Programma maggio 2022
Università Popolare “Aldo Vallone” Anno accademico 2021-2022 Programma di Maggio 2022 Mercoledì 4 maggio, ore 18:30, Sala Convegni dell’ex Monastero delle Clarisse: dott. Massimo Graziuso,... Leggi tutto...
Convocazione Assemblea dei Soci 22 aprile 2022
Convocazione Assemblea dei Soci   L’Assemblea dei Soci è convocata nella Sala Convegni dell’ex Monastero delle Clarisse venerdì 22 aprile alle ore 16,00 in prima convocazione e 17,00 in... Leggi tutto...
Programma Aprile 2022
Università Popolare “Aldo Vallone” Anno accademico 2021-2022 Programma di Aprile 2022 ●       Venerdì 1 aprile, ore 17:00, Officine di Placetelling - L’Università del Salento... Leggi tutto...
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Inaugurazione Anno accademico 2021-2022
Venerdì 22 ottobre alle ore 18:00, nell’ex Convento delle Clarisse in piazza Galluccio, avrà luogo l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università Popolare “Aldo Vallone”:... Leggi tutto...
A rivederci. In presenza, Forse anche a distanza. Ma sempre attivi. E comunque uniti.
Il nostro Anno Accademico è finito, come sempre, con l'arrivo dell'estate, anche se il contemporaneo "sbiancamento" della nostra Regione e la possibilità, finalmente, di organizzare incontri in... Leggi tutto...
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Un volo sulla cenere PDF Stampa E-mail
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Domenica 26 Gennaio 2014 10:51

[Prefazione a “Un volo sulla cenere” di Claudia Petracca, Lupo Editore, 2013]

 

E’ tutto nel volo di quel pettirosso che compare sulla copertina del libro,  il senso di questa storia semplice eppure intensa, delicata ma sofferta,  che ci regala la raffinata penna di Claudia Petracca. È ambientata fra gli anni Trenta e Quaranta del Novecento, la storia che ci racconta questo breve romanzo, preceduto da una bellissima poesia opera della stessa autrice. Nello specifico, è la Seconda Guerra Mondiale con gli eventi ad essa connessi, a fare da sfondo a questa storia di sentimenti, forgiati al fuoco della sofferenza, levigati dall’assenza e dalle difficoltà del vivere. Ho conosciuto Claudia Petracca  con “Pietre”, il suo libro precedente che mi aveva favorevolmente impressionato. Ora la riscopro, narratrice attenta e scrupolosa, cimentarsi con una storia d’amore tormentata e ingarbugliata come la trama complessa che si dipana lungo le pagine della fabula. Il sacrificio dei protagonisti, Sofia e Giacomo, immolati sull’altare della violenza e del fanatismo, è il sacrificio dei tanti che hanno lasciato la vita a causa della repressione dittatoriale. Quella dei lager nazisti, enorme piaga aperta nel cuore dell’Europa del XX Secolo, è una pagina dolorosissima della nostra storia contemporanea, scritta col sangue di migliaia e migliaia di poveri testimoni innocenti che hanno dato, con il loro amaro tributo,  un insegnamento a tutti noi, uomini del Duemila. L’esperienza dei campi di orrore di Aushwitz, Dachau, Ravensbruck, Flossenburg, Mauthausen, impressa nei muti volti dei deportati di ogni nazionalità, i quali, con il loro sguardo di sconfitta e rassegnazione, ci colpiscono a fondo dalle fotografie in bianco e nero nei libri e nei documentari televisivi, vuole essere un monito, perenne e universale, affinché ciò che è accaduto non debba più ripetersi. Claudia Petracca parla direttamente al cuore del lettore, con questo libro che rientra perfettamente nel milieu della letteratura femminile salentina che, in questi ultimi tempi, sta dando prove certo notevoli. Dalla sua narrazione, come avevo già notato con il precedente romanzo, emerge una interiorità devota ai particolari, attenta a cogliere i minimi dettagli, insieme ai momenti rivelatori della coscienza. La sua scrittura si presenta piana e regolare, niente effetti speciali della lingua, non c’è manierismo e nemmeno sperimentalismo. Genus tenue, dicevano i latini, ossia uno stile umile che non ricerca le vuote frasi ampollose o che non fa solo uno sterile esercizio di stile. I personaggi del libro sono ben studiati, le loro psicologie adeguatamente delineate ed è notevole lo sforzo di Claudia di creare un racconto storico  che sia il più possibile coinvolgente. Uno sforzo, certamente premiato dal risultato finale di un intreccio ben ordito, di un libro del tutto godibile nelle brevi pagine della sua trattazione. Letteratura salentina, dicevo prima, ma non si tratta di un “romanzo salentino”,  ambientato com’è in una  città e in un tempo lontani. E’ una storia che parla di dolori, di inquietudini, di fughe e ritorni, con un linguaggio semplice e leggero. Sofia e Giacomo vedono i loro destini intrecciarsi con quello  della guerra e della segregazione razziale e la fuga di Giacomo dall’abominio di un  regime spietato, per salvare non solo la propria vita ma anche quella della sua amata, lo porta  a compiere un lungo giro per poi ritornare nello stesso posto da cui è partito: quel ghetto ebraico di una città senza nome che, dopo averlo accolto e protetto come un abbraccio caldo di madre, gli sarà fatale. Più che mai attuale questa storia di Claudia Petracca, se si pensa agli accadimenti politici degli ultimi anni e a quelle ondate di revisionismo storico con cui alcuni ideologi  e “pseudo scienziati” europei hanno cercato di negare l’evidenza dell’Olocausto e dei campi di sterminio.  Non so se per qualche motivo personale o famigliare, per rabbia, o per il bisogno di reagire ai negazionisti, ma Claudia Petracca con questo racconto ci ricorda quanto sia importante conservare il dovere della memoria.

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La lettura 1. L’anno prima della tempesta PDF Stampa E-mail
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Venerdì 17 Gennaio 2014 07:50

["Il Galatino", anno XLVII - n. 1 del 17 gennaio 2014, p. 5]

 

È di Eric Hobsbawm – è noto – l’idea che il Novecento sia, in realtà, un secolo breve, stretto tra l’inizio della Prima Guerra Mondiale e il termine della guerra fredda, 1914-1991. Il suggerimento di Hobsbawm emerge dal costatare che i due eventi determinarono cambiamenti essenziali non solo nei rapporti di forza tra le nazioni, alterando la geografia politica dell’Europa, almeno in parte, ma soprattutto nelle dinamiche della struttura sociale all’interno delle nazioni stesse. In quella visione, quindi, quella porzione del Novecento antecedente la Grande Guerra appartiene ancora all’Ottocento, per visione del mondo e articolazione della società. Quel secolo, l’Ottocento, lungo per contrasto, un’età d’imperi, parafrasando un altro titolo di Hobsbawm, deborda per stile e modi di vivere nel conteggio temporale novecentesco e porta in sé i germi di ciò che caratterizzerà il tempo immediatamente successivo.

È un’esposizione di scene tratte dall’ultimo anno di quel periodo, ancora pervaso da quieta incoscienza della guerra là da venire, che Florian Illies presenta nel suo “1913 – L’anno prima della tempesta” (Marsilio, Venezia, 2013), edizione italiana dell’originale tedesco “1913 – Der Sommers des Jahrhunderts” (si noti la differenza del sottotitolo), pubblicato nel 2012 dalla Fischer Verlag. È lo stesso editore tedesco da cui la casa editrice prende nome, Samuel Fischer, che appare a pagina 191, mentre, oppresso dall’otite, è a Venezia a festeggiare il diciannovesimo compleanno del figlio Gerhardt, “smagrito e febbricitante”, ed è cercato per questioni editoriali da Arthur Schnitzler che è appena giunto nella laguna con la moglie Olga e ha avuto giusto il tempo di fare un tratto di canali in gondola, dopo essere sceso al Grand Hotel. È questo uno dei frammenti che compongono il libro, descrizioni di situazioni che si sviluppano nei mesi del 1913. Ci sono dodici capitoli, infatti, ciascuno frammentato in paragrafi che colgono situazioni peculiari dello spirito di quegli anni, un tempo di signore in mantella e cappellino inclinato, un tempo di passioni sotterranee, figlie delle ideologie emerse nel secolo precedente, che sarebbero cresciute e che avrebbero corroso l’Europa con violenza. È il periodo in cui a Vienna si trovarono a risiedere contemporaneamente Hitler, Stalin e Tito, il primo a fare il paesaggista men che mediocre, l’altro, il russo, a stare la maggior parte del tempo nella casa dei Trojanovskij, l’ultimo a fare il collaudatore di auto, mantenuto da Liza Spruner. I tre forse s’incrociarono, senza sapere l’uno dell’altro, mentre passeggiavano nel parco del castello di Schönbrunn, ed erano ancora ignari d’essere portatori di lutti e di distruzione. Soprattutto, però, le circostanze che Illies ricorda e che diventano immagini attraverso una prosa agile, dotata di una qual non trascurabile freschezza, riguardano artisti, scrittori e musicisti, i loro incontri, le loro rivalità, le loro attrazioni, come quella che nacque nel Café des Westens di Berlino tra Gottfied Benn, che oramai si allontanava dalla sua attività di anatomopatologo per dedicarsi alla poesia, e l’anticonformista Else Lasker-Schüler, per la quale amici pittori, preoccupati per la sua condizione, avevano organizzato una colletta. Era il tempo delle lettere di Rilke alle signore abbienti, di lui più anziane, che gli permettevano con favori tangibili e non di mantenere uno stile di vita non propriamente parco, e di quelle di Kafka da Praga all’eterna fidanzata a Berlino, Felice Bauer, lettere la cui decisione d’essere indeciso avrebbe fiaccato la pazienza di chiunque. Ed era anche il tempo in cui Oskar Kokoschka dipingeva forsennatamente Alma Mahler, prima che lei lo allontanasse per il più rassicurante Walter Gropius, che avrebbe fondato la Bauhaus cinque anni dopo, e Picasso faceva l’artista e, con sempre maggiore efficacia, il promotore di se stesso, lasciando il dubbio in qualcuno, almeno in me, in quale delle due vesti fosse più efficace.

La presenza di pittori, di letterati e di musicisti è preponderante nelle pagine di Illies. La scienza del tempo appare fugace orizzonte lontano. La scelta è riconducibile alle attitudini dell’autore, quarantacinquenne storico dell’arte, editorialista della Frankfurter Allgemeine Zeitung, ex direttore delle pagine culturali della Die Zeit.

Lo sguardo di Illies è sull’Europa centrale, in maniera più specifica sul tramonto dell’Impero Austro-Ungarico, ed è uno sguardo colto, sereno, privo di pomposità nello stile, attento al ritmo e all’articolazione delle scene che ambiscono a una struttura unitaria. Ne emerge un libro felice la cui lettura incuriosisce, rinfranca, insegna.


Come un meridionale del Nord vede la storia del Risorgimento unitario PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 15 Gennaio 2014 22:42

Osservazioni sull’ultimo libro di Mario Scognamiglio


[“Il filo di Aracne”, anno VIII, novembre/dicembre 2013, pp. 14-15]


Il 18 novembre scorso ero a Milano, nel “Caffè Milano” di via Dante, al centro del centro storico della città, da una parte il Castello degli Sforza, dal lato opposto, appena superata piazza Cordusio, il Duomo e la splendida Galleria (non dico il nome di questa monumentale opera dell’uomo, perché risulterebbe poi in contrasto con quanto scritto nel corso dell’articolo).

Motivo dell’incontro: la consegna da parte di uno dei più importanti bibliofili italiani – il napoletano-milanese Mario Scognamiglio, già direttore della più antica libreria antiquaria della città (la Rovello), nonché fondatore delle riviste bibliofiliche «l’Esopo» e «l’Almanacco del Bibliofilo» - del suo ultimo libro, Zibaldone di invise verità. Meditate a Mosca sfarfallando nel tempo (I germogli de «l’Esopo», n. 6), il cui colophon così recita: «Stampato in 300 esemplari non venali di cui duecentosettanta contrassegnati in numeri arabi e trenta in numeri romani/ composizione in carattere Bembo, stampato dall’Officina Tipografica in Milano su carta arcoprint delle cartiere Fedrigoni. Tutti i volumi saranno offerti in dono agli amici dell’autore».

L’autore, l’ho scritto poco sopra, è Mario Scognamiglio, il quale fa una premessa, Jus Murmurandi, in cui scrive di aver raccolto in questo volume i suoi scritti, «apparsi negli ultimi 33 anni su “l’Esopo” e “l’Almanacco del Bibliofilo” […] riviste [queste] che, oltre a promuovere il culto del libro, hanno svolto con l’Aldus Club, la prestigiosa Associazione di Bibliofilia [presieduta da Umberto Eco, presente all’incontro del 18], da me fondata, finanziata e gestita, un’intesa e fruttuosa azione culturale, offrendo la possibilità a un gruppo di giovani scrittori, valorosi e intelligenti, di “emergere”, di poter esprimere, in assoluta libertà, le loro idee, le loro emozioni».

Detto questo però, perché scrivo di questo libro di un napoletano-milanese che vive a più di mille chilometri da Galatina? Semplicemente perché la nostra rivista – «Il Filo di Aracne» - più volte si è interessata di un argomento che sta a cuore a molti di noi. Vale a dire la problematica storico-letteraria che sta alla base del Risorgimento che portò all’Unità d’Italia nel secolo XIX. E di questa storia Mario Scognamiglio, originariamente napoletano, è grande conoscitore.

Ecco. Riporto qui di seguito alcuni passaggi del suo libro, che bene fanno vedere quale sia la visione di un meridionale vissuto per più di 50 anni in una città come Milano, considerata la capitale economica del Nord.

La sua prima considerazione riguarda l’obiettivo al quale egli rivolge le sue critiche, scrivendo: «Non farò sconti a nessuno, né agli attuali governanti del nostro Paese, eletti da nessuno, né alle Nullità nominate da uno spregevole allevatore di suini [Silvio Berlusconi]; suidi famelici che continuano a rodere le risorse ormai azzerate di questa disgraziata contrada dell’Europa del sud. L’Italia, una democrazia incompiuta, rabberciata alla meglio da un modestissimo “statista” piemontese e da politicanti corrotti, servi di Casa Savoia, che orchestrarono, strumentalizzandola, una risibile “Epopea Garibaldina” che si affrettarono a cancellare, dopo aver umiliata Napoli con un plebiscito fasullo; un falso storico che determinò il tracollo di una grande metropoli europea e di un regno che, geograficamente, occupava più della metà del territorio della penisola, perpetrato in combutta con i soliti gattopardi e con l’apporto determinante di un esercito talebano, rozzo e crudele» (pp. 19-20).

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Una pietas per i destini: un romanzo di Carmen Gasparotto PDF Stampa E-mail
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Giovedì 02 Gennaio 2014 16:50

Ricomporre l’infranto. Restituire forma ai frammenti. Ritessere le storie. Sottrarle all’oblio. Conformare i destini, o assecondarli, o assoggettarsi ad essi, accettandoli, come inevitabili, come irreversibili. Oppure fingere di opporsi, illudersi di poterli governare, riconducendo ogni cosa nell’intreccio di una scrittura. Ad un tempo lucida e opaca, ordinata e confusa, che a volte tenta la fuga, che poi ritorna e si acquieta.

E’ stratificata la scrittura di Carmen Gasparotto: ha esperienza, emozione, mimesi, proiezione, memoria, invenzione.

Di forte istinto, dice. (E non poteva esserci titolo di maggiore aderenza semantica). Perché tutto in principio è una naturale pulsione, un movimento spontaneo verso l’altro, un nucleo generativo di passione.

Di forte istinto: perché non c’è ragione che sia in grado di arginare l’impeto, la passione – il pathos- del senso intimo, interiore, magmatico, profondo, abissale.

Di forte istinto ( Montedit, 2013), felicissimo esordio narrativo di Garmen Gasparotto, con acuta presentazione di Emilia Cerutti, è un libro – no: è un’opera- che contempla il bene e il male, che a volte li distingue e li separa, che a volte – il più delle volte- li confonde, in quanto bene e male sono spesso convenzione che non risponde al senso dell’essenziale.

Non ci sono personaggi nell’opera di Carmen Gasparotto: ci sono creature. Non ci sono nemmeno luoghi: ci sono rifugi della memoria. Non ci sono ricordi ma sopravvenienti, inaspettate, continue emozioni. Non c’è passato, perché tutto il passato si riconforma in una condizione di presente, e l’io che scrive scoperchia le botole e consente al tempo di rigenerarsi e alle creature di presentarsi – di farsi presenti- ad un'altra creatura che ne raccoglie le storie, le voci, i silenzi, le felicità, le disperazioni, e le racconta. Spesso con una pietas dolcemente dolorosa.


SAL SALINA SALENTO PDF Stampa E-mail
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Domenica 01 Dicembre 2013 07:58

[in “SPagine”, 7 novembre 2013 ]


Il video “SAL  SAL INA  SAL ENTO, il mito della Poesia Visiva”, a cura di Salvatore Luperto, è un interessante progetto multimediale che vede la luce nel nostro Salento, patria artistica e letteraria di collaborazioni e sinergie stimolanti quanto creative. In questo video infatti interagiscono artisti e promotori culturali salentini con artisti nazionali ed internazionali, quali gli esponenti della poesia visiva. Tutto si lega insieme. Infatti Salvatore Luperto, anima di questo progetto, è impegnato sul campo della riscoperta e valorizzazione delle arti verbo-visive ormai da decenni, e forse il coronamento dei suoi sforzi, oltreché la rappresentazione plastica del suo impegno militante, è rappresentato dal “MACMA” di Matino (di cui abbiamo parlato a suo tempo), vale a dire il Museo di Arte Contemporanea (dedicato al pittore Luigi Gabrieli), e di cui Luperto è direttore. Questo museo è il primo in Puglia ad accogliere importanti autori della Poesia Visiva, tra cui Eugenio Miccini, Lamberto Pignotti, Michele Perfetti, Adriano Spatola, Mirella Bentivoglio, Lucia Marcucci, Emilio Isgrò, Franco Vaccari, Luciano Caruso, Martino Oberto,William Xerra, ecc. Chiunque sia interessato alla poesia verbo-visiva dovrebbe vistare la mostra del “Macma”, allocato nel bellissimo Palazzo Marchesale Del Tufo di Matino e consultare il prezioso catalogo che la accompagna, “Di segni poetici La collezione di poesia visiva del Museo Arte Contemporanea Matino” , edito da Del Grifo (2011), curato dallo stesso Luperto e da Anna Panareo. Il videoSAL  SAL INA  SAL ENTO”, curato da Salvatore Luperto, e con la regia di Giovanni Giangrande,l’interpretazione di Liliana Ebalginelli, la grafica video di Rodolfo Stigliano e le musiche di Biagio Putignano, è sponsorizzato dalla Banca Popolare Pugliese, e viene presentato da Lamberto Pignotti, nel booklet inserito nel cofanetto. Realizzato in occasione del Cinquantenario dalla nascita della Poesia Visiva, vuole essere un omaggio dovuto ma sentito da parte dei suoi ideatori ad un fenomeno culturale che, a partire dal “Gruppo Settanta”, nato nel 1963 da alcuni giovani intellettuali provocatori come Miccini, Pignotti, Perfetti, Marcucci e Malquori, si diffuse a partire dai primi anni Sessanta anche in Puglia e specificamente nel Salento, dove diede vita ai gruppi di avanguardie come, solo per citare alcuni, Gramma di Giovanni Corallo, Salvatore Fanciano e Bruno Leo, nel 1970, Ghen di Francesco Saverio Dodaro nel 1976, e il Laboratorio di Poesia di Novoli di Enzo Miglietta, nel 1980. Il sale del titolo, oltre a richiamare il toponimo Salento rimanda al sale, che è quello presente nella suggestiva location in cui si è deciso di ambientare il cortometraggio: la salina di Torre Colimena, frazione di Manduria in provincia di Taranto. Una bellissima e suggestiva performance di Liliana Ebalginelli, autrice anche (insieme a Salvatore Luperto) della sceneggiatura e dei testi, che ella mirabilmente interpreta in questo scenario, ci fa entrare in un’atmosfera irreale, come metafisica, mentre le riprese sapientemente danno al paesaggio brullo ma significativo della salina un aspetto quasi lunare. La Elbaginelli interpreta la ninfa Colimena, una delle cinquanta nereidi, secondo la mitologia greca, la quale, approdata in questa stupenda baia diviene la custode della Salina dei Monaci e scorge, sparse al sole, diverse opere di poesia visiva e si interroga sui loro significati. Ella ricerca il “sal” ovvero lo spirito di queste opere della sperimentazione verbo -visuale e si rivolge ai Manes, gli spiriti dei defunti nella religione romana, per dare delle spiegazioni sul contenuto delle varie opere. La performance artistica è magistralmente accompagnata dalle musiche tratte da varie opere del maestro Putignano, come “Resonare”, “Da un manoscritto di Qumran” “Frammenti di Parmenide”, “Oscillum”, “Come luce sottile”, “Tra le voci dell’alba”. Il video è stato presentato nel maggio 2013 dal noto critico Claudio Cerritelli presso l’Accademia di Brera di Milano, poi nella Biblioteca Comunale di Tuglie (Le), all’Accademia BB.AA di Roma, ed è inserito nei programmi delle iniziative culturali (in luoghi istituzionali e non) delle città di Firenze e di Palermo. Infine, in questi giorni, presso la Primo Piano LivinGallery, con la mostra PAPER, dal 19 ottobre al 13 novembre.


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