

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 18 settembre 2016]

 

Come l’universo, anche il testo, per Antonio Prete, è infinito. Nel testo convergono e si riuniscono e si addensano storie, memorie, concetti, parole, suggestioni, emozioni, sentimenti, letture, interpretazioni, linguaggi, trasalimenti, fantasticherie, sguardi, perplessità, riflessi di colori, analisi approfondite, lucidissime, scandagli delle profondità di un verso, di una prosa, di un’immagine dell’infanzia, l’eco di una voce che canta nel meriggio fra le foglie di tabacco.  Ogni elemento rimanda ad altri elementi uguali o diversi, ogni cosa rassomiglia ad un'altra o se ne distacca nettamente. Ancora una volta Antonio Prete si muove sui confini fra il saggio e la narrazione; al saggio appartiene l’argomentare, mentre il passo, la forma, lo stile, appartengono alla narrazione. Ancora una volta tesse con sapienza, con leggerezza, con accuratezza, con un gesto amoroso una parte della sua lunga conversazione con i testi. L’ultimo libro è una parte di questa conversazione: Il cielo nascosto. Grammatica dell’interiorità, edito da Bollati Boringhieri. Non è necessaria una lettura che proceda dal principio alla fine. Si può aprire una pagina a caso e ci si ritrova sprofondati nell’ermeneutica delle figure e delle parole che dicono, raccontano, i significati di dentro; si assiste alla scena di un corpo a corpo delicatissimo ma impietoso  anche con quelli che sono i sensi dell’interiore che si sottraggono non solo alla definizione, ma anche alla dicibilità.

Ma il percorso critico di Prete ha sempre avuto un movimento trasversale, obliquo, interdisciplinare; è stato sempre attratto dall’andare lungo gli argini. Il suo insegnamento universitario di letterature comparate è stato la perfetta coincidenza tra definizione giuridica e connotazione metodologica. Ogni sua interpretazione è sempre un viaggio che orienta lo sguardo ora sul paesaggio ora su un particolare del paesaggio; lo sguardo osserva, scruta, indaga, discerne, individua l’elemento che di quel paesaggio si costituisce come condizione unica, irripetibile, essenziale. Parte da lì, da quella irripetibilità,  e tesse riferimenti provenienti da sfere diverse del sapere, raduna testi e autori, li chiama a testimoni delle sue rappresentazioni del pensiero. Come in questo libro, che si confronta con una materia più profonda di ogni abisso, con i misteri dell’anima. Come in questo viaggio, nel quale chiama per compagni Agostino e Calvino, Montaigne e Joyce e Proust, e tanti altri,  e poi i compagni di sempre, quelli con i quali ha attraversato tutta la vita: Leopardi e Baudelaire. Si apre  una pagina a caso, dunque, e ci si ritrova coinvolti nelle riflessioni sulle relazioni fra poesia e cosmologia, per esempio, sul legame fra il sentire umano e la sua rappresentazione linguistica, sul rapporto profondo fra il sentire e il mondo, fra lo spazio dell’interiorità e gli spazi stellari. Si apre una pagina a caso e  si fa esperienza mediata della parola silenziosa nella sua significanza di meditazione, di indagine sul sé, di interrogazione intorno agli accadimenti della coscienza. Una parola interiore. La parola della scrittura è parola interiore, dice Prete: perché lo è stata prima di salire verso la luce e la fissità della lettera e perché continua ad esserlo quando il lettore l’ascolta nel silenzio, e la protegge, sentendola come propria. E’ proprio attraverso  la parola silenziosa della lettura che si stabilisce prima una condizione di prossimità e poi una relazione di intimità con il testo: con l’universo di sensi che il testo spalanca.

I libri di Antonio Prete credo – spero-  di averli letti tutti, e ho sempre pensato che il punto più profondo dell’analisi, l’armonia dell’espressione, li avesse raggiunti con il Trattato della lontananza. Più di questo non può fare, mi dicevo.  L’ho pensato fino a quando non sono arrivato alla pag 106 del Cielo nascosto, dove cominciano le cosmografie interiori. Ha potuto fare di più. In questo luogo del libro, Prete espone – indirettamente- il suo concetto di teoria, come spesso ha fatto in altri saggi, riferendosi alla scrittura critica, al metodo. Dice a un certo punto che la teoria è, nella sua origine, un vedere che si dispiega in sapere, un osservare nella luce che si svolge come conoscenza. E’ stata questa, infatti, la teoria di Antonio Prete: una visione tradotta in parola, un’osservazione che ha portato conoscenza resa in espressione, una curiositas verso le storie d’ogni genere, quelle della vita e quelle della letteratura,  che poi sono esattamente l’identica cosa. Ecco: Antonio Prete ha dimostrato questo: che le storie della vita e quelle della letteratura sono esattamente l’identica cosa.


Letteratura e paese nei libri di Luigi Scorrano e di Antonio Resta PDF Stampa E-mail
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Scritto da Gigi Montonato   
Mercoledì 17 Agosto 2016 08:05

["Presenza taurisanese" anno XXXIV n. 285 - agosto 2016, p. 6]

 

Ecco due autentiche strenne alieno tempore: un libretto di Luigi Scorrano, fattomi pervenire dall’autore con il comune amico Luigi Marrella, mio paese e altri paesi [tutto rigorosamente in minuscolo] (Tuglie, Tipografia 5 emme, 2016, pp. 78), “stampato in solo 365 esemplari numerati: più uno, secondo il giro del sole. Dono a familiari ed amici”; e un altro, di poco più corposo, libretto di Antonio Resta, Un paese, due mondi. Il Salento dalla civiltà contadina alla società globale (Lecce, Grifo, 2016, pp. 124), direttamente speditomi dall’autore.

E’ proprio vero – pensai subito tra me e me – accade che senza neppure darsi voce più persone con emozioni ed interessi diversi finiscano sorprendentemente per confluire se non proprio in un comune sentire in una comune disposizione d’animo.

I nostri due autori sono due italianisti; la sanno lunga sulla letteratura italiana e la sua storia. Bisogna dirlo subito, però: il , di cui essi parlano, non ha niente a che fare con lo “Strapaese” di Maccari e di quegli scrittori del primo Novecento, i Longanesi e i Malaparte, che tanto fecero dibattere e che tanto arricchirono la nostra cultura letteraria, con chiari intenti politico-integralistici del regime. Allo “Strapaese”, movimento d’impostazione tradizionalistica e di gelosa conservazione dei valori patriarcali e contadini, la cui massima espressione nazionalistica era il “Comune rustico” del Carducci, si contrapponeva “Stracittà”, con Bontempelli ed altri, movimento tendente a sprovincializzare in direzione modernista l’ambiente culturale italiano e fascista sulla scia del futurismo e del tecnicismo.

I nostri due autori non dimostrano di soffrire di nostalgia né si propongono scopi di alcun genere. Con serena apertura mentale e umorale, parlano dei loro paesi, di quel che erano, di quel che sono e implicitamente fanno pensare a quel che potranno diventare.

Il paese o i paesi di cui parlano sono proprio i paesi con le loro chiese e i loro campanili, le loro piazze, le loro vie, i loro personaggi tipici, che poi ci sono in ogni paese di una regione o di una subregione, come Ennio Bonea definiva il Salento, rivissuti sull’onda del ricordo e della storia. Li narrano senz’altro scopo se non di recuperare e passare agli altri le loro bellezze e le loro atmosfere ormai scomparse, mentre noi immaginiamo sul loro volto un mezzo sorriso di compiacimento e di tenerezza al ricordo di certe presenze umane e sociali.

Luigi Scorrano è di Tuglie, comune vicino a Gallipoli, ma ha insegnato lettere a Casarano e conosciuto altre realtà salentine per la sua attività di conferenziere. Il “suo” paese è dunque il Salento. Le sue “cartoline” a momenti ricordano, per certi lampi metafisici le “Città invisibili” di Italo Calvino. Sono luoghi dell’anima e della mente: Gallipoli, Otranto, Casarano, Parabita, San Cassiano; e poi la campagna, le vie, i personaggi, ovvero le “figure”, ovvero ancora le “facce”. Certo, un atto d’amore e di poesia, che si coglie attraverso una prosa lieve e pur calibrata su oggetti materiali, che le stratificazioni però non hanno appesantito.

Antonio Resta è di Neviano, è un ricercatore e docente universitario e vive da vari anni a Pisa. Vien giù per le vacanze e per le ferie. Il suo trovare sempre una realtà paesana diversa deve averlo spinto a coglierla nel suo lento dinamismo in un racconto narrativamente essenziale e fluido, lessicalmente puntuale. Qui niente è immateriale. L’autore riavvolge il nastro della storia di questi ultimi cinquant’anni facendo “vedere” al lettore scene, luoghi e personaggi che hanno l’incanto della rievocazione personale ma l’approccio scientifico. Pur leggendo di Neviano ognuno ritrova il proprio paese, i suoi abitanti, le sue cose.

E’ un libro che personalmente – appartengo al mondo della scuola – farei entrare organicamente nella programmazione scolastica di tutte le scuole di ogni ordine e grado, perché a tutti, dai più piccoli ai più grandi discenti, si rivolge informando e soprattutto ponendo delle domande, incuriosendo. Nulla è didatticamente più valido di un immediato confronto tra ciò che è stato e cià che è. I due mondi, di cui parla esplicitamente l’autore, sono il prima e il dopo di quest’ultimo cinquantennio, che è stato così rapido e decisivo nei cambiamenti da non sorprendere solo chi vi era immerso. Stando lontani dal proprio paese in genere ci si accorge di più di quel che non trovi più, ritornandovi, e del nuovo in cui ti imbatti. Un processo solo apparentemente paesano; in realtà il processo di omologazione, già in essere ai tempi di Pasolini, e di globalizzazione è assai più vasto. Il valore di questo libro sta nell’osservatorio: i cambiamenti del paese dal paese.


L'osceno del villaggio ovvero il moderno giullare di corte PDF Stampa E-mail
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Scritto da Giuseppe Orlando D'Urso   
Venerdì 12 Agosto 2016 09:13

L’osceno del villaggio di Paolo Vincenti si presenta come un libro perfettamente inutile: ma inutile per gli apatici, per gli abulici, per coloro che vivono senza interessi, non preoccupandosi invece di essere criticamente e consapevolmente partecipi dei fatti e dei comportamenti propri e degli altri; incapaci di mettere in funzione la propria materia grigia; per chi trascorre tutta la sua vita in un dolce riposo mentale.

A differenza delle sue ultime pubblicazioni, NeroNotte. Romanza di amore e morte e L’ombra della madre, L’osceno del villaggio non è un romanzo, ma la raccolta di 53 interventi pubblicati su diverse testate giornalistiche o sul web tra il 2014 e i primi mesi del 2016, che sarebbe più corretto definire “libere associazioni mentali” sollecitategli da quel demonietto che abita in lui che lo porta a dare una sua lettura personale ai fatti di cronaca, ai ricordi della propria adolescenza, ai comportamenti che ci sono abituali e ai quali ci siamo assuefatti, prodotti dalla nostra inconsapevole stupidità e che a ben guardarle appaiono “osceni”…

Uno scrittore, un intellettuale, un operatore culturale poliedrico, vulcanico, con uno stile e un approccio tutto personale, tra il goliardico, lo sperimentale, il classico, il censore ironico, il bastian contrario. In poche parole: un moderno giullare di corte, dove però la corte altro non è se non “il villaggio globale”…

Gli antichi giullari di corte sono state figure rilevanti nella storia non solo della cultura, ma anche in quella della società, perché da emarginati come lo erano fino al XII secolo, successivamente, da mimi e istrioni, diventano poeti, sono persone colte padrone del latino e delle tecniche poetiche, conoscono le tradizioni e le leggende che rielaborano in versi, segnano il distacco dalla formazione ecclesiastica portando ventate di laicità, esprimono le aspirazioni della loro epoca; saranno poi parte integrante delle corti feudali per allietare i principi durante i loro ozi e le feste.

Lo facevano in tante maniere, non solo cantando, suonando e recitando, ma anche e soprattutto diventando spregiudicati, scanzonati, caricaturali, permettendosi quindi il lusso di ironizzare sui comportamenti della corte, sullo stesso principe.

Al giullare tutto era concesso e godeva di una specie di immunità, per cui, assumendo la maschera dello scemo, poteva permettersi il lusso, di dire scempiaggini, ma con il suo dire rivelava le contraddizioni, i capricci, le magagne, gli intrighi, le oscenità che avvenivano nella corte.

Il giullare era una figura poliedrica: poeta, attore, cantastorie, affabulatore, animatore di feste e festini, ironico castigatore di costumi.

Paolo Vincenti possiede e padroneggia tutte queste caratteristiche: ergo, è un giullare, non ne veste i panni, lo incarna.

Paolo Vincenti, da buon poeta, scrittore e affabulatore, gioca tra “lo scemo del villaggio” e “l’osceno del villaggio”.

Lo “scemo del villaggio” è una persona di scarsa intelligenza, oggetto di scherzi e lazzi; uno che parla a vanvera.

Nel villaggio di una volta, grande o piccolo che fosse, di “scemi” c’era un numero abbastanza limitato; oggi, nel “villaggio globale” sono spaventosamente aumentati e con l’avvento poi di Internet, dei social, di WhatsApp, ognuno si sente legittimato, in nome di una mal compresa “libertà di parola” ad intervenire, esprimere giudizi, commentare, condividere o dissentire su fatti solo su reazioni viscerali.

La televisione è piena di “scemi del villaggio” e sulla loro perenne presenza si fa affidamento per aumentare l’audience; ancora più numerosi lo sono nel mondo del web, ove la rete è piena di bloggers che con i loro commenti, oltre ad essere sgrammaticati e sintatticamente incomprensibili, dimostrano la più totale assenza di minima conoscenza delle complessità che certi temi comportano.

Anche Paolo Vincenti usa il web, ma i suoi interventi sono pregni di analisi critica; la lettura dei fatti, la loro riproposizione è frutto di riflessioni razionali, basate su solide fondamenta filosofiche, etiche, sociologiche..." (www.unigalatina.it).


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