Programma maggio 2022
Università Popolare “Aldo Vallone” Anno accademico 2021-2022 Programma di Maggio 2022 Mercoledì 4 maggio, ore 18:30, Sala Convegni dell’ex Monastero delle Clarisse: dott. Massimo Graziuso,... Leggi tutto...
Convocazione Assemblea dei Soci 22 aprile 2022
Convocazione Assemblea dei Soci   L’Assemblea dei Soci è convocata nella Sala Convegni dell’ex Monastero delle Clarisse venerdì 22 aprile alle ore 16,00 in prima convocazione e 17,00 in... Leggi tutto...
Programma Aprile 2022
Università Popolare “Aldo Vallone” Anno accademico 2021-2022 Programma di Aprile 2022 ●       Venerdì 1 aprile, ore 17:00, Officine di Placetelling - L’Università del Salento... Leggi tutto...
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Inaugurazione Anno accademico 2021-2022
Venerdì 22 ottobre alle ore 18:00, nell’ex Convento delle Clarisse in piazza Galluccio, avrà luogo l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università Popolare “Aldo Vallone”:... Leggi tutto...
A rivederci. In presenza, Forse anche a distanza. Ma sempre attivi. E comunque uniti.
Il nostro Anno Accademico è finito, come sempre, con l'arrivo dell'estate, anche se il contemporaneo "sbiancamento" della nostra Regione e la possibilità, finalmente, di organizzare incontri in... Leggi tutto...
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La strada di casa di Costantino Piemontese PDF Stampa E-mail
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Domenica 29 Settembre 2013 10:09

[“Il Paese Nuovo online” del 5 aprile 2013]


Conosco Costa Piemontese da decenni. Complice del nostro incontro fu Antonio L. Verri, quella volta che mi disse “andiamo a trovare i gemelli Messapi”.  Nella mia mente è sempre fissa l’immagine di via Umberto 1° (si chiama ancora così quella strada, con questo nome così desueto), nei pressi della sede della Provincia di Lecce e della Prefettura, dove con Antonio mi recai a quell’incontro: Costantino col suo gemello Beniamino intenti a lavorare la cartapesta, a scolpire nelle varie forme immagini che affondano nel mito della Messapia, in quello del Salento, terra vissuta con intensità, con passione, con amore; di quell’amore di cose antiche, che rinforzano la memoria e che danno senso alla vita di ognuno di noi.

Un giorno seppi che i due fratelli chiudevano la loro lunga attività di cartapestai e che le loro strade, pur sempre unite dall’affetto parenterale, si dividevano nel continuare a fare arte. Beniamino con il suo impegno civile nella difesa dei luoghi storici e sacri del Salento attraverso l’Osservatorio Anna Maria Massari e Antonio Verri, impegnato anche a fotografare, filmare e suonare; Costa, invece, ad immergersi nella pittura, nel disegno, nel trasporto delle immagini su supporti che le sue mani cercano nella sua casetta di via Antonello Coniger.

Accadde che un giorno, andando in giro per la Lecce storica, alla ricerca di immagini, suoni, rumori, angoli, spigoli, bar, vino e quant’altro che riguardasse Edoardo De Candia, mi imbattessi in Costa che si dirigeva al suo atelier. Mi invitò a visitarlo e lì scoprii la sua nuova attività: aveva deciso di fare il pittore.

Timidamente, ma sempre accompagnato dalla gioia della nostra lunga amicizia, Costa mi fece vedere i suoi disegni, le sue tempere, i suoi olii. Gli chiesi di dipingermi un ritratto di Edoardo, che poi sarebbe stato esposto nel Fondo Verri in occasione di un ricordo dell’artista leccese. Evento che effettivamente si svolse con l’immagine del ritratto di De Candia, dipinto da Costa Piemontese.

Poi passò del tempo, fino a quando una email mi giunse di primo mattino, leggera come una piuma e sottile come una carta velina. C’è scritto:

«Tu, Maurizio, sei stato l'unico intellettuale che io abbia invitato a venire a casetta, ed anche l'unico ad esserci stato. Un anno trascorso a riprendere il filo di un rapporto con la carta ed i colori che si era interrotto anni fa, e che ho pian piano fragilmente ritrovato nella piccola stanza in cui mi ha fatto compagnia il desiderio./ Ti cito ora dei passi di Emily Dickinson, scrittrice a me cara, che ha scritto in uno dei suoi fascicoli nascosti: “Sono stata per anni lontana da casa.../ Passarono anni prima che
ritrovassi la strada di casa,
ma non osavo avvicinarmi a essa
temendo che uno sconosciuto

mi scrutasse impietrito,
respingendomi con la domanda
che cosa ci facessi io ancora là,
dopo una vita trascorsa altrove”./ L'attaccamento imperdibile alla casa del calore e del colore l'ho voluto rendere a modo mio, su fogli della mia cartapesta, pur sempre carta di Amalfi.
Di quella nostra cartapesta leccese – materiale impastato in molte stanze di questa città, insieme coi manichini messi ad asciugare per strada – territorio conosciuto di slancio, unione, costruzioni e speranze per la coppia di messapi felici e sognatori che siamo stati Benia ed io./
Una dozzina di fogli colorati, percorrendo i quali ho ritrovato forse la strada di casa./ Il percorso è stato quello dei luoghi che porto nel cuore, fatti di muretti pietrosi, alberi nodosi, pezzotti di leccisu, modellati una volta dalle mani degli scalpellini e ora dallo strofinio della pioggia e del vento su fondali verdi ed azzurri».

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La strada di casa... Costantino Piemontese PDF Stampa E-mail
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Domenica 29 Settembre 2013 10:02

Costantino Piemontese è uno di quegli artisti per i quali più che mai sembra appropriato l’aggettivo “poliedrico”: anzi, se fosse possibile, si direbbe che proprio pensando a lui questo termine sia stato coniato. Classe 1953, artigiano della cartapesta, pittore, scrittore, organizzatore di cultura. “C’è un cuore che batte nel cuore di Lecce”, direi, parafrasando la nota canzone di Antonello Venditti: Costantino Piemontese ama la propria città e ne vive tutti gli aspetti, gli angoli poetici e nascosti, le bellezze come le discrasie, facilitato dal suo andar in bicicletta, più spesso a piedi, turista per scelta che sembra per caso, all’insegna dell’ecosolidarietà e del rispetto ambientale. All’amore per i luoghi, infatti, e per Lecce in particolare, si legano molte delle sue battaglie civili, condotte insieme con il fratello gemello Beniamino, per dare testimonianza delle quali ci vorrebbe un’ulteriore trattazione. E’ difficile scrivere più di poche righe su Costantino Piemontese, senza che salti fuori il nome del fratello gemello, e questo è un “destino”( per citare il titolo di un suo libro) che i gemelli conoscono bene e sul quale mi è capitato di intrattenermi più diffusamente con lo stesso autore, in una conversazione a metà fra il divertito e il filosofico. Fatto sta che da quando è nato, il percorso di Costantino intreccia inevitabilmente quello di Beniamino, sia nell’arte che nella vita privata. Originario di Foggia, Costantino vive stabilmente a Lecce dal 1978. Da giovane, ai tempi dell’Università, vuole fare l’attore e lo scenografo; in effetti è coinvolto in diverse esperienze teatrali e fa parte anche del gruppo di animazione diretto dalla dott.ssa Rita Cappello, sociologa e musicoterapeuta.

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"Amore e marchette" in musica: per Massino Donno PDF Stampa E-mail
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Venerdì 20 Settembre 2013 16:20

Amore e marchette” è un binomio di grande riuscita non solo perché dà il titolo al primo album del cantautore Massimo Donno, molto apprezzato da pubblico e critica in questo 2013, ma anche perché sintetizza, con brillante intuizione, la dicotomia che permea l’ambiente culturale salentino e, per esteso, nazionale. Da un lato c’è l’amore, inteso come passione per ciò che si fa, per la musica, per la letteratura, per l’arte in genere; dall’altro ci sono le marchette, o meglio le “Markette”, per dirla con Piero Chiambretti (che così ha intitolato un suo fortunato programma satirico trasmesso qualche anno fa), ossia quell’attitudine di personaggi televisivi, presentatori, giornalisti e operatori culturali a fare della pubblicità camuffata dei loro prodotti (libri, cd, film, ecc.)o a scrivere dietro pagamento ottime recensioni . “Amore e marchette” (Ululati Editore, 2013) è il cd fresco di pubblicazione di Massimo Donno, intellettuale salentino vissuto a lungo in giro per l’Italia prima di ritornare nella sua nativa Corigliano d’Otranto. L’album si avvale di collaborazioni eccellenti come quella di Andrea Doremi al sassofono, Emanuele Coluccia alla tromba, Francesco Del Prete al violino, Emanuela Gabrieli e Alessia Tondo ai cori, Gianluca Milanese al flauto traverso, solo per citarne alcune. Il cantautore Oliviero Malaspina scrive una breve ma significativa presentazione del l’autore e del disco, nell’interno di copertina. Il cofanetto è impreziosito da un booklet contenente i testi e numerose fotografie. Massimo Donno si è formato alla scuola dei cantautori italiani degli Anni Settanta e ciò si avverte non solo nell’intonazione generale dell’album ma finanche nel cantato, poiché la voce di Donno concede molto ad un certo stile tipico degli chansonnier di casa nostra, vale a dire uno stile non gridato,scevro da virtuosismi, ma tutto aduggiato sulle modulazioni più basse della voce, su venature scure. Sua fonte principale di ispirazione è Fabrizio De Andrè: e basati sugli album del grande Faber, Donno ha realizzato ben tre spettacoli negli anni addietro: “… E tutto ciò lo chiamavo luna”, ispirato all’album “La Buona Novella”; “Dall’inizio alla fune”, ispirato all’album “Non al denaro, non all’amore, né al cielo”; “L’uomo che imparò a volare”, ispirato a “Storia di un impiegato”, dei monologhi tenuti al Teatro dell’Ascolto di Bologna. A ciò si aggiunga che Donno è stato ospite, da turnista, in diversi album musicali altrui, come si legge nella sua completa pagina web www.massimodonno.it.

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I Millepiedi e altri animali di Salvatore Paolo PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 18 Settembre 2013 06:43

[“Il Paese Nuovo”, 28 novembre 2010]


Superior stabat lupus..”: forse scontato, questo incipit, data la materia di cui tratta il libro che qui si recensisce ma, quando si parla di favole con protagonisti gli animali, il pensiero non può non andare alla favola del lupo e dell’agnello di Fedro e quindi a quell’Esopo , autore greco del VI secolo a.C., ritenuto l’inventore di questo genere letterario e di cui fu continuatore il latino Fedro, che visse nei primi anni d. C., il quale scriveva “Servitus obnoxia, quia quae volebat non audebat dicere, adfectus proprios in fabellas transtulit calumniamque fictis elusit iocis”, ossia “la schiavitù, soggetta a soprusi, poiché non osava dire quel che voleva, espresse i propri sentimenti nelle favole ed eluse così l’offesa con giocosa invenzione” . Ciò significa che il proposito dell’autore era quello di difendere i deboli e colpire i prepotenti e per fare questo si serviva degli animali, in modo da non incorrere nella censura e nella condanna da parte del potere costituito. Fin dai tempi più remoti, quindi, obbiettivo della favola è quello di fare una critica sociale, servendosi degli animali per mettere alla gogna gli uomini, o almeno certi tipi umani, come dire “castigat ridendo mores”, come faceva Giovenale, e come ben sapeva Giovan Battista Vico il quale, trattando il genere favolistico, parlava di Esopo come del simbolo stesso delle plebi oppresse. Oggi esce, per Calcangeli Editore, nella collana “Autori salentini”, I millepiedi e altri animali, di Salvatore Paolo, a cura di Fabio Moliterni ( 2010). Si tratta di una ripubblicazione, nel solco di tante altre fatte negli ultimi anni meritoriamente da parte dall’editore Mario Calcagnile e di un gruppo di studiosi dell’università salentina, guidati da Lucio Antonio Giannone, fra i quali il curatore di quest’opera. Si è giunti, con il libro in parola, a pubblicare o ripubblicare quasi l’intero corpus narrativo del prolifico autore carmianese, epigono, con questa raccolta di racconti fantastici, di favolisti ben più noti della letteratura italiana del Novecento, quali Verga, Levi, Sciascia e Pirandello, ricordati da Moliterni nella sua ben esposta e dettagliata Introduzione, ai quali si può aggiungere Gianni Rodari,Alberto Manzi e soprattutto Italo Calvino. Al centro di queste favole, o come loro motivazione, vi è una nota dolente, vale a dire la visione di fondo sostanzialmente pessimistica dell’autore di fronte alle ingiustizie sociali del suo mondo che è poi anche il nostro mondo, sebbene alcuni anni e generazioni siano passati dalla scrittura di queste storie. Una visione disincantata, quella di Paolo, che porta ad un amaro sfogo nei confronti delle brutture e delle storture di una società in cui a dominare sono sempre i più furbi e a soccombere invece gli umili, eterni perdenti, come dire i dimenticati e i sommersi della civiltà meridionale del passato. Di qui la ricerca di mezzi espressivi che potessero mettere in guardia i lettori dalle ingiustizie che si continuano a perpetrare ai danni di chi è “diverso” o più svantaggiato, rispetto ad altri, e questo per Paolo fu possibile grazie alla favola, attraverso l’allegoria e la metafora che sono tecniche proprie di tale genere letterario.

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Per Paolo Vincenti, NeroNotte. Romanza di Amore e Morte (Libellula edizioni 2013) PDF Stampa E-mail
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Domenica 08 Settembre 2013 20:32

[Scritti di Paolo Rausa, Michele Bovino, Gianni Ferraris, Claudia Petracca, Vincenzo D'Aurelio]


Per Paolo Vincenti, NeroNotte. Romanza di amore e morte


Luoghi di emarginazione, tradimenti e lucide allucinazioni si accavallano e si intrecciano in questo romanzo, procedendo vorticose lungo quel sottile confine che separa Eros da Thanatos, l’esistenza autentica dallo scacco a cui il protagonista sembra inesorabilmente condannato.

"NeroNotte. Romanza di amore e morte", ultima fatica letteraria di Paolo Vincenti, racconta la storia di un uomo sospeso sul baratro esistenziale, di un acrobata notturno in bilico sul filo teso tra sogno e realtà, tra salvezza e dannazione che alle prime luci dell’alba, come capita in un incubo, scivola via nell’oblio senza memoria di un risveglio.

Il romanzo si concentra nello spazio di una notte in cui una serie di incontri fortuiti proietta nella coscienza di Ermanno, il protagonista, l’esatta scansione del fallimento della propria esistenza. Egli vive esiliato in una soffitta sospesa sulla città, dove il continuo fluire e defluire di rumori notturni svaporando da strade brulicanti si condensa nella disadorna penombra di una coscienza che annaspa per poi annegare definitivamente, alla fine di un percorso di dolore, al giungere delle prime luci del nuovo giorno.

L’autore mutua il suo protagonista -scrittore per diletto e pittore fallito- dal topos letterario dell’inetto, da quella categoria di incapaci, visionari e nevrotici tanto cara a una lunga tradizione letteraria che trova in Dostoevskij e Italo Svevo due dei suoi più grandi rappresentanti. Schiacciato dalla società, dalle tradizioni, dalla famiglia, da un’etica borghese che non ammette ripensamenti, e incapace di reagire e riscattarsi, il protagonista si muove in una trama fortemente simbolica che molto concede all’introspezione psicologica e ad un flusso di coscienza che a tratti sembra ammantare ogni cosa, lasciando in sospeso lo stesso principio di realtà e aprendo il finale ad una doppia interpretazione.

Il romanzo, intervallato da alcune prosette liriche che sono attribuite allo stesso protagonista, rappresenta un'amara e sincera riflessione sulla vita che Paolo Vincenti conduce seguendo i binari tematici a lui più cari, come l’eros, lo scorrere del tempo , la disillusione, la morte e la concezione dell’arte come superamento delle convenzioni borghesi.

info: www.neronotteromanza.wordpress.com



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