Programma maggio 2022
Università Popolare “Aldo Vallone” Anno accademico 2021-2022 Programma di Maggio 2022 Mercoledì 4 maggio, ore 18:30, Sala Convegni dell’ex Monastero delle Clarisse: dott. Massimo Graziuso,... Leggi tutto...
Convocazione Assemblea dei Soci 22 aprile 2022
Convocazione Assemblea dei Soci   L’Assemblea dei Soci è convocata nella Sala Convegni dell’ex Monastero delle Clarisse venerdì 22 aprile alle ore 16,00 in prima convocazione e 17,00 in... Leggi tutto...
Programma Aprile 2022
Università Popolare “Aldo Vallone” Anno accademico 2021-2022 Programma di Aprile 2022 ●       Venerdì 1 aprile, ore 17:00, Officine di Placetelling - L’Università del Salento... Leggi tutto...
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Inaugurazione Anno accademico 2021-2022
Venerdì 22 ottobre alle ore 18:00, nell’ex Convento delle Clarisse in piazza Galluccio, avrà luogo l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università Popolare “Aldo Vallone”:... Leggi tutto...
A rivederci. In presenza, Forse anche a distanza. Ma sempre attivi. E comunque uniti.
Il nostro Anno Accademico è finito, come sempre, con l'arrivo dell'estate, anche se il contemporaneo "sbiancamento" della nostra Regione e la possibilità, finalmente, di organizzare incontri in... Leggi tutto...
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La lettura 5. Le ragioni della farfalla. Quasi un omaggio a Borges PDF Stampa E-mail
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Giovedì 20 Marzo 2014 07:25

["Il Galatino a. XLVII n. 5 del 14 marzo 2014, p. 4]

 

Tomasz Czapski fa la prima apparizione in Butterfly Reasons (Blauer Wald, 2014) dormendo in camicia sotto un tiglio al limitare del bosco mentre lontano, lungo una strada sterrata, passa una colonna di allievi ufficiali polacchi a cavallo, preceduti da autoblindo leggeri. Tomasz Czapski è un idealista come la tradizione e la memoria associa al suo cognome: Czapski è nome di grandi signori.

Le sue iniziali sono quelle dell’autore che non scrive il suo nome per esteso. Nulla mi è concesso di dire sulla sua persona, quindi. Il lettore accetterà con pazienza l’acronimo TC al posto del nome concreto. Sarà forse un po’ sorpreso dall’apparente mancanza di desiderio di vacuo apparire – una strana anomalia nell’ansioso fremere della contemporaneità, l’età del risentimento per Bloom. Così comunque stanno le cose, di cui invito a prendere atto senza cercare intendimenti nascosti. Confidi il lettore che non vi è alcuna motivazione ideologica né spocchia di qualche natura da parte dell’autore nell’evitare l’evidenza del suo nome. Si tratta solo del caso di una persona che aveva e non ha ancora perso capacità narrativa e ha il fervore ancora di scrivere una storia e consegnarla a chi gli sta d’intorno, il lettore, ma ha suoi intimi motivi di stanchezza che gli consigliano, quasi lo premono, dovrei meglio dire, di mantenere un distacco formale dell’opera dalla persona, dalla vita quotidiana.

Ritorniamo però al romanzo del quale la scena iniziale è il paradigma strutturale. Czapski è un giovane non ancora coinvolto nelle obbligazioni militari. Immagina che il ricordo di una grande Polonia possa ridare fiducia e slancio alla società polacca, stretta tra il gigante russo e quello tedesco, senza avere l’ausilio di difese naturali, anzi proponendosi con le sue pianure quale naturale regione di passaggio e di divisioni come previsto nel patto che in quei giorni – il tempo del romanzo –  Ribbentrop e Molotov siglavano sulle spalle dei polacchi.

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La Spagna di Bodini tra prosa e poesia PDF Stampa E-mail
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Lunedì 17 Marzo 2014 17:01

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 16 marzo 2014]


In Spagna non ci sono mai stato. Quando qualcuno mi ci vuole portare, dico che la Spagna già la conosco. Da più di venticinque anni: da che lessi i reportages e le prose spagnole di Vittorio Bodini. Conosco la Spagna, la combinazione di follia e di realismo, le inerzie febbrili, il bianco della calce sotto il cielo. Conosco la chiocciola, il basilico, il gelsomino. Come Bodini dico che, da italiano del Sud, sono quasi spagnolo.

Quando rispondo così, chi mi ci vuole portare sorride con un po’ di compatimento e un po’ d’ironia.

Poi, però, sorride di meno, quando dico che le ho viste le processioni con i confratelli dagli occhi scintillanti nei fori dei cappucci, ho visto il loro passo breve e solenne, l’umiltà dei loro piedi scalzi per penitenza o per voto, e ho visto il simulacro del Cristo con le costole di fuori, e le piaghe e i lividi “che sono piaghe e lividi nel modo più convincente, e il viso in cui si scontrano senza riguardo  le convulsioni del dolore con una convenzionale dolcezza”.

La prima edizione del Corriere spagnolo, curata da Antonio Lucio Giannone, uscì con l’editore Piero Manni nel 1987. Ora Besa lo ripubblica, sempre con la cura di Giannone che integra la prima edizione con quattro lettere inedite che Bodini scrisse da Madrid a Enrico Falqui, Giuseppe Ungaretti e Giacinto Spagnoletti.

I reportage e le prose spagnole – scrive Giannone nell’introduzione – “ compongono nel loro insieme un singolare ‘ taccuino di viaggio’, in cui la progressiva esplorazione del paese straniero s’intreccia, da un certo punto in avanti con la ‘riscoperta’ delle proprie radici e della propria terra, la quale diventa spesso un termine di raffronto e di verifica delle sue impressioni”.

In queste, come in tutte le prose di Bodini, c’è una trattenuta tensione verso la poesia. Se la differenza tra prosa e poesia, prima che dalle parole, è determinata dallo stile di pensiero, dal modo con cui si rivolge lo sguardo alle cose e alle creature, dalla relazione che si stabilisce con la sfera del reale e con quella dell’immaginario, dall’intensità e dalla profondità dell’elaborazione concettuale, allora Bodini pensa in poesia: elabora figurazioni che si sottraggono alla linearità della prosa, perfora la superficie, rintraccia il nucleo, il lievito, l’essenziale delle manifestazioni del paesaggio, delle espressioni esistenziali.

Usa un lessico sorvegliato, dal quale si evince la cura per le sfumature di significato; traduce emozioni senza enfatizzarle; costruisce immagini caricandole di effetti. Ricerca la sonorità, il ritmo, la combinazione della frase che non ammette la possibilità di varianti.

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“Manon Lescaut” di Puccini al Teatro dell’Opera di Roma PDF Stampa E-mail
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Venerdì 14 Marzo 2014 07:50

La Manon Lescaut era molto attesa al Teatro dell’Opera di Roma la sera del 27 febbraio 2014, in quanto costituiva un triplice debutto del soprano Anna Netrebko: la prima volta che cantava Manon di Puccini, la prima volta sul palcoscenico della capitale e la prima volta sotto la direzione di Riccardo Muti. Come ammiratore di Anna Netrebko, sarei portato a parlare subito di lei, tessendo di lodi e complimenti la sua Manon, invece comincerò dal maestro  Riccardo Muti perché la cosa che mi ha colpito di più nella Manon di Roma è stato proprio il direttore.

Muti è ormai, nei suoi 72 anni, un direttore con una maturità ineguagliabile e,  ora che è venuto a mancare Clau-dio Abbado, è senz’altro il mi-glior rappresentate dell’arte direttoriale italiana. Erano tan-ti anni che non sentivo dal vivo il Maestro, anche se ho seguito il suo periodo a Firenze col Maggio Musicale con una particolare assiduità, dal 1968 al 1980:  come non  ricordare L’Africana del 1971 con la J.Norman, l’Attila del 1972 con la L.Gencer, Un Ballo in Maschera del 1971 con R.Tucker, il Guglielmo Tell del 1972 con N.Gedda, il Nabucco del 1977 con C.Deutekom, il Macbeth del 1975 con K.Paskalis, il Trovatore del 1977 con F.Cossotto, I Vespri Siciliani del 1978 con R.Scotto, ecc. Allora il giovane Maestro si presentava come un direttore innovatore, capace di riscoprire la musica di Verdi per tanti anni appesantita dalla routine quotidiana e di rendere fresche opere poco rappresentate come L’Africana di Meyerbeer. Successivamente, pur continuando ad ascoltare le sue tantissime incisioni, mi sono un po’ allontanato dal Maestro, non tanto perché egli fosse passato a dirigere in altri teatri spostandosi da Firenze, ma soprattutto perché non condividevo più nelle sue incisioni verdiane i tempi esageratamente stretti, le scelte vocali, le eccessive pignolerie. Come dice Philip Gossett, perché essere esageratamente accurati, rigidi ed esigenti nella lettura delle partiture, quando poi molte di queste, a causa delle storture introdotte dai copisti e dalle tradizioni negli anni, soprattutto nell’ottocento, non preservano puntualmente la musica di Rossini, Bellini, Donizetti, Verdi, e così via? Il discorso sulle tradizioni esecutive da una parte e sulle edizioni critiche delle opere e dell’interesse di Muti per queste da un’altra ci porterebbe troppo lontano.

A Roma non ho ritrovato la dinamicità e la precisione dei gesti di Muti di allora, ma ho trovato in compenso un Muti maturo, sicuro, capace di dirigere Puccini, mettendo in risalto allo stesso tempo sia gli aspetti sentimentali ed intimisti sia quelli tragici, con un tocco di  edonismo che non guasta.

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Cercavo il poeta ‘parlante’ nella scrittura, l’ho incontrato ‘muto’ nella fotografia PDF Stampa E-mail
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Lunedì 10 Marzo 2014 17:17

A proposito di una Mostra su Vittorio Bodini

 

["Nuovo Quotidiano di Puglia" di domenica 2 marzo 2014]

 

Mi appassionano le mostre dedicate ai poeti, soprattutto quelle ‘riconoscenti’ che fanno ‘omaggio’ a quegli autori capaci di permettere, con la loro creatività di scrittura, ai luoghi che li hanno ospitati, gli stessi dove le mostre vengono allestite,  di potersi ‘ri-conoscere’ con le immagini dei loro versi, di ‘ritrovarsi’ nelle immagini della loro poesia.

Il riconoscimento avviene in una forma traduttrice che merita ‘ancora’ riflessioni, da parte di quanti creano un ‘corto circuito’ relazionale tra poesia e geografia, tra poeti e storia: come se la poesia rispecchiasse un’identità circoscritta entro una costellazione di luoghi ‘amministrati’; come se i poeti registrassero una storicità inscritta entro una ‘impaginazione’ di fatti ed eventi reali e solo realmente accaduti.

La realtà del poetico è una sur-realtà (penso a Bodini, ad esempio, traduttore einaudiano dei poeti surrealisti spagnoli; poeta ‘in proprio’ di immagini surreali, non realistiche, né ermetiche, per le quali rappresenta un’eccezione nel panorama letterario del ‘900 italiano), da cui affiora il vero, perché la poesia non rispecchia, ma traduce in immagine e l’immagine è coscienza di parola, profondità transgrediente. Che trasforma, ‘mette in causa’, interroga la realtà nel suo ‘essere più vera’, in quanto simbolicamente liberata dalle costrizioni in cui la storia ‘in superficie’ e dell’umanesimo ‘mai avverato’ l’ha costretta entro la necessità dei poteri, scambiata per potere della necessità.

E così la poesia, ogni testo di poesia, è ‘opera aperta’, è senso singolare (non individuale), che include un senso plurale, un senso di rêverie, l’equivalente di un senso possibile, parlato da una parola che non istituisce, non circonda, non designa, non protegge, non guida, non limita, non prescrive, non controlla, ma evoca, esplora, esprime, svela, concepisce rapporti nuovi, somiglianze inedite, con le quali anche il lontano più estraneo si appaesa, ‘fuori’ però del senso semplicemente comune; anche il senso più familiare si allontana senza diventare comunque straniero. Si pensi alla parola poetica bodiniana, in cui un surreale non evasivo rispetto al reale trasforma questo in un’esistenza ‘perturbante’, eppure inclusiva entro un’aperta co-essenza: si pensi, ad esempio, a versi, quali: “ - Che erba hai in mano?- Ho un mazzetto/di balconi e di capre/di calce azzurra […]”.

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La lettura 4. Boekenweekgeschenk PDF Stampa E-mail
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Sabato 01 Marzo 2014 17:24

["Il Galatino" anno XLVII, n 4 del 28 febbraio 2014, p. 4]

 

In olandese, o forse dovrei dire nederlandese o neerlandese, per non confondere il dialetto olandese, appartenente alle varietà dialettali del basso francone, con quella lingua sovraregionale, nel gruppo delle lingue germaniche occidentali, che è ufficiale nei Paesi Bassi, la parola nel titolo, boekenweekgeschenk, indica il libro omaggio che i librai distribuiscono ai clienti che acquistano durante la Settimana del Libro Nederlandese.

L’invito a scrivere il libro, con il vincolo di limitarsi a 29000 parole, è considerato un onore. Nel 2011 l’onore in questione è stato tributato a Kader Abdolah. Il risultato è stato De Kraai, apparso in italiano nel 2013 con la traduzione letterale del titolo: Il corvo (Iperborea, pp. 128).

Kader Adbolah, un nome non propriamente olandese, direbbe anche il lettore distratto, è lo pseudonimo di Hossein Sadjadi Ghaemmaghami Farahani, un persiano classe 1954, oggi diremmo un iraniano per la consuetudine dettata dalla geografia politica. Lo pseudonimo nasce dall’accostamento dei nomi di due dissidenti uccisi dal regime degli ayatollah. Anche Farahani – diciamo Kader Abdolah d’ora in poi – ha seguito la linea della dissidenza e per questo, nel 1985, con la moglie, emigrò dall’Iran prima in Turchia dove, tre anni dopo, in seguito all’incontro con una delegazione olandese delle Nazioni Unite ad Ankara, riuscì a ottenere lo stato di rifugiato politico nei Paesi Bassi. È di una storia analoga quella di cui parla ne Il corvo e il tema dell’emigrazione forzata e del rapporto con le proprie radici culturali è continua presenza nella sua opera.

Refid Foaq, il protagonista de Il corvo, è il figlio di un falegname che porta sempre con sé un libro nella cassetta degli attrezzi. Refid cresce guardando l’operare paterno e sognando di diventare scrittore. Matura avversione prima per il regime dello scià – un trisavolo di Kader Abdolah, Qhaem Megham Farahani, politico e poeta, fu assassinato nel 1875 dal regime dello scià – e poi per quello degli ayatollah. Refid pone la sua fiducia nel comunismo sovietico e con l’idea di andare a Mosca prova a fuggire dall’Iran, lasciando moglie e figlia a casa, e finendo in Turchia. “Quando sono fuggito, tutto il mio passato non era altro che un numero di otto cifre. Era un codice che mi aveva dato il partito clandestino in caso di emergenza” (pag. 48). Lì, dopo un primo contatto con l’ambasciata russa, si rende conto dell’illusione. Poi in quei giorni l’impero sovietico crolla e Refid si trova a vagare per Istanbul, degradando nella qualità dei luoghi dove può permettersi di dormire ogni notte. “Tutti i clandestini erano alla ricerca di un trafficante di esseri umani. Di tutti i trafficanti di Istanbul non ce n’era uno affidabile, ma non avevi altra scelta. Vigeva la legge della giungla, sopravviveva il più forte. Chi poteva pagare di più veniva mandato nei posti migliori. Per diecimila dollari i trafficanti ti facevano arrivare a New York nel giro di una settimana. Per novemila dollari dopo tre giorni eri a Londra. Con ottomila dollari in tre giorni eri a Parigi. Per Berlino dovevi pagare settemila dollari, per Stoccolma cinquemila, per Oslo quattromila, per Copenaghen tremila. Per chi non aveva che duemila dollari non restava che l’Olanda” (pag. 64). A Refid rimangono duemila dollari. Va quindi in Olanda, facendo il viaggio nel cassone di un camion, respirando con altri l’aria da una fenditura che permette a tutti loro di non soffocare. In Olanda viene fermato e portato in un centro profughi. “Ero finito in un mondo di cui ignoravo completamente l’esistenza. Alcune centinaia di uomini barbuti e non barbuti che fumavano e parlavano nelle più svariate lingue; donne mussulmane in lunghe gonne colorate. Donne russe in audaci minigonne, donne bulgare in avanzato stato di gravidanza; bambini mongoli in bicicletta; profughi di guerra somali; neonati cinesi in braccio alle loro madri giovani e minute; poeti iraniani, attori e attrici bosniache; turchi armeni; ribelli del PKK curdo; splendide ragazze afgane; criminali; ex guerriglieri; generali di lungo corso; trafficanti di droga; prostitute; spie; ladri; impostori; torturatori; cani e gatti olandesi: vivevano senza distinzione sotto lo stesso tetto” (pag. 72).

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