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Convocazione Assemblea dei Soci 22 aprile 2022
Convocazione Assemblea dei Soci   L’Assemblea dei Soci è convocata nella Sala Convegni dell’ex Monastero delle Clarisse venerdì 22 aprile alle ore 16,00 in prima convocazione e 17,00 in... Leggi tutto...
Programma Aprile 2022
Università Popolare “Aldo Vallone” Anno accademico 2021-2022 Programma di Aprile 2022 ●       Venerdì 1 aprile, ore 17:00, Officine di Placetelling - L’Università del Salento... Leggi tutto...
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Inaugurazione Anno accademico 2021-2022
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A rivederci. In presenza, Forse anche a distanza. Ma sempre attivi. E comunque uniti.
Il nostro Anno Accademico è finito, come sempre, con l'arrivo dell'estate, anche se il contemporaneo "sbiancamento" della nostra Regione e la possibilità, finalmente, di organizzare incontri in... Leggi tutto...
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Templi e fortificazioni in Grecia e Magna Grecia PDF Stampa E-mail
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Domenica 24 Novembre 2013 09:21

[Nella bella e antica cittadina Atikia (provincia di Corinto), il 13 luglio scorso è stato presentato il libro di Lorenzo Capone Templi e fortificazione in Grecia e Magna Grecia. La serata, splendida meteorologicamente, ha visto la partecipazione di numeroso pubblico davanti alla sede storica della biblioteca comunale. A fare gli onori di casa le autorità cittadine e il prof. Cristos Tartaris che, con affetto e ospitalità, ha aperto le porte della cittadina e della sua casa all’autore e a chi qui scrive, il cui intervento segue in queste pagine.]


La Grecia è una delle Grandi Madri del pianeta Terra, culla e radice del pensiero archetipale di quell’umanità comunemente definita Occidentale. Le altre Grandi Madri della Terra sono riconducibili alle radici culturali dell’Estremo Oriente, dell’Oriente, del Medio Oriente, dell’Australia aborigena, dell’Africa dei Neri, delle comunità indie del Cono Sur precolombiano, dei nativi nordamericani.

La Grecia, quindi, è Madre della nostra Umanità definita come occidentale. Affermare ciò significa riconoscere a quell’area del mondo la potenza della sua origine riconducibile al pensiero omerico e a tutta la storia che ne è conseguita. Per questo non sbaglia Valerio Massimo Manfredi, scrivendo che «quando pensiamo ai Greci, ci viene in mente l’Acropoli d’Atene con i suoi marmi e i suoi colossi di bronzo e d’avorio; Olimpia con i suoi atleti divinizzati; Sparta all’ombra del Taigeto con le sue falangi di guerrieri invincibili; ma la grecità fu anche altro e fin dai tempi più remoti si diffuse fuori dal territorio metropolitano verso mari e terre lontane e a volte del tutto sconosciute. Essere greco divenne quindi un modo di esistere, di pensare, di credere, uno stile inconfondibile di vita che è quello che ancora vive nel nostro immaginario collettivo» (v. «Il messaggero», 8 agosto 2003, p. 17).

Dal canto suo, anche Luciano Canfora afferma che «la cultura europea incomincia con l’Iliade e con l’Odissea, i due poemi epici in ventiquattro canti ciascuno che la tradizione consolidatasi nel mondo greco attribuiva ad un autore chiamato Omero» (v. Storia della letteratura greca, Laterza, Bari, 2001, p. 3). E, a proposito di Atene l’immortale, il grande filologo grecista barese ci dice pure che «il mito di Atene è in realtà inesauribile. Non sarebbe superfluo cercare di indicare i libri e gli orientamenti di pensiero che lo hanno alimentato, in contrasto magari con altri “miti”: quello spartano-dorico, per esempio, che è stato declinato sia nella variante austero-egualitaria (dall’abate Mably e da una parte del giacobinismo colto) sia nella variante “razziale” (dai Dorier di Karl Otfried Müller al Pindaro di Wilamowitz). Ma non può essere dimenticato un altro, imbarazzante mito di Atene: quello dei teorici sudisti americani durante la guerra di secessione, il “modello ateniese di Charleston” che ha avuto un insperato Nachleben nel Sudafrica (Haarhoff: il mito della “Graecia capta” e la difesa ‘morbita’ dell’apartheid!)» (v. Il mondo di Atene, Laterza, Bari, 2011, p. 46).

Ecco, così, con le citazioni di due autorevoli autori (il primo scrittore, il secondo filologo), mi piace introdurmi nel libro Templi e fortificazioni in Grecia e Magna Grecia (Lecce, 2009) che Lorenzo Capone, autore, fotografo e editore, ha voluto scrivere e pubblicare spinto da uno dei suoi più grandi amori di vita, l’archeologia. Si tratta di un volume in-4° elefante, bello nella veste tipografica e ricco di suggestive immagini. Un libro d’amore, dunque, che l’autore ha enucleato in un’avvertenza di rispetto e stima per quell’umanità che vuole acquisire sapere, ma che purtroppo non tutti e non sempre sono disponibili a dare.

Capone scrive: «Questo libro, come gli altri che ho scritto negli ultimi anni, non ha alcuna ambizione scientifica; sono tutti testi di facile divulgazione. Questo, d’altronde, è stato sempre il mio obiettivo, dato che, quel che manca, non è l’elevata qualità delle pubblicazioni, quanto la capacità di molti scienziati di divulgare il loro sapere. A volte si ha l’impressione che abbiano il piacere, quasi sadico, di rivolgersi alla sola ristretta comunità scientifica./ Ciò avviene anche nel campo dell’archeologia: infatti, tranne rari casi, e tra questi mi piace citare il grande Sabatino Moscati, si trovano pubblicazioni che “non sono state scritte – come diceva C. W. Ceram nel suo famoso Civiltà sepolte – per essere lette”».

La data in cui è stato pubblicato il volume è significativa anche per chi qui scrive perché, proprio nell’estate di quello stesso anno 2009, ebbi la fortuna di stare a fianco dell’autore quando egli decise di andare sui siti archeologici sia in Grecia sia in Magna Grecia, che per noi sta per Meridione d’Italia.

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Fra utopie letali e crisi reali - (21 novembre 2013] PDF Stampa E-mail
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Venerdì 22 Novembre 2013 16:53

[in “MicroMega online” del 21 novembre 2013]


Utopie letali è il bel titolo dell’ultimo libro di Carlo Formenti1. E’ un titolo basato su un ossimoro, dal momento che al termine utopia si è soliti attribuire valenza positiva. Ma le utopie possono diventare letali quando “disperdono su obiettivi illusori e immaginari” le energie antagonistiche (p.8), ovvero – come nel caso delle ideologie postoperaiste, anarchiche, “benecomuniste” – quando utopie apparentemente antagonistiche si rivelano tutt’altro che antagonistiche, sia al sistema capitalistico, sia all’ideologia liberista che ne costituisce la legittimazione “scientifica”. Utopie letali è un libro denso, estremamente documentato, nel quale si spazia dall’analisi delle politiche di austerità, ai processi di finanziarizzazione e globalizzazione, a temi più propriamente sociologico-politici. In relazione ai quali, Formenti assume una posizione netta, così riassumibile. Tutte le ideologie antagonistiche fondate sulla convinzione che il capitalismo finanziarizzato e globalizzato possa essere superato “dal basso”, ovvero attraverso lo spontaneismo antigerarchico e antiautoritario dei “movimenti”, sono non solo destinate al fallimento (il che è, peraltro, ampiamente dimostrato dai risultati che hanno raggiunto), ma sono pericolosamente fuorvianti ai fini della costruzione di dispositivi di efficace contrapposizione a quella che Luciano Gallino ha definito la “lotta di classe dall’alto”; lotta di classe unidirezionale (del capitale contro il lavoro) fatta di riduzione dei salari e dei diritti dei lavoratori, precarizzazione del lavoro, crescita della disoccupazione e della disoccupazione giovanile in particolare, sottoccupazione intellettuale, smantellamento del welfare, impoverimento dei ceti medi, crescente diseguaglianza distributiva e immobilità sociale. Un caso macroscopico di “utopia letale” lo si ritrova nell’apologia della Rete, vista come luogo di interazione democratica e potenzialmente rivoluzionaria, laddove, per contro, come ampiamente dimostrato da Formenti, la Rete non è altro che un luogo nel quale si riproducono, sebbene in forme diverse, i rapporti capitalistici di potere e gli assetti gerarchici, e che “incorpora modelli culturali funzionali alla valorizzazione e al comando del capitale” (p.81). Formenti propone di tornare a riflettere sull’idea di partito, a partire dalla convinzione che le classi sociali, in senso marxiano e in quanto “realtà oggettive” (p. 71), non sono affatto scomparse e che è fallimentare la proposta – propria delle utopie letali – di “andare oltre … la storia e la cultura politica del Novecento” (p.8).

Il libro di Formenti ha il notevole merito di ricostruire lucidamente il percorso che ha condotto al ciclo economico-politico che stiamo vivendo e, al tempo stesso, ha il notevole merito di smascherare le aporie delle ideologie alle quali si è affidata la sinistra (non solo italiana e non solo “riformista”), e merita di essere letto attentamente per queste ragioni. Con una precisazione: ciò che l’autore definisce neo-liberismo ha ben poco a che vedere con teorie e politiche economiche che si basano sulla convinzione che un’economia di mercato deregolamentata produca il migliore degli esiti possibili. Se anche in molti testi e articoli di Economia continuano a leggersi queste tesi, nei fatti, il neo-liberismo è tutt’altro che liberismo: è semmai un connubio di deregolamentazione del mercato del lavoro e monopolizzazione degli altri mercati (finanziari in primo luogo).

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Un viaggio alla ricerca di se stessi in una società distratta, tra narrativa e poesia PDF Stampa E-mail
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Giovedì 31 Ottobre 2013 07:23

NERONOTTE” ROMANZA DI AMORE E MORTE DI PAOLO VINCENTI

 

 

[in www.Corrieresalentino.it 4 ottobre 2013]


“la notte faceva il suo corso, ma in qualche modo lui sapeva che quella era una notte diversa, sentiva che doveva compiere delle scelte, o quella notte le avrebbe compiute per lui”…

 


La scrittura è una vertigine, una sorta di maladie per Paolo Vincenti, una necessità imprescindibile per la sua stessa esistenza, così, dallo scorso mese di maggio, è in libreria il suo ultimo lavoro editoriale “NeroNotte” Romanza di amore e morte, per le edizioni Libellula.

Il giovane scrittore e giornalista  salentino, penna scorrevole e immediata,vanta già  una ricca produzione letteraria, tra pubblicazioni e collaborazioni con riviste del settore.

Uno dei segreti del successo di questo libro, come lo dimostrano i commenti critici di competenti penne, è la scrittura che come  un fiume in piena, in costanti cambi di ritmi e tempi, si propone tra avvicendamenti di narrativa, poesia e prosa, tenendo allacciato il lettore fino all’ultima pagina. Il linguaggio dotto, arricchito da citazioni artistiche e musicali, letterarie e latinismi contribuiscono a incuriosire e, nel medesimo tempo, ad ampliare il bagaglio culturale di chi si appresta alla lettura.

L’autore, nelle pagine di guardia, offre una dedica insolita, che rivolge ai suoi futuri lettori: Ai lupi della steppa e ai quali, ovviamente, ne consiglia la lettura dell’omonimo libro di Hermann Hesse, per chi ancora non l’abbia fatto.


Il canovaccio del libro è costruito su una  intera notte vissuta dal protagonista Ermanno il quale si interroga sul senso della propria vita non priva di ambiguità e dalle figure che, in un certo senso, lo hanno segnato: dalla famiglia, genitori e  moglie, all’amante e agli amici, toccando nel vivo la sfera affettiva, esistenziale e sociale.

Ermanno, in una apparente ricerca spasmodica e confusa di una presa di coscienza, non trova la forza di reagire,  è posseduto, in realtà, da una rassegnazione di fondo, dove né l’amore per una donna,  né per il figli, né le sue passioni per la scrittura  e l’arte, forse  le uniche opportunità di salvezza, e non sono poche, riescono a preservarlo, anzi lo intrappolano. Egli vede, così, scorrere, come in fotogrammi, davanti ai suoi occhi, la propria esistenza colma di fallimenti, di errori e fragilità, dalla separazione della moglie e dai figli alla perdita del lavoro.

Vincenti  tesse intorno al protagonista, che fa strada al lettore, lungo la sua notte, una rete di perdenti in una società distratta: Gerry, che conduce vita da barbone, Marco che ha tradito la sua amicizia, Elena, l’amante che lo ha abbandonato.

Ognuno rimane chiuso nel proprio guscio, dove non vi è posto per i sentimenti, perché, tutto sommato, vi è una difficoltà di fondo che è quella di non saper amare.

Quella di Ermanno non è una storia eroica, ma vissuta sul dejà vu e sulla quotidianità che può essere quella di ognuno di noi; una storia contemporanea, ma antica, che, inesorabilmente, in questa, nera notte, si ripete all’infinito: eros, amore e amicizia, morte e tradimento, illusione, disprezzo e umiliazione, dove, in sostanza, tutte le passioni, anche le più  bieche, trovano una inevitabile ineluttabilità spaziale e temporale.

In realtà Il TEMPO, passione e ossessione per lo scrittore, come nei suoi altri scritti, in “NeroNotte”, è categoria sovrana e protagonista indiscusso.

Ah questo tempo!  vede scorrere lungo i secoli  gli uomini che ancora non possiedono la capacità di comprenderlo e farselo amico!

Il titolo NeroNotte su copertina a sfondo nero è un aforisma, un gioco simbolico ed estetico,  dove stretto è il legame  tra forma e contenuto, tra significato e  significante.

Il termine romanza, che l’autore adotta da sottotitolo, induce il lettore a pensare al genere musicale e non narrativo. È quanto accade  in “NeroNotte”.

In realtà le pagine sono percorse da un ritmo, in  continui cambi di tempi, tra pause e note, le quali  scorrono come una vera e propria partitura che, come in una composizione musicale, necessita  dell’utilizzo di diversi strumenti.

L’autore, abilmente, ha assegnato alla scrittura le peculiarità della romanza: la narrativa ora cede il passo alla poesia ora alla prosa, per poi riprenderselo, e cederlo ancora in  una alternanza giocosa e invitante, ritmata e scandita da regole ben definite dove  il lettore viene condotto e indotto, piacevolmente, a sprofondare nella lettura, senza, però, la necessità di seguirla fedelmente, perché la narrativa viaggia separata e indipendente dalla poesia.

In alcune pagine  le parole si propongono in  un modo vorticoso e incalzante che, come un fiume in piena, rotolano e srotolano per cui il lettore deve porre attenzione per non restarne travolto, perdere l’orientamento ed essere trascinato, piacevolmente, come da un vento teso.

“NeroNotte”. Racconto crudele, che offre numerosi spunti di riflessione sulla condizione umana, dove la possibilità di salvezza viene inesorabilmente schiacciata dalla difficoltà di comunicare e dalle passioni vissute in forma alterata, priva di quella  forza grazie alla quale il protagonista potrebbe prendere la vita nelle proprie mani.

Ma, ancora e soprattutto, dalla non flessibilità verso la vita e mancata consapevolezza che, tutto sommato, il più delle volte il proprio destino è tracciato  dalle  nostre mani e che solo a ciascuno di noi è dato il potere di “assoluzione”, così Ermanno: “cercava inconsciamente un’assoluzione  da quella notte, e una sacerdotessa di Priapo, una cortigiana, un’etera, disposta a concedergliela generosamente”. -pag. 10-.

Il racconto si chiude con  un colpo di scena ma, come in un giallo, lungo le pagine,  l’autore lascia degli indizi anche se non si sa, se consapevolmente!

“NeroNotte”. Centocinquantasei pagine avvincenti che si consiglia di portare con sé, perché, dopo aver letto e conosciuto la storia, ogni qualvolta si sfoglieranno, troveremo ad attenderci la poesia per ri-proporsi in nuove emozioni e inaspettati svelamenti.

 

 

 

 


Umanesimo della terra. Studi in memoria di Donato Moro PDF Stampa E-mail
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Sabato 12 Ottobre 2013 17:05

Un’eccellente monografia della Società di Storia Patria

 

[ne "Il Galatino", a. XLVI - n. 16 dell'11 ottobre 2013, p. 5]

 

Dedicato alla Signora Maria Marinari-Moro

 

È bello riconoscere che anche in questo nostro tempo, variamente svagato da effimere distrazioni, ci siano ancora istituti e quindi persone di ammirevole sensibilità, animate dal nobile sentimento di rendere pubblico merito ai grandi maestri di scuola e di vita che ci hanno preceduto, educandoci alla cultura, alla civiltà, alla bellezza.

Giuseppe Caramuscio, ad esempio, e Mario Spedicato, e Vittorio Zacchino, che per la Società di Storia Patria, Sezione di Lecce, hanno recentemente curato l’esemplare monografia Umanesimo della terra. Studi in memoria di Donato Moro.

Sono intimamente grato alla signora Maria Marinari-Moro per avermi fatto dono di questo libro prezioso, dedicato al suo grande coniuge, che è stato – ed è – fra le più autorevoli personalità letterarie della nostra comunità salentina. Ancora più grato, perché Donato Moro è stato anche il mio carismatico professore di Lettere al Liceo Colonna, e pur con la differenza d’età, e nei ruoli subordinati di maestro e allievo, siamo stati impulsivamente legati da un insolito reciproco senso di meraviglia e di attrazione intellettuale, poi anche di amicizia e di stima sempre crescenti, fors’anche perché coagulate da un affine senso dell’umorismo e dell’ironia. Da quel senso speciale di osservazione della vita e del mondo, cioè, che – come viene anche evidenziato all’inizio del volume di cui si tratta – permetteva a Donato Moro di sorridere, spesso con complicità, delle debolezze degli uomini e delle cose.

Il sorriso del professore Moro, per inciso, era di una schiettezza e ricchezza assolute. Talora anche pensoso. Comunque sempre comunicativo, suadente, trascinante, gratificante. Non a caso, immagino, la fotografia del grande letterato galatinese che è pubblicata in apertura del libro, è per l’appunto umanissimamente gioiosa.

Il libro è sicuramente di prestigio, e s’impone all’interesse degli studiosi già dalla corposa presentazione, firmata da Mario Spedicato, il quale, rimarcando la connotazione di ‘umanista’ di Moro, e aprendo di fatto un non pleonastico dibattito sull’argomento, si chiede se «...possiamo, e in che senso, utilizzare ancora oggi questo termine che, troppo disinvoltamente usato, rischia di apparire come un ombrello, sotto il quale possono trovare accoglienza tutte le figure e le occasioni riconducibili ad una vaga “humanitas”».

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Federica Troisi “ripropone” i viaggi dell’illustre Salentino in terra d’Albione PDF Stampa E-mail
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Domenica 29 Settembre 2013 10:18

["Il Galatino" anno XLVI - n. 15, 27 settembre 2013]

 

In una elegante veste tipografica, di recente, è apparso, per i tipi della Progedit, un interessante studio dedicato a Salvatore Bacile di Castiglione, noto viaggiatore intellettuale salentino.

A dire il vero, l’autrice del libro Federica Troisi, già ordinaria di Lingua e Letteratura inglese nell’Università Aldo Moro di Bari, da tempo si andava dedicando alla ricerca dei rapporti culturali e sociali intercorsi tra il Salento e il mondo anglosassone. Ma, nell’attuale volume, circoscrive la sua attenzione ai viaggi di Salvatore Bacile il quale cominciò a recarsi nella terra di Albione fin dal tempo in cui si era accentuato un fenomeno di osmosi culturale grazie anche al contributo di Giuseppe de Nittis, il celebre pittore barlettano. A questo punto, occorre avvertire subito che Salvatore Bacile, rifiutato il modello paterno, aveva intuito, con largo anticipo sui tempi, una imminente svolta socio-economica verso la modernità. Non a caso, dunque, la Troisi ricostruisce, sia pur velocemente, il percorso giovanile di Salvatore il quale, dopo un’effimera esperienza sentimentale e un matrimonio fallito con una nobildonna tranese, finalmente sposa Luisa Adler, già moglie dell’ambasciatore di Germania a Parigi, deludendo così definitivamente le aspettative della famiglia di origine fino a esserne diseredato.

Queste notizie si evincono dai manoscritti custoditi da Claudia Bacile Cavalieri, nipote di Salvatore, la quale, gentilmente, li ha concessi in visione all’amica Troisi e ancora da Vita nomade, una sorta di diario di viaggio, edito nel 1896. La Troisi segnala l’importanza di questi documenti perché alcune riflessioni di Salvatore sul “sociale” e la sua predilezione, per esempio, per “il vero” dei macchiaioli “ne fanno un antesignano del pensiero italiano sul Mezzogiorno” e precisamente sulla “questione meridionale”.

Da alcuni titoli particolarmente significativi (L’arte in Inghilterra, L’estensione dell’Impero britannico, Il pauperismo a Londra, L’evoluzionismo della donna in Inghilterra, La réclame a Londra) si deduce, fra l’altro, che l’interesse dell’illustre viaggiatore per il sociale “trascorre dall’ambito prettamente familiare e provinciale a una visione universale del problema” (p. 29). E si comprende meglio pure la sua adesione al dettato antiaccademico dei “macchiaioli” che avevano posto fine alla tematica religiosa e alla retorica a vantaggio della bellezza del vero in tutte le sue manifestazioni e quindi mai disgiunto da un contesto sociale ben definito e da una scelta politica in senso democratico. La Troisi però osserva che Salvatore Bacile se, da un lato, ammira l’impero britannico per la sua grandezza, dall’altro deplora l’enorme scotto “pagato in vite umane per portare il fardello dell’uomo bianco da un capo all’altro dell’impero”.

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