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Programma aggiornato di marzo e ordine del giorno della prossima assemblea
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"La signora dello zoo di Varsavia" al cineforum dell'Università Popolare
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Programma gennaio 2019
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Stagione teatrale a Cavallino
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Senza Darwin la cultura è a metà (17 gennaio 2017) PDF Stampa E-mail
Ecologia
Scritto da Ferdinando Boero   
Martedì 17 Gennaio 2017 16:37

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di martedì 17 gennaio 2017]

 

La notte dei licei classici è un successone, e greco e latino diventano l’avamposto della cultura nazionale. Giustissimo. Ma bastano i classici greci e latini per dare una cultura? Ho appena finito l’ultimo libro del premio Nobel Dario Fo, l’ho divorato. E’ un libro su Darwin. Dario (lo chiamo per nome perché questo libro mi ha fatto diventare suo amico) si sorprende di come sia poco riconosciuta l’importanza capitale del pensiero darwiniano e della teoria dell’evoluzione. Si sorprende forse perché anche lui se n’è accorto tardi: non mi pare che ne abbia mai parlato prima. Darwin era un fanatico della precisione e si sarebbe irritato a vedere che il nome scientifico del pesce volante, nel libro, sia Exocetidae, il nome di una famiglia, non di una specie. E poi Dario parla di decine di specie di questi pesci che si librano in volo, ma voleva dire individui, non specie. C’è una bella differenza. Il modo con cui Dario descrive l’evoluzione del volo nei pesci è l’esatto contrario di come vanno le cose, in evoluzione. Un animale non può “decidere” di volare, gli evoluzionisti direbbero che è una spiegazione teleologica. E la cooperazione che Dario descrive come forza primaria dell’evoluzione, al posto della competizione, non rende giustizia a Darwin. Dario parla di cooperazione tra individui della stessa specie sociale, ma generalizza un caso molto particolare. La selezione naturale si basa proprio sulla competizione. Poco male, comunque.

Il libro di Dario non vuole essere un testo che spiega l’evoluzione, e i suoi errori di interpretazione del pensiero evolutivo confermano la sua tesi: la teoria dell’evoluzione non fa parte della nostra cultura. Nomina Letizia Moratti e le attribuisce, giustamente, l’onta di aver tolto l’evoluzione dai programmi della scuola dell’obbligo quando coprì il ruolo di ministro della pubblica istruzione. Ma Moratti non fu la sola. Poi toccò a un vicepresidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche dichiarare tramontata l’ipotesi (così la chiamò) dell’evoluzione. In un delirante libro pagato con i soldi del CNR. Fu l’Accademia Pontificia delle Scienze a difendere l’evoluzione dagli attacchi del vicepresidente del CNR! Forse Dario non se ne accorse, perché sarebbe stata una bella farsa, da mettere sul palcoscenico: il Vaticano, con la sua Accademia scientifica, difende l’evoluzione dagli attacchi del vicepresidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Mi chiederete: ma chi aveva messo un legionario di Cristo alla vicepresidenza del CNR? Risposta: Mariastella Gelmini. Prima Moratti e poi Gelmini si accaniscono contro Darwin, da ministre della pubblica istruzione. Lo fece anche Antonino Zichichi, affermando che, visto che non c’è la formula dell’evoluzione, allora l’evoluzionismo non è una scienza! Gli evoluzionisti ci hanno provato in tutti i modi, per esempio con il Darwin Day, il 12 febbraio, data del compleanno di Darwin, a mostrare l’importanza del pensiero evoluzionista. Ma le prediche arrivano a chi è già convertito, e l’ignoranza rimane rampante nella stragrande maggioranza della popolazione, come nota anche Dario nel suo libro. Se stiamo distruggendo le premesse per la nostra stessa sopravvivenza, con assurde corse alla crescita infinita, è per ignoranza delle leggi della natura che Darwin ha così mirabilmente disvelato. Ma non basta avere avuto una grande, grandissima idea. Non basta che essa si affermi in modo incontrovertibile nella scienza. Bisogna che sia compresa da tutti e diventi bagaglio culturale di tutti, assieme ai classici latini e greci. Invece, con ottusa volontà suicida, ci rifiutiamo di aprire gli occhi sul nostro posto nella natura, e lavoriamo alacremente per creare le premesse per mutare le condizioni che permettono il nostro benessere. L’idea di Darwin ci può salvare. Ignorarla è molto pericoloso. Da una parte fuggiamo in avanti e bruciamo le conoscenze acquisite (come fecero Moratti, Gelmini e Zichichi) dall’altra ci rifugiamo in un lontano passato nell’illusione che basti per formare le menti. Giustissimo leggere i classici greci e latini, ma fermarsi lì e non conoscere Darwin e le leggi della natura significa avere una cultura a metà.


Vie traverse 10. Gita a Leuca PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Giovedì 19 Gennaio 2017 16:24

Alba

Ieri sera, di ritorno da Leuca, ero molto stanco per mettermi a scrivere, ma stamane mi sono svegliato presto con l’intenzione di raccontare la mia gita a Leuca in compagnia di Sofia. Ornella, durante la notte, a causa del gran caldo, aveva lasciato la finestra aperta per far entrare dal giardino un po’ di aria fresca, e così, all’alba, gli uccelli che dormono negli alberi e la luce del sole (sebbene la nostra stanza da letto volga a ponente) mi hanno svegliato qualche ora prima del solito. Sono rimasto disteso ancora per mezz’ora, ripassando nelle mente le immagini che avevo riportato con me, poi mi sono alzato pensando a quel detto famoso, il mattino ha l’oro in bocca, col desiderio di scrivere, per leggere poi a Ornella, Giulia e Sofia, al loro risveglio, il resoconto della nostra passeggiata a Leuca. Ho fatto colazione, ho dato da mangiare un po’ di granturco a Colombina, una colomba che da tempo si è stanziata qui da noi e già all’alba si mette a tubare e richiede del cibo, e alle due tartarughe, Ugo e Uga (così le chiamano le mie figlie), che rumoreggiavano muovendosi nella loro vasca, ed ora, mentre tutti dormono, sono qui che scrivo.

 

All’avventura

Ieri pomeriggio, dunque, verso le cinque, poco prima che uscissi di casa, Giulia mi ha chiesto dove stessi andando. Le ho risposto che andavo a fare un giro in moto, ma non sapevo dove, andavo così, “all’avventura”, senza una meta precisa – in realtà avevo in mente di andare a Leuca -. Le ho proposto di venire con me, ma lei mi ha risposto che se non le dicevo dove di preciso avevo intenzione di andare, non sarebbe venuta. Nel corso dell’estate, Giulia, che ha undici anni, ha preso la brutta abitudine, ogniqualvolta esco di casa, di farmi questa domanda: - Dove stai andando? -, che sarebbe del tutto legittima, se non la facesse contemporaneamente a me, ad Ornella, poi ancora a zia Milena, ed infine a nonna Giovanna, riservandosi il diritto di scegliere a chi aggregarsi unicamente in base all’appetibilità della metà che le si propone. Giulia va con chi le offre un piacere, o meglio, un’aspettativa di piacere maggiore; ragion per cui, per mostrarle il mio disappunto, io ho deciso di non dirle la meta cui ero diretto. Dal momento che nonna Giovanna aveva preso accordi con Ornella per andare a Lecce a fare un giro dei negozi – siamo in tempo di saldi -, sapevo già che Giulia avrebbe rifiutato il mio invito. Invece, Sofia, che ha otto anni, ha accettato di venire con me “all’avventura”, e così, dopo aver messo nella borsa una bottiglia d’acqua gelata, che nelle ore seguenti si sarebbe sciolta divenendo bevibile, un cambio di robe e un telo da bagno, siamo partiti per Leuca, senza dir nulla a Ornella, che altrimenti si sarebbe preoccupata sapendo che avevo scelto una meta così lontana da Galatina. Le avrei telefonato una volta giunti a destinazione.

Quando già eravamo in moto, ho detto a Sofia che pensavo di andare a Leuca, dove avrei voluto trascorrere con lei l’intero pomeriggio, fino a sera. Lei subito si è dichiarata entusiasta, perché a Leuca, essendo piuttosto distante da Galatina (circa sessanta chilometri), non ci si va ogni giorno, ma una volta ogni tanto, e questo aumenta il piacere della gita al mare. Poi, l’idea di rimanere fino a sera fuori di casa l’ha fatta andare in visibilio.

 

Strade e superstrade

Da Galatina ci si può recare a Leuca percorrendo due strade: la prima, più breve, immettendosi a Soleto o a Corigliano d’Otranto sulla Lecce-Maglie-Leuca; la seconda, di qualche chilometro più lunga rispetto alla prima, prendendo dopo Galatone la Lecce-Gallipoli-Leuca: due superstrade a scorrimento veloce, che ti portano a Leuca in meno di un’ora. Questa volta, però, ho scelto di fare una strada diversa, perché non avevo nessuna fretta di arrivare subito a Leuca, ma intendevo godermi il viaggio in moto, percorrendo vie secondarie, meno battute dalla massa dei vacanzieri. Ho imboccato, dunque, la strada per Sogliano Cavour, tirando dritto, senza prendere la circonvallazione, e passando per il centro del paese fino a Cutrofiano.

Fino a Cutrofiano non mio sento affatto in un territorio diverso da quello nel quale vivo. Cutrofiano, con tutte le campagne che gli fanno da contorno, per me è un prolungamento del territorio di Galatina, insieme a Sogliano, Soleto ed Aradeo – il che, se non mi dà certo la sensazione di vivere in una grande città, perché in realtà ogni paese conserva la sua identità e ne è geloso, almeno mi permette di effettuare i miei spostamenti da un campanile all’altro con un senso di familiarità che, in altri luoghi del Salento, cioè già pochi chilometri più in là rispetto ai paesi che ho nominato, non avverto.

Uscendo da Sogliano subito vedi il campanile di Cutrofiano, che funziona come punto di riferimento fisso per coloro che si dirigono in quella direzione, sia che provengano da Galatina, sia che provengano da Supersano, da Aradeo o da Maglie, cioè dai quattro punti cardinali. A Cutrofiano, che abbiamo attraversato da nord a sud, eludendo tutta la segnaletica che ci consigliava di fare un giro più largo, abbiamo preso la strada per Supersano e poi per Ruffano. La Galatina-Ruffano, prosecuzione verso sud della statale Lecce-Galatina, ha suppergiù un secolo e mezzo di vita. I Galatinesi della seconda metà dell’Ottocento, ai tempi della vignetazione, riuniti in consorzio con altri comuni della zona, vi profusero non pochi denari per aprirla, e avevano ragione di farlo, perché quella strada porta nel cuore del Capo di Leuca, i cui paesi, grazie ad essa, venivano ad essere collegati direttamente alla città di Galatina e al capoluogo di provincia. Ed invece i nostri progenitori hanno lavorato invano, perché questa strada appare pressoché deserta nelle diverse stagioni dell’anno. Di tanto in tanto incontri un’auto proveniente da Supersano o da Ruffano, ma si tratta di un traffico interpaesano, poiché il traffico veloce e di lunga distanza, quello proveniente dai paesi del Capo che quella strada avrebbe dovuto convogliare verso Galatina, è assorbito dalle due arterie maggiori, le superstrade Lecce-Maglie-Leuca e Lecce-Gallipoli-Leuca.

In cuor mio non la smetterò mai di notare la solitudine di questa strada, il suo aristocratico distacco da ogni funzione utilitaristica, un utile a cui già da molto tempo sembra aver rinunciato. Attraversi un oliveto ininterrotto fino a pochi chilometri dai paesi, dove lascia il posto alla vigna, che il paesano ama tenere sempre vicino a casa, e pensi che, se al posto della strada di asfalto ci fosse un tratturo di campagna, pochi se ne lamenterebbero, e il danno per l’economia del territorio sarebbe irrilevante. Questa strada sembra davvero sprecata per i rari camion che trasportano le olive o l’uva nel tempo della raccolta. Ma tant’è, la strada è stata aperta, e ora è un piacere percorrerla a quell’ora del pomeriggio. E’ un lungo rettilineo – da questo deduci che la strada è il frutto della modernità ottocentesca, come un rettifilo che abbia sventrato non una città, ma un oliveto; viceversa una strada piena di curve, rispettosa dei vincoli agrari, è una strada medievale -, che si percorre all’ombra di alti e frondosi olivi grazie ai quali i raggi del sole, fisso alla tua destra, sono resi inoffensivi, tra un continuo frinire di cicale invisibili a occhio nudo, che sembrano passarsi il testimone del loro canto e inseguire a ruota il viaggiatore, anche il più veloce. Nelle vicinanze dei paesi gli uomini hanno costruito le loro casette, dove d’estate trascorrono la villeggiatura, che è un modo non ozioso di star dietro ai lavori della campagna. Poi, dopo qualche chilometro, l’oliveto ritorna padrone del paesaggio. Non c’è mai nessuno in questi boschi di ulivi, se non nel tempo della raccolta e della rimonda, pochi giorni all’anno. Per il resto gli alberi fanno tutto da sé, senza richiedere l’aiuto dell’uomo. E’ vero, c’è qualcuno che innaffia l’oliveto, come si deduce dai tubi legati ai tronchi, ma potrebbe anche non farlo, come accadeva non molti anni fa, quando nessuno lo innaffiava, tanto l’olivo trova ugualmente la forza di sopravvivere e di produrre il suo frutto.

Questo lungo rettilineo semideserto incrocia solo un paio di strade, la Gallipoli-Maglie prima e, dopo qualche chilometro, all’altezza di Supersano, la Casarano-Nociglia, che innervano il territorio da ovest a est, superando la dorsale delle Serre increspanti da nord a sud il basso Salento fino a Leuca. Si incontra, infine, prima di arrivare a Supersano, una svolta per Scorrano, ma l’incrocio passa inosservato, poiché sembra l’imbocco di una strada interpoderale più che una via di comunicazione tra paesi diversi.

 

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Domande e risposte - (29 gennaio 2017) PDF Stampa E-mail
Linguistica
Scritto da Rosario Coluccia   
Lunedì 30 Gennaio 2017 17:35

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di domenica 29 gennaio 2017, p. 9]

 

Di mestiere faccio il linguista. Da quando questa rubrica appare su «Nuovo Quotidiano» ricevo molte lettere di lettori che segnalano fenomeni singolari o impropri della lingua ascoltati in radio o in televisione, letti sui giornali, in rete e perfino nei libri. O riflettono sull’italiano che essi stessi usano. La cosa mi piace, è bello che gli italiani discutano su «che lingua fa» (come parlano di «che tempo fa»), è segno di appartenenza e di identità: ci interroghiamo sui nostri comportamenti linguistici, se la riflessione diventa un’abitudine la applicheremo a tutte le forme del vivere collettivo, saremo più consapevoli, aumenterà la democrazia. Commentiamo un paio di lettere.

1. Un caro amico, matematico della nostra università, mi scrive. «Mi scuso se torno a scrivere su questioni di lingua. Uso sistematicamente la “i” eufonica: dico e scrivo abitualmente in istrada, in Ispagna, in Isvezia, in ispecie, in Iscozia, in iscuola…. So che a molti, in primo luogo ai miei figli, sembra una maniera antiquata di esprimersi, ma sono stato abituato cosí e a me piace. Tuttavia, vi sono espressioni nelle quali non solo non mi verrebbe in mente di usarla, ma addirittura mi suonerebbe stonata; mi vengono in mente in Statistica (matematica), in spagnolo. Mi domando se ciò accada perché le parole dei primi esempî sono bisillabi, mentre statistica e spagnolo hanno tre sillabe; o è forse questa una regola che mi sono inventato io e che non ha alcun fondamento». Chi scrive è persona discreta, non ama mettersi in mostra, mi chiede di non fare il suo nome, pur se la lettera è firmata. Rispetto la sua volontà.

Il fenomeno descritto si chiama prostesi, indica l’aggiunta di un elemento non etimologico (la i-) all’inizio di una parola che comincia per s- complicata (cioè seguita da un'altra consonante), quando precedono con, in, per o altra parola uscente in consonante. Come negli esempi che abbiamo visto e in altri: per ischerzo, con isdegno, per iscritto, ecc. Serve ad evitare sequenze di suoni non abituali nell’italiano, come [n+str] (in strada), [r+sk] (per scherzo), ecc. La parola italiana prostesi nasce dal latino prosthesi(n), a sua volta dal greco prosthesis ‘aggiunta’: accade spesso, una massa imponente di parole italiane deriva dal latino che a sua volta le ha prese dal greco. Basterebbe questo per giustificare l’insegnamento delle lingue classiche nelle scuole, che non consiste nell’imparare a memoria desinenze e coniugazioni astruse. Ben guidati da professori intelligenti, i ragazzi si abituerebbero a riflettere sulla storia dell’italiano, imparerebbero molte cose su passato e presente, sui rapporti tra civiltà diverse, sulla storia e sulla geografia.

Torniamo a noi. La forma prostesi è connessa con protesi (parola che conosciamo meglio). Il verbo greco è il medesimo, tithénai ‘porre’: cambia il segmento iniziale prós ‘verso’ nel primo caso, pró ‘davanti’ nel secondo. Il fenomeno della prostesi è in declino nell’italiano contemporaneo, sopravvive in alcune locuzioni cristallizzate come per iscritto (frequente nell’italiano burocratico). L’italiano attuale tende a ridurre la gamma delle varianti formali, specie quelle condizionate dal contesto: così tra la forma Ispagna (possibile solo dopo parola che termini per consonante) e Spagna (possibile sempre), la seconda prevale (una specie di selezione naturale delle parole).

Il matematico che ha posto la domanda usa un italiano colto e forbito. Guardate la sua lettera: scrive cosí (con l’accento acuto) e esempî (con l’accento circonflesso). Sono forme corrette, un tempo diffuse, oggi meno usate rispetto a così (con l’accento grave) e a esempi (senza accento). Si possono usare le une e le altre, dipende dai nostri gusti e dalle circostanze. Vale per la lingua come vale, per esempio, per le scelte del vestire. Possiamo vestirci in modi diversi, purché adeguati alle circostanze: nessuno andrebbe a un funerale vestito da pagliaccio. La lingua è variabile, può essere usata in modo diverso a seconda delle situazioni e delle inclinazioni personali. A condizione che non si commettano errori: nessuno può dire o scrivere se io avrebbi saputo, è sempre sbagliato.

2. Il prof. Luigi Pranzo, di Torre Santa Susanna, osserva che nello scritto e nell’orale coesistono frasi come «Il contributo delle famiglie ha continuato a calare...» e «Il contributo delle famiglie è continuato a calare...» e si chiede se siano entrambe accettabili oppure se si debba preferire l’una all’altra. La domanda non è peregrina: le grammatiche, anche le migliori, non danno regole precise che permettano di stabilire a priori quale ausiliare debba essere usato con ciascun verbo intransitivo (è il caso di continuare). Neanche la consultazione dei vocabolari aiuta a risolvere il dubbio. Alcuni indicano solo l’ausiliare essere («la pioggia è continuata per tutta la notte»); altri affermano che “seguito da v. impers. assume valore impers. («ha/è continuato a nevicare tutto il giorno»)”; altri che l’ausiliare cambia a seconda del significato del verbo: ‘durare, non smettere, non cessare’ richiede essere («la pioggia è continuata per tutta la notte »), ‘perseverare, insistere, persistere’ richiede avere («quell’uomo ha continuato con le sue provocazioni»); altri ancora distinguono: si usa avere quando è riferito a persona («quell’uomo ha continuato con le sue provocazioni»), essere o avere quando è riferito a cosa («la battaglia ha continuato / è continuata per ore»). In sostanza, direi che continuare intransitivo ammette l’uso di entrambi gli ausiliari, la coesistenza negli esempi indicati dal prof. Pranzo è consentita. Del resto l’uso oscillante di essere o avere è normale con i verbi che indicano fenomeni metereologici (piovere, nevicare, lampeggiare, tuonare, grandinare, ecc.). Ecco gli esempi: «aveva nevicato tutta la mattina» (Moravia); «la mattina era piovuto» (Cassola) [da Luca Serianni, Grammatica italiana, p. 333]. Qualcuno suggerisce di adottare essere per indicare un’azione momentanea o comunque breve o non specificata nella sua durata («ieri finalmente è piovuto») e invece di usare avere» quando si indica un’azione prolungata («ieri ha piovuto per quattro ore»). Ma non è una regola, è una pedanteria inutile.

Riflettere sui processi in atto nella lingua serve a metterci in guardia dall’uso maldestro o inefficace dell’italiano. Per opporsi a tale fenomeno non servono le lamentele, frequenti nell’opinione comune e a volte rimbalzanti perfino sui media, per l’ “imbarbarimento” a cui la lingua andrebbe oggi incontro. Non ci sono barbari nei nostri confini, ma per diffondere a tutti i livelli l’uso appropriato e ricco dell’italiano è necessario impegnarsi, a partire da scuola e università, che sono fondamentali. E agire concretamente.

Così fanno associazioni meritorie (Accademia della Crusca, Accademia dei Lincei, Società Dante Alighieri, Associazione per la Storia della lingua Italiana), così fanno studiosi di eccezionale levatura intellettuale e di forte impegno civile. Mi limito a due soli nomi, veri punti di riferimento. Tutti i media nazionali (e anche il nostro giornale, due volte, il 6 e il 7 gennaio) hanno ricordato l’opera esemplare di Tullio De Mauro, una vita dedicata all’educazione linguistica. Si impegna sugli stessi temi Francesco Sabatini, presidente onorario dell’Accademia della Crusca, che anche il grande pubblico conosce per la trasmissione televisiva domenicale «Mattina in famiglia». Decenni fa Sabatini ha insegnato nella nostra università, è legato al Salento, vi torna spesso. Sarà nel Liceo Scientifico «Leonardo da Vinci» di Maglie il 1 febbraio (invitato da una bravissima dirigente scolastica, la prof. Annarita Corrado), occasione straordinaria per gli insegnanti e per gli studenti.

 

p.s.: per domande o riflessioni sulla lingua italiana (e sui dialetti) scrivete a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . I temi più stimolanti e di interesse generale saranno commentati su questo giornale.

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SAGGI DI CRITICA DELLA POLITICA ECONOMICA 180 - (19 gennaio 2017) PDF Stampa E-mail
Economia
Scritto da Guglielmo Forges Davanzati   
Venerdì 20 Gennaio 2017 12:32

Credito e Mezzogiorno

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di giovedì 19 gennaio.2017]

 

Negli ultimi mesi, i principali media italiani hanno dedicato ampio spazio al problema delle ‘sofferenze’ del sistema bancario italiano (ovvero dei crediti deteriorati o non esigibili) e del Monte dei Paschi di Siena, in particolare. Si tratta evidentemente di un problema di massima rilevanza, che rischia però di oscurare un problema correlato, che attiene alla non risolta questione della restrizione del credito nel Mezzogiorno.

SVIMEZ certifica che l’economia del Mezzogiorno cresce sistematicamente meno di quella del Centro-Nord da quasi dieci anni, che le migrazioni, soprattutto giovanili e soprattutto di individui con elevato titolo di studio, sono in continuo aumento, a fronte della crescente precarizzazione delle condizioni di lavoro per chi non può o non vuole emigrare. E’ tristemente emblematico, in tal senso, il dato recentemente diffuso dall’INPS sulla vertiginosa crescita dei buoni lavoro (voucher) venduti nel corso dell’ultimo anno: effetto probabilmente inatteso del Jobs Act, che, tuttavia, ne ha esteso la platea dei potenziali beneficiari. La spirale perversa nella quale il Mezzogiorno è precipitato parte dalla caduta della domanda interna, conseguente allo scoppio della prima crisi del 2007-2008 e accentuata dalle politiche di austerità. Le quali, sotto forma di compressione della spesa pubblica e di aumento della tassazione, sono state attuate in misura più intensa proprio nella macroregione italiana maggiormente colpita dalla crisi.

La caduta della domanda interna ha ridotto i mercati di sbocco per le imprese meridionali, che, nella gran parte dei casi, non sono orientate alle esportazioni e, dunque, vendono su mercati locali. Ne è derivata la compressione dei loro profitti – oltre a un’ondata quasi senza precedenti di fallimenti – e la crescente difficoltà di restituire i debiti contratti con il sistema bancario. Si consideri, a riguardo, che il credito bancario, nel Mezzogiorno, è la principale fonte di finanziamento degli investimenti: ben poche sono le imprese quotate in Borsa (che dunque possono finanziare la loro produzione attraverso la vendita di titoli sui mercati finanziari) e modeste sono le fonti di autofinanziamento, derivanti dai profitti realizzati. Non è sorprendente, in tale condizione, che le banche abbiano reagito o riducendo i prestiti o aumentando i tassi di interesse, al fine di compensare l’aumento del rischio di insolvenza dei debitori.

La dinamica che si è generata (e continua a generarsi) ha natura cumulativa: si riduce l’offerta di credito – e, per il peggioramento delle aspettative delle imprese, si riduce anche la domanda di credito – si riducono gli investimenti, l’occupazione, la domanda interna e i profitti, ponendo il sistema bancario nella condizione di aumentare ulteriormente i tassi di interesse (o ridurre ulteriormente l’erogazione di prestiti) per la riduzione della solvibilità delle imprese.

Le autorità europee e i governi italiani che si sono succeduti negli ultimi anni hanno ritenuto che si tratta di un problema di “liquidity risk”, ovvero di sottocapitalizzazione del sistema bancario e che, in quanto tale, vada risolto immettendo liquidità nei bilanci delle banche con maggiori sofferenze: ovvero quelle nei cui bilanci è maggiore l’incidenza di crediti inesigibili. Si tratta di una misura molto discutibile, che può generare effetti perversi e, a ben vedere, li sta già generando. Ciò soprattutto perché la ricapitalizzazione del sistema bancario implica un aumento della spesa pubblica, dal momento, che – come si è da ultimo registrato nel caso del Monte dei Paschi di Siena – le c.d. soluzioni di ‘salvataggio di mercato’ (ovvero il recupero di fondi da parte di operatori privati) sono di difficile praticabilità. E l’aumento della spesa pubblica può comportare un aumento del debito pubblico, senza alcun beneficio né diretto né indiretto né per i lavoratori né per le piccole imprese, e a maggior ragione né per i lavoratori meridionali né per le imprese meridionali. Anzi: l’aumento del debito pubblico – dati i vincoli posti alla sua espansione nei Trattati europei – è da finanziarsi attraverso l’aumento dell’imposizione fiscale, che, di norma, grava appunto su piccole imprese e lavoratori. In sostanza, il salvataggio pubblico di banche ha effetti redistributivi a vantaggio evidentemente delle banche e a danno evidentemente dei contribuenti. Si potrebbe aggiungere che si tratta di un provvedimento dai discutibili risvolti etici, dal momento che di fatto premia (o non sanziona) la cattiva gestione di Istituti di credito a danno di soggetti o gruppi sociali che di tale cattiva gestione sono semmai le vittime.

La questione andrebbe declinata in senso opposto: la sottocapitalizzazione del sistema bancario è il risultato del “solvency risk”, ovvero della crescita delle insolvenze delle imprese, a sua volta imputabile alla caduta della domanda e alla compressione dei margini di profitto. Bankitalia stima, a riguardo, che i c.d. non performing loans – ovvero i crediti inesigibili – sono pari a circa il 18% dei crediti complessivamente erogati. Si tratta, da questo punto di vista, semmai di salvare i clienti per salvare le banche.

Se la questione si pone in questi termini, è evidente che l’aumento della spesa pubblica non debba essere destinata alla ricapitalizzazione del sistema bancario ma a misure destinate ad ampliare il mercato interno, sotto forma, ad esempio, di aumento di salari e stipendi e maggiore regolamentazione del mercato del lavoro. E ciò andrebbe fatto soprattutto nel Mezzogiorno, giacché è in quest’area che il problema della restrizione del credito, e della conseguente recessione, è più intenso. Si potrebbe obiettare che, in assenza di un intervento pubblico di sostegno al sistema bancario, si metterebbe seriamente a rischio la sua tenuta, con presunti conseguenti fallimenti bancari che danneggerebbero risparmiatori e imprese più di quanto danno subiscano nelle condizioni date. Questa tesi si imbatte in una duplice critica. Innanzitutto, non tutte le banche italiane sono a rischio di fallimento e, anzi, per quanto risulta possibile accertare attraverso gli stress test del luglio scorso, il sistema bancario più fragile dell’Eurozona non è quello italiano, se si esclude Unicredit e Monte dei Paschi di Siena (con risultati estremamente preoccupanti e per molti aspetti sorprendenti per Deutsche Bank). In secondo luogo, il salvataggio pubblico crea problemi di ‘azzardo morale’, ovvero incentiva eccessive assunzioni di rischio da parte dei singoli Istituti di credito, che, attendendosi interventi esterni in caso di aumento delle perdite, non avrebbero alcun interesse a una gestione efficiente. Ma, più in generale, va rimarcato il fatto che il problema origina, in ultima istanza, dal fatto che le banche, da ormai molti e troppi anni, hanno sostanzialmente smesso di fare ciò che ci si aspetta che facciano - erogare credito a imprese e famiglie – per scegliere la via più semplice della speculazione sotto l’ombrello protettivo dello Stato.


Lorenzo Tundo intervista il dott. Alberto Fachechi PDF Stampa E-mail
Archivio attività
Scritto da Beatrice Stasi   
Martedì 08 Maggio 2018 07:39

Riceviamo e volentieri pubblichiamo l'intervista al dott. Alberto Fachechi curata da Lorenzo Tundo, che sta partecipando con assiduità e interesse alle nostre iniziative culturali, per un progetto di Alternanza Scuola- Lavoro avviato col Liceo Scientifico A. Vallone.

LORENZO TUNDO

INTERVISTA AL DOTT. ALBERTO FACHECHI

Lunedì 9 aprile il dott. Alberto Fachechi, laureato in Fisica Teorica presso l’Università del Salento, ha aperto la sua conferenza illustrando il mondo dei sistemi complessi e della intelligenza artificiale. Senza indugio ho posto all’ospite alcune domande:

 

- Può sintetizzarci il modo in cui ci presenterà le sue ricerche durante la conferenza di questa sera?

- Questa sera tratterò il mio tema di ricerca sulla complessità, in particolare sulla fisica dei sistemi complessi, cioè di quei sistemi fisici che hanno molte applicazioni nel vivere quotidiano.

- Quale interesse lo ha motivato verso lo studio di questo ramo della fisica?

- Potrei dire per puro caso, in quanto sto seguendo il dottorato presso l’Università del Salento. Il mio percorso è stato abbastanza atipico, ho iniziato a studiare fisica teorica in quanto fortemente interessato alla gravità quantistica e alla teoria delle stringhe. Successivamente ho conosciuto un nuovo ricercatore del dipartimento di fisica interessato ai sistemi complessi e all’intelligenza artificiale che mi ha stimolato ad approfondire la ricerca ed oggi ho il piacere di parlarne a voi.

- Perciò lei parlerà in sostanza di fisica?

- Sì ma non solo. Il campo generale è quello della fisica, però vi sono molte applicazioni in numerosi ambiti di ricerca differenti, dalla medicina alla sociologia ed all’ingegneria. Credo che il vantaggio di un fisico teorico sia quello di poter utilizzare un linguaggio generale, creando dei modelli tramite l’astrazione dalla realtà come reti informatiche, reti sociali e appunto l’intelligenza artificiale.

- In quale campo scientifico l’intelligenza artificiale ha un impatto maggiore?

- Riteniamo che uno dei campi fondamentali in cui interviene l’intelligenza artificiale sia la cosiddetta “Big data analysis“, ossia l’analisi di grandi quantità di informazioni: studi di questo tipo sono effettuati per esempio da Facebook o qualsiasi social network per progettare pubblicità o consigli mirati utilizzando particolari algoritmi. L’intelligenza artificiale in questo caso individua autonomamente i gusti di un particolare individuo e propone contenuti personalizzati.

- Leggendo i giornali ed informandomi anche online ho appreso che l’intelligenza artificiale sta riscuotendo un grande successo nella robotica. È così?

- Certamente, anche se non mi occupo direttamente di questo ramo scientifico. In questo caso parliamo anche dell’interazione tra l’uomo e la macchina, in cui si mettono in campo tecnologie (come ad esempio il riconoscimento facciale e vocale) largamente utilizzate negli smartphone di ultima generazione. Ma possiamo anche pensare a protesi artificiali “intelligenti” per chi ha perso un arto, le quali riescono ad imparare e successivamente interpretare gli stimoli nervosi e ad agire di conseguenza rispondendo ai comandi.

Ho ringraziato il dott. Fachechi per averci illustrato una disciplina di grande importanza quale è la fisica. Ha suscitato interesse tra il pubblico l’informazione sui sistemi termodinamici che si fondano sulla trasformazione del calore in lavoro, come gli smartphone i computers e tutti i dispositivi elettronici.  È stata una grande opportunità per capire il meccanismo di un sistema “complesso”, quale le reti informatiche, le interazioni sociali ed apprendere quanto l’intelligenza artificiale sia indispensabile nel campo della medicina, delle telecomunicazioni e dei trasporti.


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