Programma di Novembre
UNIVERSITA' POPOLARE ALDO VALLONE GALATINA Martedì 5 Novembre, ore 17,45 sala Contaldo : cineforum Belle. La ragazza del dipinto, a cura di Roberta Lisi   Giovedì 7 novembre, ore 17, Lecce,... Leggi tutto...
Si ricomincia...
Dopo la pausa estiva, interrotta dall'Open Day che come sempre ci ha permesso di incontrarci e presentare le nostre attività ad amici e soci vecchi e nuovi, il nostro anno accademico 2019-20 ha... Leggi tutto...
Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
A causa dell'assenza di soci e membri del Consiglio Direttivo nella data precedentemente indicata, l'Assemblea dei soci programmata per il 1° marzo è stata rimandata a giovedì 7 marzo alle ore 18,... Leggi tutto...
"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
La scelta di riservare il primo lunedì di ogni mese al nostro cineforum ci permette di cominciare il 2019 con La signora dello zoo di Varsavia: la scelta di Roberta Lisi, alla quale dobbiamo il... Leggi tutto...
Programma gennaio 2019
Dopo le festività natalizie, le attività dell'Università Popolare riprenderanno lunedì 7 gennaio, col consueto appuntamento col cineforum curato da Roberta Lisi, come sempre programmato per il... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Lecce
In allegato il programma della stagione teatrale del Comune di Lecce (teatri... Leggi tutto...
Stagione teatrale a Cavallino
  CITTA' DI CAVALLINO - TEATRO "IL DUCALE" Stagione teatrale 9 Dicembre 2017 -... Leggi tutto...
Finalmente online!
1° Settembre 2010 nasce il sito dell' "Università Popolare Aldo Vallone... Leggi tutto...
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Cronache vaniniane. Una lucciola fra splendidi pianeti PDF Stampa E-mail
Storia e Cultura Moderna
Scritto da Alessandro Laporta   
Mercoledì 18 Maggio 2016 06:05

[Riportiamo di seguito la Prefazione al volume di Luigi Montonato, Cronache vaniniane. Una lucciola fra splendidi pianeti, Edizioni di Presenza 2016, pubblicata anche in “Presenza taurisanese” a. XXXIV, n. 5 – maggio 2016, p. 11.]

 

Volendo tracciare in rapida sintesi una storia editoriale di Vanini, basterebbe dire che nato “europeo” con le due opere fondamentali frutto della sua meditazione filosofica, l'Amphitheatrum aeternae providentiae (Lione, 1615) ed il De admirandis naturae (Parigi, 1616), riscoperto “italiano” dopo ben tre secoli dagli studi ponderosi di Guido Porzio (Lecce 1912, 2 voll.) e di Luigi Corvaglia (Milano, 1933-4, 2 voll.), ha ritrovato la sua naturale collocazione fra i maggiori del pensiero libertino grazie al contributo di Francesco Paolo Raimondi che al libro Vanini nell'Europa del Seicento (Pisa, 2005) ha fatto seguire la definitiva edizione delle opere (Milano, Bompiani, 2010) nella prestigiosa collana “Il pensiero occidentale” diretta da Giovanni Reale. Tutto ciò non senza il riferimento obbligato a Giovanni Papuli, che ha dedicato una vita al Vanini, ed a Mario Marti che inserì il filosofo di Taurisano nella “Biblioteca di Scrittori Salentini” ad iniziare in modo beneaugurante la sua seconda serie: vale a dire il meglio che la nostra Università, allora di Lecce oggi del Salento, ha saputo esprimere fino alla loro scomparsa (Papuli nel 2012 e centenario, Marti, nel 2015).

Ma questa breve cronologia non renderebbe giustizia a tanti autori che comunque se ne sono occupati facendo crescere la bibliografia di settore e partecipando alla ormai doverosa rivalutazione di Vanini. Alla dimensione europea del filosofo di Taurisano pensò Francesco De Paola nel 1998 col suo libro Giulio Cesare Vanini da Taurisano filosofo europeo (Schena).

In questa vera e propria renaissance, il cui avvio coincide con la conquista dell'unità e che giunge a pienezza tra la fine dell'800 e la prima parte del 900, come data emblematica può essere assunto proprio il 1876. E' l'anno infatti in cui Giovanni Bovio, il filosofo e politico di Trani che tanto seguito ebbe nella nostra provincia, compose il testo della lapide commemorativa, oggetto di una fiera contesa, come sanno i cacciatori di curiosità vaniniane, e come apprenderanno i lettori di questa impeccabile monografia, veramente necessaria, dovuta alla paziente ed amorevole attenzione di Gigi Montonato. Protagonista indiscusso, di parte antivaniniana, un sacerdote salentino arguto e saccente, don Salvatore Casto, parroco a Taurisano e quindi invischiato fino al collo nelle beghe di campanile, che si sentiva difensore dei benpensanti, giudice delegato, giustiziere e persino vendicatore contro chi aveva osato “consacrare al secolo vendicatore” il nome di Vanini.

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C'è Musica e … Musica… 12. Musiche a colori. Sessant'anni di Canzoni in Tv PDF Stampa E-mail
Musica e Teatro
Scritto da Giuseppe Greco (musicologo)   
Venerdì 20 Maggio 2016 05:52

Anche la televisione, come già aveva fatto la radio, mostrò particolare interesse per le canzoni sin dal primo giorno della sua inaugurazione, il 3 gennaio del 1954, con la rubrica musicale l'Orchestra delle Quindici,  un “abbozzo di varietà” della durata di mezz'ora, presentata da Febo Conti, che agli inizi degli anni '60 divenne popolare come conduttore di Chissà chi lo sa?, un quiz televisivo per ragazzi. A fine serata, alle 22.45, Sette note, rubrica musicale con l'orchestra di Carlo Savina, era un modo piacevole di chiudere i programmi contando sul potere di seduzione della musica. Naturalmente l'anno dopo il piatto forte fu il Festival di Sanremo, trasmesso per la prima volta dalle telecamere della Tv. Il rigido protocollo della RAI impose comportamenti compassati, abiti e toilettes decenti per le signore in sala. Gli uomini, oltre che in abiti scuri, “sono pregati di indossare camicie grigie, meglio celesti, perché quelle bianche sul video sparano”.  Certo, si trattava di accorgimenti tecnici, ma era singolare che  si consigliassero i colori per una Tv in bianco e nero! Non c'era l'orchestra di Angelini e neanche lo storico presentatore del festival radiofonico, Nunzio Filogamo. Al suo posto si fa il nome di Mike Bongiorno, che con Lascia o raddoppia? è diventato famosissimo, ma alla fine viene scelto Armando Pizzo, definito “giovane ed esperto speaker”, affiancato da Maria Teresa Ruta, signorina buonasera, zia dell'omonima nipote, personaggio televisivo dei nostri tempi. Vince un trasteverino dalla voce “impostata” e potente, di timbro tenorile: Claudio Villa. Tra poco gli verrà affibbiato il titolo di reuccio con ironica allusione alla sua modesta statura. Intanto trionfa -sarà la prima di tante vittorie- con la canzone Buongiorno tristezza, che ha il titolo di un romanzo francese di una giovanissima Françoise Sagan, Bonjour tristesse, sottoposto alle maglie della censura prima di essere pubblicato in Italia. Villa vince in coppia con  Tullio Pane, cantante lirico, ma nella serata finale (il festival si svolgeva in tre serate) non si può esibire dal vivo per un grave attacco influenzale. Il pubblico si deve accontentare di ascoltare la sua voce da un giradischi portato sul palco e inquadrato da una telecamera fissa. Una trovata che si riproporrà nel 1964 quando Bobby Solo, a causa di un attacco di laringite (probabilmente inventato), eseguirà Una lacrima sul viso in playback. Comunque questo primo festival “televisivo” si stima che sia stato seguito da otto milioni di telespettatori a fronte di sol 100 mila abbonati. Il televisore, infatti, aveva costi molto alti (tra  200 e 250 mila lire) per gli Italiani di allora, anche se il 1955 è l'anno della rivoluzione dei consumi, premessa di uno straordinario “boom” economico, e la “Seicento”, l'utilitaria della Fiat, grazie all'agevolazione delle vendite rateali, aveva avviato la motorizzazione di massa. Per il momento, però, la gran parte degli Italiani la televisione la segue riunendosi nei bar o in qualche circolo dopolavoristico o, ancora meglio, nelle case di vicini che possono permettersela.

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Lu pasticciottu PDF Stampa E-mail
Poesia salentina
Scritto da Giovanna Scaramella Barone   
Mercoledì 13 Luglio 2016 12:15

Era Dumineca, tenìa tridici invitati,

rriata quasi a menzatia, stracca te la fatia,

(ìa fattu le purpette cu llu sucu,

la pasta fatta a casa,

la carne mpanata e fritta,

le marangiane cu l’agghiu e la menta),

lliati de mienzu le straquenzi,

cu mme giustu lu stomacu me bbeì

nnu bbichhieri te vinu.

Era friscu e frizzantinu, parìa cchiui nnu spumantinu,

ma mmaletettu, era traditore

e me fice sentire intru a tuttu lu cuerpu

nnu buggliore.

Pisuli pisuli rriai a llu liettu

e cercai nnu picca te regettu.

Me ddurmescì e fici nnu sennu mutu stranu,

iddi nu nunnu ca me pigghiau pe manu

e me ndusse nnanti a nn’Angelu te nostru Signore

ca burberu me disse:

“Te presenti a st’ura  a Nostru Signore

senza li pasticciotti, nu sienti ca te la terra sale la  ndore?

“Quali pasticciotti, Angelu te lu Signore?”

“Nu sta bbieni te Galatina? E nu canusci

li pasticciotti te l’Andrea Ascalone?

Quandu unu more ete tradizione

ca  an paraisu

ha portare li pasticciotti te l’Ascalone,

se no an celu nu pote trasire.”

“Scusa, Angelieddhu, ma l’Andrea nun ha muertu?

Nu bbe pote dare la lezzetta?”

“Sine, ma qua subbra nu se pote cucenare,

nu tenimu lu furnu cu li putimu nfurnare.”

“Angelieddhu te lu Signore,

se subbra a lla terra me faci turnare,

moi ca lu sacciu,

quandu mueru te li pozzu purtare.

ma moi lassame scire,

li figghi mei me sta spettanu pe mangiare.”

Nu sentì la risposta

ma sentì  nna ndore de crema e cannella

ca te menà a nterra.

Aprì  l’ecchi e bbiddi l’Ornella

cu nna spasa  te buccunotti

ca puru an cielu su canusciuti

te l’Angelieddhi cannaruti.


"La storia degli Abnaki" di Eugenio Vetromile PDF Stampa E-mail
Bibliofilia
Scritto da Maurizio Nocera   
Martedì 05 Luglio 2016 09:16

Eugenio Vetromile (Gallipoli, 22 gennaio 1819 - 1881), prete missionario nell'America ottocentesca, è stato un etnografo e un antropologo ante litteram. Il suo nome l'avevo incontrato una prima volta, leggendo degli ottocenteschi scartafacci inclusi tra le carte che, un giorno degli anni ’70, Domenico De Rossi mi aveva venduto per poche migliaia di lire e per molti “passaggi” d’auto che gli davo ogni volta che doveva spostarsi dalla Città bella per andare in altri Comuni della provincia, dove si recava per vendere i suoi libri.

A scrivere per primo, almeno nella seconda parte del Novecento, di Eugenio Vetromile, è stato Elio Pindinelli col saggio Eugenio Vetromile, Patriarca degli Indiani nel volume Gallipoli. Fatti, personaggi e monumenti della nostra storia (Edizioni Centro Attività turistico-culturali di Gallipoli, 1984, pp. 79-86), nel quale lo storico gallipolino fa la biografia del Nostro aggiungendo in appendice un interessante "ritratto" della Città bella a firma sempre del Vetromile.

In tempi più recenti, è apparso poi un altro articolo sulla rivista «Anxa» a firma del direttore della stessa, Luigi Giungato, intitolato Eugenio Vetromile, il gesuita gallipolino “Patriarca degli Indiani” (v. «Anxa News», a. IX, n. 1-2, gennaio-febbraio 2011, pp. 9-11). In questo articolo, oltre al percorso clericale che Giungato fa del Nostro, è interessante la riproduzione delle copertine di alcuni libri pubblicati negli Stati Uniti dal rev. Vetromile, copertine che il direttore di «Anxa» ha reperito nella Biblioteca provinciale “N. Bernardini” di Lecce. Li cito così come si usa fare nel settore bibliofilico e bibliografico:

Indian Good Book,/ made by/ Eugene Vetromile, S. J.,/ Indian Patriarch,/ for the benefit of the Penobscot, Passamaquodd, St. John’s, Micmac,/ and other trides of/ The Abnaki Indians.// This year/ One Thausand Eight Hundred and Fifgh-Eihgt./ Old-Town Indian Village, and Bangor/ New York:/ Edward Dunigan & Brother/ (James B. Kirker.)/ 371 Broadway// 1856 (prima edizione).

Of Vetromiles/ Noble Bible./ Such as happened Great-Truths/ Made by/ Eugene Vetromile,/ Indian Patriarck,/ Corresponding member of the Maine Historical Society, Etc./ For the Benefit of/ The Penobscot, Micmac,/ and other tribea of the/ Abnaki Indians./ Old Tows, Indian Village, and Bangor. 1858/ New York-Villeage/ Rennie, Shea & Lindsay./ 1860 (prima edizione).

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Enfance salentine di Gianluca Virgilio PDF Stampa E-mail
Critica letteraria
Scritto da Annie e Walter Gamet   
Martedì 19 Luglio 2016 19:23

[In occasione della pubblicazione della traduzione francese di Enfance salentine, Edit Santoro, Galatina 2016, riportiamo di seguito la Introduction.]


« Le moi est haïssable » écrivait Blaise Pascal, conformément à l'idéal classique de bienséance du XVIIe siècle ; formule à l'emporte-pièce à laquelle, au vu de la copieuse production autobiographique contemporaine, nous pourrions être tentés d'adhérer. En effet, ce « moi » hypertrophié qui entraîne dans ce type d'écrits l'omniprésence du « je », à la fois auteur, narrateur, personnage central du récit rétrospectif de sa vie personnelle, vire trop souvent au nombrilisme nostalgique, à l'autojustification complaisante, pire à l'exhibitionnisme. Si ces textes satisfont le besoin de leurs auteurs de mettre leur confession sur la place publique, ils peinent souvent à susciter l'intérêt des lecteurs.

Certains écrivains pourtant évitent merveilleusement ces écueils, Gianluca Virgilio fait à l'évidence partie de ceux-là. Lorsque dans Enfance salentine il évoque ses souvenirs personnels de « la première saison de sa vie » dans le Salento des années 60-70 du XXe siècle, ce qu'il puise dans sa propre existence, c'est la matière d'une œuvre littéraire, donnant juste à voir, dans l'acte d'écrire, le spectacle de sa propre conscience. Et dans la mesure où des sinuosités de l'écriture se dégage l'image d'un être plus soucieux d'authenticité que de gloire, l'espace autobiographique ainsi créé – là où reprend vie ce qui était voué à l'oubli – accueille tout naturellement le lecteur.

 

Le lecteur d'Enfance salentine ne trouvera rien de spectaculaire sous la plume de Gianluca Virgilio. Celui-ci s'adresse à lui comme on le ferait avec un ami de longue date, simplement, pour évoquer les lieux d'autrefois, redonner une chaude présence aux êtres disparus, partager le souvenir des expériences passées, sans volonté d'impressionner qui que ce soit.

En ce qui concerne le cadre géographique par exemple, le lecteur ne lira aucune description pittoresque et idéale, mais une invitation à le découvrir au rythme de la propre curiosité de l'enfant ou de l'adolescent désireux de s'approprier les lieux où il vit. Essentiellement circonscrits à Galatina, avec quelques extensions à Corigliano d'Otrante, chez les grands-parents maternels, et à Leuca, la station balnéaire où la famille passe le mois d'août, ils constituent l'univers de l'enfant, son premier contact avec le monde que Gianluca Virgilio devenu adulte parvient à décrire en se remémorant tout, la végétation, les odeurs, les lumières changeantes selon les conditions climatiques particulières, avec une telle exactitude pointilleuse que le lecteur lui aussi finit par s'y trouver comme chez lui.

Le milieu familial est évoqué avec le même naturel. Les moyens matériels sont modestes mais suffisants pour pouvoir profiter des plaisirs simples de l'existence, et dans les années 1960-70, le Sud de l'Italie aussi connaît un contexte économique relativement favorable qui permet l'accès à la voiture personnelle, aux vacances au bord de la mer et même à la possession de la maison longtemps désirée. Même si l'auteur n'occulte rien des relations tendues entre son père et la famille de sa mère par exemple, ni de l'approche différente face à l'existence entre un père lettré et une mère plus pragmatique, c'est sans aucune mise en scène ni dramatisation, sans jugement mais au contraire telles qu'il les a perçues dans la naïveté de ses jeunes années, ce qui n'exclut pas le regard amusé de l'adulte, la distance créée par l'humour se mêlant heureusement à la sincérité de son affection.

Gianluca Virgilio fait aussi participer le lecteur à l'insouciance de ses jeux avec les petits garçons de son quartier, à l'ambiance colorée des fêtes locales traditionnelles animées de tout un petit peuple plein de vitalité, aux rencontres particulières entre adolescents lors des vacances, autant d'expériences propres à dresser une galerie de portraits contrastés, drôles ou attendrissants, de tant d'êtres côtoyés autrefois, puis disparus de son univers, mais pas oubliés, tels Uccio Pensa, les deux Marie, la famille Brambilla, etc.

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