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Convocazione Assemblea dei Soci 22 aprile 2022
Convocazione Assemblea dei Soci   L’Assemblea dei Soci è convocata nella Sala Convegni dell’ex Monastero delle Clarisse venerdì 22 aprile alle ore 16,00 in prima convocazione e 17,00 in... Leggi tutto...
Programma Aprile 2022
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A rivederci. In presenza, Forse anche a distanza. Ma sempre attivi. E comunque uniti.
Il nostro Anno Accademico è finito, come sempre, con l'arrivo dell'estate, anche se il contemporaneo "sbiancamento" della nostra Regione e la possibilità, finalmente, di organizzare incontri in... Leggi tutto...
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La lettura 9. Il pingue gattopardo e la Patagonia PDF Stampa E-mail
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Martedì 20 Maggio 2014 06:32

["Il Galatino" anno XLVII n. 9 del 16 maggio 2014, p. 3]


I tentativi di miglioramento delle condizioni in cui versano un’istituzione, una città, una regione, uno stato, perfino una comunità di nazioni trovano sempre forte resistenza nel gattopardo che occupa pingue una posizione di potere e in genere si oppone, per principio, a qualsiasi cosa che non sia la cristallizzazione dello status quo, per il timore di perdere la propria posizione di privilegio, di non essere in grado di navigare nel fiume che scorre, soprattutto d’indirizzarlo. Semmai, il pingue gattopardo si apre d’istinto solo a ciò che immagina gli porti personale vantaggio, senza porsi il problema delle condizioni della comunità in cui la sua posizione di potere si esercita. Se miglioramento avviene per essa, è dunque solo per caso.

Per opposizione per principio intendo la volontà di non discutere in maniera comparativa e razionale e con competenza la situazione corrente per cercare forme di crescita, ove ce ne possa essere, limitandosi a lamentarsi e attribuendo alle abitudini altrui l’impossibilità della discussione, o comunque il fallimento di un qualsiasi tentativo la discussione stessa possa indicare. Sospetta, il nostro, la propria sostanziale incapacità e trova invece nell’esercizio del comando una dimostrazione della propria esistenza altrimenti pericolante. Così, se qualcosa inquina le coscienze, l’amministrazione, l’ambiente, la salute degli esseri viventi, si lascia correre, facendo finta di niente, perché ci si dimentichi, per non mettere in pericolo la propria posizione.

Parlando di gattopardo, il lettore lo sa, non intendo riferirmi ai felini Leopardus pardalis o Leptailurus serval, quanto a quel tipo umano che Tomasi di Lampedusa ha descritto nel magnifico romanzo che solo la miopia ideologica di Vittorini (scrittore di livello inferiore al principe siciliano) gli impedì di vedere pubblicato mentre era in vita, ma che noi oggi possiamo gustare per la sensibilità (postuma a Tomasi) di Feltrinelli e di Bassani. E immagino il gattopardo spiritualmente pingue (al fisico non mi riferisco necessariamente) perché la volontà di potenza ha in genere conseguenze psicologiche pantagrueliche, quando si spinge troppo oltre.

Il pingue gattopardo, quello umano intendo, ha un habitat agevole nelle società articolate in maniera complessa. Avrebbe difficoltà all’affermazione dell’istinto gattopardesco ove egli/ella si dovesse confrontare da solo/sola con la natura che sa essere docile e carezzevole ma anche dura e devastante. In quel caso forse cercherebbe di migliorare quanto ha intorno perché avrebbe bisogno d’intelligenza positivamente costruttiva per arrivare alla fine del giorno con la prospettiva di un mattino migliore, dopo il sonno che corrobora dalla stanchezza del lavoro produttivo e non dell’occupare con protervia una posizione.

Così mi veniva da pensare rileggendo dopo anni Patagonia Express di Luis Sepúlveda. Nella mia biblioteca possiedo la prima edizione italiana, proposta da Feltrinelli nel 1995. In libreria ne è disponibile una nuova: TEA, 2011. Il cileno, Sepúlveda intendo, che ora vive in Spagna, nelle Asturie, colleziona in uno scarno ma frizzante libretto gli appunti presi su di un quaderno moleskine, durante un viaggio in Patagonia. È il tipo di quaderno che Bruce Chatwin, compagno di viaggio in spirito (suo è In Patagonia, Adelphi, 2003, tredicesima edizione), ha fatto diventare famoso. Sulle sue pagine appaiono storie di quella regione divisa tra Cile e Argentina, con la costa cilena frastagliata da fiordi e guardata da isolette, terra di steppe e di altipiani ciottolosi che si estendono fino alle Ande, dove la vegetazione riprende vigore e bacini lacustri si adagiano alla cordigliera. La Patagonia ha una superficie pari a circa il triplo di quella dell’Italia ma la densità di popolazione è di soli 2,21 abitanti per kilometro quadrato, poco più di un milione e settecentomila in tutto.

Sepúlveda non si dilunga sulla geografia, né sull’economica della regione. Scrive di storie minime, di persone che ha incontrato, di gente che fa il proprio lavoro con dignità, di gente che si oppone nei fatti e senza urlare alla protervia di chi gestisce con arroganza il potere che ha, di gente che sceglie di essere solidale.  Sepúlveda scrive anche di gente schiva per paura ma che la natura patagonica ha forse cambiato: Carlitos il falegname, in realtà Klaus Kucimanovic, un fisico sloveno, che aveva militato con gli ustascia croati a fianco dei tedeschi nel secondo conflitto mondiale, un collaborazionista, non un criminale di guerra, pare, emigrato prima a Buenos Aires, dove aveva ottenuto una cattedra di fisica, e poi, per paura, in Patagonia, “in questa parte del mondo dove non si fanno domande e il passato è semplicemente una faccenda personale” (pag. 96). Lo descrive in poche pagine avanti negli anni, in logora tuta da meccanico. Aiutava i conoscenti aggiustando i piccoli guasti casalinghi, ma aveva individuato il buco dell’ozono, diagnosticandone la dimensione e prevedendone l’evoluzione, in lettere indirizzate a varie università europee nel 1980, con un’esattezza confermata otto anni dopo dalle osservazioni della NASA. Quando lasciò questo mondo, nel farlo si lamentò con un amico di non avere fatto in tempo ad aggiustargli il frigorifero. Gli assegnarono un premio nel 1988 e fu l’organizzazione dei Nobel Alternativi a indicarlo per la fisica. Non si fece trovare e chiese di dire a “quei cretini” di fermare l’inquinamento atmosferico invece di dare premi inutili. “Premi sono per reginette di bellezza” (pag. 96).

Terra ostile la Patagonia al pingue gattopardo che intende rimanere tale, pre-antartica, terra cantata da Francisco Coloane in tutta la sua opera, terra la cui solitudine impone rispetto per la natura, perché essa è intorno a noi e noi siamo natura. Il guadagno di un momento non ci deve autorizzare alla distruzione futura che ci fingiamo egoisticamente lontana per un inutile tornaconto o per pigrizia. Ci sono tanti motivi per questo. Forse il più semplice è che vale la pena fare in modo che vivere possa sempre essere, per parafrasare Sepúlveda (pag. 104), “un magnifico esercizio.”

 


Mario Marti e il suo candido centenario natalizio PDF Stampa E-mail
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Venerdì 16 Maggio 2014 19:17

A Mario Marti per i suoi cento anni

 

[in Una vita per la letteratura. A  Mario Marti. Colleghi e amici per i suoi cento anni, Edizioni Grifo, Lecce 2014, pp. 297-306].

 

Da più di quarant’anni conosco il prof. Mario Marti, una conoscenza quella mia che risale al tempo della militanza poetica salentina, condivisa con Antonio L. Verri, Salvatore Toma, Claudia Ruggeri, Ercole Ugo D’Andrea, Enzo Panareo, Ennio Bonea, altri ancora. Egli è stato sempre presente nell’ambito di quanto andavamo facendo e scrivendo, quando con consigli, quando con interviste, quando semplicemente con il suo sorriso sulle labbra. Il tempo poi è passato e quegli amici poeti citati se ne sono volati in cielo, alcuni giovanissimi, altri un po’ meno giovani, comunque mai in età di essere accolti nel regno delle tenebre.

Io sono ancora qui, come ancora qui, per la mia e non solo mia gioia, è presente anche Mario Marti che, di tanto in tanto, vado a trovare nella sua casa per avere da lui consigli, e non mi vergogno a dirlo, vado anche (assieme all’immancabile mio e suo amico pittore Antonio Massari) a farmi leggere (ma anche correggere se c’è da farlo) da lui un testo del quale non sono pienamente convinto. Egli, come sempre, mi accoglie con benevolenza: io e Massari portiamo qualche delizia della pasticceria leccese, ma anche lui, assieme alla moglie signora Franca, tiene sempre preparato qualche libro come gradito dono, oppure le caramelle ed altre squisitezze ancora, che subito ci offre con spirito sincero.

Uno dei miei più recenti ricordi pubblici che ho di lui è quando l’ho visto presente a un’iniziativa a Lecce, tenuta il venerdì 26 febbraio 2009, in occasione dell’Assemblea Ordinaria della Società di Storia Patria per la Puglia, Sezione di Lecce in cui, nella Sala “Chirico” dell’ex Convento degli Olivetani, venne presentata la rivista della Società, «l’Idomeneo» (n. 10, 2008): Dieci anni di Storia Patria a Lecce. Sull’Identità del Salento. Omaggio a Mario Marti. Nell’occasione presentarono la rivista Giovanni Invitto, allora preside della Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università del Salento ed Eugenio Imbriani, docente di Antropologia culturale nella stessa. A coordinare il dibattito fu invece Mario Spedicato, anch’egli docente della stessa Università e Presidente della Sezione leccese della Società.

Il clou della serata giunse quando Mario Spedicato presentò la sezione della rivista dedicata al prof. Mario Marti che, seduto in prima fila, accanto all’immancabile signora Franca, con i suoi (allora) 95 anni, lo vidi sorridente e felice perché circondato dall’affetto dei suoi estimatori e allievi più cari. Lo vidi (per la verità lo vedo ancora oggi così) con i capelli bianchi, il volto sereno e sorridente, una parola carezzevole e di conforto per i molti che lo salutavano, lucidissimo nella mente e ancora attivo nel suo quotidiano lavoro di critico e storico della letteratura dell’intero secondo millennio.

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La lettura 7. Il libro nero dei colori PDF Stampa E-mail
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Giovedì 17 Aprile 2014 08:26

["Il Galatino" anno XLVII n. 7 dell'11 aprile 2014]


Domenica, 30 marzo 2014. Il prete che officia la messa in Orsanmichele è sintetico ed efficace, ed è solito fare così. Parla del miracolo dell’uomo nato cieco. A quell’uomo chiedono ancora e ancora come sia successo che abbia riacquistato la vista. Risponde che l’ha già detto. Di quanto è successo sa solo una cosa: non vedeva e ora invece sì. Non risponde come gli altri avrebbero voluto. Lo cacciano.

Il prete ricorda come spesso siamo ciechi, anche se i nostri occhi vedono. S’interrompe e poi, dopo alcune preghiere di rito, prima di preparare alla comunione, ritorna con una frase – a scriverla poteva bastare un rigo appena – che porta altra luce sul significato della grazia di cui ha letto prima. Accanto a lui, nell’altra navata (Orsanmichele ne ha solo due, uguali l’una all’altra, una con l’altare), c’è la Madonna delle Grazie di Bernardo Daddi, luminosa e beata nel tabernacolo dell’Orcagna.

Dopo la messa, uscendo dalla chiesa, ci s’incammina in una giornata di sole. E il sole illumina le strade di Firenze, le pietre colorate del Duomo, il marrone terrigno del Palazzo della Signoria: Orsanmichele è proprio tra i due, Il Duomo e il Palazzo, in via dell’Arte della Lana. È un parallelepipedo alto che un tempo fu chiesa, poi loggia per il mercato delle granaglie (Arnolfo di Cambio l’architetto della loggia nel 1290) e poi ancora chiesa, completata nel 1350. Oggi l’edificio è anche museo, al piano superiore alla chiesa. Sul retro, Orsanmichele è costeggiata da via dei Calzaiuoli, piena di gente a quell’ora del mezzodì. Più lontano la luce fa risaltare il verde delle colline intorno: Firenze è in una specie di conca attraversata dall’Arno.

Camminando verso Piazza della Signoria e poi girando da una parallela di via dei Calzaiuoli, andando per stradine in ombra e tornando indietro, si arriva a un negozio di giocattoli, elegante, con un reparto di libri per bambini. Lì Simone – non il nome maschile italiano ma la versione femminile francese, si legge Simón – m’indica un libro con la copertina nera e le pagine di carta dello stesso colore. Ci sono poche scritte in bianco sulle pagine di sinistra, quelle di destra contengono serigrafie di foglie cadute in autunno, delle onde del mare, di erbe, di fragole, della pioggia, di cavallette: rilievi neri su carta nera. Simone lo guarda e riguarda e poi me lo passa: è stata per lei una sorpresa fin dal titolo. È Il libro nero dei colori (Gallucci e IASA Edizioni, 2010), edizione italiana di un originale in lingua spagnola, premio New Horizons nella Fiera del Libro per l’Infanzia di Bologna nel 2007, Prix Littéraire de la Citoyenneté e Top Ten Children’s Books nella New York Times Book Review nel 2008. Al momento dell’incontro con il libro tutto questo è ignoto sia a Simone sia a me. Lo scopro dopo, cercando chi siano le due autrici: Menena Cottin e Rosana Faria, entrambe venezuelane, la prima formatasi nella scuola di design di Caracas, e perfezionatasi nella Parsons School of Design e nel Pratt Institute di New York, l’altra un’ex alunna della Scuola Cristobal Rójas di disegno e dell’Istituto di Disegno gestito dalla Fondazione Neumann di Caracas.

Le autrici immaginano Tommaso, un bimbo non vedente, e raccontano come potrebbero essere per lui i colori che non può vedere. Per Tommaso il colore giallo sa di mostarda ma è morbido come le piume dei pulcini. Così è scritto in bianco su una pagina mancina, in basso. In alto c’è la stessa frase in Braille, quell’alfabeto per chi non vede o è ipovedente, che s’ingegnò a costruire Louis Braille perché, privato della vista a tre anni per un incidente nella bottega del padre sellaio e per la successiva infezione, voleva poter scrivere oltre che leggere. Di fronte alla pagina scritta nei due alfabeti, ci sono in rilievo piume di pulcini. E così si va avanti a coppie di pagine. E si scopre che il rosso è acido come le fragole e dolce come l’anguria, ma fa male quando esce dal graffio di un ginocchio, e si possono toccare, sulla pagina destra, fragole in rilievo, nere sulla pagina nera, perché non hanno colore per chi non vede, ma trasmettono i colori al tatto.

Sui cataloghi di vendita s’indica in 3-5 anni l’età adatta a leggere il libro. Va bene, ma non è solo questo. È un libro che fa riflettere anche chi non è più bambino, ricordandogli la grazia che ha nel poter vedere non solo con gli occhi ma soprattutto con la mente e il dovere che ha di esercitare questa grazia, un dovere che ha un contenuto etico di posizione nel mondo. Il libro nero dei colori suggerisce questo indirettamente e con levità, con poche parole e poche immagini tattili, nere, che sono poi, in essenza, colme di colori.


NeroNotte, una storia sulle inquietudini dell'uomo di oggi PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 09 Aprile 2014 06:34

Un romanzo prezioso, di salutare introspezione sull’umanità di oggi, attraverso una storia minuta ed un personaggio comune. Questo in sintesi NeroNotte, di Paolo Vincenti. Una lettura piacevole, godibile, che in più (e questo è il pregio dell'opera) induce a meditare.

Nell'ultima di copertina è svelato il tema dell'opera letteraria: è la "storia di un'anima in pena", ovvero la storia dell'uomo di oggi, in crisi; dell’uomo precario in tutti i sensi, senza certezze, senza valori, e per di più privo di speranza.

E’ una storia di amore e morte (con un originale mix di prosa e versi); è anche, forse soprattutto, la storia della "ricerca" di una resurrezione; una ricerca quasi disperata, l'anelito di qualcosa sempre sfuggente, irrangiugibile, inafferrabile: è il paradigma della vita umana di sempre e, ancor più, di oggi.

Il protagonista Ermanno (un nome che è un evidente omaggio ad Hermann Hesse), come Siddharta (protagonista dell'omonimo romanzo di Hesse) è "uno che cerca" di essere protagonista della propria esistenza, scriverne la parte, perchè vede il presente scivolargli via, per le sue contraddizioni ed ambiguità, e tuttavia avverte che c'è qualcosa nel presente che deve accadere, che egli deve fare, se ne avrà il coraggio.

L’ambiente in cui si dipana la storia è uno spazio temporale, molto significativo e più importante dello spazio fisico (una città di mare, il porto): una notte speciale, "la notte delle notti", in cui Ermanno avverte che deve compiere delle scelte (se ne ha la forza!) o quella notte le avrebbe compiute per lui. Con questa tensione, Ermanno vaga nella notte, che gli appare un luogo fisico di passaggio/intermezzo tra il tempo che è stato ed il tempo che sarà, tra la fine e l'inizio.

Ermanno, un artista (pittore e scrittore) per passione, è un uomo rabberciato, come un vecchio giornale, stanco, insonne, che vive all'interno di una pensione, dopo essere stato cacciato di casa dalla moglie per le sue avventure amorose. Uno sconfitto, un perdente, annientato dalle sue debolezze irrisolte (alcol e donne). NeroNotte, dunque, racconta la storia di un uomo allo sbando e tormentato da sensi di colpa, instabile ed irregolare, la cui esistenza è segnata dalla perdita del lavoro, dalla fine della famiglia, dalla dipendenza dall'alcol, dalla depressione. Un tempo la sua vita era stata ordinaria, poi si era aggrovigliata. E' l'emblema di una generazione (quella dei quarantenni), che drammaticamente ed all'improvviso si scopre incapace di prendere in mano la propria vita, ed ancor più di immaginare e costruire l'immediato futuro.

Ermanno si imbatte, in quella notte, in un personaggio, al quale è accomunato da intima sofferenza, come il barbone Gerry: un vecchio e triste ex professore, incontrato al porto. Entrambi, con una vita incisa dalla fine degli affetti, in un caso, per la separazione dalla moglie (Ermanno), nell'altro per la perdita della moglie e dei figli in tragiche circostanze (Gerry); tali vicissitudini sono motivo per l'autore di rappresentare il dolore e lo sconvolgimento, che subisce la vita dell'uomo, in siffatte circostanze. La fine della famiglia, per qualsiasi motivo, è sempre esperienza traumatica e lacerante. Allora, il romanzo si legge anche come un inno all'amore, alla famiglia perduta, caposaldo/nucleo di una vita "regolare" dell’uomo.

C'è nel romanzo un personaggio positivo, è una donna (casualmente?), Elena, legata ad Ermanno da una storia lunga durata tre anni, ormai da tempo finita per la indecisione di lui. Elena è una donna piacente, con forte personalità, colta ed emancipata, ed Ermanno ama di lei l'essere libera e selvaggia.

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La Non poesia di Elena Maria Fabrizio PDF Stampa E-mail
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Martedì 01 Aprile 2014 13:11

Non poesia è un recente libro di Elena Maria Fabrizio, pubblicato  per la collana “il Labirinto” dalla casa editrice  Il Laboratorio di Parabita. Sulla prima di copertina, un’opera di Chagall, “Schizzo per l’aria dei tempi”, mentre nella quarta di copertina leggiamo che l’autrice, docente di  Filosofia e Storia nei Licei, è originaria di Napoli ma vive da molti anni a Lecce. “Attenta e puntuale interprete delle opere del filosofo contemporaneo Habermas, ha pubblicato saggi ed articoli sulle problematiche della Scuola di Francoforte e sul marxismo, interessandosi, inoltre, di Utopia storica”. La sua è una poesia dotta, piena di riferimenti alti, attingendo ella  dal proprio campo specialistico sollecitazioni, spunti, ispirazioni che fondano e sorreggono  il corpus poetico del libro. Il volume è ripartito in diverse sezioni  e i vari nuclei tematici  sono costituiti da liriche in versi sciolti che procedono attraverso un tessuto comunicativo che si dipana poematicamente in corso d’opera. Lontana da ogni maniera,  l’autrice ricerca una comunicazione con i propri lettori attraverso delle strategie di coinvolgimento che rendono non privi di interesse questi componimenti: ben orchestratI, certo lontanI da una facile cantabilità, nei quali il rispecchiamento poetico avviene principalmente attraverso sophia . Queste liriche, mediante un dire poetico lucido e definitorio, ben  sussumono l’habitus da cui nasce la scrittura della Fabrizio.

“Non poesia”: Il titolo vuole essere manifesto programmatico dell’opera che si apre proprio con la sezione omonima che raccoglie le due liriche “Non poesia 1” e “Non poesia 2”.  Una dichiarazione di modestia  e di difesa preventiva dagli strali della critica titolata o un’apertura al nichilismo più totale da parte dell’autrice di questa raccolta? Né l’una né l’altra, credo, ma la sua poesia del “non” vuole essere una forma di resistenza estrema  alla condizione di ingiustizia e confusione in cui versa la nostra società moderna. Una forma di lucida, dotta e razionale difesa dal “dolore del mondo”, tema su cui verte la seconda sezione del libro. Il dolore certo non si può cancellare, come non si possono cancellare la guerra, la fame, la  privazione, le sperequazioni sociali, le dittature, la corruzione, non si può negare l’odio, non si possono negare l’ignoranza, il fanatismo, la violenza.  Ma se tutto ciò non si può negare, non si può negare nemmeno il suo contrario e questo è il motivo numinoso, l’ancora di salvezza, il tesoro ai piedi dell’arcobaleno, la luna in fondo al pozzo, insomma il messaggio di speranza che il libro reca in sé. Quella redenzione spirituale cioè che l’autrice, nelle pagine di questa raccolta, cerca accoratamente, di umano, umanissimo bisogno.

In quella negazione, nel “non” del titolo, c’è il Dio nascosto dell’Antico Testamento, che è alla base di tutta la teologia negativa secondo la quale si può conoscere Dio solo a partire dal suo contrario: dunque, forzando un po’ nell’interpretazione, direi che  l’autrice, attraverso la via negationis giunge, denunciando le storture e i guasti del mondo, a realizzare cosa certamente Dio non è, cosa certamente non vuole. Proprio la conoscenza del dolore del mondo e quindi la presa d’atto dell’errore, dell’inanità e della fallibilità dell’uomo, la fanno avvicinare a Dio, verso il quale dimostra un anelito costante che sorregge buona parte, o quasi tutta, del suo corpus lirico. In quella negazione, forse, c’è il “deus absconditus” di Pascal secondo il quale il nascondimento di Dio è un omaggio alla libertà dell’uomo di cercarlo, al suo libero arbitrio. Dunque, come non si può negare il male e la nequizia dei tempi, scandagliati nella sezione “Il castello”, così non si può negare la speranza. Anche perché,  secondo l’insegnamento di Adorno, uno dei massimi esponenti della scuola di Francoforte,  di cui la Fabrizio è una studiosa (e il quale scrive  “la vita non vive” in epigrafe alla sua opera “Minima moralia”), nonostante quando speriamo nella salvezza una voce ci dice che la speranza è vana, noi dobbiamo coltivare quella speranza  perché, pur impotente, e con i disastri perpetrati dall’umanità che sempre più regredisce ad una condizione quasi ferina, essa è linfa vitale, ci permette di  continuare.  E la speranza  brilla, come prisma di rifrazione, nella sezione intitolata “Eccezioni d’amore”, significativamente suggellata dal dipinto di Matisse “la gioia di vivere”.

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