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I mille racconti


Vie traverse 10. Gita a Leuca PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Giovedì 19 Gennaio 2017 16:24

Alba

Ieri sera, di ritorno da Leuca, ero molto stanco per mettermi a scrivere, ma stamane mi sono svegliato presto con l’intenzione di raccontare la mia gita a Leuca in compagnia di Sofia. Ornella, durante la notte, a causa del gran caldo, aveva lasciato la finestra aperta per far entrare dal giardino un po’ di aria fresca, e così, all’alba, gli uccelli che dormono negli alberi e la luce del sole (sebbene la nostra stanza da letto volga a ponente) mi hanno svegliato qualche ora prima del solito. Sono rimasto disteso ancora per mezz’ora, ripassando nelle mente le immagini che avevo riportato con me, poi mi sono alzato pensando a quel detto famoso, il mattino ha l’oro in bocca, col desiderio di scrivere, per leggere poi a Ornella, Giulia e Sofia, al loro risveglio, il resoconto della nostra passeggiata a Leuca. Ho fatto colazione, ho dato da mangiare un po’ di granturco a Colombina, una colomba che da tempo si è stanziata qui da noi e già all’alba si mette a tubare e richiede del cibo, e alle due tartarughe, Ugo e Uga (così le chiamano le mie figlie), che rumoreggiavano muovendosi nella loro vasca, ed ora, mentre tutti dormono, sono qui che scrivo.

 

All’avventura

Ieri pomeriggio, dunque, verso le cinque, poco prima che uscissi di casa, Giulia mi ha chiesto dove stessi andando. Le ho risposto che andavo a fare un giro in moto, ma non sapevo dove, andavo così, “all’avventura”, senza una meta precisa – in realtà avevo in mente di andare a Leuca -. Le ho proposto di venire con me, ma lei mi ha risposto che se non le dicevo dove di preciso avevo intenzione di andare, non sarebbe venuta. Nel corso dell’estate, Giulia, che ha undici anni, ha preso la brutta abitudine, ogniqualvolta esco di casa, di farmi questa domanda: - Dove stai andando? -, che sarebbe del tutto legittima, se non la facesse contemporaneamente a me, ad Ornella, poi ancora a zia Milena, ed infine a nonna Giovanna, riservandosi il diritto di scegliere a chi aggregarsi unicamente in base all’appetibilità della metà che le si propone. Giulia va con chi le offre un piacere, o meglio, un’aspettativa di piacere maggiore; ragion per cui, per mostrarle il mio disappunto, io ho deciso di non dirle la meta cui ero diretto. Dal momento che nonna Giovanna aveva preso accordi con Ornella per andare a Lecce a fare un giro dei negozi – siamo in tempo di saldi -, sapevo già che Giulia avrebbe rifiutato il mio invito. Invece, Sofia, che ha otto anni, ha accettato di venire con me “all’avventura”, e così, dopo aver messo nella borsa una bottiglia d’acqua gelata, che nelle ore seguenti si sarebbe sciolta divenendo bevibile, un cambio di robe e un telo da bagno, siamo partiti per Leuca, senza dir nulla a Ornella, che altrimenti si sarebbe preoccupata sapendo che avevo scelto una meta così lontana da Galatina. Le avrei telefonato una volta giunti a destinazione.

Quando già eravamo in moto, ho detto a Sofia che pensavo di andare a Leuca, dove avrei voluto trascorrere con lei l’intero pomeriggio, fino a sera. Lei subito si è dichiarata entusiasta, perché a Leuca, essendo piuttosto distante da Galatina (circa sessanta chilometri), non ci si va ogni giorno, ma una volta ogni tanto, e questo aumenta il piacere della gita al mare. Poi, l’idea di rimanere fino a sera fuori di casa l’ha fatta andare in visibilio.

 

Strade e superstrade

Da Galatina ci si può recare a Leuca percorrendo due strade: la prima, più breve, immettendosi a Soleto o a Corigliano d’Otranto sulla Lecce-Maglie-Leuca; la seconda, di qualche chilometro più lunga rispetto alla prima, prendendo dopo Galatone la Lecce-Gallipoli-Leuca: due superstrade a scorrimento veloce, che ti portano a Leuca in meno di un’ora. Questa volta, però, ho scelto di fare una strada diversa, perché non avevo nessuna fretta di arrivare subito a Leuca, ma intendevo godermi il viaggio in moto, percorrendo vie secondarie, meno battute dalla massa dei vacanzieri. Ho imboccato, dunque, la strada per Sogliano Cavour, tirando dritto, senza prendere la circonvallazione, e passando per il centro del paese fino a Cutrofiano.

Fino a Cutrofiano non mio sento affatto in un territorio diverso da quello nel quale vivo. Cutrofiano, con tutte le campagne che gli fanno da contorno, per me è un prolungamento del territorio di Galatina, insieme a Sogliano, Soleto ed Aradeo – il che, se non mi dà certo la sensazione di vivere in una grande città, perché in realtà ogni paese conserva la sua identità e ne è geloso, almeno mi permette di effettuare i miei spostamenti da un campanile all’altro con un senso di familiarità che, in altri luoghi del Salento, cioè già pochi chilometri più in là rispetto ai paesi che ho nominato, non avverto.

Uscendo da Sogliano subito vedi il campanile di Cutrofiano, che funziona come punto di riferimento fisso per coloro che si dirigono in quella direzione, sia che provengano da Galatina, sia che provengano da Supersano, da Aradeo o da Maglie, cioè dai quattro punti cardinali. A Cutrofiano, che abbiamo attraversato da nord a sud, eludendo tutta la segnaletica che ci consigliava di fare un giro più largo, abbiamo preso la strada per Supersano e poi per Ruffano. La Galatina-Ruffano, prosecuzione verso sud della statale Lecce-Galatina, ha suppergiù un secolo e mezzo di vita. I Galatinesi della seconda metà dell’Ottocento, ai tempi della vignetazione, riuniti in consorzio con altri comuni della zona, vi profusero non pochi denari per aprirla, e avevano ragione di farlo, perché quella strada porta nel cuore del Capo di Leuca, i cui paesi, grazie ad essa, venivano ad essere collegati direttamente alla città di Galatina e al capoluogo di provincia. Ed invece i nostri progenitori hanno lavorato invano, perché questa strada appare pressoché deserta nelle diverse stagioni dell’anno. Di tanto in tanto incontri un’auto proveniente da Supersano o da Ruffano, ma si tratta di un traffico interpaesano, poiché il traffico veloce e di lunga distanza, quello proveniente dai paesi del Capo che quella strada avrebbe dovuto convogliare verso Galatina, è assorbito dalle due arterie maggiori, le superstrade Lecce-Maglie-Leuca e Lecce-Gallipoli-Leuca.

In cuor mio non la smetterò mai di notare la solitudine di questa strada, il suo aristocratico distacco da ogni funzione utilitaristica, un utile a cui già da molto tempo sembra aver rinunciato. Attraversi un oliveto ininterrotto fino a pochi chilometri dai paesi, dove lascia il posto alla vigna, che il paesano ama tenere sempre vicino a casa, e pensi che, se al posto della strada di asfalto ci fosse un tratturo di campagna, pochi se ne lamenterebbero, e il danno per l’economia del territorio sarebbe irrilevante. Questa strada sembra davvero sprecata per i rari camion che trasportano le olive o l’uva nel tempo della raccolta. Ma tant’è, la strada è stata aperta, e ora è un piacere percorrerla a quell’ora del pomeriggio. E’ un lungo rettilineo – da questo deduci che la strada è il frutto della modernità ottocentesca, come un rettifilo che abbia sventrato non una città, ma un oliveto; viceversa una strada piena di curve, rispettosa dei vincoli agrari, è una strada medievale -, che si percorre all’ombra di alti e frondosi olivi grazie ai quali i raggi del sole, fisso alla tua destra, sono resi inoffensivi, tra un continuo frinire di cicale invisibili a occhio nudo, che sembrano passarsi il testimone del loro canto e inseguire a ruota il viaggiatore, anche il più veloce. Nelle vicinanze dei paesi gli uomini hanno costruito le loro casette, dove d’estate trascorrono la villeggiatura, che è un modo non ozioso di star dietro ai lavori della campagna. Poi, dopo qualche chilometro, l’oliveto ritorna padrone del paesaggio. Non c’è mai nessuno in questi boschi di ulivi, se non nel tempo della raccolta e della rimonda, pochi giorni all’anno. Per il resto gli alberi fanno tutto da sé, senza richiedere l’aiuto dell’uomo. E’ vero, c’è qualcuno che innaffia l’oliveto, come si deduce dai tubi legati ai tronchi, ma potrebbe anche non farlo, come accadeva non molti anni fa, quando nessuno lo innaffiava, tanto l’olivo trova ugualmente la forza di sopravvivere e di produrre il suo frutto.

Questo lungo rettilineo semideserto incrocia solo un paio di strade, la Gallipoli-Maglie prima e, dopo qualche chilometro, all’altezza di Supersano, la Casarano-Nociglia, che innervano il territorio da ovest a est, superando la dorsale delle Serre increspanti da nord a sud il basso Salento fino a Leuca. Si incontra, infine, prima di arrivare a Supersano, una svolta per Scorrano, ma l’incrocio passa inosservato, poiché sembra l’imbocco di una strada interpoderale più che una via di comunicazione tra paesi diversi.

 

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Vie traverse 9. La via della Melelea PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Sabato 14 Gennaio 2017 16:58

Strade di campagna

I nostri paesi sono fatti così: arrivi in fondo a una strada e trovi la campagna. In realtà, dopo l’espansione edilizia degli ultimi cinquant’anni occorre farne un po’ di strada prima di trovarla perché le vie urbane che portano fuori si sono allungate, ma in compenso i paesi sembrano essersi avvicinati. E’ raro percorrere più di dieci chilometri dall’uno all’altro. Le strade che li mettono in comunicazione sono le più trafficate, le auto vi passano in corsa dritte verso la loro meta. Se vuoi fare una passeggiata, ti converrà abbandonarle e imboccarne una laterale. Le strade di campagna sono quasi tutte ben asfaltate e dopo qualche chilometro portano in un paese vicino attraverso un percorso a zig-zag tra i fondi oppure si perdono all’improvviso in un oliveto desolato o ancora s’innestano su una provinciale o una statale. Durante il giorno, lungo queste vie traverse perlopiù si incontrano paesani in macchina che vanno o tornano dalla campagna, dove hanno un pezzo di terra e una casa. Bisognerebbe fermarli e chiedere loro notizie sulle strade secondarie che percorrono tutti i giorni in su e in giù: sono certo che ne verrebbero fuori delle belle, sempre che l’abitudine non abbia tolto loro la memoria.

 

L’Ara e dintorni

A Corigliano d’Otranto, il paese di mia madre, alle spalle del campo sportivo comunale, c’è una di queste stradine, la via della Melelea, che conosco sin da bambino. Questo nome non sta scritto da nessuna parte, ma io l’ho sentito ripetere molte volte da mia madre e dai miei parenti di Corigliano che con esso indicavano una proprietà, la Melelea, di un cugino paterno, a cui si giungeva percorrendo quella strada. Fatto è che anche mio nonno aveva un fondo, una piccola parte della Melelea - ora ulteriormente diviso in quattro striscioline di terra delimitate da muri attestanti l’avvenuta spartizione dell’eredità tra i figli –, chiamato Ara, perché nel centro di esso fu costruita un’aia (ara in latino), trenta centimetri sopra il piano della terra coltivata, dove si puliva il grano e si facevano altre cose che io non so più ben ridire. Qualche anno fa il figlio a cui è toccata la parte del fondo contenente l’aia ha abbattuto il noce frondoso che vi cresceva accanto, perché le noci non erano più buone. All’ombra di quel noce, sopra l’aia fatta di grosse pietre squadrate e circondata da un muretto, trascorrevamo la pasquetta mangiando e bevendo peggio del giorno prima. Il giorno prima, infatti, si era festeggiata la Pasqua in casa dei miei nonni. Avevamo fatto appena in tempo a digerire e già la pasquetta obbligava a un nuovo stess alimentare. Ho ancora una fotografia che ritrae tutta la famiglia di mia madre durante la pasquetta, dove si vede mia madre in piedi sul muricciolo mentre si fa immortalare con un bicchiere di vino che ostenta in mano nell’atto di portarselo alla bocca. E’ come se dicesse: . Questo accadeva prima che mio nonno morisse. Mio padre non veniva con noi perché la poliomielite agli arti inferiori non gli consentiva di raggiungere l’aia e di muoversi comodamente nel fondo. Dopo la morte di mio nonno non ricordo più di queste riunioni all’Ara. Io e mia sorella avevamo due cugine della nostra stessa età, con le quali si andava d’accordo. Così, quando non ne potevamo più di mangiare e di ascoltare gli scherzi dei più grandi, chiedevamo ai nostri genitori il permesso di recarci nel boschetto di lecci distante dall’Ara neppure cinquecento metri. Siccome quel giorno ogni permesso era accordato e la licenza si fiutava nell’aria, ci avventuravamo nel boschetto dove ci si poteva rincorrere e giocare a scundarieddhi.

 

Nel bosco di lecci

L’altro giorno era una bella giornata di fine d’anno ed allora ho chiesto a mia figlia Giulia se volesse venire con me in quel boschetto. Giulia non ne aveva mai sentito parlare e subito è stata invasa da una fortissima curiosità, tanto più quando le ho raccontato che in mezzo al bosco c’erano i ruderi di una casa rimasta incompiuta. Pertanto, dopo pranzo abbiamo preso la moto e abbiamo percorso in pochi minuti i dieci chilometri che separano Galatina da Corigliano. Non mi è stato facile ritrovare la via della Melelea. La periferia di Corigliano negli ultimi trent’anni si è espansa non poco, sconvolgendo l’assetto urbanistico che mi era familiare. Per fortuna avevo come punto di riferimento il campo sportivo, dietro il quale, dopo qualche giro tutt’intorno, ho trovato la strada che stavamo cercando. L’Ara, che è uno dei primi fondi che si incontrano sulla destra, era deserta a quell’ora, quando i miei zii di sicuro se ne stavano in casa per la pennichella pomeridiana. La stradicciola non asfaltata che porta al boschetto di lecci si diparte proprio di fronte all’Ara e porta diritto tra gli alberi. Abbiamo parcheggiato la moto nel fitto del bosco, un po’ impauriti dagli spari dei cacciatori e, presi per mano, abbiamo cominciato a perlustrarne i sentieri. Ricordavo male: al posto dei ruderi di una casa in costruzione, infatti, non c’era altro che una cava di pietra non più larga di sessanta metri quadrati e profonda tre, una tagliata semisommersa dalla vegetazione spontanea del sottobosco. Chi costruì l’aia di mio nonno forse da quella tagliata fece portare i blocchi di leccisu su cui mangiavamo nel giorno della pasquetta. Sapevo che un tempo il boschetto era servito come carbonaia e poi come allevamento di asini per le operazioni militari della Grande Guerra. Abbiamo contato tre pajari distanti pochi metri l’uno dall’altro, e molti muri a secco semidiruti che dovevano costituire le recinzioni dell’allevamento. Quando giocavamo a scundarieddhi e cercavamo nel folto del bosco buio un luogo dove appiattarci, era lì, in uno dei pajari, dietro un muro a secco, che sapevo di ritrovare – e mi avvicinavo con il batticuore, deluso ogni volta che fallivo - il sorriso della mia cuginetta preferita. Il tetto di uno dei pajari era caduto, depositando nell’interno della stanza un ammasso di pietre; sopra il tetto degli altri cresceva rigogliosa la vegetazione del sottobosco. Ho raccontato a Giulia i nostri giochi fanciulleschi tra quei ruderi, che un tempo erano serviti come riparo per boscaioli, carbonai e sorveglianti di asini –cosa c’è di meglio per i ragazzini che giocare nei luoghi che gli adulti non usano più?-, omettendo solo il riferimento al sorriso e al cuore in tumulto.

E lei: - Avete corso un bel rischio – mi ha detto, indicandomi la volta franata del pajaro.

 

Visioni della campagna

Tornati sui nostri passi, abbiamo ripreso la via della Melelea, lasciandoci alle spalle l’Ara e il bosco di lecci. Il paesaggio della campagna, visto dalla strada che si percorre in leggera discesa, è davvero incantevole. Da questa altitudine – Corigliano è posta a quasi 100 metri sul livello del mare – si può vedere tutta la piana che da Maglie e Scorrano si estende fino a Supersano e alla serra di Parabita passando per Cutrofiano e Collepasso. Alcuni fondi, arati in giorni diversi, assumono le numerose gradazioni del marrone, altri, lasciati a riposo per il pascolo, sono ricoperti di un manto verde, più tenue rispetto a quello cupo dei boschi di olivi che la fanno da padrone; sicché la piana che si distende sotto Corigliano fino alle serre – e tu sai che lì dietro nascosto c’è lo Jonio! - somiglia a un panno fatto di tante pezze disteso sulla campagna decembrina. Ho mostrato a Giulia le antenne dei ripetitori televisivi di Parabita che costituiscono uno dei punti di riferimento del Basso Salento.

Da ragazzino un paio di volte avevo già percorso la via della Melelea, ma non fino in fondo, dove da una parte sbocca sulla Maglie-Cutrofiano e dall’altra risale a Corigliano per una strada che costeggia la masseria denominata Appidè. Ne avevo percorso un tratto guidando il vespone di mio zio, il quale durante la pasquetta partecipava del clima licenzioso che si respirava nell’aria e mi dava le chiavi, pur non avendo io ancora quindici anni. Mettevo in moto premendo col piede sulla leva dell’accensione e col vento tra i capelli mi azzardavo a guidare per le curve di una strada che allora non era asfaltata e dopo un paio di chilometri diventava una carrara piena di pietre e buche con una cresta d’erba nel mezzo e scavata ai lati dalle ruote dei carri agricoli. Oggi è tutta asfaltata ed è un piacere percorrerla a velocità ridotta. Man mano che ci si allontana dall’abitato, la via della Melelea taglia fondi mai del tutto bonificati, dai quali emergono rocce bianche come scogli marini – li cozzi de Corianu -, gli stessi che più su servirono a fare muretti a secco, ridotti a cumuli informi di pietrame su cui cresce il rovo spinoso. A sinistra, ecco un secondo boschetto di lecci vicino ad una masseria all’apparenza abbandonata, dove si dice che tanto tempo fa il re (quale re?) si sia fermato a riposare. Ho spento la moto sul ciglio della strada perché mi è venuta in mente una storia che mia madre spesso mi raccontava.

 

Inseguimento

Un pomeriggio d’estate mia madre ancora ragazza insieme ad una sua amica si erano allontanate dall’Ara per la via della Melelea ed erano giunte all’incirca nel luogo in cui io e Giulia ci eravamo fermati, nei pressi della suddetta masseria e, ridendo e scherzando, andavano per i fatti loro, quando due pastori, sdraiati sotto un fico assieme ai cani, poco discosto dalle pecore, avevano visto due ragazze incedere sulla strada e non ci avevano pensato due volte ad alzarsi e a sbarrare la strada alle malcapitate; le quali, vista la malaparata e l’aspetto rozzo e selvatico dei due, s’erano fatte serie e pronte allo scatto attraverso i campi, ben intuendo che semplici parole dissuasive non sarebbero bastate a contenere l’impeto bucolico dei due allupati pecorai. Costoro con voce impastata da qualche bottiglia di vino non avevano saputo altro che dire: - Ce siti beddhe! – e, senza attendere risposta, si erano gettati all’inseguimento. Le ragazze avevano corso a perdifiato, fino quasi a raggiungere l’Ara. A pochi metri dal traguardo, sentendosi al sicuro, si erano fermate, e il poco fiato residuo lo avevano impiegato così bene gridando a squarciagola, che mio nonno era subito accorso, mentre i due se la davano a gambe da dove erano venuti, inseguiti dai cani. Mia madre aggiungeva che la sera stessa mio nonno, fucile in spalla – che era solito portare con sé quando andava in giro per le campagne -, aveva fatto visita al massaro suo amico, a cui qualche tempo prima aveva ucciso la volpe mangiagalline, e questi non sapeva più che cosa gli doveva dire per chiedergli scusa, assicurandolo che avrebbe frustato a sangue i due pastori – e dire che aveva dato loro un lavoro per carità! - che da qualche ora non si facevano vedere in giro. Lo aveva poi rimandato con un formaggio fresco e una forma di pecorino da grattugiare, regalo per la moglie ‘Nzina.

Mia madre rideva quando mi raccontava questa storia, ma tornava a ripetere che quel pomeriggio se l’era vista brutta. Ora era Giulia a ridere per la disavventura di nonna Rita quando era giovanissima.

 

Il corredo della baronessa

Ho rimesso in moto e abbiamo proseguito piegando verso destra. La masseria Appidè ci è apparsa chiusa in se stessa come un fortilizio nella brulla campagna di dicembre. Non mi ero mai spinto fin là col vespone di mio zio. La strada a quel punto risale dolcemente verso Corigliano, costeggiata da numerose villette di campagna che i paesani hanno costruito negli ultimi trent’anni. Per di qui doveva passare la carrozza dei baroni del paese nel mese di giugno, quando scoccava l’ora della villeggiatura. Mia madre diceva che era uno spettacolo vedere la carrozza che attraversava il paese tirata da due cavalli, con i carri che seguivano portando tutto quello che potesse servire per gli agi della villeggiatura; lei e le sue amiche sapevano che in quei carri c’erano anche le robe di corredo della baronessa, che una volta l’anno, in quella stagione, dovevano essere spase per prendere aria, e lavate, se necessario. E la Pina, che lavorava già allora nella lavanderia dei Salesiani - tutta roba dei baroni religiosissimi –, era convocata d’urgenza per questa delicata mansione; e quando tornava, dopo qualche giorno, che cosa diceva d’aver visto coi suoi occhi e toccato con le sue mani: pizzi e merletti e stoffe d’ogni tipo, tovaglie lavorate a uncinetto, coperte ricamate a rinascimento, a tombolo, a intaglio, quante belle cose che teneva di corredo la baronessa! Al passaggio dei carri diretti alla masseria, mentre qualche ragazzino col sacco in mano non si perdeva neppure una delle deiezioni dei cavalli, mia madre raccontava queste cose alle sue amiche sul ciglio della strada, e le certificava con le parole di sua sorella Pina, che ogni anno in quei giorni era convocata all’Appidè e se ne stava fuori di casa due tre giorni, beata lei!

Ho ridetto a Giulia questa storia, fermi vicino alla masseria. Il sole decembrino era già basso alle quattro e un quarto del pomeriggio e, sebbene fossimo ben coperti, iniziava a fare piuttosto freddo. Allora ho rimesso in moto e abbiamo proseguito fino all’incrocio della strada maestra che a destra porta nel centro del paese e a sinistra porta a Cutrofiano, decisi a tornare a casa per la via più breve. Ma quel pomeriggio dovevo essere proprio in vena di ricordi, perché all’improvviso mi è tornato in mente che proprio su quell’incrocio mia madre collocava la scena di un aneddoto che più volte mi ha raccontato.

 

Arurattò

All’alba un contadino se ne andava in campagna per lavorare nel suo podere recando sul portabagagli della bicicletta un cantaro, di quelli che si fabbricano a Cutrofiano, ben coperto con un sacco. Sull’incrocio suddetto un finanziere del Duce, nuovo di queste parti, lo ferma, chiedendogli che cosa trasportasse. Il contadino risponde nella sua lingua materna – Arurattò -, ed è evidente che il finanziere per quanto istruito non poteva comprendere il grecanico e pertanto insisteva: - Che cosa porti? -. – Arurattò, arurattò… – ripeteva il malcapitato, cui per innata gentilezza di costumi non veniva in mente di sollevare il sacco e svelare l’arcano. Il che fece invece d’autorità il finanziere, che così sperimentò di persona quale fosse la traduzione: - Porto cacca -. Mia madre terminava col dire che il finanziere evitava a quel punto di fare altre domande, consentendo al contadino di proseguire fino al suo fondo dove avrebbe atteso ai lavori di concimazione della campagna, cui tutta la famiglia aveva contribuito il giorno e la notte precedenti.

Giulia ridendo mi ha detto che la storia era divertente. - Ma chissà se è vera? – ha chiesto.

- Non lo so neppure io – le ho risposto, - è passato così tanto tempo! -.

- In ogni caso, papà, questa passeggiata devi proprio trascriverla! -.

- Ci penserò – le ho detto, e siamo tornati a casa.

[2007]


Vie traverse 8. Fuga dalla città PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Domenica 08 Gennaio 2017 17:57

Domenica mattina. Esco in moto con Giulia. In città, nei quattro angoli della piazza, i soliti capannelli di gente nei quali si discute delle prossime elezioni amministrative. La città è più sporca che mai. Ci hanno pensato i trecento e passa candidati a disseminarla di cartacce con su impressi i loro volti, che poi la gente, per lo più, calpesta con grande indifferenza. Ad un surplus di lavoro delle tipografie ha corrisposto un surplus di lavoro degli operatori ecologici, che, tuttavia, pare non riescano a tener testa alle schiere dei giovani assoldati per la diffusione della propaganda elettorale: esempio di redistribuzione della ricchezza e di potlatch (rituale di distruzione).

Decidiamo di fare un giro in campagna. Ci lasciamo indietro tutte le beghe delle prossime elezioni, le richieste di voti, la preventiva divisione del potere, le immancabili liti. Nella nostra fuga ci inseguono anche in campagna le cartacce dei candidati, un chilometro, due chilometri, tre chilometri fuori dell’abitato. Poi, man mano che ci si allontana dalle ultime case, le cartacce diminuiscono fino a scomparire del tutto.

Maggio riserva giornate così luminose che non è possibile rimanere all’ombra delle strade cittadine, soprattutto quando l’aria vi sia divenuta irrespirabile a causa delle beghe che precedono le elezioni. Sulla via di Collemeto, a destra, imbocchiamo la strada che porta, come apprendiamo dalla segnaletica, in contrada Vore. La campagna fiorita in primavera è incantevole. Procediamo a velocità alquanto ridotta, per vedere le nuove costruzioni, i giardini ben curati, le coltivazioni di patate, di fagioli, di angurie.

Dopo qualche chilometro, eccoci nei pressi di una vecchia masseria abbandonata, circondata da erbacce alte un metro. Mentre le ruote fendono l’erba, temo che qualche insidia si celi alla vista, una pietra, una buca, un serpente da poco ridestatosi dal letargo invernale. Ci fermiamo nello spiazzo antistante l’entrata della masseria e scendiamo dalla moto. A fatica riesco a vincere la resistenza di Giulia, a cui la solitudine del luogo incute qualche timore, e la convinco a seguirmi dentro il rudere seicentesco per esplorarne gli ambienti.

Siamo nel pian terreno, col grande camino nell’androne centrale, il soffitto percorso da numerosi fili di ferro legati da ganci ben piantati nei muri: sostegno disusato delle filze di tabacco essiccato. Nel cortile retrostante, una sequela di mangiatoie sberciate, abbandonate alle erbacce, il regno della straficula distesa al sole.

Per una stretta scala, saliamo al piano nobile. Vago senso di sgomento nelle stanze dai muri scalcinati e sporchi, dalle alte volte a stella prive di intonaco, dove l’unica suppellettile sono un paio di reti metalliche con i materassi sudici e strappati, il ricovero di qualche errante. Disegni osceni alle pareti, una grande vulva aperta tra due cosce spalancate davanti ad un fallo gigantesco: fantasmagorie talismaniche nella notte di un barbone dormiente. Giulia non sembra accorgersi di codeste figurazioni così iperboliche.

Le dico di camminare dietro di me, rasentando il muro, perché le crepe nel pavimento potrebbero essere più profonde di quanto sia dato vedere e il rischio di un crollo non è del tutto improbabile. Ma possibile che la masseria, dopo essere stata in piedi per tre secoli, decida di crollare proprio mentre ci siamo dentro noi?

La mano di Giulia suda nella mia, mentre saliamo per l’angusta scala. Ha paura che da un momento all’altro qualche topo ci assalga e che, in caso di pericolo, non ci sia dato trovare una via di fuga. Cerco di rassicurarla, dicendole che i topi hanno più paura di noi e che, ancora qualche scalino, e siamo già in cima alla casa. Sul terrazzo, negli interstizi terrosi dell’impiantito, ha messo radici un fico d’India, un fico selvatico e altre erbacce. Sguardo all’intorno: distese di grano a perdita d’occhio, poche macchie più verdi dei parchi nei pressi delle ville sparse nella campagna, e poi sotto l’orizzonte la linea spezzata dei bianchi paesi: Collemeto, Galatina, San Donato, il villaggio dell’aeroporto, Torre Pinta, come inghiottiti nell’oceano verde della primavera lussureggiante. La terra vista dall’alto conserva la sua indifferente bellezza a dispetto di tutte le discussioni e ambizioni degli uomini.

Se il padrone di quell’edificio ci avesse sorpreso lì, nella sua proprietà, che cosa gli avremmo detto? Come avremmo giustificato la nostra presenza in quel luogo? Giulia era inquieta anche per questo.

- Gli diremo che siamo dei giovani esploratori – ho detto, scherzando, e Giulia ha sorriso.

Ma aveva fretta di andarsene, perché quel mondo sconosciuto e inabitato -o abitato saltuariamente da chissà chi- le faceva paura. Anch’io non sapevo dire se vi eravamo giunti per caso oppure condotti da un filo di pensieri incogniti o forse solo per sfuggire all’aria della città divenuta ad un tratto irrespirabile. Anch’io avevo paura e volevo andar via. Così abbiamo disceso la scala, ho messo in moto e un po’ a malincuore siamo ritornati verso la città.

[2006]


Quaderno di traduzione 73. Promenade à Rudiae PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Giovedì 05 Gennaio 2017 18:45

Traduzione di Annie e Walter Gamet

 

Il y a quelques jours, profitant d'un bel après-midi d'avril, à force d'entendre parler de l'antique cité messapienne retrouvée aux portes de Lecce, l'envie nous est venue, à Ornella comme à moi, de nous rendre sur le site. Les jours s'étant allongés, après la sieste, nécessaire quand on a eu face à soi durant cinq heures de cours de nombreux jeunes avides d'apprendre, l'idée d'aller à la découverte de quelque chose que nous n'avions encore jamais vu, nous a remplis d'enthousiasme.

Mais où se trouve exactement Rudiae ? Nous avons fait appel au verdict d'Internet, jamais à court d'informations et capable, pour peu que la question soit bien posée, d'être aussi laconique que l'antique Pythie, clarté et précision en plus : 40° 20' 1.65'' N, 18° 8' 25'' E, coordonnées aussitôt enregistrées dans le TOM TOM. Comme nous étions connectés, nous avons écouté sur You Tube les propos d'un professeur responsable des fouilles entreprises et non terminées par manque de moyens. Le rêve de cet archéologue ? Une navette qui puisse un jour pas très lointain, transporter les touristes et les habitants de Lecce depuis leur amphithéâtre romain jusqu'à celui de Rudiae, une fois que ce dernier sera complètement dégagé. De Lupiae à Rudiae : archéologie, tourisme, nouveaux emplois, une économie qui tourne...

Nous voici en auto, direction Rudiae. Obéissant à la voix persuasive du TOM TOM, nous arrivons vingt minutes plus tard devant une longue clôture, sous deux grands panneaux publicitaires. Nous lisons sur l'un : RUDIAE PARC ARCHÉOLOGIQUE, sur l'autre : ICI SE TROUVAIT RUDIAE, LA PATRIE D'ENNIUS. Cela me rappelle ce vers des Annales de Quintus Ennius : nos sumus Romani qui fuimus ante Rudini (nous sommes Romains, nous qui autrefois fûmes de Rudiae), et ses tria corda (l'osque, le grec et le latin), comme on l'enseigne aux jeunes lycéens – du moins aux rares qui étudient encore le latin – pour dire tout l'orgueil de la grande et de la petite patrie ainsi que le mélange des langues et des cultures (le melting pot) qui caractérisaient l'un des pères de la littérature latine.

Nous descendons de la voiture garée sous un figuier très parfumé au bord de la route qui mène à San Pietro in Lama et nous interrogeons une dame d'une quarantaine d'années qui vient à notre rencontre en tenue de jogging. Habitant à proximité elle connaît bien le coin, nous dit-elle, et cela fait un bout de temps qu'elle ne voit plus personne fouiller. Le dimanche seulement, quelques groupes organisés errent avec le guide parmi les fondations de maison et les tombes du Parc. La dame continue à sautiller près de nous et semble s'excuser d'être un peu en sueur : elle termine sa course d'après-midi ; courir, dit-elle, permet d'évacuer le stress accumulé au travail, car elle exerce un métier sédentaire et particulièrement « invasif ». Le qualificatif fait « tilt », Ornella et moi devinons que nous avons affaire à une collègue, ce que nous confirme la dame : elle enseigne dans une école de Lecce ; elle nous semble alors déjà familière, puisque nous partageons le même sort au travail. Nous lui disons notre désir de pénétrer dans l'enclos, de voir l'état des travaux et le cœur de Rudiae, l'amphithéâtre.

« Venez avec moi », dit la dame. Elle nous entraîne à toute allure, en sautillant ; nous-mêmes allongeons le pas, mais nous sommes toujours deux mètres derrière elle. Nous passons devant l'édifice un peu kitsch de l'Institut d'agriculture, puis devant les grilles de quelques pavillons auxquels pendent des grappes de glycines et des tiges fleuries de bougainvillées, longeant sur notre droite la clôture du Parc. Si les travaux de fouilles ne sont qu'à demi réalisés, le bâtiment d'entrée lui est déjà terminé mais, pour autant que je puisse en juger par l'herbe poussée dans les intervalles des briques, déjà abandonné. Un panneau informe le visiteur qu'à ces travaux ont été affectés des milliers et des milliers d'euros ; un autre prévient que la zone est sous SURVEILLANCE ARMÉE, assurée par une agence de security connue. Des sous et des pistolets : il vaut mieux être sur ses gardes, donc ! « Mais non, ne vous inquiétez pas, nous dit la collègue, je vous montre le passage. »

C'est ainsi que nous passons outre : à droite des oliviers séculaires, à gauche un terrain parsemé de marguerites, de coquelicots et de mauves aux fleurs azurées. Qui sait ce que cette prairie cache sous son herbe ? D'autres tombes, d'autres fondations de maisons pas encore fouillées, s'il est bien vrai qu'il s'agit d'une ville de quatre-vingt-dix, cent hectares, encore plus grande que Lupiae !

Des gamins passent en jouant au ballon tout au long de la rue asphaltée. La collègue nous montre un mur à sec effrité, même écroulé à un endroit : les pierres semblent s'être disposées de façon à favoriser l'accès à l'oliveraie, à travers laquelle, depuis la route, on entrevoit l'amphithéâtre, le cœur de Rudiae. Nous décidons alors de pénétrer dans la zone off-limits, malgré un grand panneau on ne peut plus clair planté à l'entrée : L'ACCÈS AU CHANTIER EST STRICTEMENT INTERDIT AUX PERSONNES ÉTRANGÈRES AUX TRAVAUX. Mais comme les travaux sont interrompus...

Des roches équarries accumulées dans un coin de l'oliveraie, des traces de chenilles et de pneus dans la terre rouge sont les marques les plus évidentes de l'œuvre d'excavation. Devant nous, l'amphithéâtre, étalé tel un immense squelette à demi exhumé. L'autre moitié gît sous un mètre, un mètre et demi de terre rouge et semble attendre, résignée, que l'homme achève l'œuvre commencée.

À ce moment, la dame en survêtement pensant avoir accompli sa mission de guide, nous dit au revoir et nous quitte en nous souhaitant bonne chance avec nos élèves. « Croisons les doigts ! » répondons-nous.

Une pie volette d'un olivier à l'autre, nous surveillant d'en haut et poussant de temps en temps son cri dans le bruissement du vent. D'autres oiseaux chantent également et parfois depuis la route provinciale se fait entendre le vrombissement d'une auto ou d'une moto en pleine vitesse.

Ornella et moi nous asseyons tous deux au bord de l'amphithéâtre, sur les plaques de pierre usée qui forment les grandes marches ébréchées des escaliers. À peu de distance se trouve la clôture d'un pavillon ; on voit du mobilier de jardin et une balançoire agitée par le vent. Le départ de notre collègue nous a laissés sans voix.

Que sommes-nous venus faire, nous deux, dans un tel lieu ?

Nous regardons tous ces matériaux déplacés, des tonnes et des tonnes de terre rouge que les camions n'ont pas évacuée à temps avant le manque d'argent ; à ce spectacle nous gardons le silence : la terre sur la ville abandonnée, ce ne sont pas les paysans qui l'ont déposée pour en faire des champs cultivables, c'est l'œuvre de la mort sur des corps vivants durant deux mille ans ; tout ce temps a permis que s'accomplisse l'ensevelissement d'une cité entière et que sa décomposition engendre une terre féconde, que tout ce qui naît et meurt devienne cette riche poussière qui, sans pause aucune, année après année, se dépose sous l'effet d'une force nécessaire et invincible. L'épaisseur de terre rouge sur chaque tombe, sur les fondations des maisons et les escaliers de l'amphithéâtre, voilà la véritable distance qui nous sépare de l'Antiquité. Enlever la terre du lieu où elle s'est déposée au cours de vingt siècles nous a alors semblé un acte sacrilège, l'archéologie elle-même une grande profanation.

Quelques minutes plus tard, nous sommes revenus sur nos pas. Nous nous sommes dit que, même s'il n'y a plus d'argent, on en retrouvera, peut-être en a-t-on déjà trouvé, pour continuer les fouilles et porter à son terme le dégagement de l'amphithéâtre et de la ville entière de Rudiae. Un jour s'accomplira le rêve du professeur : transporter de Lecce à Rudiae des hordes de touristes, créer de nouvelles opportunités d'emplois, booster l'économie du pays. Que pourrait-on objecter à tout cela ? Rien, vraiment rien. Nous sommes remontés en voiture et ne sachant que faire, nous sommes allés manger une glace à Lecce, du côté de la Porta Rudiae, et nous avons poursuivi notre promenade dans la cité des vivants.


Vie traverse 7. La via della Latronica PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Mercoledì 28 Dicembre 2016 16:45

Nuova uscita in scooter

Dovevo aspettarmelo. Avendo saputo che l’ex-macello lungo la via del “Villaggio azzurro” non era che un’appendice del canile comunale, prima o poi dovevo aspettarmi la richiesta di Sofia di visitare il nuovo canile. Del resto, glielo avevo promesso. E infatti la sua richiesta è giunta puntuale, qualche giorno dopo l’ultima nostra passeggiata. Ci eravamo informati bene e avevamo appreso che il canile comunale, quello vero, era stato costruito già da qualche anno –ma dove viviamo noi, che non ne sapevamo niente?– lontano dal centro abitato, in fondo alla via della Latronica. E così ieri pomeriggio Sofia ha proposto una nuova passeggiata in scooter. Quando si tratta di fare un giro in scooter io non rifiuto mai, soprattutto se posso farlo con una delle mie figlie. So che fra qualche anno, per legge di natura, prenderanno il volo, e quindi ne approfitto per stare insieme a loro ora che sono piccole. Stavolta, quando io e Sofia abbiamo deciso di uscire, in casa c’era pure Giulia, che, sapendo dove eravamo diretti, per nulla al mondo avrebbe acconsentito a farci partire senza di lei. Essendo in tre, avrei dovuto prendere la macchina, giusto? Ma allora ci saremmo persi la passeggiata in scooter, che è essenziale non solo per vedere le cose, ma per esserne parte. In effetti, finché si è in macchina, si rimane nello stato dello spettatore televisivo, protetti in questo prolungamento della nostra casa che è l’automobile. Mentre in scooter è tutt’un’altra cosa. Allora, dal momento che abitiamo molto vicino all’imbocco della via che conduce alla Latronica e che in una strada di campagna di sicuro non avremmo incontrato alcun vigile, ed essendo il sellone del mio scooter assai lungo e comodo anche per tre, calzati i caschi, superato infine l’ultimo ostacolo delle querimonie di mia moglie Ornella – ma come, in tre sullo scooter, ma siete pazzi? -, ci siamo diretti alla volta del canile comunale.

 

Il casello ferroviario

La via della Latronica si imbocca all’altezza dell’Ospedale, dove la strada si divide a forma di Y, proprio come il lago di Como. Da una parte si va verso la contrada Tabelle, dall’altra si va verso la Latronica, che è il nome di una delle masserie più lontane dal centro abitato.

Nel primo tratto, si percorre una strada stretta cui fanno ombra molti alberi fronzuti, alberi di bella vista, piantati entro alti muri di cinta che chiudono le ultime ville suburbane e impediscono la visione del paesaggio; così fin quasi al casello incustodito della ferrovia che da Galatina porta verso Galatone. E’ lì che ci siamo fermati, facendo la prima tappa. Avevo alcune cose da raccontare a Giulia e Sofia. Ho detto loro che il casello costituiva per noi ragazzini di dieci, dodici anni, l’ultima meta delle nostre escursioni extraurbane in bicicletta. La casa del ferroviere, una costruzione a due piani, con i locali di sotto adatti al servizio e quelli di sopra per la famiglia, trent’anni fa era già disabitata – evidentemente sin da allora si era proceduto alla cosiddetta razionalizzazione delle risorse umane, cioè ai licenziamenti dei lavoratori -, ed era tutta a nostra disposizione. Non c’è nulla di più bello per un ragazzino che intrufolarsi in una casa disabitata, dove ci può essere di tutto, salvo poi accorgersi che non c’è proprio niente, se non scritte oscene, resti organici e strani palloncini trasparenti e sgonfi lì dimenticati dai ragazzi più grandi. Però, sapersi in compagnia dei propri coetanei in un luogo che l’adulto ha dismesso e abbandonato, sentirsi tra quelle mura come lontani dal mondo, incogniti e soli, invisibili agli altri, padroni del mondo, è una sensazione che solo a quell’età può essere provata. Ho rivisto nella mia mente con qualche tremore due ragazzini, nascosti dietro una finestra senza vetri, in attesa della littorina, pronti a provare l’effetto delle ruote d’acciaio al cozzare di due pietre poste sulle rotaie. Ora l’ingresso della casa ferroviaria è murato e dunque nessun ragazzino, e tanto meno i più grandi, potrebbe penetrare in quell’edificio misterioso. A destra ricordavo una stradicciola sterrata che lambiva una masseria e portava ad un boschetto di lecci, di pini e di eucalipti, anche questo meta delle nostre passeggiate, ma solo quando siamo diventati più grandicelli, a tredici, quattordici anni, essendo quel boschetto un po’ lontano dalle ultime case del paese. Ora la stradicciola non c’è più, la terra è arata, c’è un recente impianto di vigna, e si intravede appena una gran villa immersa negli alberi, lontana e inaccessibile.

 

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Il mio nome… PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Luigi Scorrano   
Domenica 25 Dicembre 2016 19:00

["Il Galatino" anno XLIX n. 21 del 16 dicembre 2016, p. 5]

 

Mi chiamo Giuseppe. Il mio è un nome ‘normale’. Molto comune. Non c’è bisogno di fare un grande sforzo di memoria per ricordarlo come succede, per esempio, con nomi del tipo Rinaldo, Francescantonio, Adam, James  Cirincinella o consimili bizzarrie. Anche la mia vita è normale, e non vedo perché dovrei complicarmela inutilmente chiamandomi in uno di quei modi insoliti e ridicoli: Roggerino, Geremia, Trifone o altro di simile! Io, mi chiamo semplicemente Giuseppe. Ho anche un nipote che si chiama così: forse i genitori hanno voluto, anche senza dirlo, farmi l’omaggio del nome; e l’ho tenuto io a battesimo, il ragazzo. Perciò: Giuseppe. Ma pensate a questo nome come forse al nome più popolare della nostra tradizione. E in quanti modi si sente chiamare uno che si chiama Giuseppe: Pino, Pippi, Beppe, Peppino, ecc. Oggi, veramente, la sua popolarità è in declino (così dicono ma stento a credere); però Giuseppe è sempre popolare. Solo che quando il tuo nome è troppo popolare e ti viene affidato un compito difficile, tu sei subito nel mirino, non puoi nasconderti. Giuseppe è un nome che individui subito: forse sarebbe stato meglio che, invece di Giuseppe, mi avessero chiamato, che so! Crispino, Adalberto, Girolamo, Gabrio, Febronio, ecc. Pazienza! A ciascuno tocca portare la propria croce. Io porto la mia. Ma veramente a portarla non sarò io ma mio figlio, come forse tutti sanno. Gesù, voglio dire. Quello è un tipo. Come diciamo nel nostro linguaggio corrente, nu picca fastitiusu! Se vede che una cosa non va per il verso giusto o se vede offesa la giustizia, si mette a strillare in una maniera spaventosa. Non può sopportare le cose storte. Non vi dico, ma voi  lo sapete  bene, quando si tratta di rimproverare quei ricconi che non fanno mai un euro di beneficenza, neanche se li supplica la televisione, e si tengono ben custoditi nelle banche i loro capitali, anche i preti,  e guai a chiedergli di contribuire al comune benessere in qualche modo discreto. Però questi, che dicono sempre che non c’è soldi fanno inviti a pranzi sontuosi e là scialano beati. Un esempio: per aiutare il progresso c’è bisogno di strumenti di lavoro. Si chiede loro di comprare qualche opera filosofica o letteraria: scandalo! Non ci sono soldi da spendere per nutrire bambini che hanno fame e volete buttare soldi per la cosiddetta ‘cultura’?

In questi giorni si avvicina il Natale, la festa di mio figlio, come forse sapete. Sapete che lui chiama papà anche il Padre nostro che è nei cieli, ma questo è un particolare sul quale da molto tempo non discutiamo più. Questi giorni sono un po’ turbati da una notizia che circola con insistenza. Siamo nel tempo dell’infanzia di Gesù; e questo tenero bambinello mette paura a Erode, perché secondo profezie circolanti nell’ambiente, Gesù sarebbe destinato a essere il re dei Giudei. Molti sono sguinzagliati alla ricerca del mio Gesù (ma ricordate che io mi chiamo Giuseppe): vorrebbero ucciderlo per fare un piacere a quel cialtrone di Erode. Ma io, Giuseppe, sorveglio. Quando qualcuno mi chiama anche per via io non rispondo e cerco di nascondere il mio Gesù.

Se qualcuno mi tocca il ragazzo, lo squarto. Scusatemi, se mi son lasciato un poco andare. Lui mi ha consigliato: fuggiamo in Egitto, forniamoci di un permesso di lavoro e lasciamo che si calmino le acque.

Ha ragione: io  ho sempre dato retta a mio figlio. Il quale, poiché vive nella luce della verità, mi ha promesso di concedermi una buona morte.


Vie traverse 6. La via del Villaggio azzurro PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Venerdì 23 Dicembre 2016 17:50

Nuovo risveglio

Stamani, appena sveglio, mentre ero ancora a letto, Sofia mi ha detto che a scuola tutti i suoi compagni hanno visitato il canile del nostro Comune e che solo lei non ci è mai stata. Mentre mi diceva queste cose con aria dispiaciuta e piagnucolosa, mi dava dei baci, ed io ho capito subito dove andava a parare “la strategia dei bacetti”, come la chiama lei: voleva che la portassi a visitare il canile. E siccome oggi è il mio primo giorno di vacanza e dai buchi della tapparella la luce intensa del mattino annunciava una giornata soleggiata, allora ho accettato di fare un giro con lo scooter in sua compagnia.

Uscire di casa in una bella giornata di giugno, sapendo che la scuola è finita, è come respirare a pieni polmoni un’aria finissima e stare bene con se stessi e con gli altri. Stamattina poi c’era una tramontana leggera che temperava gli effetti del sole, in questa stagione già molto forte, e questo invogliava a fare un giro nei dintorni.

 

La via de li Piani

Credevo di sapere che il canile si trovasse un chilometro fuori dell’abitato, sulla via del “Villaggio azzurro”, detta anche “la via dei Piani”. Perciò abbiamo imboccato quella strada, lasciandoci alle spalle le ultime case del paese, che negli scorsi vent’anni si sono espanse notevolmente anche in questa direzione. Appena fuori, distanti non più di ottocento metri, si vedono a sinistra i tetti delle cappelle maggiori del cimitero, e a destra i primi seminativi e le case di campagna, gli orti e i frutteti; tutta terra strappata col piccone al suolo pietroso, detto cozzi, forse dal cozzare del ferro sulla roccia che faceva il nostro contadino non molto tempo fa. Ho detto a Sofia del doppio nome di questa strada e lei si è stupita che una strada avesse un doppio nome. Le ho spiegato che “la via de li Piani” è il nome più antico, perché quella distesa di pietra dove cresce il timo, la menta selvatica e la rucola (i “Piani”, appunto) c’è sempre stata, mentre il “Villaggio azzurro” è stato costruito all’incirca cinquant’anni fa e solo da allora c’è chi chiama quella strada “la via del Villaggio azzurro”.

- Davvero c’è un villaggio tutto azzurro? - mi ha chiesto Sofia, ed io non ho fatto in tempo a rispondere, che già ci eravamo arrivati e lei poteva constatare da sé il grado di veridicità di quell’aggettivo.

In effetti, di azzurro il villaggio in questione non ha proprio nulla né io ricordo che abbia mai avuto questo colore, almeno non negli ultimi vent’anni. Ho mostrato a Sofia una specie di campo di concentramento abbandonato, come quelli che si vedono in televisione nei film su Auschwitz, con tanto di rete metallica sormontata da filo spinato che ricinge il villaggio fatto di appartamentini anneriti e scrostati, coi vetri rotti che lasciano intravedere, a chi passa per la strada, degli interni pieni di scritte oscene e sporcizie varie. E’ evidente che il villaggio è meta di visitatori notturni; e difatti, poco oltre, Sofia mi ha additato un ampio buco nella rete, dal quale si può facilmente penetrare nel villaggio. Mia figlia non si dava pace. Voleva a tutti i costi sapere che ci facesse lì, nell’immediata periferia cittadina, un villaggio abbandonato e soprattutto perché io mi ostinassi a chiamarlo “Villaggio azzurro”, quando di azzurro lei non vedeva altro che il cielo sopra di noi. Ho dovuto fare appello a ciò che ho sempre sentito dire in proposito, e un po’ anche alla fantasia, che è il modo migliore, a volte, di dire le cose. Ho raccontato che il “Villaggio azzurro” era stato costruito per ospitare i dipendenti del locale aeroporto, sede dell’aeronautica militare, chiamata, come si sa, arma azzurra; ho aggiunto che probabilmente un tempo, quando il villaggio fu costruito, era tutto dipinto d’azzurro (e qui lavoravo di fantasia) e che solo a seguito dell’abbandono i muri si erano anneriti per l’umidità.

- E come mai non ci abita nessuno?

- Perché le persone che dovevano vivere qui hanno preferito abitare in un altro villaggio, che ora sorge nei pressi dell’aeroporto.

- Allora questo si dovrebbe chiamare il “Villaggio nero” – ha concluso Sofia.

Non potevo raccontare a mia figlia tutto quello che mi veniva in mente guardando i muri scalcinati del “Villaggio azzurro”, l’uso che facevano di quegli ambienti non pochi giovani agli inizi degli anni ottanta, dopo che era stato abbandonato, i drammi che in esso si sono consumati; sicché quel nome, “Villaggio azzurro”, anche a me sembrava una grottesca e beffarda antitesi rispetto al nome che avrebbe meritato di avere, come il luogo in cui si concentra una parte del rimosso cittadino e che, proprio in quanto rimosso, rimane lì da decenni tra l’apparente noncuranza generale. Sofia aveva ragione: il “Villaggio azzurro” meritava senz’altro il nome di “Villaggio nero”.

 

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Quaderno di traduzione 72. La via della Melelea PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Sabato 17 Dicembre 2016 09:16

Traduzione di Annie e Walter Gamet

 

Routes de campagne


Nos villages sont ainsi faits : au bout de la rue, se trouve la campagne. En réalité, après l'expansion urbaine des cinquante dernières années, il faut faire un peu de chemin pour la trouver, parce que les voies bordées de maisons qui y mènent se sont allongées ; en compensation les villages semblent s'être rapprochés et il est rare de parcourir plus de dix kilomètres de l'un à l'autre. Ces voies de communication sont les plus empruntées, les autos y passent à toute vitesse directement vers leur destination. Quand on désire se promener, il convient de les délaisser pour prendre une route latérale, une de ces routes de campagne presque toujours bien asphaltées qui mènent au village voisin par un itinéraire de quelques kilomètres en zigzag à travers les champs, ou qui se perdent subitement dans une oliveraie désolée, ou encore qui débouchent sur une route provinciale ou nationale. Le long de ces chemins de traverse, dans la journée, on rencontre surtout des paysans qui vont et viennent en voiture dans la campagne, là où ils possèdent un bout de terre et une maison. Il faudrait les arrêter et s'informer auprès d'eux à propos de ces routes secondaires qu'ils sillonnent chaque jour ; je suis sûr qu'il s'en retrouverait de fort belles, du moins si l'habitude ne leur a pas ôté la mémoire.



L'Ara et ses alentours


À Corigliano d'Otrante, le village de ma mère, derrière le terrain de sport municipal, il existe une de ces petites routes, la via della Melelea, que je connais depuis ma tendre enfance. Son nom n'est écrit nulle part, mais je l'ai entendu citer à plusieurs reprises par ma mère et ma famille de Corigliano, qui désignaient ainsi la propriété d'un cousin du côté de mon grand-père, la Melelea, à laquelle cette route donnait accès. S'y ajoute le fait que mon grand-père lui aussi possédait une petite partie de la Melelea, – divisée depuis en quatre petites bandes de terre délimitées par des murs, témoignages du partage entre les enfants à la suite de l'héritage – un champ appelé Ara, parce qu'en son centre, trente centimètres au-dessus du niveau de la terre cultivée, avait été construite une aire (en latin ara), où l'on battait le grain et où l'on s'adonnait à d'autres activités, je ne saurais plus dire lesquelles. Il y a quelques années, le fils qui avait hérité de la partie du champ avec l'aire, a abattu le noyer au beau feuillage qui avait poussé à proximité, parce qu'il ne donnait plus de bonnes noix. C'est sur cette aire ombragée, faite de grosses pierres équarries et entourée d'un muret, que nous passions le lundi de Pâques à manger et à boire plus encore que la veille. Le dimanche de Pâques, en effet, on l'avait fêté chez mes grands-parents et à peine avions-nous eu le temps de digérer que déjà le lundi nous obligeait à une nouvelle épreuve alimentaire. J'ai toujours une photographie de toute la famille prise un lundi de Pâques, avec ma mère debout sur un muret, un verre de vin à la main, immortalisée au moment de le porter aux lèvres et semblant dire : « À la santé de tout le monde ! » Cela avait lieu avant la mort de mon grand-père. Après sa disparition, je ne me souviens pas qu'il y ait encore eu de telles réunions à l'Ara. Mon père ne nous accompagnait pas, car la poliomyélite dont il souffrait aux membres inférieurs ne lui permettait pas de rejoindre l'aire ni de se déplacer commodément dans le champ. Ma sœur et moi nous nous entendions bien avec deux cousines de notre âge. Ainsi, quand nous n'en pouvions plus de manger et d'écouter les plaisanteries des plus grands, nous demandions à nos parents la permission de nous rendre dans le bosquet de chênes verts à moins de cinq cents mètres de l'Ara. Comme tout était permis ce jour-là et que se respirait un parfum de liberté, nous nous aventurions dans le bosquet où nous pouvions courir et jouer à scundarieddhi (à cache-cache).


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Vie traverse 5. La via de lu Duca PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Martedì 13 Dicembre 2016 06:54

Riposo pomeridiano

Tornato da scuola, dopo pranzo, mi stendo sulla poltrona riservata alla pennichella pomeridiana, mi tolgo gli occhiali, e chiudo gli occhi per far riposare la mente. Ripenso a tante cose avvenute a scuola e ascolto i rumori che vengono dalla strada. Poi imbrocco pensieri insensati che mi trasportano nell’incoscienza ristoratrice di un sonno breve, ma intenso e liberatorio.

Nei giorni di tramontana, il vento infila nella mia strada un rumore che proviene da molto lontano, sei o sette chilometri in linea d’aria, il rumore degli aerei che partono dall’aeroporto militare per le esercitazioni sui cieli del Salento. Nell’aeroporto di Galatina, infatti, ha la sua base una scuola di volo, dove si addestrano i piloti dell’aeronautica militare italiana. Quando il vento soffia forte, allora il rombo dei motori giunge più intenso, ma non è mai molto fastidioso perché diventa una specie di musicale rincalzo dello stormire del vento tra gli alberi dei giardini e tra le case. Insomma, a me non dà per nulla fastidio, anzi, mi richiama alla visione dell’aperta campagna dove hanno costruito le lunghe piste dell’aeroporto.

Ieri, dopo pranzo, mentre stavo riposando nel modo che ho detto, mi è venuto il desiderio di rivisitare quei luoghi, dove noi ragazzi ci spingevamo con le biciclette e poi con i motorini per vedere il decollo o l’atterraggio degli aerei da guerra. Così, riaperti gli occhi, e inforcati gli occhiali, ho detto a Giulia che mi sarebbe piaciuto mostrarle il campo di aviazione e gli aerei che facevano tutto quel rumore.

- Quale rumore, papa?

- Ma come, non ci hai fatto caso? Il rumore che proviene dall’aeroporto!

Giulia non ci aveva fatto caso, pur sentendolo bene, perché lo aveva incluso nel normale rumore della città quando tira un po’ di vento da nord. E così abbiamo indossato le nostre giacche a vento e con lo scooter siamo partiti alla volta dell’aeroporto.


Segreti della campagna

Avere la tramontana nel mese di novembre è davvero un caso fortunato. Novembre qui è il mese delle piogge portate perlopiù dallo scirocco, un vento caldo che fa ingrossare nei campi le cicorie e i finocchi. Invece, la tramontana fredda serve per ingrossare le rape, che altrimenti marciscono. Man mano che ci si allontana dall’abitato, la campagna cambia aspetto: le vigne cedono il terreno agli olivi e questi alle colture stagionali. Ci sono mille case coloniche, molte ben costruite, tutte proprietà degli abitanti del luogo, che d’estate vi trascorrono la villeggiatura, e rimangono in campagna fino ad ottobre. A Galatina questa contrada viene designata con l’espressione la via de lu Duca, perché porta dritto a una masseria che si dice sia stata proprietà di un Duca, molti e molti anni fa. E si racconta che vi sia un passaggio segreto sotterraneo che parte dal castello di Galatina e giunge fino a questa masseria, un passaggio fatto costruire dal predetto Duca che aveva voluto tutelarsi con una via di fuga da eventuali aggressori. Naturalmente questo cunicolo non è mai stato trovato, ma di esso è rimasta traccia nell’immaginario popolare, sicché ancor oggi io non riesco ad imboccare la via de lu Duca senza rievocare dentro di me questa storia che mi è stata raccontata sin da quando ero ragazzo. Naturalmente, ieri, essendo in compagnia di Giulia, ho pensato ad alta voce, e le ho raccontato questa storiella, suscitando il suo interesse e la sua curiosità. Ha voluto a tutti i costi che la portassi alla masseria de lu Duca, dove certamente avremmo trovato l’uscita del passaggio segreto.

Per arrivarci, bisognava passare da una villa, sulla quale voglio ora dire qualcosa. L’interesse mio per questa villa riguarda un tempo ormai passato –parlo di almeno venticinque anni fa-, quando per caso, in una delle nostre scorribande, scoprimmo che nel retro di essa vi era un campo da tennis ricoperto di asfalto. Non seppi mai a chi appartenesse quella villa, ma è certo che il proprietario non se ne curava, perché il suo stato d’abbandono era palese a chiunque, passando, avesse voltato lo sguardo in quella direzione. Quando ero ragazzo, e si veniva in bicicletta, e poi, un po’ più grandicelli, coi motorini, la villa abbandonata era un ottimo luogo per fermarsi a riposare, poiché si trovava (e si trova tuttora) proprio a metà strada tra l’abitato di Galatina e l’aeroporto, poco lontana dalla la masseria de lu Duca. Io e i miei amici non giocavamo a tennis, non era il nostro sport. Noi giocavamo al pallone, e basta. Ma fermarsi in quella villa abbandonata era diventata per noi una consuetudine, poiché al gusto dell’infrazione -infatti, scavalcando il basso muro di cinta e facendoci un varco nella siepe di pino, violavamo una proprietà privata- si univa la certezza dell’impunità, tanto era chiaro a tutti che nessuno da anni aveva più visitato quella casa. D’inverno, nel giardino c’erano mandarini e aranci che, sebbene nessuno da anni li avesse più potati, davano ancora frutto e noi ne approfittavamo per mangiarne a sazietà. Poi riprendevamo a pedalare verso le piste dell’aeroporto con le tasche piene e fieri della nostra audacia.

Una volta ci portai una mia compagna di scuola, la stessa con cui qualche volta marinavo la scuola, a cui avevo chiesto di insegnarmi a giocare a tennis. Lei mi aveva risposto che con poche lire potevamo prenotare il campo al Tennis club, ma a me piaceva l’idea di portare la mia compagna in quella villa disabitata e di giocare con lei in quel campo da tennis abbandonato, non altrove. Alla fine lei acconsentì e così, armati di palle e racchette, un pomeriggio di non so più che stagione, a bordo della sua vespa bianca, prendemmo la via de lu Duca.

Come avrei potuto raccontare a Giulia queste cose? Non le ho detto niente, perché non avrebbe capito come mai alla mia compagna di scuola avevo chiesto di insegnarmi il gioco del tennis in un luogo così fuori mano e in un campo molto più lontano del Tennis club, dove ogni galatinese di buona famiglia impara a giocare servendosi anche di istruttori specializzati; avrei dovuto spiegarle, inoltre, perché con la mia compagna di scuola facemmo quell’unica partita: diceva che svisavo la palla, la colpivo di striscio per imprimerle un effetto che e lei non piaceva perché la metteva in difficoltà e che questo era tipico dei principianti; e aggiungeva che si gioca meglio su un campo di terra battuta, come quelli che si possono affittare al Tennis Club, piuttosto che in un campo asfaltato dove la palla rimbalza male. A quel tempo a me piaceva svisare e mi piacevano le piccole infrazioni, ero fatto così.

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Vie traverse 4. Lu ruttu de la vora PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Mercoledì 07 Dicembre 2016 18:04

Risveglio

La cosa più bella che ti possa capitare dopo tre giorni di pioggia battente è svegliarti in un mattino di domenica, che sai di non dover andare a scuola e puoi uscire e andare dove ti pare. Giulia, appena le ho proposto di andare a visitare i laghetti che si erano formati nelle campagne qui intorno, con gli occhi ancora chiusi ha detto che si sarebbe vestita in un battibaleno, e così è stato. Nella sua mente si deve essere verificata come una inondazione che l’ha svegliata di colpo, lei che ogni mattina deve essere tirata giù dal letto con mille stratagemmi e precauzioni.

Il sole c’era e non c’era, entrava e usciva dalle nubi ancora nere in una indecisione meteorologica più apparente che reale: lo scirocco teneva duro. Ma come avrebbe potuto continuare a piovere dopo tre giorni di pioggia battente, senza far sorgere il sospetto che si stesse preparando un nuovo diluvio universale? Abbiamo optato per l’auto, spinti anche dalle insistenze di Ornella, che non ci avrebbe lasciati partire in scooter con un tempo così incerto. In un canto del garage, lo scooter si sarebbe rassegnato ad attendere tempi migliori.

 

Visione della campagna dopo la pioggia

Era come dicevo io. Appena fuori dell’abitato, i campi di cicorie, di rape e di finocchi erano completamente sommersi dalle acque che lasciavano vedere solo le cime più alte d’un verde smorto sopra una distesa di fanghiglia grigia. Le vigne ancora frondose, sebbene ormai private del loro frutto, erano allagate; gli olivi, perso ormai il loro carico strappato dal vento e sommerso dalle acque, sembravano simili a salici piangenti sul greto di un lago; tutta la campagna costituiva uno spettacolo ch’io ricordavo, per averlo visto tante volte da piccolo, e che ora mi piaceva riproporre a Giulia, per vedere l’effetto nei suoi occhi di bambina vissuta altrove. E Giulia era veramente stupita da quel mare venuto giù dal cielo in pochi giorni, portato dal vento umido di scirocco, e giurava di non aver mai visto nulla di simile in via sua, lei che pure aveva spesso passeggiato sulle rive dei laghi del Nord Italia.

Fa uno strano effetto rivedere i luoghi che si sono percorsi a piedi o dove lo sguardo si è posato sulla terra arida dell’estate, rivederli in autunno, nel tempo delle piogge; lo stesso effetto straniante di una foto ritoccata al computer, da cui siano scomparsi tutti i particolari, tutti gli “errori”, che la rendevano caratteristica e unica. Nel paesaggio della campagna era venuto a mancare soprattutto il colore della terra, come annullato da un pittore scrupoloso, che avesse passato pennellate d’un grigio indistinto tra i filari degli alberi e degli ortaggi.

 

La vora di Noha

Il luogo dove la massa d’acqua aveva costituito un vero e proprio laghetto era quello dove meno mi sarei aspettato di trovare un simile sconvolgimento della campagna: la vora di Noha. Ci siamo fermati sul ciglio della strada su cui si frangevano senza forza le increspature dell’acqua sollevata dal vento di scirocco, attirati da uno stuolo di persone intente a commentare il fenomeno nuovo. Ma come, la vora di Noha, che aveva sempre inghiottito mari interi d’acqua piovana, portando verso luoghi lontani e sconosciuti tutto quello che le precipitava in gola, come era possibile che si fosse all’improvviso saziata e avesse smesso di fare il suo lavoro? In lontananza, il luogo preciso dove un tempo la vora si apriva, era solo visibile per alcuni pilastri di cemento che la delimitano, cinti da una rete metallica che ne impedisce l’accesso. Giulia voleva sapere tutto della vora di Noha, soprattutto voleva sapere dove andava a finire la massa d’acqua che la vora inghiottiva; ma io non potevo accontentarla, perché non lo sapevo; e allora abbiamo interrogato un uomo anziano, che era lì, insieme agli altri, stupito anche lui per quel mare di acqua e fango, ed anche un po’ indignato. Ci ha detto che abitava lì vicino ed era preoccupato per la sua casa, perché un altro giorno di pioggia e la sua casa sarebbe sommersa; che la vora un tempo era efficacissima nel periodo delle piogge, quando si sentiva un rutto continuo e prolungato, lu ruttu de la vora –ha detto – era il segno che tutto andava bene e che se anche l’oceano le si fosse riversato nella gola dal cielo, la vora l’avrebbe ingoiato ed espulso; che forse – anche lui era incerto – la vora sfociava come un fiume sotterraneo dalle parti di Galatone, a dieci chilometri di distanza, o forse anche direttamente in mare, sotto qualche scoglio sommerso lungo la costa, dalle parti di Santa Maria al Bagno; ora l’avevano chiusa, ovvero ne avevano rimpicciolito la bocca con colate di cemento a tal punto che le frasche avevano fatto il resto, come accade nei fiumi, dove i castori sono capaci con i rami degli alberi di costruire una diga che ne devia il corso; insomma, -concludeva – bisogna stare attenti quando si vota, perché non si può votare per chi non sa cosa sia una vora e non ne ha mai sentito il rutto.

 

Sul Canale dell’Asso

Giulia voleva subito andare a vedere il luogo dove sfocia la vora, ma io le ho fatto notare che, se la vora non inghiottiva più nulla, era chiaro che neppure sfociava in nessun luogo. Allora, siamo risaliti in macchina e ci siamo avviati verso il Canale dell’Asso, che dopo tutte le piogge dei giorni precedenti avrebbe dovuto essere pieno d’acqua. Gliel’ho indicato dalla strada, da dove è facile vederne la sua linea sinuosa che si snoda tra i poderi, accompagnata da un corteggio di alte canne. Le hanno piantate apposta sul terrapieno che fa da argine, perché le radici della canne trattengono la terra e non lasciano che le acque la portino via. Ogni tanto la strada asfaltata incrocia il canale, e gli passa sopra. Basta fermarsi, dunque, su un piccolo viadotto per vedere il corso del canale. Siamo scesi dalla macchina e ci siamo affacciati al guard rail: nel fondo oscuro del canale, dove le fronde delle canne non lasciavano passare la luce, si vedevano a malapena trenta centimetri d’acqua corrente, non di più. Le acque, dunque, si stavano ritirando. Ma in qualche punto l’acqua aveva superato l’argine e si era diffusa nella campagna, mentre altrove, all’interno del canale, l’erba schiacciata dalla furia delle acque segnava l’alto livello raggiunto dalla corrente.

Giulia voleva sapere che fine avessero fatto gli animali del canale. Non è affatto un luogo comune che i bambini ci mettono spesso davanti alla nostra ignoranza. Infatti, che cosa ne sapevo della fauna del luogo? Ho inventato, cercando di attenermi ad una certa verosimiglianza: ho detto che nel canale vivono rane e rospi, che certamente si erano salvati nelle loro case acquatiche, protetti dietro un anfratto di pietra; che uccelli acquatici non ce n’erano neanche a pagarli, come più volte ci aveva spiegato nonno Nino, che era stato cacciatore e se ne intendeva, e che tutt’al più ci poteva essere qualche tana di volpe, che si era certamente messa in salvo con i suoi cuccioli nell’imminenza dei temporali; e poi piccoli roditori, topolini e talpe, anche loro, come tutti gli animali, capaci di trovare un riparo contro la pioggia e le inondazioni. A un certo punto, mentre mi diffondevo in queste considerazioni, Giulia ha fatto un’osservazione molto veritiera. “Ci hai fatto caso, papà, che nel cielo non ci sono più uccelli!”. Di sicuro stava ripetendo una frase pronunciata spesso da nonno Nino che si lamenta sempre di questa assenza nei cieli della sua campagna (dove ha un piccolo fondo che ha piantato ad alberi da frutto), accompagnando le sue querimonie con tutto un repertorio di affermazione contro coloro che accusano i cacciatori di aver fatto strage di uccelli; quando, invece, la colpa è dei contadini che, usando senza misura diserbanti e pesticidi, non solo hanno ucciso gli animali, ma hanno anche avvelenato le falde acquifere, tanto che i pozzi ai quali bevevano bestie e cristiani quando lui era giovane – quant’era fresca quell’acqua! - ora raccolgono solo acqua piena di stafilococchi, quando va bene, e di mille sostanza chimiche che la rendono imbevibile.

In effetti, sul pantano della campagna allagata, non fosse stato per le nuvole in movimento, il cielo sarebbe apparso privo di vita. Solo qualche gazza ferma su un cavo della luce o sul ramo di un albero, col suo cra-cra richiamava la nostra attenzione, prima di spiccare il volo lontano dalla strada.

All’improvviso, ecco lo scoppio d’un fucile, a poca distanza da noi. “Hai visto, papà, non si è sollevato neppure un uccello!”. Giulia parlava come chi avesse trovato la prova del suo ragionamento, quando invece, anche stavolta, non faceva che ripetere una frase con cui nonno Nino giustifica la sua rinuncia alla caccia, a cui si è rassegnato già molti anni fa. Così, quando meno te l’aspetti, i bambini dimostrano di essere molto attenti alle parole dei più anziani, con gli occhi dei quali guardano più degli adulti alla realtà delle cose. Era vero, solo alcune gazze si erano levate in volo allo scoppio del fucile; e si sa che nessun cacciatore ha mai sparato alle gazze, se non per provare l’efficacia di una cartuccia.

 

Ritorno a casa

Ricominciava a piovigginare, a ’nziddhacare, come diciamo noi, ed era opportuno rientrare in macchina e portarsi verso casa. Sulla via del ritorno, alle prime case del paese, Giulia mi ha indicato la cupola del circo che da qualche giorno si era attendato in uno spiazzo della periferia. Allora, abbiamo fatto una piccola sosta davanti al campo, dove erano parcheggiati i camion delle bestie feroci e Giulia ha potuto sgranare gli occhi alla vista di due tigri rinchiuse dietro spesse sbarre di ferro. Una se ne stava immobile, distesa, e sembrava dormire, l’altra era un po’ inquieta e girava su se stessa come un cane che si morde la coda. “E se scappassero?” ha detto Giulia. “Speriamo proprio di no!” le ho risposto, considerando la mole e le fauci. Intanto cominciava a piovere più intensamente e un clown si dava da fare per chiudere le imposte del camion perché le bestie non si bagnassero. Sarebbero rimaste al buio, almeno nel tempo della pioggia. Anche a noi non rimaneva che tapparci in casa e aspettare l’arrivo della tramontana.

[2004]


Vie traverse 3. Uscita di scuola PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Mercoledì 30 Novembre 2016 19:16

Invidio certi genitori che arrivano davanti alla scuola dei loro figli all’ultimo minuto. La mia attesa di solito varia dal quarto d’ora ai cinque minuti, quanto basta per dare un’occhiata in giro. Volgo le spalle al Consorzio agrario, appoggio il piede al muro, sostenendomi sull’altro in equilibrio, e aspetto.

L’edificio scolastico elementare di epoca fascista mi si para davanti in tutta la sua lunghezza, con la fuga di finestre disposte su due piani e il balcone centrale sporgente che conferisce alla costruzione una certa monumentalità. Di fronte si aprono i giardini, piantati ad alberi di bella vista che svettano sopra un manto verde di prato inglese. Piazza Fortunato Cesari è la piazza novecentesca della città. Alla mia destra, la gran fabbrica della clinica San Francesco, davanti a me, la recinzione dei giardini. Quando fu che vennero rinchiusi, questi giardini? A diciott’anni stavamo ancora sul muretto semidiruto, ma buono per sederci sopra. A vent’anni c’era già una recinzione con tanto di alabarde: o dentro o fuori. E noi, che eravamo sul limitare, tutti fuori. D’accordo, bisognava bonificare la zona, impiantare i giochini dei bambini, salvaguardare le panchine dei vecchi, d’accordo. Ma io sto parlando di un’altra cosa, di quelli che si trasferirono in piazza Alighieri, distesi per terra, sporchi, allucinati, prima di essere portati via e rinchiusi in qualche comunità. Molti di loro, bisogna andare al cimitero per trovarli.

Lungo il muretto c’era una lunga siepe di pino profumato e ora mi sembra impossibile che ci passassimo dentro carponi come un treno in una galleria. L’ho letto da qualche parte o davvero durante i nostri giochi infantili una volta ho messo la mano su un pezzo di cacca? Negli anni mi sono convinto che i bambini si nascondessero lì dentro per fare i loro bisogni. I bagni pubblici erano troppo lontani e sporchi più che la terra, come oggi questi che hanno costruito nuovi, sempre rotti, del resto. Il leccio alto, fronzuto, era una casa spaziosa con una comoda scala che ti portava in alto, fin sulla cima, da cui potevi vedere in lontananza la chiesa madre quasi alla tua altezza. Mio Dio, combatto sempre, ogni giorno, ogni minuto, contro la nostalgia, contro tutte le nostalgie, le svenevoli nostalgie che ingombrano l’animo. Pertanto, so bene che tutto è destinato a passare, noi per primi, coi nostri affetti e tutto il nostro mondo, so bene quanto sia parassitario lo spirito di chi vive solo per ricordare. Pertanto, io non sono, io non voglio essere nostalgico! Però, come non rimpiangere le siepi di pittosporo, coi loro fiori bianchi di maggio, profumatissime più di un gelsomino. No, non mi lamento che ora tutto questo non ci sia più, mi limito a constatare come una diversa potatura dell’albero e l’idea fissa del prato inglese abbiano avuto il potere di rompere una scala naturale ben fatta e di travolgere una casa vegetale dove si svolgevano mille giochi, di schiantare una siepe che ti faceva innamorare, come se fosse intervenuta un’alluvione che porta via tutto senza chiedere il permesso a nessuno. Del resto, non sono contento di avere un parco giochi per i miei bambini, con tanti giochini diversi, tutti di plastica, tutti recanti il certificato di osservanza delle norme UE, che mi garantiscono che mai mia figlia potrà farsi male, almeno non giocando con quei giochini? Inoltre, ora l’albero è più bello, non ha più la forma di un ampio cespuglio che non conosce la sega del potatore, ma proprio quella di un albero, preciso preciso, con tanto di fusto che s’innalza sopra l’erbetta verdognola. D’estate, la si innaffi di notte, per cortesia!

Era proprio in quel luogo che facevamo le partite di pallone? La porta con un solo palo, il tronco d’una ghianda, e l’altro bisognava segnarlo con una pietra, che poi non si sapeva mai s’era goal oppure no! Era uno dei cento campetti cittadini. E tutti gli altri, dove sono finiti? Ai miei studenti devo assegnare una ricerca: prendi uno stradario della città, chiedi a tuo padre, o a tuo nonno, se tuo padre è troppo giovane, di cerchiare i luoghi dove ha giocato al pallone quand’era ragazzo. Fatti raccontare (e trascrivilo) un pomeriggio tipo trascorso in un campetto. Quindi fai le tue considerazioni personali. Triste memoria dei campetti, ricoperti da un’unica immensa colata di cemento! I miei studenti, poveri loro, pagano fior di euro per tirare calci al pallone!

Un vigile davanti a me disciplina il traffico qualche minuto prima del suono della campanella, quando alla spicciolata, poi tutti insieme come uno sciame di api attratte dai fiori, madri e padri si affrettano all’ingresso della scuola. La consegna del figlio al genitore da parte dell’insegnante avviene sul limitare del recinto scolastico, dove all’istituzione-scuola subentra l’istituzione-famiglia nella custodia del bambino. Il vigile fischia alla minima infrazione e nessuno può sgarrare d’un centimetro, tutti dentro le strisce azzurre, pure l’assessore che arriva con una macchina grande come un camion, così, giusto per garantirsi una certa visibilità. Sopra di noi, entro il recinto alabardato, s’aprono alti pini e radi. Chi si permetterebbe ora di tirare di fionda pallini di piombo colati di bocca misti a saliva nella sacca di pelle contro le tenere facetule? Lu Culetta io me lo ricordo ancora intendo all’operazione venatoria, ma come tutti i ricordi, rivederlo oggi con la freccia in mano sarebbe anacronistico. E poi, avrà i miei anni, dei figli come li ho io, chissà dove li manda a scuola?

Drinnnnnnn: escono i bimbi di scuola, con zaini tutti uguali, pesanti, goffi. Ho bisogno di guardare i visi delle mie bambine per riconoscerle: sono state a scuola di omologazione.

Poi, mentre andiamo verso l’auto, cominciano a litigare per chi salirà davanti: si strattonano, lavorando di gomito, mentre io cerco di dividerle e di metterle a tacere. Però, dentro di me penso che, in fondo, io e mia sorella, trent’anni fa, non eravamo poi così diversi. Andiamo a casa, è ora di pranzo. Poi, se ci andrà, faremo un giro in campagna.

[2006]


Vie traverse 2. Passeggiate con papà PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Mercoledì 16 Novembre 2016 18:57

La Cinquecento L e altri particolari

 

Cerco di risalire ai tempi in cui ebbero inizio le passeggiate con papà, e mi ritrovo ancora ragazzo, che guido la Cinquecento L color blu di mia madre. Un ragazzino senza patente se ne andava in giro per il paese, attento a non incorrere in qualche vigile, e desideroso di farsi vedere dai compagni di scuola alla guida di un’auto! La tipica situazione interpretabile in chiave edipica: ho approfittato dell’handicap di mio padre, poliomielitico agli arti inferiori e impedito nella guida, per impossessarmi dell’auto di mia madre prima del tempo, a quattordici, quindici anni appena. In famiglia, difatti, guidava solo mia madre, che si era dovuta accollare il compito di autista, un ruolo maschile, secondo il suo modo di pensare, cui lei si prestava a malincuore, facendo di necessità virtù, perché, insomma, in casa c’era proprio bisogno di qualcuno che guidasse l’automobile. E allora, visto che mio padre non poteva guidare e noi figli eravamo ancora piccoli, aveva frequentato la scuola-guida, lei che a scuola ci era andata molto tempo prima e solo per pochissimi anni. Così, appena io crebbi un po’ e cominciai a rubarle l’auto, mia madre mi sgridò, si preoccupò e alla fine mi diede le chiavi. Infatti, la mia precocità le ritornava utile, poiché, quando ero libero dai miei impegni, la alleggerivo di qualche incombenza, come andare a prendere mio padre o accompagnarlo a scuola, fare la spesa, o sbrigare le faccende in paese. I miei genitori dimostravano molta apprensione ogniqualvolta chiedevo di guidare l’auto, e mi dicevano di tenermi alla larga dai vigili urbani. Suppongo che essi contassero anche su una certa indulgenza dei vigili che, in una cittadina di piccole dimensioni com’era la nostra, dove tutti si conoscono, si spera siano un po’ accondiscendenti e, se non la fai grossa, che chiudano un occhio. Avevo esattamente quindici anni –nel giugno 1978, lo ricordo bene, perché da quell’anno non andammo più in vacanza a Leuca– quando facemmo il quinto e ultimo trasloco nella casa finalmente nostra, e in quell’occasione diedi in famiglia più che una mano per trasportare tutto ciò che una Cinquecento L con portapacchi comprato per l’occasione poteva trasportare da una casa all’altra, comprese diverse centinaia di libri e riviste di mio padre. Eravamo relativamente poveri, ma i libri, essendo mio padre un professore di scuola, non mancavano, anzi, a detta di mia madre, ce n’erano fin troppi.

Se ripenso alle case in affitto che abbiamo abitato, me le vedo sfilare davanti una dopo l’altra come pezzi del mio passato familiare, immagini di ambienti diversi con le loro particolari luci ed ombre nelle diverse ore del giorno. Nei miei spostamenti quotidiani, ancor oggi, mi capita di passare in piazza Fortunato Cesari o per via Mazzini oppure per via Val d’Aosta (tralascio le altre case abitate dai miei genitori prima che io fossi nato), e non manco mai di sollevare lo sguardo a quelle finestre da cui tante volte mi sono affacciato, e di guardare i muri esterni della casa nella quale ho vissuto per quattro, cinque anni; ma gli interni di quegli edifici ormai mi sono preclusi, e certo farei la figura del sentimentale se chiedessi a chi ora vi abita di poterli visitare.

Alla fine, col lavoro di mio padre e con le economie di mia madre, eccoci pervenuti nella nostra casa di via Carlo Mauro 14, una vera conquista! Fu nella circostanza dell’ultimo trasloco che decidemmo di buttare via il ritratto fotografico del mio bisnonno paterno, Fortunato, morto nel dicembre 1925, corroso irrimediabilmente dalle muffe della umidissima cantina scavata sotto la casa che stavamo lasciando. Se allora avessi immaginato che a distanza di trent’anni i nuovi ritrovati della tecnica avrebbero consentito il recupero di una fotografia così malmessa, certamente mi sarei opposto a una simile decisione. Mio padre si dispiacque della perdita, ma non disse nulla, con ciò rimproverando tacitamente mia madre, rea di aver esposto il quadro all’umidità confinandolo in cantina. Ella, infatti, che allora era una giovane sposa, mal tollerava di vedersi davanti dei morti, diceva. Poi, col passare degli anni, il comò della sua stanza da letto si è riempito di ritratti funebri (e da qualche anno, ahimé, si è aggiunto anche il suo). Intanto, di Fortunato, perduto quel ritratto, non rimaneva nessun’altra fotografia, sicché io stesso, sebbene lo abbia visto decine di volte, oggi non ricordo bene quale fosse il vero volto del mio bisnonno, il cui ritratto corroso dalle muffe, un bel giorno di primavera dell’anno 1978, mentre eravamo intenti a traslocare, buttammo in pattumiera.

 

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Vie traverse 1. Circonvallazione PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Martedì 08 Novembre 2016 23:12

[Diamo qui inizio alla pubblicazione a puntate di Vie traverse, Edit Santoro, Galatina 2007.]


Questo novembre ci ha regalato giornate davvero meravigliose. I contadini hanno imprecato perché la stagione delle piogge non s’è fatta proprio sentire e gli è toccato attingere ai pozzi un giorno sì e uno no, se volevano che le verdure crescessero; ma chi non ha avuto di questi problemi si è goduto un’estate di San Martino più lunga rispetto al solito.

Sabato pomeriggio, dopo pranzo, ho preso la moto per fare un giro nelle campagne intorno a Galatina, rinunciando volentieri alla pennichella, che di solito mi riservo per il fine settimana, in favore di un pomeriggio all’aria aperta. Passando da Cutrofiano, ho fatto visita a due fratelli, miei amici, che, all’inizio degli anni ottanta, di ritorno dalla Svizzera, hanno comprato meno di un ettaro di “cozzi” a testa sulla strada che da Cutrofiano mena a Corigliano, due fondi l’uno accanto all’altro, e ne hanno fatto giardini incantevoli ben chiusi da alti muri e siepi di pino ancora più alte, giardini confinanti e non comunicanti, e di tutto questo, ora che cominciano ad essere piuttosto attempati, sono fieri. Mi hanno illustrato i fondi in ogni dettaglio: la casa, la zona pineta, le palme dei viali, gli olivi, l’orto, il pollaio, ecc. Ho fatto i complimenti per il frutto del loro lavoro, cui si dedicano tutto il giorno ora che sono in pensione. Meglio che stare davanti a un bar dalla mattina alla sera, mi hanno detto. Sono stato un po’ con i miei amici, prima nel fondo dell’uno e poi in quello dell’altro, ma già alle tre e mezzo il sole sembrava scomparso dietro l’orizzonte troppo alto delle recinzioni e ho cominciato a sentirmi a disagio. Per ricompensarmi della visita, mi hanno riempito il bauletto della moto di cicorie, finocchi e arance e mi hanno congedato contenti per avermi rivisto dopo molto tempo. Di nuovo all’aria aperta, ho preso la strada di Corigliano, e da qui quella per Galatina. Pochi metri dopo il cementificio, non trovando altro impedimento che un cartello con su scritto che la strada è chiusa al traffico per lavori in corso, ho imboccato il nuovo tratto della circonvallazione, seguendo la segnaletica verso Sogliano Cavour. Sapevo bene di commettere un’infrazione alle norme stradali che impediscono il transito ai veicoli non autorizzati, ma la tentazione è stata più forte del divieto; e così, a velocità ridotta, nel timore di imbattermi durante il percorso in una pattuglia della stradale o in un ostacolo inaspettato, come può accadere in un cantiere ancora aperto, ho diretto la moto sull’asfalto fresco, appena sporcato dalle ruote di qualche autocarro di servizio.

A novembre inoltrato le giornate sono molto brevi. Già prima delle quattro e mezzo il sole scompare dietro l’orizzonte e la campagna si immerge in un chiarore luminosissimo, almeno nelle giornate di tramontana leggera. Se fossi stato nuovo di queste parti, un turista per caso e per diletto, non avrei visto nulla di noto nel paesaggio che mi si presentava dinnanzi, mentre il sole occiduo se ne andava dall’altra parte del mondo. Alla mia destra, non avrei riconosciuto il campo da cross, dove gli ultimi motociclisti si attardavano ancora a girare dentro il circuito, saltando sulle cune di terra battuta, né l’ex macello comunale divenuto un canile pieno di nevrotici cani abbaianti ad ogni inaspettato rumore, e neppure, più in là, gli alberi del Villaggio Azzurro, abbandonato da molti anni. Mi sono fermato sul ciglio del ponte e ho dato un’occhiata intorno. A sinistra, sullo sfondo del cementificio, ai cui piedi stanno le villette dei Piani, ecco la masseria di Sant’Anna con l’annessa cappella, dove nessun culto viene officiato, che rimane chiusa al visitatore, essendo proprietà privata, e poi le case di tanti cittadini tutte ben recintate da muri o siepi come tanti appartamenti rinchiusi su se stessi, piccole monadi verdi, simili a quelle dei miei amici, dentro una campagna negata. Più avanti, fermatomi sul viadotto che passa sopra la Galatina-Sogliano, non avrei riconosciuto da una parte il nuovo mercato ortofrutticolo a quell’ora deserto, le rovine di una masseria tra le quali si aggirava un gregge di pecore nere in cerca di erba, assai scarsa per la penuria delle piogge, e una centrale elettrica che sembra abbandonata e giace come un informe ammasso di ferri vecchi e arrugginiti; dall’altra, sarei passato indifferente davanti alla mole degli impianti industriali che s’affacciano sulla via di Sogliano e volgono le spalle alla circonvallazione, di cui non sospettavano un giorno la costruzione. Sotto un albero, un uomo era intento a scopare le olive nei limiti d’un cerchio di terra rossa, un altro, in un appezzamento vicino, piegato per terra, tagliava cicorie per farne delle balle da vendere al mercato il prossimo lunedì mattina. Segni della campagna e segni della periferia visti dall’alto della carreggiata. Cose note, riconosciute da una prospettiva diversa, paesaggi inaspettati aperti improvvisamente alla vista del passeggero che la consuetudine dei luoghi aveva reso cieco. La circonvallazione spezza il continuum di un paesaggio dove gli uomini nell’arco di cinquant’anni hanno giustapposto il vecchio al nuovo, e dall’alto ne rivela le stratificazioni, le sovrapposizioni, gli innesti, gli abbandoni, le ferite aperte e, forse, inguaribili. Funziona come la cornice di un quadro appena abbozzato che, precisandone i contorni, invita a considerarlo in ogni dettaglio e a intuirne la forma futura. Sovrasta le vie che per molti anni ho percorso senza pensare che un giorno una strada sopraelevata le avrebbe rese traverse e minori, sorpassandole con viadotti prefabbricati per superare ogni ostacolo.

Qualche sparuto automobilista, curioso come me, aveva deciso di scoprire il circuito di quella strada proibita. Ho immaginato la sua visione in cui, almeno la prima volta, un senso di estraneità e di meraviglia, che soltanto può nascere in chi ha visto le stesse cose da una prospettiva consueta, non può lasciare spazio a nessuna bramosia. Eppure, io stesso mi chiedo: che cosa accadrà di tutte queste terre? Presto verranno uomini, anche dall’altro capo del mondo, che non si limiteranno a guardare o a immaginare il futuro – e forse sono già all’opera -, ma lo realizzeranno con il loro lavoro. Sorgeranno nuove costruzioni, nasceranno lucrose attività, i segni del passato saranno cancellati o inglobati dentro contenitori di ferro, di vetro e di cemento. Fra trent’anni, fra venti, fra dieci, e anche meno, tutto sarà diverso.

[2006]


L'art d'accommoder les restes PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Anne-Lise Baider   
Venerdì 14 Ottobre 2016 21:50

« J'ai tout mangé », se dit-elle languissamment. Pendant les répits que lui laissait l'entretien, ou peut-être l'interrogatoire, elle se rappelait, dans la torpeur de cette fin d'après-midi d'été, les moments d'extase gourmande vécue ces dernières semaines...

 

La cuisine était une véritable passion et elle collectionnait depuis des années des ouvrages à ce sujet. Son intérêt s'était éveillé à la lecture amusée de la description rabelaisienne des monstrueuses mangeailles servies aux géants. Elle regretta, par ailleurs, qu'il y eût, généralement, si peu d'attention portée à la cuisine dans la plupart des romans : les personnages mangeaient, certes, mais un peu distraitement, on ne savait quoi. Les repas étaient plutôt l'occasion de les mettre ensemble et de les empêcher de bouger de là pour caser un dialogue. Ficelle narrative facile.

Certains passages romanesques, cependant, l'avaient fascinée, comme celui du mariage des Bovary dont elle tenta de reconstituer le gâteau lors d' un souper intime avec un de ses futurs amants, pour le plaisir de sculpter dans le chocolat l'angelot-cupidon sur sa balançoire, se mirant dans le lac de confiture. C'était kitch, mais cela avait détendu l'atmosphère et finalement le piège avait fonctionné : l'homme convoité lui tomba dans les bras le soir-même.

Elle avait lu et relu Proust en notant toutes les occasions de savourer des plats dont le nom même lui ouvrait des horizons de gourmet (substantif sans féminin, quelle erreur linguistique !). Les perdreaux au champagne faisaient naître des images de fêtes de Noël, les asperges vertes aux œufs mollets et le gigot d'agneau sauce béarnaise évoquaient la renaissance pascale du Christ. « Tiens, s'était-elle dit, quelle drôle d'idée : un Dieu qui se laisse manger ! ».

Peu à peu, elle se mit à lire les livres de cuisine eux-mêmes. Elle avait une petite tendresse pour la désuète Madame Saint-Ange dont elle aimait les recommandations sans fin. Sa mise en garde pour le choix des œufs la ravissait ! Les précautions pour réussir les œufs mollets couvraient trois pleines pages, deux pour le seul homard, deux pour les salmis. Cette lecture la plongeait dans un temps antérieur, celui où « le fricandeau à l'oseille » était un « souvenir, pour les gens actuellement âgés, d'une époque fort lointaine ... où les cuisinières à blanc bonnet – et qui ne savaient pas lire – apportaient à l'exécution d'un plat familial le temps et les soins qui en faisaient l'excellence » et d'évoquer la viande « moelleuse, d'un beau blond doré, avec un jus à l'état de succulent sirop couleur d'ambre ». Oui, c'était cela qu'elle aimait dans la cuisine : l'élégance, le soin extrême accordé à la préparation alchimique des aliments et le charme bon enfant du travail artisanal, simple, sans chichis. Dumas écrivait ainsi que « la plupart des cuisiniers mouillent tout bonnement leur fricandeau avec du bouillon, et allez, ça n'a pas de saveur... Il y a fricandeau et fricandeau ».

Quelle émotion aussi de voir quelques pages plus loin, à propos de cochon de lait, l'auteur du Comte de Monte-Cristo noter entre parenthèses : (article copié dans un vieux formulaire) ! Quoi donc ? Il faisait comme l'arrière-grand-mère qui truffait La véritable cuisine de la Tante Marie de recettes glanées ici et là, transmises de cuisinière à cuisinière ? Dans ce vieil exemplaire trouvé dans l'héritage de sa mère, l'évocation des pieds de cochons qu'il faut « tremper dans l'eau chaude pour leur ôter le poil » et « envelopper dans un linge de toile » l'avait plongée dans une longue rêverie, comme les descriptions des chairs rosées, garantes de fraîcheur. « Trempez une tête de cochon dans l'eau chaude »... elle se demanda si aujourd'hui on parlerait si crûment de la viande... « Le jambon – ce sont les cuisses du cochon – », précise la Tante Marie... les cuisses du cochon... « Quand vous voudrez le tuer, prenez-lui le corps entre vos genoux, en lui serrant le groin dans la main gauche, et vous lui enfoncez le couteau au bas de la gorge, ce qu'on appelle le petit cœur »... Cette explication la fit frissonner... Oserait-on aujourd'hui, à notre époque si prude et bien-pensante expliquer ainsi comment tuer le cochon de lait comme le fait Dumas dans son dictionnaire culinaire ? « Faites-lui quatre incisions sur la croupe pour lui retrousser la queue entre la peau et les chairs, passez lui trois brochettes... Quand il sera cuit, débrochez-le, faites-lui une incision autour du cou, afin que la peau reste croquante et servez-le très chaudement »...

 

Ses abondantes lectures nourrissaient son appétit de réalisation. Elle s'adonna donc à la cuisine avec ferveur. Elle organisa quelques repas littéraires fort appréciés de ses amis, autour de Proust et de la sensuelle Colette, notamment.

Mais ce qu'elle elle aimait par-dessus tout, c'étaient les repas avec ses amoureux...

Et soudain le souvenir des étreintes avec son dernier amant afflua en elle. Ah ! Quel homme tendre et délicieux il s'était révélé. Jusqu'au bout....

 

Le regard du commissaire, après avoir erré sur les cartons de déménagement non déballés, les meubles anciens et les étagères où s'alignaient déjà les livres de cuisine, s'arrêta songeusement sur les divines jambes féminines qui s'offraient à lui, non pas croisées haut pour le tenter comme celles d'une vulgaire séductrice, mais serrées, formant une oblique par rapport à l'assise du fauteuil, des genoux joints aux pieds chaussés d'escarpins élégants, bien perpendiculaires au tissu de l'entretoise. L'officier de police ne manquait pas de charme. Et Aurélie, bien droite dans sa robe à l'élégance discrète, l'enveloppait d'un regard franc qui contrastait avec son sourire énigmatique.

 

« Donc, vous n'avez pas revu Louis Lejeune depuis deux mois environ ?

– Non, commissaire », répondit-elle laconiquement.

 

Le silence s'installa à nouveau. Il faisait vraiment une température délicieuse et la baie vitrée du salon attenant à la vaste cuisine offrait une vue sublime sur la vallée et les collines s'arrondissant sous le soleil déclinant qui en soulignait les contours en en faisant jouer les ombres magnifiques, invitant à la contemplation et à la rêverie. Le commissaire avait manifestement un peu chaud. Aurélie se leva pour apporter quelques rafraîchissements.

 

Elle avait tout mangé. Tout ? Non, il restait un peu de « gigot mariné » et deux « pieds farcis truffés », cuisinés selon ses recettes toutes personnelles, dans le réfrigérateur. Avec une petite salade à la pimprenelle et des pommes de terre en robe des champs ou une purée au beurre...et pour la suite, elle improviserait....

 

C'était toujours ainsi que commençaient ses histoires d'amour.


Il mosaico favoloso del monaco Pantaleone PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Antonio Errico   
Sabato 20 Agosto 2016 07:44

Racconto di Ferragosto

 

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di lunedì 15 agosto 2016]

 

Si svegliò di soprassalto, madido, impaurito, con un tremore nelle braccia, il cuore che impazziva, come se un demone lo avesse visitato in sogno, come se una visione terribile gli avesse alterato il senno.

Si sedette sul giaciglio. Stranito. Frastornato. Con lo sguardo spalancato  dentro il vuoto.

Aveva visto tutto in un istante.

Nell’istante di un sogno aveva visto l’opera compiuta, il mosaico che non aveva ancora cominciato, che da anni e anni pensava, ripensava, lo aveva visto tutto dentro il sogno. Sontuoso. Magnifico. Perfetto.

Uscì dalla cella.

Cercò di evitare i confratelli.

Sulla soglia l’abate gli chiese del mosaico.

Glielo chiedeva ogni mattina prima che scendesse a Otranto.

Glielo chiedeva ogni sera quando risaliva. Come a ricordargli che per quell’opera di bellezza e di passione, di misericordia e di magia, lo aveva dispensato da ogni altro uffizio.

Pantaleone rispose che gli serviva tempo ancora.

L’abate lo guardò, perplesso, sospettoso. Gli chiese quanto tempo ancora gli serviva.

Pantaleone rispose che non lo sapeva. Tempo, disse, tempo. Il disegno era squilibrato, approssimativo.

Così rispose. Poi  s’avviò per il sentiero.

Cresceva un’alba cremisi nell’afa densa e greve del giorno di mezzo agosto, nell’aria soffocata  dall’ odore di mortella, straziata dallo stridio delle cicale.

Mentre scendeva si voltò a guardare l’abbazia.

S’era fatto monaco lì, a San Nicola di Càsole.

In quel luogo di preghiera e di sapienza.

Lì, tra i volumi di ogni genere della biblioteca, si era figurato le immagini del mosaico, le forme,  le storie, i simboli, gli enigmi.

Entrò nella cattedrale già inondata dalla luce del mattino acerbo.

Scese nella cripta. Prese il foglio riposto dietro una colonna, lo dispiegò per terra. Lo fermò con le pietre agli angoli.

All’abate aveva mentito. Per questo avrebbe fatto penitenza, si disse.

Il disegno era pronto, definito nel suo complesso, nei particolari.

Guardò l’Albero della vita. Le figure di Adamo e di Eva, del serpente. Il Leviatano che inghiotte la lepre, l’antilope, il centauro, l’unicorno, re Salomone, la Regina di Saba, il leopardo, l’ariete, la sirena, l’asino che suona la lira, Sansone che lotta contro un leone, il drago alato che stritola un cervo, re Artù a cavallo di un caprone, il Diluvio Universale, la Torre di Babele, Alessandro Magno portato in cielo dai grifoni, e poi figure d’uomo e d’animale, e poi le Erinni, Satana, Caronte.

Era tutto lì, in quel disegno,  in quel delirio sapiente di forme.

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Quel che posso dire… 20. Servizio militare PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Lunedì 18 Luglio 2016 16:36

["Il Galatino" anno XLIX - n. 13 dell'8 luglio 2016, p. 4]

 

“E’ la cosa migliore che ci sia toccata!” disse Frédéric.

“Già, forse è proprio così. E’ la cosa migliore che ci sia toccata!” disse Deslauriers.”

Gustave Flaubert, L’educazione sentimentale.

 

I più giovani oggi non lo sanno, ma ci fu un tempo in cui la naia era obbligatoria. Quando arrivava la cartolina-precetto, se non avevi diritto al rinvio, qualunque cosa stessi facendo, dovevi lasciarla a mezzo e partire per la caserma assegnata. A me toccò una caserma di Salerno, dove per un mese avrei ricevuto l’addestramento prima di esser inviato alla mia destinazione definitiva. La sera, io e un mio amico uscivamo dalla caserma appena suonava l’ora della libera uscita e andavamo verso il centro cittadino, fermandoci ad ogni bar che incontravamo: una volta offrivo io e una volta offriva lui; e siccome questo accadeva sia all’andata che al ritorno, di solito tornavamo in caserma più che brilli, sebbene sempre con le nostre gambe. Se si considera il ruolo che in ogni guerra gli alcolici hanno giocato nel tenere alto il morale degli eserciti, si può capire meglio come questa fu la parte più importante del mio addestramento militare.

L’ultimo giorno prima del trasferimento, che ci avrebbe separati, io e il mio amico eravamo usciti di caserma al primo suono della campana e come al solito avevamo visitato diverse chiese, prima di arrivare sul lungomare. Era una sera di marzo piuttosto umida a causa del vento che veniva dal mare e sembrava sporcare tutte le cose. Avevamo appena finito di cenare in una nave-ristorante, dove spesso ci recavamo per mangiare qualcosa di alternativo al vitto della mensa e anche perché, incluso nel prezzo, potevamo usufruire dei bagni, giacché ancora non eravamo riusciti ad abituarci ai bagni turchi della camerata. Passeggiavamo in una zona piuttosto buia del lungomare, su cui sboccavano stradine piene di auto parcheggiate. Si parlava della nostra destinazione: io sarei andato non molto lontano, a San Giorgio a Cremano, e lui a Lecce. Il mio amico era tutto contento perché lo avevano mandato a casa! Si parlava di queste cose, quando lui mi indicò una donna ferma sotto un pallido lampione all’angolo di una di quelle stradine; da lontano si vedeva che era in minigonna con tanto di borsetta e sigaretta, e sembrava in attesa di qualcuno. “Perché non ci andiamo?” mi disse, e subito partì in avanscoperta. Confabulò per qualche secondo con la donna e poi tornò da me. Era cosa fatta! Seguimmo la magra silhouette che avanzava davanti a noi sui tacchi a spillo per una via piuttosto angusta e buia e poi per vicoli sempre più intricati, da cui non facilmente sarei stato capace di tornare indietro; la seguimmo fino ad una stamberga al primo piano di uno stabile fatiscente e ancora puntellato con assi di ferro per gli effetti del terremoto di otto anni prima. Salimmo per una scala strettissima e scarsamente illuminata. All’amico chiesi che mi desse la precedenza. Lui mi fece l’occhiolino, il che significava che acconsentiva, perché comprendeva la mia esigenza di dare sfogo a una lunga astinenza; in realtà, mi ripugnava l’idea di stare con una donna che un attimo prima s’era data ad un altro.

Mentre l’amico sedeva sul pianerottolo, io seguii la donna dentro la stanza, in mezzo alla quale era appesa ad un filo una lampadina dalla luce fioca, che doveva servire probabilmente a creare l’atmosfera, poiché proiettava la sua luce sopra un materasso, che mi sembrò alquanto sporco. Fu allora che vidi in faccia la donna: era una vecchia rugosa di almeno sessant’anni e mostrava più di un segno della decrepitezza incipiente: la carne flaccida e scura, le ossa dello sterno sporgenti, il seno cascante… Subito si scosciò sopra il materasso, aprendosi davanti a me e dicendomi: “Jamme, bello, jamme: facimme an pressa”. Poi mi tirò a sé, dimenandosi, suppongo per farmi eccitare, e passandosi la lingua sulle labbra increspate piene di rossetto; e tanto si dimenava che ad ogni movimento del suo corpo corrispondeva un sobbalzo del tavolaccio su cui era poggiato il materasso, e ad ogni sobbalzo un rumore battente talmente forte che una scossa di terremoto sarebbe passata inavvertita. Io ero brillo, ma ancora padrone di me: che ci facevo in quel posto? E subito a questa domanda si sovrappose l’altra decisiva: che cosa dovevo fare per liberarmi di quella donna? Le dissi: “Lasciamo stare” e contemporaneamente tirai fuori la somma di denaro che il mio amico aveva pattuito e gliela diedi. La donna prese i soldi e, non sapevo se delusa in quanto donna o contrariata in quanto professionista, insisté perché mi servissi di lei nei modi che avessi più gradito; ma io volevo solo andare via, e così mi tirai su i calzoni e uscii fuori dalla stanza, sul pianerottolo, dove il mio amico stava seduto sulla panca in attesa di darmi il cambio. Ero rimasto dentro non più di cinque minuti. Lui ci rimase circa dieci e dopo si disse contento per come erano andate le cose. Ma io ci credetti poco, e oggi ci credo ancor meno, se solo ripenso a come era brutta e laida quella donna!


La libreria di mio padre PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Sabato 02 Luglio 2016 07:17

["Il Titano". Supplemento economico de "Il Galatino" anno XLIX n. 12 del 24 giugno 2016, pp. 19-21.]

 

“Di soldi non ne avevamo mai avuti, ma di libri sì, sempre di più. Migliaia e migliaia.”

Thomas Bernhard, Un bambino.

 

Da ragazzo, essendo mio padre piuttosto impacciato nei movimenti a causa della poliomielite agli arti inferiori, che lo aveva colpito in età infantile, gli davo una mano per sistemare i libri della sua biblioteca. Ciò accadde in diverse occasioni, soprattutto in coincidenza del trasferimento della nostra famiglia da un casa in affitto a un’altra, e infine alla nostra.  Allora, bisognava collocare i libri nella libreria che un ebanista del paese aveva costruito su ordinazione di mio padre verso la fine degli anni sessanta.

Ma la storia era cominciata qualche anno prima, quando lo stesso ebanista ci aveva fornito la scrivania, su cui mio padre aveva deposto in alte pile i suoi libri; poi i libri erano aumentati di numero, e allora fu richiesto un piano più largo rispetto a quello originale: l’artigiano si mise all’opera, costruendo un piano di lavoro doppio che poteva sostenere almeno un centinaio di volumi. Col passare del tempo, la scrivania-tavolo non bastò più, e molti libri passarono ad occupare le sedie dello studio. Infine, i miei genitori concordarono che finalmente bisognasse comprare una libreria, come sede naturale di conservazione dei libri.

Un pomeriggio, due falegnami ci portarono un grande armadio, che a stento passava dalla porta, e lo misero nello studio, proprio di fronte a mio padre, che sedeva dietro la grande scrivania piena di libri. Fu quella la mia prima volta da bibliotecario. In effetti, cominciai allora a maneggiare i libri, non ancora a leggerli; ma non maneggiamo forse i libri quando ci accingiamo a leggerli?

Aiutavo mio padre nell’opera di sistemazione dei libri, che dalla scrivania e dalle sedie passavano sui ripiani della libreria in un ordine preciso: sulla scansia più alta, i classici italiani, ovvero i diversi commenti scolastici alla Divina Commedia e le opere minori di Dante, un volume di Petrarca, uno di Boccaccio, Ariosto, Machiavelli, Tasso, Parini, Goldoni e Alfieri, Leopardi, Verga, Carducci, Pascoli; nel mezzo della libreria trovavano posto i classici latini, edizioni antologiche commentate di Terenzio, Cicerone, Virgilio, Orazio, Catullo, ecc.; più in basso, i classici greci, Omero, i lirici, i tragici, la Commedia nuova, anch’essi in edizioni scolastiche commentate. Un’altra sezione della libreria era occupata dai libri di critica letteraria (Fubini, Russo, Flora, Sapegno, Getto, ecc.) e da quelli di storia e di filosofia. Col passare del tempo, progredendo con gli interessi di mio padre, la libreria andò sempre più arricchendosi di altre presenze: una sfilza di libri della UL (Universale Laterza) e poi i libri degli Editori Riuniti, che testimoniavano la forte simpatia di mio padre per il PCI: i Quaderni del carcere di Gramsci, il Carteggio Marx-Engels, ecc.; e poi i libri di Francesco De Sanctis, Benedetto Croce, Piero Gobetti, Gaetano Salvemini, Palmiro Togliatti, ecc.

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Di fiera in Fiera PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Luigi Scorrano   
Mercoledì 29 Giugno 2016 09:27

[“Il Titano”. Supplemento economico de “Il Galatino” n. 12 del 24 giugno 2016, pp. 38-40].

 

 

Una fiera è spesso un evento: adoperiamo pure questa parola quasi consumata dall’uso. Un evento sul quale si appuntano grandi o piccoli interessi e dove economia e sentimenti per una volta si sostengono a vicenda.

Recarsi a visitare una fiera è sempre un’esperienza interessante. L’atto può diventare misura del nostro modo particolare di percepire situazioni un po’, talvolta un po’ tanto, lontane dalla comune quotidianità. Andare in fiera vuol dire attizzare la curiosità, quali che siano gli oggetti sui quali essa si sofferma; significa anche stimolare desideri, rievocare memorie di fiere lontane, magari di alcune alle quali partecipammo da fanciulli che annusavano la vita con un’ansia d’età adulta che pareva togliere il respiro. La Fiera, qualunque fiera, è un luogo ricco di tensioni, di confronti, di dolcezze dimenticate, di febbrili animazioni; talvolta anche di impensate delusioni. È una delle forme di socializzazione  più diffuse, più presenti in ogni tempo della storia dell’uomo. La fiera non è solo il momento di uno scambio di merci sulla base del loro  valore di mercato. Essa costituisce uno scambio di conoscenze, una comunicazione di esperienze, l’immersione in una dimensione fantastica, la scoperta di un mondo altro che ci attende al varco e ci invita ad attraversare una di quelle soglie che si schiudono sul mistero o che irresistibilmente attraggono verso l’avventura. Tutto questo, si dirà, è frutto di una sciocca infantile fantasia. Bisogna esser cauti per emanare una sentenza del genere, che condanna senza appello  una delle risorse forse più piacevoli della nostra vita.

 

*   *   *

La Fiera è in sé una festa alla quale si aggiunge un’altra festa: quella che è manifestazione di rispetto ed onore per qualcuno al di sopra di noi ma che ci siamo abituati a considerare una persona di famiglia, un amico che ci viene a trovare abitualmente o che, anche se siamo lontani, sa trovare sempre il modo per esserci vicini; e lo fa con discrezione, con uno dai tanti amichevoli espedienti che solo la sua categoria conosce e mette in atto senza mortificare il destinatario dei suoi interventi. Facile indovinare chi sia questo personaggio, uno e centomila e non certamente nessuno: il santo che ha dato il suo nome ad una Fiera o, senz’altro, quello dal quale la Fiera ha avuto in dono  il nome. Abbiamo così la Fiera di san Giovanni e quella di sant’Antonio, quella della Madonna Assunta (ch’è Maria assunta in cielo) e quella dell’Annunziata: di quella Maria cioè, come ricorda il Vangelo, che ha acceso il motorino d’avviamento di una nuova cruciale fase della storia umana quando con estrema semplicità ha detto sì alla richiesta di spostare in modo nuovo i pezzi disposti confusamente sulla scacchiera della storia. La confusione è rimasta ma un cambiamento profondo c’è stato: e non si può ignorarlo.

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I Resti di Babele 7. Solitudini PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Antonio Errico   
Lunedì 27 Giugno 2016 07:14

[Gli articoli pubblicati in questa rubrica sono una selezione di quella che dal 2010 Antonio Errico tiene, con lo stesso titolo, sul “Nuovo Quotidiano di Puglia”.]

 

 

Lo incontro in un angolo d’ombra, seduto sulla panchina di una piazza, con un cappello di paglia e I demoni di Fedor Dostoevskij tra le mani. Dico: - Vecchio vizio, i libri, professore. - Mi risponde: - Sì,  un vecchio vizio, i libri. Ma a questa età è l’unico e l’ultimo vizio che rimane. Allora me lo tengo fino a quando gli occhi m’accompagnano. –

Per quarant’anni ha insegnato al liceo. Conosce i classici a memoria. Spesso a scuola diceva così: - E’ la sola ricchezza che possiedo.  Peccato che non sia possibile lasciarla a nessuno. Perché questa è proprietà che ti devi costruire da solo, minuto per minuto, con pazienza, con fatica. Con passione.-

Gli chiedo come sta. Lui risponde che si sta “come d’autunno sugli alberi le foglie”. Un vecchio vizio, i libri. Poi mi dice: -Sai, d’estate la solitudine è più dura, più profonda.- Raccoglie una foglia secca da terra, la infila tra le pagine, per tenersi il segno.  Poi continua: -E’ una solitudine più sola.-  Aggiunge una frase in latino che non riesco a tradurre e mi vergogno di chiedere che cosa vuol dire.

Allora gli dico che la sua è la solitudine dei numeri primi. Mi guarda fisso, in silenzio. Capisco che posso continuare e dico che è il titolo di un libro di Paolo Giordano. Lui dice: -Non è un classico.- Dico: -E’ un libro nuovo.- Lui risponde, risentito, che i classici sono sempre libri nuovi. Ha ragione. Incasso. Ma continuo: -C’è una pagina bellissima che parla della solitudine dei numeri primi. Te la racconto un po’, così, come la ricordo.-

L’afa sembra galleggiare intorno a noi.

Allora comincio con il riassunto del racconto di Giordano. I numeri primi sono divisibili soltanto per 1 e per se stessi. Se ne stanno al loro posto, schiacciati come tutti tra due numeri, ma un po’ più in là rispetto agli altri. Sono sospettosi. Solitari. Ma tra i numeri primi ce ne sono alcuni anche più speciali che i matematici chiamano gemelli. Sono coppie di numeri primi che se ne stanno vicini, o quasi vicini, perché c’è sempre un numero pari che gli impedisce di toccarsi per davvero.  Per esempio l’ 11 e il 13, il 17 e il 19, il 41 e il 43. Andando avanti queste coppie si diradano. Si trovano numeri primi sempre più isolati, smarriti in uno spazio silenzioso e si avverte la sensazione che il loro vero destino sia quello di rimanere soli. Poi, quando proprio ci si sta per arrendere, quando non si ha più voglia di contare, allora si incontrano altri due gemelli, stretti l’uno all’altro.

Mi fermo. Lui  mi guarda senza dire nulla. Intuisco che il racconto gli è piaciuto. Fissa un punto  davanti a sé, forse nel vuoto, forse  due api che ronzano intorno a un fiore. Sussurra a se stesso: -Già. La solitudine dei numeri primi.-

Si rivolge ancora a me e ripete : -Non è un classico questo libro. - Capisco  che vuole allontanare dal suo pensiero quell’immagine, quell’idea della solitudine del numero primo, del suo essere destinato alla vicinanza con un altro numero primo, mentre un altro numero si frappone, li divide. Immagino che si stia domandando di che cosa quel numero che si frappone costituisca una metafora. Che si risponda che forse è metafora del destino.

Riprende Dostoevskij. Adesso è tardi,-  dice, mentre l’orologio della piazza suona mezzogiorno. -Ho ordinato un pollo in rosticceria.-  Non vuole più dire niente. Ripete soltanto: -D’estate la solitudine è più sola. Anche tu hai preso il vizio dei libri, ragazzo.-

Lo guardo allontanarsi lentamente. Penso che lui sia un numero primo.


Cena in giardino PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Giovanni Bernardini   
Sabato 25 Giugno 2016 14:02

["Il Titano". Supplemento economico de "Il Galatino" n. 12 del 24 giugno 2016, pp. 28-31]

 

Sullo spiazzo quasi rettangolare ad opus incertum, fra casa e giardino, si ergeva una struttura metallica atta ad esser coperta di canne o tessuto adeguato per ombreggiare durante l'estate e collocarvi sotto un tavolo tondo e intorno poltroncine di plastica, leggere e comode.

Mario, affacciandosi su quello spazio, osservò: "L'anno scorso non abbiamo mai cenato qui fuori, come in passato. Non abbiamo messo neanche la copertura".

"Cosa vuoi, figlio mio? Con la malattia della mamma avevamo ben altro da pensare".

"Sì, ma quest'anno possiamo riprendere l'abitudine. Anche per stare un pochino al fresco naturale la sera, senza condizionatori. Specie adesso che arriva Antonio e rimarrà un mese. Penso io a rimontare le canne".

"Va bene, ma fatti aiutare. E' pericoloso su quella scala col peso delle canne in spalla".

"Non preoccuparti, sono allenato. Le ho sistemate ogni volta da solo".

"Aspetta almeno che arrivi tuo fratello o fatti dare una mano dalla badante".

"Sta tranquillo. Ho pensato che, tanto per variare, potremmo invitare qualche amico a cena".

"Bene, qualcuno di quelli più cari. Fiorella, per esempio, con la figlia minore. Sai quanto mi è stata ed è vicina in questi ultimi tempi così difficili per noi tutti, specialmente per me".

"Lo so, lo so. D'accordo".

Al padre quel giardino ricordava anni remoti, quando vi cenava coi genitori, lui ragazzino, rallegrato dai lumi a petrolio, collocati sulla tavola, che gli davano un senso di maggiore intimità familiare. Della luce elettrica, arrivata da poco, era stato fatto l'impianto solo dentro casa. Intorno ai lumi cominciavano presto ad alitare le falene e ogni tanto qualcuna incauta cadeva con le ali bruciate.

A tavola li serviva zia Concetta, la più giovane delle sorelle del padre. Loro, le quattro sorelle, cenavano più tardi, secondo la consuetudine meridionale.

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Nuvola PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Antonio Prete   
Lunedì 13 Giugno 2016 20:28

Un piccolo vetro-finestra dinanzi agli occhi, nella parte alta della parete, un riquadro forse trenta per trenta, che incornicia il cielo. Devo starmene immobile  per mezz’ora,  una gamba infilata nella scura macchina che sta eseguendo una risonanza magnetica al ginocchio. Non ho altro che quel fazzoletto di cielo da contemplare, e presto mi sembra moltissimo : infatti la nuvola muta colore e intensità, passando dal bianco panna al beige e virando subito verso un bianco lattiginoso, poi si dispiega in neve e ricade in un grigio chiarissimo, luminoso, per tornare a vestirsi ancora di un bianco leggero, festoso, prossimo al platino. La forma della nuvola segue un movimento di rapide modificazioni, si addensa come una duna chiara lasciando al margine destro una riva più tenue che lambisce una striscia di mare azzurro, poi si spinge fino a coprire quell’azzurro marino mostrando  qua e là pozze d’acqua celeste,  che presto copre con la sua bambagia, poi si sfrangia fino a dissiparsi in un velo disteso sopra un lago, per raccogliersi subito in un biancore intenso, spesso, confinante nell’altro lato, questa volta, con un mare nel quale si può vedere persino il frammento bianco di una vela, ma solo per un istante, perché velocissima  è la metamorfosi del frammento-vela in una figura informe riassorbita rapidamente dal corpo centrale della nuvola. Che a questo punto non è più quella della prima osservazione ma un’altra o forse un’altra ancora, e appare più leggera, anche più fuggitiva. Quest’ultima è ora una roccia innevata  che si leva sopra un torrente dalle acque cristalline, qua e là frante da grigi pietroni ben levigati, un torrente che improvvisamente s’allarga in un lago blu, e anche la roccia nevosa è scomparsa, perché un lenzuolo color sabbia ha coperto l’intera scena per cominciare anch’esso  a sfrangiarsi, a consumarsi in opachi sfilacciamenti. Nessuna ripetizione in quel che accade in quel quadrato di cielo nell’arco di mezz’ora, ma una incessante variazione di figure, impalpabili, lontanissime, che smentiscono l’immagine stessa cui alludono con un’altra immagine presto resa improbabile, sicché un cavallo si scioglie in una palma, una frotta di ragazzi in corsa lungo una riva  si trasforma  in una carovana di cammelli, una superficie lunare si sbriciola in cento acquitrini, un mantello di schiuma ricopre un pavimento di mattonelle cilestrine. M’accorgo che tutte le forme si acquietano in una immagine che sembra tornare con una certa frequenza : la nuvola che lambisce e corteggia un tratto di mare.  Forse perché il mare è specchio del cielo e la nuvola vede dalla sua altezza quel mare che non posso vedere io da questa stanza e neppure dalle strade che circondano questo edificio. La nuvola e il mare, che cosa passa nella loro distanza, nel loro specchiarsi? L’una sempre in fuga e dissipatrice di sé, l’altro inquieto nell’apparente stare, l’una figura della metamorfosi, l’altro dell’immensità, ambedue in dialogo con la lontananza, anzi rappresentazione stessa della lontananza. Su questo pensiero il rumore intermittente della macchina si ferma. Potrò uscire all’aperto, camminare sotto il cielo di fine agosto corso da bianche nuvole, guardare l’orizzonte collinare nell’abbaglio dello zenit, con i dorsi dei poggi punteggiati da cipressi.

 


Quaderno di traduzione 70. Toponymie urbaine PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Domenica 29 Maggio 2016 09:00

Traduzione di Annie e Walter Gamet


Je passais mon chemin, emportant avec moi la vision de la mystérieuse dame que je n'hésitais pas à associer à mes aventures cinématographiques, la sauvant des dangers les plus incroyables et gagnant ainsi sa gratitude et son amitié.

Je recherchais les noms des rues adjacentes inscrits en haut des murs des maisons d'angles : Via Lucania, Via Emilia, Via Puglia, Via Marche, Via Umbria, des noms qui m'étaient familiers car j'avais étudié les régions italiennes à l'école – et n'étaient-ce pas là les révisions d'été que le professeur nous avait conseillées à la fin de l'année scolaire ? Je décidais de suivre la Via Lombardia jusqu'au bout. Au-delà de la Via Roma, rue très passante dont la traversée exigeait les mêmes précautions que la Via di Gallipoli, je constatais avec étonnement que le prolongement naturel de la Via Lombardia se nommait Via Michele Laporta ; il ne pouvait s'agir d'une région d'Italie, c'était sans conteste un personnage célèbre d'une famille locale dont j'ignorais tout, sauf le patronyme que je reconnaissais facilement d'après les récits de mon père, car des voisins, du temps de sa jeunesse pour être exact, portaient justement ce nom-là. En moins d'un kilomètre, après avoir traversé les Via Teano et Via Redipuglia, des noms qui me ramenaient au livre d'histoire même si j'étais incapable de les situer dans un contexte précis – de toute façon, de retour à la maison, je poserais mille questions à mon père – je me retrouvais déjà dans la campagne du côté de la voie ferrée, à deux pas des rangées de mûriers qui bordaient les rails sur un long tronçon, et il ne me restait plus qu'à rebrousser chemin. Mais arrivé à cet endroit, si je voulais connaître d'autres rues, il me fallait changer d'itinéraire. Plus tard j'allais découvrir à quel point il était facile de s'égarer dans le lacis des ruelles du centre historique, mais là j'avais perçu la régularité du tracé de ces rues fait d'axes parallèles et perpendiculaires ; au lieu de refaire le même parcours, il me suffisait de quelques coups de pédale pour rejoindre la Via Liguria, une des avenues les plus larges et les plus longues de la ville à propos de laquelle je m'étonnais qu'à une bande de terre aussi étroite que la Ligurie, on ait pu attribuer une rue plus importante qu'à la Lombardie, la plus grande région d'Italie ; en prenant le chemin du retour, je roulais toujours bien au bord de la rue, car la Via Liguria, itinéraire obligé de ceux qui, venant de l'extérieur, transitaient en ville pour se rendre dans les localités voisines, accueillait le gros de la circulation. Je reconnaissais alors à ma droite les rues que j'avais croisées précédemment, vues seulement sous un autre angle, auxquelles s'ajoutaient à ma gauche, celles qui portaient le nom d'illustres concitoyens, Via Gaetano Martinez, Via Giulio Cesare Viola, etc.

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Quel che posso dire… 17. Passeggiata a Rudiae PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Sabato 21 Maggio 2016 06:01

["Il Galatino" anno XLIX n. 9 del 13 maggio 2016, p. 4]

 

<< “Curst be he…”. Mi sembrò di udire l’invocazione  di Shakespeare, e per la prima volta mi venne il dubbio che l’archeologia fosse di per sé una scienza maledetta.>>

Bruce Chatwin, Le Vie dei Canti.

 

A furia di sentire parlare dell’antica città messapica rinvenuta alle porte di Lecce, a me e a Ornella è nata la curiosità di recarci sul posto, approfittando di un bel pomeriggio di aprile, qualche giorno fa. Le giornate si sono allungate e dopo il riposo pomeridiano, obbligatorio per chi ha avuto davanti a sé, a scuola, per cinque ore, molti giovani desiderosi di imparare, l’idea di andare alla scoperta di qualcosa che non avevamo mai visto prima ci ha riempito di entusiasmo.

Ma dove si trova esattamente Rudiae? Abbiamo chiesto il responso ad internet, che è sempre prodigo di notizie, e, se ben richiesto, sa essere laconico come l’antica Pizia, ma anche di lei più chiaro e preciso: coordinate 40° 20’ 1.65” N, 18° 8’ 25”E, subito registrate nel TOM TOM.  Giacché eravamo connessi, abbiamo ascoltato in You Tube le parole di un professore responsabile degli scavi avviati e non terminati per mancanza di soldi. Il sogno dell’archeologo: che un giorno non molto lontano una navetta possa trasportare leccesi e turisti dall’anfiteatro romano di Lecce a quello di Rudiae una volta che quest’ultimo sia stato interamente portato alla luce. Da Lupiae a Rudiae: archeologia, turismo, e nuovi posti di lavoro, economia che gira…

Eccoci in auto, alla volta di Rudiae. Seguendo la voce persuasiva del TOM TOM, in venti minuti siamo arrivati davanti ad una lunga recinzione, sotto un paio di cartelloni pubblicitari: in uno c’è scritto RUDIAE PARCO ARCHEOLOGICO, nell’altro QUI  FU RUDIAE  - FU QUESTA LA PATRIA DI ENNIO. Mi ritorna il mente il verso degli Annales di Quinto Ennio: nos sumus Romani qui fuimus ante Rudini, (siamo romani noi che un tempo fummo di Rudiae) e i suoi tria corda (osco, greco e latino), cose che si insegnano ai giovani liceali – almeno a quei pochi che studiano ancora il latino - per dire tutto l’orgoglio della grande e della piccola patria e la mescolanza linguistica e culturale (il melting pot) che caratterizzavano uno dei padri della letteratura latina.

Scendiamo dalla macchina parcheggiata sotto una ficaia profumatissima al bordo della strada che porta a San Pietro in Lama e interroghiamo una donna sui quaranta che avanza verso di noi in tenuta da jogging. La donna ci dice che conosce bene il luogo perché abita lì vicino e vede che da un po’ di tempo non scava più nessuno. Solo la domenica c’è qualche gruppo organizzato con guida che si aggira tra le tombe e le fondamenta delle case del Parco. La donna continua a fare dei saltelli vicino a noi e sembra scusarsi d’essere un po’ sudata: ha finito la sua corsa pomeridiana, dice che correndo si scarica dello stress accumulato sul posto di lavoro, perché il suo lavoro è sedentario e molto pervasivo. A sentire questo aggettivo io e Ornella intuiamo di avere a che fare con una collega di scuola, ed è proprio così, la donna ce lo conferma: insegna in una scuola di Lecce; e allora ci sembra di aver già familiarizzato con lei essendo uniti dalla stessa sorte lavorativa. Le diciamo che ci piacerebbe entrare all’interno della recinzione, vedere lo stato dei lavori, il cuore di Rudiae: l’anfiteatro.

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Quaderno di traduzione 69. Rencontres lors des tours à bicyclette PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Domenica 15 Maggio 2016 06:55

Traduzione di Annie e Walter Gamet

 

« T'aurais pas une cigarette ? »

Le gamin qui s'était détaché du cercle formé sur le trottoir par un groupe assis en tailleur comme de petits Indiens, avait abandonné son jeu de tuddhi pour me barrer la route, alors que moi, après un coup d'œil se voulant distrait sur ces garçons de mon âge, j'avais décidé de passer mon chemin en pédalant plus vite ; je fus pourtant contraint de m'arrêter et d'expliquer que, ne fumant pas, je n'avais pas de cigarettes, ce qui suscita son étonnement.

« Ma almeno sa' sciochi a tuddhi ? » (« Mais tu sais au moins jouer à tuddhi ? »)

Ma mère m'avait appris les premiers rudiments et, avec un petit voisin, je m'étais un peu exercé à ce jeu qui nécessitait l'utilisation de cinq cailloux de forme sphérique, lesquels, jetés au milieu des garçons assis en cercle, devaient être poussés avec la main droite, suivant des règles bien précises, d'abord un, puis deux à la fois, trois, quatre et enfin tous ensemble, sous un arc formé par la main gauche bien ouverte et posée par terre. J'avouai ne pas bien savoir y jouer.

« Ma allora nu sa' faci nienzi ! » (« Mais alors, t'es bon à rien ! »)

Quand je prenais ma bicyclette, je parcourais la Via Val d'Aosta, je traversais la Via di Gallipoli, non sans avoir regardé à droite et à gauche en me rappelant les recommandations de ma mère et je m'engageais dans la Via Lombardia. C'est là que souvent m'apparaissait une dame fort élégante et toujours très bien maquillée ; à peu près du même âge que ma mère, elle me semblait venir d'une autre planète, la planète cinématographique sur laquelle je me trouvais encore un quart d'heure auparavant et dont le souvenir restait présent en moi durant de nombreuses heures de la journée. Je n'avais pas l'habitude de voir de telles dames, plutôt rares dans notre ville. Ma mère, elle, était une femme simple, originaire de Corigliano d'Otrante, elle se maquillait rarement et seulement de façon très légère. Cette dame-là, au contraire, allait sans doute chez le coiffeur au moins deux ou trois fois par semaine. Sa chevelure noire ordinairement rassemblée sur la tête apparaissait longue et souple quand elle la laissait libre. En général elle portait de larges foulards et l'hiver d'amples châles dans lesquels elle s'enveloppait comme pour se protéger du monde extérieur, dont elle semblait ne pas faire partie, même si elle y évoluait avec distinction. Quand je passais à bicyclette par la Via Lombardia, il m'arrivait parfois de la voir sortir de chez elle et se diriger vers sa voiture garée au bord de la rue. Elle parcourait la petite allée de son jardin ombragé par un saule pleureur dont les branches pendantes retombaient précisément sur son chemin ; si bien que pour passer, il lui fallait les écarter de la main droite, tel un rideau qui la séparait de la scène du monde sur laquelle elle allait faire son entrée, après s'être préparée avec soin chez elle comme dans une loge. Alors elle m'apparaissait plus belle et plus mystérieuse qu'aucune autre femme, en ville comme au cinéma, son regard inaccessible – rares furent les fois où j'aperçus ses yeux car elle avait coutume de porter des lunettes de soleil – ainsi que son port majestueux me semblaient représenter, magnifiés par sa toilette à la dernière mode, les signes les plus énigmatiques de l'éternel féminin.


Quaderno di traduzione 68. Le plan de la ville PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Martedì 03 Maggio 2016 07:03

Traduzione di Annie e Walter Gamet

 

Galatina était une petite ville de moins de vingt-cinq mille habitants, j'y étais né, et pourtant je n'en connaissais pas toutes les rues et sa topographie ne m'était pas du tout familière. Faire un tour dans les rues de la localité, surtout dans celles qu'on n'avait pas coutume de parcourir lors des indispensables déplacements quotidiens, comme aller à l'école, au marché avec ma mère et dans les magasins où elle faisait ses courses, était alors pour moi quelque chose de nouveau et d'inhabituel. La ville était un territoire inconnu, fait de mille rues variées que je n'avais jamais eu l'occasion ni l'obligation de prendre, des gens eux aussi inconnus y vivaient, enfermés dans des maisons ou des immeubles – d'où ils sortaient et s'éloignaient dans un rayon qui sait combien plus grand que le mien – et les façades ne me renseignaient guère sur l'identité de ceux qui se cachaient derrière elles et à qui je n'aurais su que dire si jamais je m'étais trouvé forcé de leur parler. Dans mes tours à bicyclette, je voyais des gamins jouer aux billes sur la terre battue, dans les rares espaces que le béton n'avait pas envahis, s'adonner aux mêmes jeux que moi avec les camarades de mon quartier ; mais ceux-là, je n'aurais vraiment pas su dire qui ils étaient, comment ils s'appelaient, comment ils vivaient, hors de ces jeux qui d'une certaine manière faisaient d'eux mes semblables, même s'ils vivaient dans des lieux bien distincts de ceux où j'évoluais. Je passais donc sans m'arrêter, je jetais un coup d'œil sans pourtant trop insister, percevant dans leurs regards une sorte d'étonnement hostile qui, face à un inconnu, semblait vouloir dire : « Mais qui est celui-là ? D'où sort-il ? Et que vient-il faire par ici ? » Je passais sans m'arrêter, non sans avoir au préalable mémorisé le nom de la rue, que je notais ensuite dans mon carnet après avoir tourné le coin et garé la bicyclette sur le côté, dessinant approximativement le tracé de l'itinéraire emprunté ce matin-là qu'une fois de retour à la maison, je recomposerais alors dans un plan de la ville en attachant les feuilles les unes aux autres ; si bien que, tout en n'ayant encore visité qu'un cinquième de la localité, je n'avais pas assez de la table tout entière de la salle à manger pour le déployer. J'aurais mieux fait d'acquérir un plan de la ville chez le marchand de journaux, mais à cette époque je ne connaissais même pas l'existence d'une telle possibilité, de sorte que cette idée ne me vint pas du tout à l'esprit. Ce qui m'intéressait en réalité, c'était non pas tracer le plan de la ville, mais connaître les lieux où je vivais – qui ne pouvaient se restreindre à mon quartier et encore moins aux rues fréquentées chaque jour, parce que ces rues avaient un prolongement, qu'elles étaient pleines de ramifications, de carrefours et de bifurcations – des lieux où, sans crainte d'envahir un territoire interdit, j'aurais aimé m'engager et même vivre. Le plan de la ville que, jour après jour au terme de mes tours à bicyclette, je composais en collant les unes aux autres avec du ruban adhésif les feuilles de papier sur chacune desquelles se trouvait le tracé de mes déplacements quotidiens, comme autant de pièces d'un puzzle, était pour moi un produit de substitution : il remplaçait le désir évidemment irréalisable d'habiter ailleurs que dans ma maison, dans mon quartier, par celui de connaître des lieux si proches et si inaccessibles, du moins dans la mesure où ma crainte d'ennuyer des gamins qui jouaient dans un autre quartier et dont les regards me semblaient hostiles, m'empêchait de m'arrêter, de leur parler et de partager leurs jeux.


Quaderno di traduzione 67. L'attente du facteur PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Sabato 23 Aprile 2016 05:42

Traduzione di Annie e Walter Gamet

 

Les matins de septembre, tout en regardant le film, j'attendais avec impatience une lettre de Gigi ou d'Antonio. Déjà à Leuca, en prenant congé d'eux, je leur avais demandé de m'écrire, puis à nouveau dans le courrier que j'étais le premier à leur  envoyer à peine rentré à Galatina. Mais les lettres continuaient à tarder. Le facteur distribuait ponctuellement les journaux de papa, les factures habituelles, des offres publicitaires et autres, tout en semblant  totalement ignorer ce que moi j'attendais de lui, la confirmation d'une relation inchangée avec mes camarades de vacances et la promesse que ce lien ne s'interromprait pas. Je savais qu'il arrivait, comme chaque jour, vers onze heures et je tendais l'oreille en direction de la rue pour saisir le moindre signe de son approche. Sa bicyclette surchargée de lettres et de colis dans des sacoches de cuir élimé accrochées devant au guidon et fixées sur le porte-bagages, émettait un étrange grincement dû à l'entretien médiocre du vélo et au poids qu'on lui faisait porter, ce qui annonçait son arrivée déjà quelques secondes avant le coup de sonnette. Ma mère s'étonnait de mon empressement à aller ouvrir, au prix d'une interruption de deux minutes du film, pour réceptionner le courrier – seule raison capable de me faire lever de mon siège, sinon rien ni personne ne m'aurait éloigné du téléviseur – mais elle en était contente, car du même coup je lui rendais service au moment où elle s'adonnait aux soins du ménage. Bref, le courrier, j'en faisais mon affaire. Et qu'on n'aille pas penser que je craignais quelque inquisition de la part de mes parents. Mon père avait donné des instructions précises pour que le courrier fût ouvert par les intéressés eux-mêmes, s'agissant d'affaires privées légitimes chacun de nous avait un droit sacro-saint à la confidentialité. Cela ne l'empêchait pas ensuite au déjeuner de s'enquérir de l'expéditeur de mes lettres.

Quand ensuite, après avoir plus qu'attendu, je recevais avec un certain soulagement la première lettre, je la gardais avec moi sans l'ouvrir, jusqu'à la fin du film. Au plaisir de m'identifier aux personnages et de prendre part à l'intrigue du film s'ajoutait alors celui de savoir que d'ici peu j'aurais des nouvelles de mes camarades de vacances venus me rejoindre jusque dans la petite cuisine de notre maison avec une preuve tangible de leur amitié. Une fois le téléviseur éteint, je me retirais dans ma chambre pour éviter toute ingérence de mes parents – la question de savoir qui m'avait écrit en était déjà une selon moi – j'ouvrais la lettre et la parcourais rapidement, désireux de lire qui sait quelle promesse. En réalité, mon correspondant ne me donnait que de vagues renseignements sur sa vie quotidienne, aussi différente de la mienne qu'insignifiante dans la mesure où j'étais loin des lieux dont il me parlait et dans lesquels il vivait. Comment pouvais-je prétendre avoir une place dans ses pensées, si de fait je ne participais plus en aucune façon à sa vie ? Ainsi, je ne retenais de la lettre que le détachement advenu, sans aucune certitude d'une future rencontre. Je supportais très difficilement de voir notre grande familiarité, notre affection réciproque, nos expériences partagées pendant tout un mois passé ensemble à Leuca, réduites alors à une feuille de papier où je percevais plutôt l'intention de ne pas manquer à la parole donnée au moment des adieux – écrire vite et souvent – qu'un réel désir de prolonger les discussions et les jeux du mois d'août. Ainsi la lettre tant attendue finissait chaque fois en une pénible déception qui m'éloignait chaque jour un peu plus des vacances à Leuca.

Je la remettais dans le tiroir de mon bureau et après avoir demandé à ma mère l'autorisation de sortir, recevant en retour mille recommandations empressées (fais attention aux autos, roule bien à droite, respecte la priorité aux carrefours, reviens vite), je prenais la bicyclette et muni de papier et d'un stylo, j'allais faire un tour dans la ville.


Quaderno di traduzione 66. Septembre I La Foire du Levant PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Martedì 12 Aprile 2016 08:08

Qui peut dire ce que je voulais ? Puis-je le dire moi-même, puisque je ne l’ai jamais bien su ?

Charles Dickens, Les Grandes Espérances, ch. XIV.

 

Heureusement, l'école n'allait commencer qu'un mois plus tard, le 1er octobre. Au retour, la tristesse liée à la fin de notre séjour à Leuca s'atténuait à peine à la pensée qu'il restait trente jours de liberté et que, malgré l'obligation de faire les devoirs de vacances donnés par les professeurs à la fin de l'année scolaire trois mois auparavant, il y aurait encore assez de temps pour tout le reste. En quoi consistait ce « reste » ? À ce moment-là, je n'aurais pas su le dire précisément car l'attente de quelques plaisirs à venir était si vague, et cependant si pressante, qu'elle constituait le fondement d'un état d'âme où la moindre promesse de félicité, que j'étais prêt à accueillir dans la plus totale inconscience, suscitait un extrême enthousiasme.

L'habitude familiale imposée par ma mère de n'allumer le téléviseur qu'au milieu de l'après-midi, quand cela ne perturbait plus les activités quotidiennes normales, subissait une dérogation les premiers jours de septembre. En effet, en concordance avec les jours d'ouverture de la foire du Levant de Bari, en guise de cadeau aux plus jeunes en marge des affaires concernant les adultes, la télévision nous offrait la projection d'un film qui nous retenait devant le petit écran de neuf à environ onze heures du matin. Comme en ces jours sans école il fallait bien nous occuper, étant donné ces circonstances, ma mère commençait par nous emmener faire des emplettes avec elle dans les magasins du quartier, dont à chaque fois je rapportais, comme unique acquisition, l'image d'une jeune fille rencontrée par hasard, puis de retour à la maison, elle nous permettait de regarder la télévision ; et c'est ainsi que pendant deux heures de la matinée, le temps était suspendu et remplacé par celui du récit filmique qui du petit écran faisait irruption dans le temps réel, se l'appropriant et le dilatant démesurément, en jours, en mois, en années suivant les événements racontés. Dans la petite cuisine aussi, où se trouvait le téléviseur et qu'avant le début du film j'avais pris soin de tenir dans la pénombre en abaissant le store, à l'intérieur de laquelle je restais immobile deux heures durant, avec ma sœur si le film lui plaisait, ou seul – à cette époque, moi j'aimais tous les films, car chacun d'eux me projetait dans un monde inconnu, différent du mien et dans lequel j'aurais voulu me transférer, peut-être avec la jeune fille entrevue une heure auparavant – les images en mouvement du petit écran semblaient envahir l'espace et avoir le pouvoir magique de me transporter à la vitesse de la lumière, soit dans une région reculée de l'Ouest sauvage, où les visages de Gary Cooper et de John Wayne me garantissaient que jamais aucun méchant bandit ne triompherait de la justice, soit dans une grande ville d'Amérique pleine de gratte-ciel entre lesquels s'affrontaient Godzilla et King Kong, sans que je pusse décider pour qui tenir, soit dix mille, cent mille mètres sous terre, en compagnie d'hommes résolus et infatigables, appliqués à découvrir les secrets du centre de la Terre, jusqu'à prendre le risque d'affronter les dangers les plus insolites, comme des animaux préhistoriques effrayants, des villes ensevelies avec des colonnes prêtes à s'écrouler à cause d'un tremblement de terre désastreux, des volcans sur le point d'entrer en éruption, des océans souterrains tempétueux dont personne n'aurait soupçonné l'existence, etc. Tout autour de ces scènes grandioses réduites au cadre restreint du petit écran en noir et blanc, ce qui, loin d'en diminuer la réalité, avait le pouvoir de leur conférer un supplément de vraisemblance comme immenses prolongements de la petite cuisine où la pénombre, annulant toutes les couleurs des objets environnants, ne laissait que le noir et blanc, la vie quotidienne que je retrouverais à la fin du film suivait son cours normal, comme s'il ne se passait rien sous mes yeux : ma mère s'activait dans la cuisine voisine à la préparation du déjeuner, mon père revenait de l'école après avoir participé à l'une des réunions préliminaires à la rentrée scolaire, dans la rue le marchand de fruits ambulant clamait les prix de sa marchandise, le facteur d'un coup de sonnette de sa bicyclette annonçait l'arrivée d'une lettre que j'attendais de mes amis de Leuca, etc.

Lorsqu'à la fin du film, le mot en gros caractères THE END me donnait la certitude que l'espace-temps du monde fictif dans lequel j'avais vécu ces deux heures précédentes – disons plutôt des jours, des mois ou des années – s'était dissous dans le néant et qu'il me fallait revenir à la réalité qui avait continué sans moi – mis à part la rare arrivée d'une lettre, que s'était-il passé entre-temps ? – j'étais saisi d'une sensation d'amère déception, exact pendant de la sensation d'attente joyeuse éprouvée le matin dès le réveil à la pensée que ce jour-là, d'ici quelques heures je verrais un film merveilleux. Le film avait fini trop vite, même si toute l'histoire s'était conclue de manière rassurante par la victoire du bon sur le méchant, les personnages eux-mêmes s'étaient dilués presque sans prévenir et sans me dire où et quand je pourrais les retrouver. C'est pourquoi, je m'arrangeais pour revenir à la réalité de manière progressive. Refusant de m'éloigner brusquement de mes héros préférés, je les voyais se lancer dans de nouvelles aventures auxquelles je prenais part moi-même, me tenant à leurs côtés et intervenant avec eux dans les situations les plus variées que mon imagination, nourrie de ce que j'avais vu précédemment, venait me suggérer. Quand plus tard, à table, mon père me demandait si j'avais fait des devoirs de vacances où si j'avais mis mon journal à jour, j'étais bien obligé d'admettre que je n'y avais pas du tout pensé, car les aventures auxquelles j'avais assisté et dont j'avais été le protagoniste m'en avaient absolument distrait.


Quaderno di traduzione 65. La bibliothèque de mon père PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Domenica 27 Marzo 2016 08:25

Traduzione di Annie e Walter Gamet

 

Dans mon jeune âge, comme mon père était assez gêné dans ses mouvements à cause de la poliomyélite qui l'avait atteint aux membres inférieurs dans son enfance, je l'aidais à ranger les livres de sa bibliothèque. Cela arriva en diverses occasions, surtout lors des déménagements de notre famille d'une maison en location à une autre, et enfin dans celle que nous avons acquise. Il fallait alors placer les livres dans l'armoire que mon père avait fait fabriquer par un ébéniste de la localité vers la fin des années soixante.

En fait, tout avait commencé quelques années auparavant, quand le même ébéniste avait fourni le bureau sur lequel mon père avait déposé ses livres en de hautes piles ; puis leur nombre ayant augmenté, un plateau plus ample que celui d'origine fut commandé à l'artisan : il se mit à l'ouvrage et construisit un plan de travail deux fois plus grand capable de supporter au moins une centaine de volumes. Au fil du temps, la table-bureau ne suffisant plus, beaucoup de livres vinrent occuper les sièges de la pièce. Mes parents finirent par s'accorder sur la nécessité d'en venir à l'achat d'une bibliothèque comme lieu naturel de conservation des livres.

Un après-midi, deux menuisiers nous livrèrent une grande armoire qui passa difficilement par la porte et la placèrent dans le bureau, juste en face de la grande table pleine de livres où mon père s'asseyait. Ce fut mon entrée dans la fonction de bibliothécaire. En effet, je me mis alors à manipuler les livres, sans les lire encore ; mais avant de les lire, il faut bien les manipuler, n'est-ce pas ?

J'aidais mon père à ranger les livres, qui du bureau et des sièges passaient sur les rayons de la bibliothèque dans un ordre précis : sur l'étagère la plus haute, les classiques italiens, plus exactement les différents commentaires scolaires de La Divine Comédie et les œuvres mineures de Dante, un volume de Pétrarque, un de Boccace, l'Arioste, Machiavel, le Tasse, Parini, Goldoni et Alfieri, Leopardi, Verga, Carducci, Pascoli ; à mi-hauteur dans la bibliothèque trouvaient place les classiques latins, les anthologies commentées de Térence, Cicéron, Virgile, Horace, Catulle, etc. ; plus bas, les classiques grecs, Homère, les poètes lyriques, les tragiques, la comédie nouvelle, eux aussi dans des éditions scolaires commentées. Une autre section de la bibliothèque était occupée par la critique littéraire (Fubini, Russo, Flora, Sapegno, Getto, etc.), l'histoire et la philosophie. Au fil du temps, évoluant en fonction des centres d'intérêt de mon père, la bibliothèque continua de s'enrichir d'autres auteurs : une série de livres de l'UL (Universale Laterza), puis ceux des Editori Riuniti, qui témoignaient de la grande sympathie de mon père pour le PCI : les Cahiers de prison de Gramsci, la Correspondance Marx-Engels, etc. Par la suite les œuvres de Francesco De Sanctis, Benedetto Croce, Piero Gobetti, Gaetano Salvemini, Palmiro Togliatti, etc.

Bien entendu, le bureau, d'abord libéré des livres, ne tarda pas à en être à nouveau couvert, et même si la bibliothèque avait une grande contenance et que les volumes y étaient désormais placés sur deux rangées, ce qui rendait leur repérage difficile, vint le temps où même un opuscule n'y trouva plus de place. Alors mon père recommença à empiler les livres sur les sièges, et chaque fois qu'il recevait la visite d'un ami, il fallait penser à les remettre sur le bureau pour faire asseoir le nouveau venu. Celui-ci finit par ressembler à Manhattan vu du ciel, chaque tour de livres était un gratte-ciel et toutes ensemble elles formaient « La Grosse Pomme », avec ses faubourgs sur les sièges de la pièce.

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Quaderno di traduzione 64. Au bord de la carrière PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Domenica 13 Marzo 2016 17:27

Traduzione di Annie e Walter Gamet

 

Quand nous n'allions pas jouer au ballon, notre terrain de jeux préféré était la grande carrière de tuf d'un hectare au moins de superficie et d'une profondeur de trente mètres, à ciel ouvert en pleine agglomération depuis la cessation de son activité dans les années cinquante et la création de tout un quartier alentour. Un plan régulateur avait prévu l'extension de la ville dans cette direction et cet énorme trou devant être comblé, les habitants y avaient jeté de tout, comme s'il s'agissait d'une décharge : pneus, appareils électroménagers hors d'usage, meubles inutilisables, etc. On voyait à cette époque des gens roder dans le fond, à la recherche de pièces usagées susceptibles d'être réutilisées, comme le font aussi de nos jours dans les décharges du Tiers-Monde les pauvres privés de tout autre gagne-pain. Et tandis que les uns jetaient, que d'autres prélevaient, nous, nous jouions là, sur le pourtour du gouffre, tentant parfois la descente par la pente la moins abrupte. Quel plaisir d'y faire rouler un pneu et de le suivre des yeux pour voir s'il atteignait le fond, plein d'eau dans la période des pluies jusqu'à devenir un petit lac, ou d'y lancer les pierres amoncelées au bord de la carrière ; et quel plaisir d'y faire rouler un rocher péniblement traîné sur de nombreux mètres, dont la chute provoquait un petit éboulement ! Ou d'y descendre nous-mêmes, nous laissant glisser sur une plaque de plexiglas ou sur la capote retournée d'une auto abandonnée – à l'époque jamais personne n'avait entendu parler de recyclage, mot magique du consumérisme ! Et d'en remonter ensuite, à grand peine, en nous agrippant aux arbustes qui avait poussé sur les parois !

Puis le maire avait pris un arrêté municipal interdisant d'utiliser la carrière comme décharge et imposant de la combler avec des matériaux propres, écocompatibles, de la terre et des roches provenant du terrassement des fondations des nombreuses maisons qu'on construisait en ces années dans la ville et les localités voisines. Et c'est ce qui se fit, mais au-dessous il y avait de tout et personne ne se soucia d'assainir avant de recouvrir.

A partir du début des années soixante-dix, jour après jour, arrivaient des camions qui déchargeaient des déblais le long des bords de la carrière. Pour éviter de précipiter le camion dans le gouffre, les premiers chauffeurs déposaient les tas tout au bord, de façon à ne faire tomber qu'une partie du chargement dans le précipice, les suivants, à notre grande satisfaction, étaient absolument empêchés de décharger dans la carrière et formaient des monticules de terre et de pierre derrière ceux des premiers arrivés et ainsi de suite, jusqu'à faire des abords de la carrière un paysage semblable  aux innombrables collines arides des Apennins, sur lesquelles nous bondissions comme des singes à la recherche de quartz et de silice qui scintillaient comme des pierres précieuses ça et là parmi les roches, nous faisant croire à une soudaine richesse, rapidement démentie quand, de retour à la maison, je montrais mon trésor enfermé dans un sac en plastique à ma sœur pour qui ces pierres n'avaient aucune valeur, moins que la verroterie. Puis, tous les trois mois, une pelleteuse venait tout jeter dans le gouffre et libérait en quelques heures la place, qui au fil des mois devenait de plus en plus vaste à mesure que le grand trou se rétrécissait.

Pourtant, malgré l'arrêté du maire, la carrière continua longtemps à être utilisée  comme décharge par les gens du cru qui ne savaient comment éliminer leurs propres déchets. Pendant des années les habitants des maisons construites à proximité de la carrière déversèrent dans le terrain leurs eaux usées qui finissaient par former des accumulations de matières noires et nauséabondes sous chaque tuyau d'égout. Du côté opposé, les femmes du voisinage qui, début juillet, faisaient la sauce tomate pour l'hiver, traversaient la rue en tablier de cuisine, et ployant sous le poids d'énormes bassines en plastique, allaient jeter le marc humide des tomates sur les tas de terre ; ce petit expédient d'économie domestique retardait le remplissage du puisard de la maison et, par conséquent, le curage qui coûtait toujours trop cher. En septembre, miracle ! Les pépins étaient devenus des plantes et les plantes avaient donné des fruits : derrière un tas de terre, parmi les gravats et les déchets en tous genres, nous découvrions inopinément des grappes de tomates mûres que nous cueillions à l'envi, en toute hâte par crainte de voir arriver d'un moment à l'autre la pelleteuse qui éliminerait toute cette profusion. Chacun de nous en remplissait un sac qu'il rapportait à sa mère, fier du gain de cette journée. Et la mienne de s'inquiéter : « Où as-tu volé ces tomates ? » Une fois rassurée – de fait, je n'avais rien volé, mais seulement récolté ce que la nature avait produit et mon père allait me donner raison en les qualifiant de res nullius –, elle commençait par les soupçonner d'être contaminées par des substances nocives, puis les reniflait, les regardait de près en les tâtant une à une et les faisant passer de ses mains dans un bol, les trouvait somme toute propres à la consommation. Pourquoi les jeter ? Elle finissait par se tranquilliser et semblait même bien contente d'économiser un peu sur les dépenses à venir. Moi, j'étais radieux : je ne m'étais pas enrichi avec les pierres précieuses, mais au moins, au repas du soir, nous allions manger une friselle avec les tomates que j'avais moi-même récoltées.


Quaderno di traduzione 63. Préparatifs de retour PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Domenica 06 Marzo 2016 07:57

Traduzione di Annie e Walter Gamet

 

Après le quinze août, les orages étaient porteurs non seulement de nuages mais aussi d'un mauvais présage : les vacances touchaient désormais à leur fin ; malgré l'impossibilité d'arrêter le cours du temps, je mettais en œuvre, en mon for intérieur, toutes les stratégies imaginables pour en prolonger la durée, pensant que dix, sept, cinq jours ne sont jamais que la somme d'un très grand nombre d'heures dont chacune me réserverait un plaisir différent, à savourer sans hâte, l'une après l'autre, si bien que le temps passerait très lentement, comme dans une séquence cinématographique au ralenti ; mais il se produisait exactement le contraire, car le plaisir que suscite en nous un divertissement quel qu'il soit – et j'entends par là le plaisir ludique des vacances – est directement proportionnel à notre perception de la rapidité du temps. Plus nous nous réjouissons, plus le temps passe vite. C'est pourquoi je pense que le plus grand des plaisirs – tel celui qu'imaginent les croyants, le musulman allongé parmi des dizaines de vierges ou le chrétien devant Dieu – réside sans aucun doute dans l'absence de la notion de temps, dans une délicieuse éternité. Pourtant, en ce qui me concerne, plus je m'immergeais dans le temps des vacances, moins j'en avais la perception, et à la fin je me retrouvais à constater que je n'avais plus que quelques heures à passer à Leuca. Mes amis étaient déjà partis depuis quelques jours, repris par les activités de la vie qui avait été la leur avant notre rencontre, d'autres resteraient encore quelques temps après notre départ, pour assurer une continuité de notre présence dans des lieux qui ne tarderaient pas à être presque inhabités. Nous avions échangé nos adresses, nous allions nous écrire, maintenir un lien épistolaire plus ou moins assidu, mais aucun de nous n'était sûr de retrouver ses amis l'année suivante – même plage, même mer n'était qu'une chansonnette d'un autre temps –, parce que les adultes pourraient très bien décider de passer les vacances ailleurs et en ce cas il nous faudrait nous résigner à une irrémédiable séparation. Je jurais à Antonio d'aller le voir à Presicce dès les jours suivants, certainement avant Noël, comme lui me jurait de venir me voir à Galatina. Au fond, les deux petites villes n'étaient distantes que de quarante kilomètres. Mais ces visites n'eurent jamais lieu. Quand on revient chez soi, que l'on reprend l'ancien rythme des mois de travail, revoir quelqu'un qu'on a connu dans un tout autre contexte n'a aucun sens, même amis comme nous l'étions,  nous nous serions retrouvés ensemble, non plus comme des poissons dans l'eau, mais hors de leur élément.

À la fin de l'été, Guarino, aussi noir que de la poix, arrivait dès le dimanche précédent, il se faisait entendre dans les rues de la localité où il passait avec son camion en vantant ses poteries à des prix « ridicules » – à vrai dire, fin août, il les avait effectivement baissés, et ma mère en profitait alors pour lui acheter des pots en terre cuite pour ses fleurs –, puis il dressait son étal sur la petite place du marché, en attendant de repartir avec nos bagages ; le premier septembre à neuf heures, mon père devait être présent à la réunion des enseignants de son école à Galatina ; une autre famille, d'après ce que nous avait dit le propriétaire, allait s'installer dans notre maison de vacances les premiers quinze jours de septembre. Bref, nous avions beau, ma sœur et moi, prier et conjurer nos parents, il était impossible de rester à Leuca, ne serait-ce qu'un jour de plus. L'après-midi du 31 août – déjà les jours avaient raccourci et le soleil commençait à baisser à six heures du soir – Guarino aidait à charger les bagages dans le camion en partie occupé par la marchandise invendue, puis nous prenions congé des propriétaires de la maison, en leur donnant rendez-vous pour un dimanche d'avril de l'année suivante. Ainsi, tandis qu'une famille de vacanciers de septembre, pressée de prendre possession des lieux, patientait déjà devant la maison avec ses « affaires » posées par terre, prête à nous succéder sans attendre minuit, nous, sans fermer la porte, remettant simplement les clefs aux nouveaux venus en présence du propriétaire, nous quittions la maison de vacances, montions dans la voiture et suivis de près par nos amis, nous retournions à Galatina.


Quaderno di traduzione 62. Excursions sur la côte les matins de mauvais temps PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Domenica 28 Febbraio 2016 17:10

Traduzione di Annie e Walter Gamet

 

Certains jours, le mauvais temps empêchait d'aller à la plage, seuls quelques téméraires osaient défier le déferlement des vagues, plongeant du ponton du Lido et regagnant le rivage à grandes brasses sous le regard incrédule des vacanciers qui se tenaient à l'abri sur le front de mer. Le ciel restait couvert d'une mince grisaille que le soleil parvenait de temps à autre à percer, nous laissant croire que nous pourrions nous baigner au moins l'après-midi ; le bord de mer était balayé d'un sirocco tellement chargé d'humidité qu'il vous collait les vêtements sur le corps et l'imprégnait de sel. Il n'était pas non plus possible d'aller sur le ponton, assailli et envahi de vagues très dangereuses pour qui s'en approchait imprudemment. C'est alors que nos amis et nous décidions de prendre nos voitures pour faire ensemble une excursion sur la côte, soit vers Tricase, soit de l'autre côté, vers Felloniche, San Gregorio et Torre Pali. Cette interruption dans nos activités n'était après tout pas si désagréable, car nous allions dans des stations balnéaires que nous n'avions jamais fréquentées bien que voisines de Leuca et dont nous n'aurions même pas soupçonné l'existence si les conditions atmosphériques étaient restées bonnes. Quand nous remontions la côte vers Tricase, nous nous arrêtions au surplomb du Ciolo qui nous saisissait d'effroi, ou bien au bord de la route, là où la vue du panorama nous apparaissait la plus évocatrice. Dans le lointain, les bourrasques d'une trombe d'air faisaient rage sur la vaste étendue de la mer, heureusement suffisamment au large pour ne pas causer de dommages aux personnes ni aux biens ; sur la ligne d'horizon, indifférent aux flots impétueux, passait un bateau, telle une grosse baleine qu'aucune tempête ne peut effrayer et mon père, nous prenant encore pour des gosses, répétait : « un bâtiment passe, chargé, chargé de... ». Ma mère, la Signora Lucetta et Ia en profitaient pour s'approcher d'un figuier dont les branches courbées sur la route offraient leurs fruits si généreusement qu'il était impossible de leur opposer un refus ; de même les caroubiers nous laissaient volontiers cueillir leurs gousses pendantes à conserver pour l'hiver – en les mangeant, nous nous rappellerions cette excursion d'un jour de la fin du mois d'août quand à cause du mauvais temps nous n'avions pas pu nous baigner comme d'habitude sur la petite plage de Leuca ; nous en faisions une ample provision, comme si, n'appartenant à personne, elles n'attendaient que nous pour être cueillies. Pendant ce temps-là, mon père et il Signor Raffaele se remémoraient le passé en évoquant l'ouverture de cette route littorale construite par les Anglais après la Seconde Guerre mondiale, un œil sur le radiateur de la Fiat 600, un « appoint » d'eau pouvant être nécessaire pour assurer le retour à Leuca. Puis ils se remettaient à scruter la vaste étendue de la mer tempétueuse, cherchant à localiser la trombe d'air, pour vérifier qu'elle n'avait pas progressé en direction du rivage. Mon père s'appuyait alors sur moi, comme subjugué par la vision sublime de ce panorama,  pointant sa canne vers la mer, il disait d'une voix forte : « Te voici à Finibusterre, mon fils, souviens-toi. Te voici aux confins du monde, là se retrouve tout ce qui s'est perdu ; au-delà des limites du fini... » et il respirait à pleins poumons. Il tirait la citation du Finibusterre de Luigi Corvaglia, il Signor Raffaele, tout en opinant du chef, m'observait à la dérobée.

Quand nous empruntions la route côtière dans l'autre direction, vers San Giovanni, nous nous arrêtions immanquablement à San Gregorio, où, même par mer très agitée comme ces jours-là, des pêcheurs faisaient le nécessaire pour approvisionner le marché de la station réputée pour ses oursins. Nous en mangions de grandes quantités, accompagnant de pain la chair couleur orange, sans jamais en être rassasiés.


Quaderno di traduzione 61. Interruption temporaire des vacances PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Domenica 21 Febbraio 2016 17:51

Traduzione di Annie e Walter Gamet

 

Peu après la mi-août, nous retournions à Galatina, comme pour nous assurer que le lieu que nous avions quitté était toujours là, en attente de notre retour définitif à la fin du mois. En réalité, c'étaient les tâches quotidiennes qui nous rappelaient à Galatina, au moins une fois dans le mois, juste le temps d'expédier les plus urgentes, le paiement de quelques factures, l'ouverture du courrier qu'un aimable voisin à qui nous avions confié la clef de la boîte à lettres s'était chargé de relever, la crainte que des orages, habituellement violents après le quinze août, ou encore un voleur informé de notre absence, n'eussent causé des dommages chez nous. Mais déjà ce voyage anticipait le retour définitif à la maison et la fin des vacances, portant en soi la tristesse du temps désormais écoulé et la crainte de voir les jours restants passer trop vite. Ma mère imposait le réveil à six heures du matin, parce qu'à cette heure-là, disait-elle, nous éviterions le soleil brûlant du mois d'août ; et c'est ainsi qu'à sept heures, tandis que les vacanciers dormaient encore, nous étions déjà dans la voiture ; Gigi, Antonio et Nino étaient sûrement sur le ponton en train de pêcher, quant à Silvana encore au lit chez l'amie qui l'avait invitée, elle descendrait d'ici peu à la plage, sans m'y trouver.

Après un peu plus de quinze jours d'absence, Galatina m'apparaissait changée, comme si, avec un large pinceau, une main invisible avait recouvert les édifices et toute la ville d'une légère patine émaillée. En réalité, les hommes et la nature elle-même n'étaient pas restés inactifs durant notre absence. Les affiches publicitaires avaient été renouvelées dans leurs espaces réservés, un chantier à peine commencé avant notre départ pour Leuca était devenu une maison presque entièrement construite, un autre s'y était ajouté, une rue avait été asphaltée, les arbres des jardins publics avaient renouvelé leurs frondaisons, la façade d'un édifice avait été repeinte, un nouveau magasin s'était ouvert, si bien que je me demandais quel aurait été l'aspect de Galatina si nous l'avions quittée une année entière – et au bout de dix ans, ne serions-nous pas revenus dans une autre ville plutôt qu'à Galatina ! Notre maison elle-même, qui entre temps s'était transformée en un lieu inhabité et inhospitalier, semblait nous accueillir en étrangers : la poussière s'était accumulée partout, les arbres du jardin avaient déposé dans la cour des feuilles et des fientes d'oiseaux, parce qu'aucune main pendant quinze jours ne s'était chargée du nettoyage quotidien, les quelques pieds de tomates, poivrons, aubergines que ma mère avait plantés fin juin, après avoir souffert des chaleurs du mois d'août, semblaient avoir repris vigueur grâce au dernier orage et donnaient une production inespérée – seules les nombreuses plantes ornementales en pots continuaient à jouir d'une excellente santé, car ma mère leur avait réservé un traitement spécial, en chargeant son frère d'en prendre soin, négligeant les autres, au risque de les voir dépérir ; les chambres conservaient une odeur de renfermé que ma mère s'empressait d'évacuer en remontant les stores salis et en ouvrant tout grand les fenêtres pour aérer la maison. En revanche, dans ma chambre plongée dans une semi-obscurité, rien ne paraissait avoir changé. La bibliothèque, pleine d'illustrés et de livres de classe, les objets que je n'avais pu emporter avec moi à Leuca, l'armoire contenant les vêtements portés au cours des autres saisons de l'année, mon lit, les posters accrochés aux murs, toute la pièce était restée en attente, dans un temps suspendu auquel j'aurais pu la soustraire, si seulement je l'avais voulu, en apportant tout de suite de grands changements. Mais je n'en avais nulle envie car,  loin d'interrompre si peu que ce soit les vacances à Leuca, ce passage à Galatina devait ne représenter qu'une très brève parenthèse à refermer aussi vite que possible, l'espace de quelques heures, juste le temps de régler les affaires pour lesquelles nous étions revenus à la maison. S'il n'avait tenu qu'à moi – hélas, ma mère et mon père étaient d'un tout autre avis – je n'y serais pas resté plus d'une demi-heure, un temps évidemment insuffisant pour faire de ma chambre un bureau de jeune penseur, en me débarrassant des illustrés pour les remplacer d'un coup de baguette magique par des livres plus sérieux et en éliminant des murs les posters de mon équipe préférée et de mes héros de bandes dessinées pour les remplacer par des reproductions de peintres célèbres, comme j'allais le faire les années suivantes.

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Quaderno di traduzione 60. La chaîne retrouvée PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Martedì 16 Febbraio 2016 17:35

Traduzione di Annie e Walter Gamet

 

À Leuca, il y avait, face à la petite plage aux eaux calmes où nous allions nous baigner, un rocher bien lisse de couleur jaune, amené là par le ressac lors d'une des tempêtes hivernales qui avait emporté en mer une partie du littoral et parsemé le fond de pierres, le rendant impraticable aux baigneurs, sinon au prix de continuelles ecchymoses et contusions en un temps où l'on ne trouvait pas encore de sandales de plage dans les magasins ; bien qu'immergé, ce rocher constituait un tremplin idéal pour les plongeons et les cabrioles, assortis de bousculades, de cris d'encouragement ou d'applaudissements des enfants qui trouvaient là un point d'accostage rapidement accessible à la nage. Ce fut lors d'un de ces plongeons que je perdis ma chaîne en or, un cadeau de baptême que je portais au cou depuis la naissance. J'étais désespéré, prévoyant déjà les réprimandes de ma mère, qui, avec la Signora Lucetta, ne cessait de nous surveiller de dessous son parasol, quand une fille, de quelques années plus âgée que moi, émergeant de l'eau, les cheveux tirés en arrière, comme si l'eau de mer, d'un seul coup de brosse s'était chargée de lisser sa coiffure après l'application d'un gel, s'approcha de moi et me tendit la chaîne en or sur la paume de sa main. C'est ainsi que je fis la connaissance de Silvana. À partir de ce jour-là, nous allâmes nager un peu plus au large, persuadés de ne pas être vus. En cachette dans l'eau, pour la première fois je touchais un corps féminin, des mains me touchaient, qui d'abord me semblèrent étrangères, puis de plus en plus familières et dans la lumière du soleil filtrée par l'eau de mer, pensant échapper aux regards indiscrets, j'échangeais mes premiers baisers. Nous nous séparions de quelques mètres, puis au signe convenu, d'un coup de rein, nous plongions sous l'eau et chacun faisait la moitié du chemin jusqu'au fond où nous unissions nos bouches dans un baiser au goût d'eau salée.

Mon père, après avoir lu « l'Unità » et « Rinascità » à l'ombre de l'hôtel Rizzieri, tout en respirant à pleins poumons l'air rempli de l'iode de ce bout du monde, arrivait sur le front de mer face à la plage vers midi et demi ; il se montrait, et c'était le signal qu'il nous fallait fermer le parasol, replier la chaise-longue, remettre toutes les affaires dans le sac de plage et rentrer à la maison pour déjeuner, sans dérogation possible, à treize heures trente – une des quelques règles qui nous venaient des mois d'école à Galatina. Tout au plus avions-nous droit au délai d'un quart d'heure qui allait repousser l'heure du repas à deux heures moins le quart, compte tenu du temps nécessaire pour retourner à la maison, nous laver, nous changer, disposer sur la table les plats que maman avait préparés dès le matin avant de descendre à la plage ; de toute façon, à l'arrivée de mon père, il fallait cesser tous les jeux et obéir aux ordres. Je devais alors quitter Silvana et regagner la rive où ma mère m'attendait avec la serviette et un sourire mi-satisfait mi-ironique qui me faisait comprendre que, même si je m'étais un peu trop éloigné du rivage, rien ne lui avait échappé et que, somme toute – c'est-à-dire mis à part une certaine dose de jalousie maternelle bien naturelle – elle était contente de la tournure que prenaient les choses.

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Quaderno di traduzione 59. Scènes de vie à Leuca PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Sabato 30 Gennaio 2016 18:27

Traduzione di Annie e Walter Gamet


Le soir, après le dîner, nous nous retrouvions sur le front de mer à la hauteur du ponton, là commençaient nos longues promenades en direction de Martinucci, ou bien de l'autre côté, vers la Case de l'Oncle Tom. Ces bars en marquaient les points extrêmes ainsi que les limites de nos déplacements. Qui se souvient encore du front de mer de Leuca dans les années soixante-dix, étroit et sombre au-dessus duquel tournoyait, plus lumineux, le faisceau du phare ? Quand on coupa les vieux lauriers-roses, nés des boutures de fleurs des villas de la Belle Époque, sous lesquels ma mère s'empressait de garer l'auto dans la journée pour la mettre à l'abri du soleil et éviter de la retrouver toute brûlante après le bain à l'heure du retour à la maison, quand à leur place on planta les tamaris vite déformés et courbés par le sirocco jusqu'à leur donner l'air de vieillards décrépits, quand dans le même temps on élargit le front de mer, donnant le coup d'envoi à de grands travaux de réfection, alors il me sembla que toute une saison de ma vie était sur le point de finir, et justement ces travaux coïncidaient avec notre dernier séjour à Leuca en 1978 ; ensuite Leuca prit un nouveau visage, tout à fait différent de celui que j'avais connu jusqu'alors et après avoir cessé d'y séjourner au mois d'août, chaque fois que nous y retournions pour une excursion de quelques heures à d'autres saisons de l'année, nous nous en attristions – il en va toujours ainsi chez les nostalgiques qui ne parviennent plus à vivre avec leur temps, soit par incapacité intellectuelle, soit par obligation de vivre loin d'un lieu qu'ils ont connu et aimé sous des aspects particuliers qui par la suite n'existent plus.

Nous achetions pour cinquante lires de graines de courge que le vendeur mettait dans un cornet confectionné sur place, une petite feuille de papier transformée d'un geste habile de ses mains en un cône où toute la soirée nous puisions les petites graines que nous grignotions en suivant des filles plus grandes que nous qui nous ignoraient systématiquement. Gigi se prêtait de mauvaise grâce à ces exercices pour aspirants chasseurs de la savane, il préférait me parler de ses livres, tandis qu'Antonio s'adonnait volontiers à la traque, décortiquant nerveusement les graines avec les dents, recrachant les enveloppes ici et là sur le parcours. Quant à moi, je me partageais entre l'un et l'autre, suivant pour ainsi dire tantôt la raison, tantôt l'instinct, sans pouvoir me décider sur le comportement à adopter en pareilles circonstances. Nous croisions souvent ma mère et la Signora Lucetta – Ia se plaignait des jambes et préférait rester à la maison ; d'ailleurs à la plage non plus on ne la voyait guère si bien qu'à la fin de la saison sa peau avait la blancheur de l'ivoire. Elles aussi se promenaient sur le front de mer avec des amies, en nous surveillant de loin. Elles restaient tout au plus jusqu'à dix heures et demie avant de se retirer, non sans nous avoir d'abord recommandé d'être rentrés pour onze heures, heure à laquelle de notre propre initiative nous ne manquions pas d'ajouter une demi-heure supplémentaire.


La guerra totale PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Augusto Gughi Vegezzi   
Domenica 24 Gennaio 2016 08:58

[Pubblichiamo di seguito un estratto del romanzo di Augusto G. Vegezzi, Due giovani nella tragedia della guerra
civile, Il mio libro 2015.]

 

“La guerra in un primo momento è la speranza che a uno possa andar meglio, poi l'attesa che all'altro vada peggio, quindi la soddisfazione perché l'altro non sta per niente meglio e infine la sorpresa perché a tutti e due va peggio.” Karl Kraus



Ogni martedì mi recavo in città per seguire le lezioni al Liceo. L’alba era stupenda. Basso nel cielo di cristallo il sole, rosso fuoco, sfolgorava tra lunghe bave di nuvole rosa-viola. Gli alberi apparivano scintillanti, ridotti dal gelo a fantastiche statue di cristallo. Che gioia pedalare veloce, nonostante il velo di ghiaccio sulla strada, pregustando l’incontro con compagni e compagne. L’aria frizzante mi accarezzava il volto, dolce come un infinito bacio. Arrivai molto prima prima delle otto: il cancello era ancora chiuso. Gettai nel mastello all’ingresso il soc, il ceppo da ardere che ogni studente portava come contributo per riscaldare la classe. Incatenata la bici a un palo, decisi di fare un giro nel centro. Incontrai solo le ronde tedesche, che sorvegliavano le strade attorno al loro Comando. Giunto davanti allo splendido duomo romanico, la straziante lagna delle sirene suonò a lungo. Allarme. Aerei in avvicinamento. Capitava spesso che arrivassero e proseguissero per altre mete. L’ ululato si ripeté. Probabile bombardamento. La gente fuggiva dalle case per precipitarsi nei rifugi. Un prete uscì di corsa dal duomo, quasi rotolò dalla scalinata e scomparve nel vicino vescovado. 
Notai che la porta era rimasta socchiusa e m’inoltrai nelle tenebre del tempio. Un antro immenso, gelido, buio con qualche lume baluginante. Un oscuro terrore mi strinse la gola. Brividi mi correvano lungo la schiena. Ricordai le serate col Grande penitenziere. Mi girai per fuggire. Strinsi i denti e decisi di salire sul campanile, altissimo, una postazione eccezionale per osservare i tetti della città, la pianura fino alle Alpi e agli Appennini, il cielo e gli aerei. La porta di accesso alle scale era aperta. Entrai e cominciai a inerpicarmi. Oltre trecento scalini, dicevano. Nel buio pesto, il cigolio delle rampe di legno e i gelidi spifferi rinnovavano la paura, che mi afferrò alla gola con un crampo doloroso. Resistetti all’impulso di scendere e mi affacciai a una delle grandi quadrifore al culmine del campanile, nel trionfo del cielo azzurro e del sole abbagliante. Fui preso da un entusiasmo febbrile. Nessun aeroplano in vista. La città era tutta bianca di neve. Silenzio nel cielo, silenzio in terra. Alcuni falchi si libravano sicuri, planavano in arabeschi misteriosi. Nelle strade vuote nessuno, solo silenzio. La città si rivelava un’assiderata geometria, la piazza sotto di me un desolato De Chirico. Alla paura subentrò una serenità eccitante nell’aria cristallina.

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Quaderno di traduzione 58. Mon grand-père Pietro PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Sabato 23 Gennaio 2016 18:20

Traduzione di Annie e Walter Gamet

 

« Bien des choses s’expliqueraient si nous pouvions connaître notre généalogie véritable »

(Gustave Flaubert à George Sand, lettre n° 24, Croisset le 29 septembre 1866).

 

C'était un fils de paysans qui possédaient peu de terre. Il s'appelait Pietro. Il avait quitté l'école après le CM2, le travail de la terre ne l'attirait pas, car il en avait peu et ne voulait pas trimer sur celle des autres. Ce qu'il voulait faire... ? Il ne le savait pas.

Son frère s'appelait Antonio ; il ne se marierait pas avant de posséder un certain nombre d'ares, disait-il, et pas un de moins. Il mourut avant de les avoir, en tombant d'un arbre. La mère aussi mourut peu après. Que pouvait faire Pietro dans ce monde ? Il n'avait plus qu'à s'en aller. Ne voulant pas demeurer seul, le père prit une autre femme à la maison. Ce que Pietro désapprouva et quand arriva l'avis de mobilisation, il partit, content de s'éloigner d'une maison qui n'était plus la sienne et d'un village où il n'avait plus rien à faire. La guerre ne lui faisait pas peur. Mourir lui importait aussi peu que de sauver la patrie. En octobre 1917, il fut fait prisonnier et déporté en Allemagne. C'est là que pour la première fois il eut froid jusqu'aux os.

À la fin de la guerre, on lui donna un uniforme de je ne sais quelle arme et, pendant deux ans, une solde. Il avait, paraît-il, belle allure dans cette tenue et quand un compagnon de régiment l'emmena à Sienne chez Beppina, dès qu'elle le vit sur le pas de sa porte, elle en tomba amoureuse et voulut l'épouser. Ses parents n'étaient pas d'accord, car ce Pietro, qui était-il sinon un de ces nombreux soldats démobilisés sans le sou et bons à rien qui traînaient alors en Italie  ? Mais elle ne voulut rien entendre et l'épousa quand même, à trente-cinq ans !

Au cours de l'été 1920, ils firent leur voyage de noces à Galatina, ils arrivèrent à la gare la veille de la Saint-Pierre, la ville était en fête et les rues pleines de monde. Les membres de la famille, y compris le père, qui étaient venus les accueillir, furent étonnés du choix de Pietro : c'était une dame bien élégante, Beppina, avec ombrelle et chapeau selon l'usage de la ville ; mais peut-être un peu frêle et un peu âgée pour avoir des enfants, dit une mauvaise langue. Encore que les enfants, c'est un don de Dieu ! Et elle n'avait pas à travailler aux champs, d'ici un mois ils retourneraient à Milan.

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Quaderno di traduzione 57. L'arrivée à Leuca PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Domenica 17 Gennaio 2016 08:50

Traduzione di Annie e Walter Gamet

 

Nous passant désormais des services d'Uccio Pensa, nous fîmes transporter nos « affaires », c'est-à-dire tout ce qui pouvait nous être utile dans la maison de Leuca où manquait souvent le nécessaire, par Guarino, dit « le Maure » en raison de sa peau brunie au soleil des marchés campagnards. C'était un vendeur ambulant de poteries de Cutrofiano qui pour un prix raisonnable venait apporter nos « affaires » et celles de nos amis jusqu'à Leuca, puis proposer sur le marché ses terres cuites qu'il avait soigneusement rangées au fond du camion pour faire place à nos objets. Et de fait, à son arrivée à Leuca, dès le haut de la via Enea, il mettait de l'animation dans la rue, faisait sortir vacanciers et habitants sur le pas de leur porte, en criant à tue-tête dans un haut-parleur les prix prétendus « ridicules » de ses amphores, plats, marmites et lampes à huile en terre cuite : toute la population de Leuca était de cette façon pittoresque immédiatement informée de notre venue, ce qui embarrassait quelque peu ma mère et mon père car, arrivant dans un lieu nouveau, ils auraient préféré une plus grande discrétion. « Voilà qu'il se croit obligé de nous annoncer tout de suite ! » s'exclamait ma mère. Mais Guarino avait besoin d'arrondir la somme que nous lui donnions pour le transport de nos « affaires » à Leuca et il n'y avait pas moyen de le faire taire. Il restait à Leuca jusqu'au dimanche suivant, jour du marché, dormant sous le camion, puis retournait chez lui, après s'être mis d'accord avec nous pour revenir l'après-midi du 31 août, à la fin des vacances.

La Signora Lucetta était une femme au foyer dont la poitrine généreuse vous forçait à vous attarder chastement dans ses replis ; je dis chastement, parce que la poitrine d'une femme mûre – à cette époque, elle avait presque cinquante ans – invite celui qui la regarde (avouerai-je que moi aussi je la regardais à la dérobée ?) à se réjouir de sa santé florissante dont le sein est l'expression et le riche témoignage, et de plus à en apprécier le bienfait pour l'amour filial, celui des enfants qui ont trouvé en lui nourriture et abri dans les premières années de leur vie.

Il Signor Raffaele avait fait la Seconde Guerre mondiale, c'était un employé de la perception des impôts de Gallipoli qui dans son temps libre s'adonnait aux mots croisés ; il descendait du côté paternel de ce Baldassarre Papadia, auteur des Mémoires historiques de la ville de Galatina en Japygie qui avait tant fait pour la réputation de la ville. À cette époque, c'était déjà un homme âgé qui s'était marié tard ; comme mon père, d'ailleurs, et comme beaucoup d'hommes arrivés à l'âge adulte au moment de la guerre qui, rescapés des combats meurtriers, purent choisir une femme beaucoup plus jeune qu'eux – sorte de compensation tacite. Il louchait, ce qui me plongeait dans un grand embarras car je ne savais jamais s'il s'adressait à moi ou à quelqu'un d'autre près de moi ; il m'a donc sûrement pris pour un gamin plutôt attardé mentalement, en effet je répondais à ses questions à contre-temps, faute de parvenir à suivre son regard qui me perturbait quand il remuait les lèvres pour me parler.

Nino avait deux ans de plus que moi, il possédait la collection entière de Zagor et une bicyclette sur laquelle nous circulions dans Galatina quand ma mère allait voir la sienne et m'emmenait avec elle. Je me mettais derrière lui, debout sur le porte-bagages de la « Graziella », accroché à ses épaules, j'accompagnais le mouvement dans les virages les plus risqués en me penchant ou me redressant au bon moment, si bien que nous prenions plaisir tous les deux à aller sur la même bicyclette dans les rues de la localité.

À notre arrivée à Leuca, nous trouvions Guarino qui avait déjà déchargé une bonne partie des bagages dans la petite véranda devant notre maison, criant à tue-tête le prix « ridicule » de ses articles en terre cuite ; les deux familles se séparaient, rejoignant leurs logements respectifs situés presque toujours à très brève distance l'un de l'autre et d'où, à partir de ce moment, allait commencer ce continuel va-et-vient qui caractérisait la vie en commun de notre séjour à Leuca. La Signora Lucetta avait-elle cuisiné une bonne friture ? Immédiatement Maria Cristina courait nous en apporter un plat peu avant le déjeuner pour nous faire goûter ce régal ; ma mère avait-elle acheté une petite dame-jeanne d'un vin qui se révélait particulièrement gouleyant ? Immédiatement j'étais envoyé chez nos amis, une bouteille à la main, pour les faire participer à l'heureuse acquisition, et ainsi de suite...


Quaderno di traduzione 56. La famille Brambilla en vacances PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Domenica 10 Gennaio 2016 10:09

Traduzione di Annie e Walter Gamet


Ma mère, à un certain moment, lasse d'attendre Ucccio Pensa et de dépendre continuellement de lui, décida de fréquenter l'auto-école, de passer le permis de conduire et d'acheter une voiture, parce que dans la famille on en avait vraiment besoin. On ne pouvait pas toujours être en train d'attendre Uccio Pensa. Comme mon père, atteint dans l'enfance de poliomyélite aux membres inférieurs, disait qu'il lui était impossible de conduire et qu'une auto avec les aménagements appropriés coûterait trop cher, nous achetâmes une auto normale et ma mère fut la conductrice de la maison. Durant les cours théoriques à l'auto-école, ma mère fit la connaissance de la Signora Lucetta, se lia d'amitié avec elle, nous présenta ses deux enfants, Nino et Maria Cristina, et son mari Raffaele qui, s'estimant trop âgé pour passer le permis de conduire, avait délégué cette tâche à son épouse ; nous fîmes également la connaissance de la sœur de Raffaele, la signorina Maria dite Ia, une femme très dévote qui, célibataire, vivait avec eux ; et c'est ainsi que l'été suivant nos nouveaux amis louèrent eux aussi une maison à Leuca et que, l'après-midi du 31 juillet, nous nous y rendîmes tous ensemble, eux avec leur Fiat 600 blanche conduite par la Signora Lucetta et nous avec notre Fiat 500L bleue conduite par ma mère ; la Fiat 600, était supérieure à la nôtre en cylindrée, mais avant même d'avoir parcouru trente kilomètres elle avait besoin d'un « appoint » d'eau dans le radiateur ; de sorte que, arrivés à Montesano, il fallait nécessairement s'arrêter pour cette opération, si l'on voulait poursuivre le voyage en toute sécurité. « Il faut remettre de l'eau dans l'auto de nos amis ! » disait alors mon père au reste de la famille, d'une voix forte en scandant les mots comme pour une annonce officielle, quand ma mère l'avertissait de l'arrêt forcé après avoir vu les signaux lumineux de son amie qui se garait au bord de la route. Nos amis laissaient refroidir le moteur avant de faire « l'appoint » dans le radiateur surchauffé, d'où s'échappait une inquiétante vapeur d'eau. Nous, en attendant, nous nous mettions à chanter à tue-tête. Mon père nous faisait rire aux éclats, ma sœur et moi, en répétant cette phrase pleine d'autodérision, censée nous dépeindre sur le chemin des vacances : la famille Brambilla en vacances, dont il martelait les syllabes sur un rythme de marche triomphale : « la famille Brambilla en vacances, la famille Brambilla en vacances... » En effet, à la réflexion, tout en vivant dans un petit coin du Salento, nous étions parfaitement semblables à ces familles de la petite bourgeoisie milanaise où le patronyme Brambilla est très répandu et qui dans les années soixante et soixante-dix passaient leurs vacances sur la côte romagnole ; mais pour nous les enfants, le chant de mon père que nous reprenions à l'unisson, était le signal que nous pouvions laisser éclater notre joie à l'idée que les vacances commençaient, et même qu'elles avaient déjà commencé : « la famille Brambilla en vacances, la famille Brambilla en vacances... ». Arrivés à Montesano, à quinze kilomètres au sud de Maglie, nous étions déjà au cœur du Cap Leuca, c'est-à-dire dans une terre neuve pour nous, située au-delà de cette frontière qui sépare un territoire connu d'un autre tout à fait inconnu. La petite ville de Maglie, qu'on traversait du nord au sud quand on venait de Galatina avant l'ouverture de la voie rapide Lecce-Leuca, marquait la frontière au-delà de laquelle nous avions, avec une certitude qui ne laissait pas de place au doute, le sentiment d'être parvenus dans une terre différente de celle que nous avions coutume de fréquenter. Nous pouvions donc oublier tranquillement notre maison, nos habitudes, les horaires à respecter, les tâches quotidiennes et nous considérer enfin en vacances. Et si la Fiat 600 faisait des caprices, si avec mille précautions, allongeant le bras en se tenant à distance et se protégeant le visage avec un journal – sous le regard attentif et tremblant de Ia qui, le chapelet à la main, suivait l'opération en priant pour la sécurité de son frère aîné – il Signor Raffaele était contraint d'ôter le bouchon du radiateur pour y verser le contenu de la bonbonne tenue en réserve sur la galerie en vue de « l'appoint » d'eau nécessaire à la poursuite du voyage, ceci tandis que le reste de la famille se dégourdissait les jambes sous le soleil du dernier jour de juillet, au milieu d'un assourdissant concert de cigales invisibles dans les oliviers qui cependant offraient un abri ombragé sur la route , c'était pour nous donner le signal de laisser éclater notre joie en chantant à tue-tête ; une telle pause en effet ne se produisant pas tous les jours, mais uniquement durant le voyage qui nous menait vers un monde différent de celui où nous vivions le reste de l'année, nous avions déjà l'avant-goût d'un monde étranger dans cette sensation d'être comme in terra infidelium éprouvée sur un bas-côté de route aux abords de Montesano.


Quaderno di traduzione 55. Uccio Pensa PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Domenica 03 Gennaio 2016 07:54

Traduzione di Annie e Walter Gamet



Uccio Pensa était un homme d'assez petite taille. Malgré mes efforts, je ne me souviens plus de son visage, je ne me souviens que de son attitude déférente, une humilité consubstantielle à sa condition de chauffeur improvisé qui gagnait sa vie en conduisant les gens partout où ils le lui demandaient. Quand on devait aller quelque part, on attendait Uccio Pensa. Et attendre Uccio Pensa reste encore dans mes souvenirs une circonstance des plus stressantes. De fait, le manque de ponctualité d'Uccio Pensa se combinait avec la ponctualité excessive de ma mère qui, pour un rendez-vous à une certaine heure, était déjà prête une demi-heure à l'avance ; et comme la demi-heure de retard d'Uccio Pensa s'ajoutait à la demi-heure d'avance de ma mère, l'attente qu'ils nous imposaient tous les deux conjointement et sans accord préalable, était d'une heure, durant laquelle ma mère s'abandonnait aux hypothèses les plus inquiétantes sur Uccio Pensa – indisposition, pneu de voiture crevé, oubli du rendez-vous – et sur l'issue du voyage.
Avant même de fréquenter l'auto-école, ma mère apprit à conduire avec Uccio Pensa. Quand nous allâmes à Maglie prendre livraison de notre première auto, une Fiat 500L de couleur bleue au toit demi-décapotable, c'est lui qui nous conduisit chez le concessionnaire ; et c'est lui que maman, par crainte de se tromper, suivit sur la route du retour de Maglie à Galatina. C'était en juin 1969. À partir de cette année-là, Uccio Pensa quitta la scène de notre vie familiale, à l'exception de quelques réapparitions imprévues dues à des circonstances exceptionnelles, la mort de mon grand-père par exemple, mais pendant de nombreuses années j'entendis beaucoup parler de lui comme d'un homme bon et serviable, tel qu'on n'en trouve plus de nos jours. Ma mère racontait souvent l'anecdote du « debraia », dans laquelle Uccio Pensa, tenant le rôle du moniteur d'auto-école assis à côté de la conductrice, lui criait d'un ton impératif : « debraia, debraia ! », tandis qu'elle, ignorant le sens du mot, se sentait de plus en plus perdue. Uccio Pensa employait un mot du dialecte emprunté au français, le verbe débrayer, qui signifie désaccoupler les disques de friction au moment du changement de vitesse :  « debraia, debraia ! » Plus Uccio Pensa hurlait, plus ma mère se troublait et, apeurée, donnait de coups d'accélérateur qui entraînaient, au moment du changement de vitesse, des secousses d'une violence à se démettre les cervicales. Cependant, avec le temps, ma mère apprit à très bien conduire ; ainsi, lorsque nous allions nous baigner à Gallipoli – le reste de l'été passé à Galatina, nous y faisions des allers et retours les jours de beau temps – sur la ligne droite entre Galatina et Galatone, elle lançait la Fiat 500L presque à cent à l'heure. Alors nous, les enfants, de la banquette arrière, nous l'incitions à accélérer, l'œil rivé sur le compteur kilométrique, de concert avec mon père qui se réservait le rôle de l'expert navigateur. Ma mère ne décélérait qu'à l'approche de Tabelle ; là se trouvaient trois dos d'âne plutôt insidieux au-dessus du Canal de L'Asso, où la voiture risquait l'embardée et la sortie de route.
Quand Uccio Pensa nous conduisait à Leuca avec son véhicule surchargé, après avoir traversé Montesano, Lucugnano, Alessano – les noms des villages du Cap se terminent presque tous par -ano – à la sortie de Gagliano, au début de la descente vers la mer, il mettait au point mort (debraiava) pour économiser un peu d'essence. L'auto prenait beaucoup de vitesse justement à cause de la forte charge qui en accélérait la course. Alors mon père intervenait pour lui faire réenclencher la vitesse, de façon à freiner l'allure. Mais à son grand dépit, Uccio Pensa ne lui prêtait aucune attention, parce que ces quelques kilomètres au point mort étaient un véritable don du ciel, telle une manne qui compensait toute l'essence consommée pour gravir péniblement la pente de Montesardo.

Quel che posso dire… 8. Passeggiata con Ornella PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Giovedì 31 Dicembre 2015 09:28

["Il Galatino" anno XLVIII n. 21 del 18 dicembre 2015, p. 4]

 

“… la mia vita non è stata se non una lunga fantasticheria suddivisa in capitoli dalle passeggiate quotidiane.”

J. J. Rousseau, Le fantasticherie del passeggiatore solitario, Milano 1998, p. 331.

 

Ieri sera io e Ornella abbiamo fatto una passeggiata “a retu a lu carcere”, cioè nel quartiere popolare sorto negli anni cinquanta e sessanta a ridosso del carcere mandamentale, un edificio ormai dismesso da molti anni e divenuto fatiscente: occupa un intero isolato e nessuno si decide ad abbatterlo e a farne un bel giardino. Abbiamo visto decine di case monofamiliari - verandina sul davanti e giardinetto con agrumi rinsecchiti sul retro -, chiuse e abbandonate, con tanto di cartello VENDESI posto dalle agenzie immobiliari. Il mio cane Billi riconosce subito queste case, perché sul marciapiede antistante vi cresce l’erba, che lo invita en passant ad una spruzzatina. Sono case piuttosto malmesse che hanno mezzo secolo e più di vita, e agli eventuali acquirenti non rimarrebbe altro che abbatterle e ricostruire. La loro fatiscenza dà l’impressione un po’ triste di un ciclo vitale che si è concluso con la morte dei proprietari e col  trasferimento dei loro eredi da qualche altra parte.

Ci siamo fermati a riposare sedendoci su una panchina della Villa del Bersagliere, un giardino pubblico che segna l’esatto confine tra “a retu a lu carcere” e “a retu a Sant’Antoniu”. In realtà, un cartello avverte che siamo nel Piazzale Vittime delle Foibe, ma siccome pochi sanno qui che cosa sono le foibe, la voce popolare ha intitolato il giardino al bersagliere, la cui statua con tanto di cappello piumato e tromba campeggia nel centro della villa.

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Sotto una buona stella PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Luigi Scorrano   
Mercoledì 23 Dicembre 2015 17:22

["Il Galatino" anno XLVIII n. 21 del 18 dicembre 2015, p. 6]

 

Si chiamava Luca. Da secoli il nome si tramandava in famiglia, così come si tramandava la professione medica. Doveva essere più che una tradizione. Si sarebbe detta una vocazione; accanto alla quale un’altra si era imposta: quella dello scrittore. Luca amava riscrivere antiche storie. Raccontare in modo nuovo quel che era noto gli dava il piacere sottile di scoprire ciò che ad altri era rimasto nascosto.

Si avvicinava il Natale e lui, a Natale, ogni anno scriveva una piccola storia da leggersi in famiglia: quasi per gioco ma, nel suo animo, con profonda serietà. Come ogni anno, quando fu giunto il momento di mettersi all’opera, sedette al suo tavolo da lavoro e cominciò a scrivere. Ma ciò che aveva immaginato sembrava non corrispondere esattamente ai suoi propositi. Lottava con la durezza delle parole; espressioni che gli erano estranee ora si affollavano nei fogli, sembrava volessero tracimare dai margini entro i quali erano costrette.

Chiuse gli occhi e lasciò la mente vagare in libertà: qualche buona idea, se c’era, si sarebbe imposta. Stando con gli occhi chiusi provava una specie di sonnolenza, un torpore benefico, un dolce senso di calore. Pensò che quello stato d’incertezza provenisse da una mancanza di riposo, ma scartò quell’ipotesi: la sua vita perfettamente regolata non poteva (ne era certo) produrre quello stato di rilassatezza un po’ malata.

Immaginò di avere davanti a sé una strada. Vi si incamminò preceduto da un asinello, sulla cui groppa era arrampicata una donna incinta, e da un giovane accompagnatore. Doveva essere il marito, arguì, dal modo preoccupato ma pieno di attenzioni del giovane uomo che procedeva a piedi accanto all’asino. Una strana simmetria dava lo stesso ritmo al passo dell’asino e del suo padrone e a  quello di Luca, la cui attenzione a poco a poco si andava concentrando sulla parallela andatura degli uomini e della bestia in cammino. Dove andavano? si chiese. Forse la sua era la loro stessa mèta: un paesino dell’entroterra nel quale pareva si fosse verificato, per molte sere di seguito, un fatto inconsueto: una grande stella aveva brillato nel limpido cielo dell’inverno. Una stella, secondo gli astronomi provetti e quelli dilettanti, eccezionale per grandezza e luminosità e mai prima d’allora registrata negli annali della ricerca astrologica. Affascinava col suo straordinario splendore, e la sera tutti camminavano col naso all’in su per non saper staccare lo sguardo da quella luce. La si vedeva solo nel cielo di quel paese: un mucchietto di case quasi insignificante. Luca si chiedeva la ragione di quella specie di privilegio.

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Quaderno di traduzione 54. Vacances à Leuca: Préliminaires PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Domenica 20 Dicembre 2015 08:20

Traduzione di Annie e Walter Gamet

 

« ...la fidélité aux choses qui ont traversé notre vie. »

Walter Benjamin, Journal parisien.

 

Pendant de nombreuses années, nous avons passé les vacances à Leuca. Tout commençait l'après-midi d'un dimanche du mois d'avril, quand vers quinze heures, c'est-à-dire avec une bonne demi-heure de retard sur l'horaire convenu, Uccio Pensa venait nous prendre devant la maison, s'annonçant  par un double coup de klaxon. Nous, nous étions prêts depuis pas mal de temps, habillés de pied en cap, ayant avancé à midi et demi le déjeuner dominical, car d'ordinaire nous ne nous mettions pas à table avant treize heures. Nous montions dans la voiture et en route pour le long voyage – long par rapport à nos excursions habituelles distantes tout au plus de trente, quarante kilomètres de la maison ; Otrante, Santa Cesarea et Castro sur l'Adriatique, Porto Cesareo sur la mer Ionienne étaient déjà des destinations trop lointaines pour une excursion d'après-midi, tandis que Gallipoli, Santa Maria ou Santa Caterina, où l'on avait l'habitude d'aller, étaient des localités côtières situées à une vingtaine de kilomètres et donc faciles d'accès. Ce long voyage allait nous mener jusqu'où il était possible d'aller vers le sud : Santa Maria di Leuca, car au-delà il n'y avait plus rien d'accessible, sinon à bord d'un bateau.

Concernant Leuca, mon père était passé maître dans l'élaboration d'une mythologie détaillée et mystérieuse. Nous n'allions pas dans un lieu quelconque, mais à Santa Maria de finibus terrae, là où les deux mers, Ionienne et Adriatique s'unissaient, mêlant leurs eaux en un point indéterminé devant lequel dans l'heure qui suivait nous serions les fervents témoins d'un événement qui, même s'il se répétait, immuable depuis des millions d'années, n'en perdait pas pour autant sa séduction naturelle, son prodigieux mystère ; grande fut donc ma stupeur quelques années plus tard de découvrir que la géographie démentait cette mythologie, faisant passer la ligne de partage entre les mers Ionienne et Adriatique à  de nombreux kilomètres plus au nord. Ainsi le nom de Punta Ristola désignait-il conventionnellement l'autel devant lequel étaient célébrées les noces des deux mers, auxquelles nous avions, cet après-midi-là, le privilège d'être conviés. La frénésie des préparatifs qui précédait le départ pour Leuca le dimanche d'avril n'était qu'une répétition générale, quelque peu approximative, mais tout aussi remplie de cette même attente à laquelle nous serions confrontés le jour du départ pour les vacances, lorsque Uccio Pensa nous conduirait à Leuca pour un séjour d'un mois entier, aussi long qu'une saison entière de la vie. En avril, nous allions à Leuca dans le but précis de confirmer la location de la maisonnette que nous avions occupée l'année précédente, ou bien d'en trouver une autre plus confortable et moins chère ; et à cause de l'incertitude sur l'issue favorable de notre voyage, l'angoisse et la tension nerveuse à notre départ étaient à leur comble et ne se dissipaient que si mon père scellait d'une poignée de mains le contrat oral avec le propriétaire de la maison. Alors, la maîtresse de maison offrait aux adultes un petit verre de vermouth et à nous, les enfants, une friandise, et tout le monde était heureux et satisfait.

Nous retournions à la maison contents, nous armant de patience en attendant le  jour du véritable départ vers la nouvelle maison de vacances. Entre-temps, la fin de l'école allait occuper les quelques mois qui nous séparaient du jour fatidique. L'année où l'accord avec le propriétaire de la maison ne se conclut pas et que nous ne trouvâmes pas d'autre maison à un prix raisonnable pour nous, le retour à Galatina fut très triste, car nous savions que ce voyage pour rien signifiait la fin de nos vacances à Leuca, même si notre père nous réconforta en disant que nous retournerions le dimanche suivant – ce qui en fait n'arriva pas. Et déjà mes camarades m'invitaient à faire du camping avec eux, m'ouvrant un horizon de nouvelles expériences qui marquaient la fin de l'enfance et de la prime jeunesse passées en famille ainsi que le début d'une adolescence dont l'histoire cependant allait s'inscrire dans un autre cadre. Dans les années qui ont suivi, nous ne sommes jamais plus retournés à Leuca, sauf pour de brèves visites de quelques heures, durant lesquelles nous avions à peine le temps de noter les grands changements intervenus dans cette Balbec de notre prime jeunesse.


Quel che posso dire… 7. Nonno Pietro PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Domenica 13 Dicembre 2015 13:34

["Il Galatino" anno XLVIII n. 20 dell'11 dicembre 2015, p. 4]

 

“Molte cose si spiegherebbero se noi potessimo

ritrovare la nostra genealogia vera.”

G. Flaubert a G. Sand, lettera n. 24 da Croisset [29 settembre 1866],

in Fossili di un mondo a venire, Roma, Aragno 2004, p. 40.

 

Si chiamava Pietro ed era figlio di contadini con poca terra. Aveva la quinta elementare e la terra non gli piaceva perché ne aveva poca e non voleva zappare il fondo degli altri. Voleva fare…, che cosa? non sapeva.

Suo fratello si chiamava Antonio: diceva che non si sarebbe sposato prima d’avere tante are, e non meno. Morì prima d’averle, cadendo da un albero. Morì presto anche la madre. Che ci stava a fare lui in questo mondo? Doveva andare via. Il padre non volle essere solo e prese in casa un’altra donna. Ma Pietro fu contrario e quando giunse la cartolina, partì, felice di andare lontano da una casa che non era più la sua e da un paese dove non aveva nulla da fare. La guerra non gli faceva paura, non gli importava di morire e neppure di salvare la patria. Nell’ottobre del 1917 fu fatto prigioniero e deportato in Germania. Fu lì che sentì per la prima volta il freddo nelle ossa.

Alla fine della guerra, gli diedero una divisa di non so quale arma e, per un paio d’anni, una paga. Dicevano che era bello con quella divisa e quando Beppina lo vide sulla soglia di casa, a Siena, che glielo aveva portato un amico commilitone, se ne innamorò e lo volle sposare. I suoi parenti non erano d’accordo, perché chi era questo Pietro se non uno dei tanti ex-soldati senza arte né parte che andavano in giro per l’Italia dopo la smobilitazione? Ma lei non volle starli a sentire e se lo sposò lo stesso, a trentacinque anni!

Fecero il viaggio di nozze a Galatina nell’estate del 1920, giunsero alla stazione alla vigilia di San Pietro, che la città era in festa e c’era molta gente per le strade. I parenti, e pure il padre, che si erano recati in stazione, stupirono per la scelta di Pietro: era una donna fine, la Beppina, con tanto di cappello e ombrellino, come usava in città; ma forse un po’ gracile e un po’ vecchia per avere figli, disse qualche maligno. Ma i figli li dà il Signore e poi non doveva mica lavorare in campagna! Di lì a un mese sarebbero ripartiti per Milano.

Quella fu l’ultima estate di Beppina. Morì di parto nel marzo seguente, in una soffitta della Galleria di Milano, dove i due sposi avevano trovato un alloggio comunale. Che poteva fare Pietro a Milano, da solo, senza lavoro e con un bambino da accudire? Portò il piccolo Peppino a balia e poi dai parenti di Galatina, che producevano il vino e lo vendevano in una bottega di Cantù. Mio padre mi diceva che fu portato al Sud perché il dottore aveva consigliato luoghi caldi per un bambino che a nove mesi aveva avuto la poliomielite. I mali, mi ripeteva, non vengono mai da soli. E allora l’accordo tra Pietro e i suoi parenti fu che loro avrebbero tenuto il bambino a Galatina, mandandolo a scuola, crescendolo e curandolo come un figlio, e Pietro avrebbe venduto il vino nella bottega di Cantù. Vi rimase trentacinque anni a riempire fiaschi e damigiane. Fu lì che sentì per la seconda volta il freddo nelle ossa. Ma poi fece l’abitudine al pensiero che non poteva tornare e che doveva adattarsi alle nebbie della Brianza. A Cantù si risposò con una donna di nome Elvira, di cui non ho saputo mai niente. Mio padre non me ne parlò mai.

Neppure so perché si siano lasciati. Alla fine degli anni cinquanta, ormai anziano, Pietro tornò a Galatina e andò a vivere insieme al figlio Peppino. Aveva una magra pensione di guerra e, dopo una vita di lavoro, nient’altro. Quando faceva bel tempo, portava la nipotina in carrozzina e poi, più grandicella, presa per mano, tra i pini della villa comunale dove c’era aria buona e poteva godere finalmente del sole meridionale. Mia sorella dice che gli piacevano le cozze nere: se le faceva aprire sul momento dal venditore del mercato coperto e le gustava con un po’ di succo di limone, mentre lei lo stava a guardare. Ma questa nuova vita durò poco per via d’un cancro al colon che lo prese quando meno se l’aspettava. Lo assisté sul letto di morte la nuora, che mi aveva da undici mesi.

Conservo di lui un orologio da polso, cui ogni tanto do la carica, e dura una giornata.


Quaderno di traduzione 53. La fin de la fête PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Lunedì 07 Dicembre 2015 18:11

Traduzione di Annie e Walter Gamet


Le dernier jour de la fête, donc celui de la Saint-Paul, nous remplissait d'une grande tristesse, parce qu'il coïncidait avec le début de nos vacances à Leuca, imposées pour ainsi dire à des enfants obligés de se soumettre à une cure rigoureuse prescrite par le médecin – ce n'est que quelques années plus tard qu'à notre grand soulagement, le départ fut repoussé d'un mois.

En vérité le malade, c'était mon père, qui à cette époque avait cessé de fumer sur le conseil du docteur. Ce dernier, appelé à la suite de quelques crises respiratoires, lui avait causé une grande frayeur en évoquant un risque mortel ; il lui avait également conseillé de passer au moins un mois d'été à la mer, où, d'après lui, l'iode faciliterait la désintoxication de ses poumons. D'ailleurs, pour nous aussi les enfants, les vacances à la mer seraient bénéfiques. Et voilà comment notre père choisit de louer pour nous tous une maison à Santa Maria di Leuca, où les deux mers seraient sans aucun doute plus efficaces qu'une seule.

Pour gagner une « journée d'air », mes parents avançaient donc le départ pour Leuca à l'après-midi du 30 juin (la Saint-Paul) – les éventuels locataires de la maison de Leuca l'auraient libérée pour minuit, et certainement bien avant, pour nous permettre de l'occuper, d'y passer la première nuit et de nous réveiller le 1er juillet, non plus à Galatina, mais à Leuca ; cependant, cette détermination à ne pas perdre ne serait-ce qu'une « journée d'air », nous empêchait tous de profiter de la phase finale de la fête de la ville, donc du jour de la Saint-Paul, quand un moindre afflux de fidèles nous aurait permis de nous promener dans les rues, d'accéder aux attractions et à la foire sans crainte d'être emportés ou écrasés par la foule. Eh bien, non ! Il nous fallait abandonner tout un luna park qu'un magicien savant et bienfaisant avait  réalisé comme par enchantement et mis à notre disposition juste à la porte d'entrée de notre maison, il nous fallait faire les valises – qu'en réalité ma mère, toujours pressée,  avait préparées dès la veille et posées dans l'entrée tout au long des murs, pour laisser le passage libre –, il nous fallait tout charger sur l'auto d'Uccio Pensa et partir dans un lieu que nous ne connaissions pas, où nous ne connaissions personne, un lieu qui nous paraissait lointain et hostile, une sorte d'exil auquel un magicien, méchant celui-là, nous aurait condamnés qui sait pour quelle faute commise à notre insu. Mon père avait beau afficher sa bonne humeur prévoyant pour lui de longues respirations pleines d'iode facilitées par la brise marine et pour nous des baignades à n'en plus finir et des jeux de plage pour lesquels ma mère avait pris soin de nous munir d'un petit seau, de pelles, d'une épuisette, etc., achetés à un étal de la fête encore en cours, tandis qu'elle-même s'était procuré un parasol, une chaise-longue et un sac de plage ; il n'en restait pas moins que pour nous, devoir charger les bagages sur l'auto d'Uccio Pensa l'après-midi de la Saint-Paul, tout abandonner et partir quand nos concitoyens se préparaient à la soirée de clôture des fêtes patronales, cela ressemblait à un outrage au bon sens.

Quant à l'auto d'Uccio Pensa, dont je ne saurais dire quelle firme automobile l'avait produite, elle me paraissait énorme, une grande baleine apte à se déplacer sur le sol, sur l'immense dos de laquelle était fixée une longue galerie destinée à transporter nos volumineux bagages – lors de nos premiers séjours à Leuca, nous emportions même le réfrigérateur, soit que la maison de Leuca en fût dépourvue, soit que ma mère n'eût pas voulu s'en séparer, l'ayant acheté depuis peu ; dans l'auto d'Uccio Pensa dix personnes auraient pu facilement prendre place tant l'habitacle était grand ; mais pour nous cinq, il suffisait à peine du fait que les valises, boîtes et caisses de bois envahissaient tout l'espace. Ma mère avait la hantise d'oublier quelque chose, s'il n'avait tenu qu'à elle, elle aurait emporté sa maison tout entière – c'est une façon de parler, car ce n'était pas la sienne, nous étions en location ; et cela trahissait peut-être déjà sa réticence à se séparer de ses affaires. De fait, de nombreuses années plus tard, quand mes parents meublèrent leur propre maison, ma mère refusa catégoriquement de la quitter pour retourner à Leuca, même pour un mois. Trois camions avec remorque n'auraient pas suffi pour transporter sur le lieu des vacances ce à quoi elle tenait le plus.


Quaderno di traduzione 52. La Dame Cannone PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Martedì 01 Dicembre 2015 08:32

Traduzione di Annie e Walter Gamet


Au temps où la foire était encore de dimensions réduites et n'envahissait pas toute la place Fortunato Cesari, les attractions étaient installées dans la villa piccola. Mes premiers souvenirs de la fête de la Saint-Pierre remontent à cette époque-là : ma mère, me tenant par la main, m'emmène en promenade parmi les étals de confiseries (barbe à papa et amandes caramélisées), de jouets, de marchandises variées, dans une cohue où parvenir à se frayer un chemin est très difficile pour un bambin qui a forcément peur d'être écrasé. Toutefois, cela ne m'empêchait pas de vouloir tout ce que je voyais. Et comme il n'est pas simple de faire comprendre à un enfant que dans la vie on ne peut pas tout avoir, ma mère avait imaginé un système pour me faire tenir tranquille, un système répressif fondé sur la peur de la Dame Cannone.

« Maman, qui est la Dame Cannone ?

- C'est une femme énorme, une géante.

- Et que fait la Dame Cannone ?

- Si tu n'arrêtes pas de réclamer tout ce que tu vois, je t'emmène chez elle. »

En définitive, ma mère ne disait pas ce qui me serait arrivé, si elle m'avait conduit chez la Dame Cannone, mais elle laissait entendre que la géante aurait écrasé de son poids énorme et anéanti d'une taloche bien assenée l'enfant pleurnicheur et jamais content que j'étais. Dans ma tête de gosse toujours en train de réclamer, la Dame Cannone devenait donc la personnification de la foule dont le lent mouvement  dans les rues de la cité menaçait, à tout moment, de m'écraser. Toutefois, les paroles de ma mère étaient un peu suspectes, car je ne comprenais pas quel sens pouvait avoir l'achat d'un billet pour voir la Dame Cannone avec la certitude de se faire écrabouiller. Les choses n'étaient donc sans doute pas comme elle le disait, et moi, j'aurais bien voulu la voir cette Dame Cannone, mais de loin. Quand je passais près de la fontaine de la villetta, où, selon ma mère, se trouvait la baraque de la Dame Cannone, je sentais au fond de moi la curiosité le disputer à la peur, sans qu'aucun des deux sentiments ne parvînt à prévaloir.

Je ne vis jamais la Dame Cannone, mais la peur de la voir et la curiosité m'accompagnèrent durant toutes les années de ma plus tendre enfance passée dans la petite maison louée par mes parents place Fortunato Cesari, donc justement là où se déroulait une partie importante de la fête. Il me semble encore entendre les plaintes de ma mère au sujet des attractions installées si près de la porte d'entrée qu'elles en interdisaient presque l'accès ; et de mon père qui ne pouvait pas dormir avant trois heures du matin à cause du vacarme sur la place. Ma sœur et moi, en revanche, nous étions très contents de nous retrouver tout à coup au beau milieu de ce Pays des Jouets sans savoir ce que nous avions fait de si extraordinaire pour mériter une aussi grande récompense.


Quaderno di traduzione 51. Les dernières tarentulées PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Martedì 24 Novembre 2015 08:57

Traduzione di Annie e Walter Gamet


En effet, déjà depuis l'avant-veille les tarentulées arrivaient par petits groupes, désormais non plus enfermées dans un char à bancs – comme ma mère me disait les avoir vues trente ans auparavant quand, jeune fille, elle était venue à pied à Galatina pour la fête de Santu Petru –, mais à bord d'une auto avec un chauffeur, s'il vous plaît, qui les conduisait jusqu'à l'entrée de la chapelle San Paolo. Celui-ci éteignait le moteur, descendait de voiture, en faisait le tour pour ouvrir la portière arrière et aider la tarentulée à rejoindre l'entrée de la petite église, ou plutôt il l'accompagnait à l'intérieur, comme on le fait pour un malade  à emmener au poste de secours sans trop d'urgence, tandis qu'une nuée de curieux suivait la manœuvre en commentant l'arrivée. « Elle vient de Sternatia, de Scorrano, de Morciano, de Castrignano, etc. », entendait-on alors.

Les vêtements de couleurs voyantes étaient à éviter, le rouge en particulier perturbait les tarentulées ; ma mère me racontait avoir entendu dire qu'une fois deux tarentulées avaient agressé et déshabillé en pleine rue une fille vêtue de vert, de blanc et de rouge, comme le drapeau italien, sous prétexte qu'elle était venue là, devant la chapelle San Paolo, plus pour la montre que par dévotion. C'est pourquoi, en ces jours de fête, les couleurs de mes vêtements étaient rigoureusement choisies dans les tons bleus, gris-noir ou marron foncé, à l'exclusion de l'orange, du jaune, du rouge, du vert, etc. Et puis ma mère se souvenait de sa promenade à pied de Corigliano à Galatina, à l'âge de quinze ans, le jour de la Saint-Pierre, et se mettait à raconter...

Rester sur la place San Pietro le matin d'un de ces jours de fin juin, signifiait participer au frisson collectif qui gagnait chacun au fond de son être. Soudain – mais tous s'attendaient à ce que l'événement survînt d'un moment à l'autre – une ou deux tarentulées semaient la confusion en se roulant par terre, en courant à perdre haleine vers la place ou dans la direction opposée, le Corso Garibaldi, suivies de près par des membres de leur famille ou des amis chargés de veiller sur leur sécurité personnelle, tandis que la foule s'écartait pour les laisser passer. C'était alors un sauve-qui-peut général, déconseillé par certains – qui, pourtant, à l'occasion, étaient les premiers à fuir – car les possédées allaient s'agripper, non pas à ceux qui restaient sur place, mais aux fuyards. Il fallait s'armer de courage et tenir bon, chose extrêmement difficile : en effet, dans un mouvement de fuite générale, qui aurait le courage de ne pas déguerpir ? À la longue rester sur la place San Pietro tournait à la torture psychologique et il valait mieux partir, comme le conseillait mon père, tandis que ma mère allait fureter encore un peu pour voir ce qu'il s'y passait.

Tous les ans, il se trouvait quelqu'un pour observer que les tarentulées se faisaient de plus en plus rares. Démentes, insensées, possédées, qui le sait ? Elles s'en retournaient en auto à la fin de la fête : dans le courant de l'année, certaines trouvaient à se marier, d'autres changeaient d'idée, d'autres encore étaient retenues fin juin à la maison par les plus jeunes, les plus âgées mouraient. C'est sans doute ainsi que s'éteignit le rituel des tarentulées.


Quaderno di traduzione 50. Un grain de poivre et trois dés à coudre PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Martedì 17 Novembre 2015 08:20

Traduzione di Annie e Walter Gamet

 

Et l'expérience de cette extrême rapidité de l'échange où, à force de donner et de recevoir, l'un n'en finissait pas moins par se retrouver les poches pleines et l'autre les poches vides, je la fis moi-même l'après-midi d'un premier jour de fête, quand la curiosité de mes treize ans me conduisit devant la petite table d'un monsieur sympathique ; c'était l'un de tous ceux qui voyageaient dans le sillage de la caravane ou qui, comme des mouches, étaient attirés ces jours-là en ville par ce qu'on appelle l'excrément du diable – d'où, disait mon père à propos de la maison, la nécessité de redoubler de vigilance pendant cette période ; dans un premier temps sans exiger de mise, puis en me conseillant de miser une petite somme – je n'avais de toute façon que les trois mille lires censées suffire pour les trois jours, mille par jour d'après la division suggérée par mon père au moment où je quittais la maison – le monsieur me persuada de suivre un grain de poivre noir sous trois dés, comme ceux que ma mère mettait au majeur de la main droite quand elle raccommodait une chaussette. Être capable de dire où se trouvait le grain de poivre noir me semblait d'une simplicité enfantine, il suffisait de ne pas le perdre de vue quand le prestidigitateur de ses mains habiles le déplaçait sous les trois dés posés sur le plateau de la petite table, d'abord lentement, puis de plus en plus vite, pendant que tout autour de moi d'autres personnes essayaient de deviner et engageaient des sommes bien plus importantes que moi. Pour savoir si le grain de poivre noir était si facile à trouver, il ne me fallut que quelques minutes, juste le temps de perdre les trois mille lires qui devaient me suffire pour les trois jours de fête : la veille de la Saint-Pierre, la Saint-Pierre et la Saint-Paul.

Je vous laisse imaginer l'état dans lequel devait se trouver un gamin de cet âge, qui jour après jour, juché sur sa bicyclette, avait assisté à l'installation des attractions, avait savouré à l'avance le plaisir de monter sur les aéroplanes ou dans les autos tamponneuses et qui désormais savait qu'il ne pourrait plus participer à la fête, et tout cela par sa propre faute et son manque de prudence, sans aucune excuse parce que son père et sa mère lui avaient redit tant et plus de se tenir à l'écart des individus suspects qui pourraient lui prendre son argent, etc. ; je vous laisse imaginer son angoisse à la seule pensée de rencontrer ses camarades et de devoir leur expliquer pourquoi il n'avait plus une lire en poche, lesquels se moqueraient de sa stupidité dès qu'il leur raconterait ce qu'il lui était arrivé ; il n'aurait plus qu'à retourner chez lui et ne plus sortir pour le restant des jours de fête. Mais dans ce cas aussi, il lui faudrait s'expliquer devant ses parents à qui il avait désobéi, puisque, en quittant la maison, il avait mis dans son portefeuille les trois billets de mille lires, alors que son père lui avait recommandé de n'emporter que mille lires par jour pour ne pas les perdre ou succomber à la tentation de dépenser les trois mille dès le premier jour.

Je ne me rappelle plus très bien, mais je crois être retourné à la maison et avoir tout avoué à mon père qui, compréhensif, me redonna de l'argent, me sauvant du désespoir, mais pas du remords d'avoir été un jeune étourdi.

En définitive, l'attente de la grande fête se remarquait à la grande excitation de tous les habitants, et en particulier des enfants, qui participaient à cette mobilisation générale et assistaient à l'accueil de tant de gens et d'activités dans la ville. Le matin du premier jour de fête allaient arriver les marchands ambulants de toute la province, du Cap de Leuca comme des communes situées au nord de Lecce : merciers, vendeurs de tissus, de poteries de Cutrofiano, d'oiseaux, de babioles de toutes sortes, vendeuses de cucceddhre pe lu tabaccu1, fabricants de barbe à papa, de pâte d'amande prêts à réapprovisionner les amateurs de copeta2 encore chaude, gitans demandant l'aumône, nocellari3 qui, à l'occasion de la fête, s'improvisaient aussi marchands de schipece4 de Gallipoli qu'ils recouvraient d'un voile blanc pour les protéger des mouches, bonimenteurs qui faisaient tournoyer leurs assiettes en l'air avant d'en démontrer la solidité à toute l'assistance en les cognant contre une plaque d'aluminium, vendeurs de ballons, diseuses de bonne aventure, fisculari5, etc., c'était toute une humanité variée qui envahissait les rues du centre-ville dès les premières heures de la matinée, comme pour remplir l'arrière-plan d'un tableau au centre duquel devaient figurer... les dernières tarentulées de la Terre d'Otrante.

 

 

1- cuceddhre pe lu tabaccu : grandes aiguilles en fer servant à enfiler les feuilles de tabac avant de les faire sécher au soleil dans les taraletti (voir la note du chapitre La saison des pluies).

2- copeta : confiserie croquante composée d'amandes caramélisées.

3- nocellari : vendeurs de fruits secs (cacahuètes, noisettes, amandes...).

4- scapece ou schipece : friture de petits poissons au safran.

5- fisculari : vendeurs de fisculi, c'est à dire de « scourtins », filtres en fibre de coco tressée, utilisés autrefois dans les pressoirs à huile d'olive. Les fisculari vendaient aussi des paniers d'osier servant à transporter les fruits et légumes.


Quaderno di traduzione 49. Fêtes patronales PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Martedì 10 Novembre 2015 13:08

Traduzione  di Annie e Walter Gamet


Quelques jours après la fin de l'année scolaire, une équipe d'hommes étrangers à la ville érigeait dans tout le centre une forêt de poteaux de bois réunis par un lacis très dense de fils de fer fixés au faîte des maisons les plus hautes, destiné à soutenir le poids du dispositif des illuminations de la toute proche fête des Saints Patrons Pierre et Paul. Entre-temps, une autre équipe d'ouvriers, selon toute probabilité des gens d'ici, procédait à la fermeture hermétique de la villa piccola, c'est-à-dire des jardins de la place Fortunato Cesari – les interdisant de fait aux enfants – avec une palissade digne des meilleurs fortins du Far West, comme il m'est arrivé d'en voir dans les dessins de Zagor ou du Commandant Mark. Enfin, la villa de la gare, qui durant toute l'année avait somnolé en raison du rare trafic ferroviaire et de sa position périphérique par rapport au centre-ville, reprenait vie car c'était l'espace que les autorités municipales destinait au luna park que nous appelions communément les manèges.

Nous les enfants, qui pendant toute l'année, avant et après les heures de classe, et puis encore au cours des après-midi d'hiver et des soirées de la belle saison, occupions les jardins de la villa piccola, notre habituel terrain de jeux, quand débutaient les travaux de la palissade, nous nous voyions privés du seul lieu que les adultes semblaient avoir mis à notre disposition ; nous étions repoussés chacun dans notre rue, où nous aurions pu refaire les mêmes jeux, disposant seulement d'un espace plus restreint. En réalité, nous avions mieux à faire ; nous allions suivre toutes les phases de la préparation de la grande fête, nous déplaçant continuellement à bicyclette d'une place à l'autre de la ville, attirés par le moindre événement, naturellement avec une préférence particulière pour la place des manèges.

Le bâtiment scolaire de la place Fortunato Cesari abritait la foire commerciale, dite la foire. La palissade construite tout autour permettait d'augmenter considérablement les espaces d'exposition, auxquels on ne pourrait accéder qu'en payant le billet d'entrée. Il n'y avait aucun espoir de sauter par-dessus la clôture, car elle mesurait plus de trois mètres de hauteur et un adulte était toujours là à faire sa ronde, prêt à morigéner les gamins les plus impertinents qui faisaient mine de vouloir l'escalader. Parmi nous, pourtant, courait la rumeur qu'un plus rusé que les autres était parvenu à entrer sans payer en franchissant la palissade grâce à l'aide de deux acolytes qui lui avaient fait la courte échelle avec les mains et les épaules. Le fait est que nous devions pour la plupart nous contenter d'épier à travers les trous qui se trouvaient parfois dans les planches, soit à cause d'un défaut de fabrication, soit à la suite d'une détérioration naturelle du bois. On voyait bien peu, mais assez pour susciter le désir d'entrer dans la foire en payant régulièrement son billet.

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Quaderno di traduzione 48. La saison des pluies PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Giovedì 29 Ottobre 2015 06:36

Traduzione di Annie e Walter Gamet


Par temps de pluie, il était impossible de jouer dehors. Il fallait donc rester à la maison et l'ennui régnait en maître. Nous passions d'interminables après-midi enfermés, à faire nos devoirs ou à regarder un peu la télévision, très peu, à vrai dire ! Ma mère nous la mettait au compte-gouttes, nous c'est-à-dire à ma sœur et à moi, sous prétexte qu'elle allait nous détourner d'occupations plus sérieuses. Tant qu'il pleuvait dehors et qu'il était impossible de jouer au ballon, le temps s'arrêtait. Après nos devoirs, nous restions derrière les vitres d'une fenêtre à compter les voitures rouges qui passaient dans la Via di Gallipoli.

Certaines années les pluies duraient des jours et des jours, mon unique consolation était alors que toutes ces pluies contribueraient – d'ailleurs comme tous les ans – à la formation d'un petit lac vraiment spécial. En fait, l'eau que la terre ne parvenait pas à absorber, se concentrait dans une zone plutôt creuse, au bord de laquelle se dressait un oratoire votif desservi par une route qui faisait office de terre-plein. Chaque jour, ce petit lac à la périphérie de la ville était notre monde enchanté et l'oratoire votif le sanctuaire où, tous les après-midi après le déjeuner, nous allions en pèlerinage. Nous renoncions même à notre partie de ballon pour nous rendre sur son rivage, où nous nous inventions mille histoires. Ce n'était pas un petit lac, mais une mer infinie, nous y pouvions tout faire, le sillonner à droite, à gauche, vers des espaces illimités. Nous nous voyions construire un radeau avec lequel nous risquerions une traversée vers l'extrémité située au-delà du marais asséché depuis la bonification, pour ensuite refaire le chemin inverse et amarrer notre embarcation à l'oratoire, devenu dans notre imagination un édifice voué au culte religieux sur le quai d'un havre sûr.

Nous essayâmes bien une fois d'en fabriquer un. Après avoir dérobé le bois sur les chantiers de construction et l'avoir cloué, nous le mîmes à l'eau, mais ce fut peine perdue, aucun de nous n'y était encore monté que le radeau avait déjà misérablement coulé à cause du poids du bois et des très nombreux clous. Ainsi prit fin l'aventure avant d'avoir commencé.

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Racconti sovietici 11. ISAAK BABEL': Di Grasso PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Scrittori sovietici   
Lunedì 26 Ottobre 2015 07:10

Traduzione dal russo di Tatiana Bogdanova Rossetti

 

Avevo quattordici anni. Appartenevo all'imperterrita armata dei bagarini teatrali. Il mio padrone era un mariuolo con un occhio perennemente strizzato e gli immensi baffi setosi. Il suo nome era Kolja Svarts. Ero finito tra le sue grinfie in quell’anno sfortunato in cui ad Odessa fece fiasco l'opera lirica italiana. L'impresario, fidandosi delle recensioni dei critici teatrali dei giornali, non ingaggiò per la tournée Anselmi e Titta Ruffo, ma decise di limitarsi ad invitare un buon complesso artistico. Fu punito per questo, fece bancarotta e, con lui, tutti quanti noi. Per rimediare e riprenderci, promisero di mandarci il famoso basso lirico, Šaljapin, che pretendeva, però, per una sola sortita, la grossa somma di tremila rubli. Invece di Šaljapin, arrivò, allora, un attore tragico siciliano, Di Grasso, con la sua compagnia. Furono portati all'albergo su carri pieni zeppi di bambini, gatti, gabbie di uccelli, all'interno delle quali saltellavano dei volatili italiani. Osservando attentamente questo accampamento da zingari, Kolja Svarts disse: «Bimbi miei! Questa non è merce...»

L'attore tragico siciliano, non appena arrivato, andò con una sporta al mercato. La sera, con un’altra sporta, arrivò al teatro. Alla prima rappresentazione il teatro riunì appena una cinquantina di spettatori. Eravamo costretti a cedere dei biglietti a metà prezzo e, ciononostante, non si trovavano acquirenti invogliati.

In quella serata, la compagnia mise in scena un dramma popolare siciliano; una storia banalmente comune, come l'alternarsi del giorno e della notte. La figlia di un ricco agricoltore si era fidanzata con un pastore. Gli era fedele, finché dalla città non arrivò un signorino con il panciotto di velluto. La figlia dell'agricoltore, parlando col giovanotto nuovo arrivato, ridacchiava a sproposito e sempre a sproposito ammutoliva. Ascoltandoli, il pastore girava la testa, come un uccellaccio allarmato. Per l'intero primo atto, non fece altro che appiattirsi contro le pareti, andare ogni tanto speditamente, chissà dove, come sulle ali delle sue larghe braghe ondeggianti e, riapparendo sul palcoscenico, guardarsi attorno insospettito.

«Niente da fare» – disse nell'intervallo Kolja Svarts, – «è merce che avrebbe potuto fruttare tutt'al più in qualche sperduta provincia...»

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Il coccodrillo, la volpe e lo studente PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Enrico De Vivo   
Martedì 13 Ottobre 2015 07:18

per Amedeo

 

C’era una volta un giovane studente, che era arrivato sulle rive di un fiume e guardava un coccodrillo impigliato nelle erbacce dure di una secca. L’animalaccio si divincolava, menava la coda di qua e di là, storceva le fauci allargandole o stringendole con violenza. Ma sempre più come un cappio inesorabile, le erbacce dure e resistenti, anzi resistentissime, gli si stringevano intorno all’ampio collo, soffocandolo a poco a poco.

Il giovane studente esitò, osservando il povero coccodrillo soccombente davanti ai suoi occhi. Infine si risolvette a intervenire per liberarlo, non sopportando quella vista orribile di quella morte orribile per un animale che – per quanto orribile – era pur sempre un essere vivente. Così pensava lo studente, e gli sembrava un pensiero degno e altissimo. Decise allora di avvicinarsi. Con poche mosse ben calibrate districò le erbacce durissime e resistenti, lasciando all’animale libertà di movimento per scivolar via dalla terribile secca.

Messa in salvo la pelle, il coccodrillo si diresse con un balzo netto e orizzontale verso lo studente, apprestandosi ad afferrarlo all’altezza dei calcagni. Lo studente, stupefatto oltre che spaventato, cercava di sfuggire alle grinfie dell’animalaccio, che ormai inesorabilmente era sul punto di addentarlo. Ebbe, nello stesso momento, un sussulto e un’intuizione. Esclamò, rivoltò all’animale: “Fermati, amico, io ti ho appena salvato la vita, e tu vuoi mangiarmi? Sei un ingrato!”. E il coccodrillo: “Ti sbagli, io sono un coccodrillo, ingrato non so che cosa significhi”. E il giovane studente: “Hai ragione fino a un certo punto. In fondo, siamo entrambi esseri viventi e…”. “Poche storie”, ribatté il coccodrillo, già stufo di discorrere, “io coccodrillo devo mangiare te giovane e tenero uomo. Stop”. “Concedimi solo un minuto”, implorò lo studente, “chiediamo il parere di qualcuno che possa giudicare la questione da un punto di vista imparziale”.

Proprio in quel momento, si trovava a passare da quelle parti una volpe, che aveva adocchiato la scena e si era sistemata dietro un cespuglio per assistere all’imminente macabro spettacolo. “Signora volpe”, chiamò lo studente, “volete giudicare voi se il coccodrillo qui presente ha ragione in una certa questione che vi sottoporrò?”. La volpe, senza esitare, rispose di sì, ma a una condizione: che poi lo studente la ospitasse a casa sua, possibilmente facendola dormire insieme alle sue galline nel pollaio, perché lei amava molto la compagnia delle galline, eccetera eccetera…. Lo studente, che non aveva molta scelta, acconsentì.

La volpe, allora, fattasi avanti, chiese di ricostruire la scena iniziale dal vivo per poter giudicare correttamente sulla questione. Era una volpe seria, lei, – diceva – non si sarebbe mai azzardata a esprimere un giudizio che poteva valere la vita o la morte, senza aver prima soppesato e valutato de visu ogni più piccolo particolare.

Lo studente anche stavolta acconsentì, e anche il coccodrillo, stranamente senza batter ciglio né fauci, acconsentì. Come in un veloce flashback, i tre presero a ricostruire la scena iniziale, provvedendo a legare per la gola il coccodrillo alle erbacce nella secca terribile. Una volta imprigionato il coccodrillo, la volpe disse allo studente: “Eccoti servito, adesso possiamo andare, sei salvo”.

E così, mentre il giovane studente ancora meditava sul tranello che la volpe era riuscita a metter su in un battibaleno con somma scaltrezza, il coccodrillo, soffocando pian piano tra divincolamenti e agitazioni di coda, si spense tra orrendi spasmi, schiumando bava di colore verdognolo. “Allora, andiamo?”, chiese la volpe, impaziente di recarsi a fare compagnia alle galline.

“Certo, andiamo”, rispose il giovane studente, che, afferrato prontamente un sacco che non si sa come aveva con sé, ve la rinchiuse, abbandonandola tra i cespugli e tornandosene infine a casa felice e contento. Oltre che, come si dice a Napoli, “imparato”.


Elementi PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Paolo Vincenti   
Martedì 29 Settembre 2015 15:57

L’ingegnoso Talete individuava nell’acqua il principio di tutto  e, nuotando nel mare d’estate,  il professore di filosofia indagava le cause, l’origine, le motivazioni che avevano ispirato le sue scelte, e si immergeva per ritornare indietro al principio vitale, cercando, se fosse stato possibile, di cominciare una nuova vita. Ognuno paga il proprio tributo all’indecisione, all’avventatezza, all’incoscienza, ognuno ha delle colpe da dimenticare, degli abusi da sanare, delle ferite da rimarginare. Forse nell’apeiron, pensava di trovare l’infinito indeterminato tutto, come faceva Anassimandro, il filosofo del divenire. Ma non passava giorno in cui non fosse punto e a capo. Quando credeva di avere faticosamente costruito una certezza, una base, un punto d’appoggio, ecco che essa crollava come un castello sulla sabbia, evaporava come fantasma d’estate.

Era venuto a rilassarsi in quella località termale perché l’anno scolastico appena passato lo aveva messo a dura prova. Sempre più faticoso, essere un buon insegnante e al tempo stesso portare a termine il programma ministeriale, e sebbene insegnasse in un Liceo Classico, coinvolgere i ragazzi, motivarli, farli appassionare a quella materia che sembrava tanto lontana dai loro interessi che erano fatti di playstation e smartphone.

Anassimene nell’aria, individuava il soffio vitale e a volte lui se ne riempiva i polmoni, fino quasi a svenire  e così, stordito dall’iperossigenazione, cercava ancora le cause e tentava di capire la sua vita tutta brividi e follia, la sua vita a brani, a morsi, senza ricetta né manuale di istruzioni, come un aereo senza pilota, una barca senza nocchiero, solo istinto, rabbia, gioia, dolore,  prendere e fuggire: davvero non c’era nessun preordinato disegno da seguire?

“Dov’è la mia vita?” si chiedeva il professore, “ Nella risacca di un inverno da odiare o fra le cricche e le contese di gente avvinazzata e volgare?  Il dio a Delfi disse ‘conosci te stesso’, ed io ricerco le radici del mio essere e mi dibatto sempre fra bene e male, cercando di capire questa vita in mutamento. Qui è tutto un continuo divenire, panta rei, come ha detto Eraclito ‘non ci si può bagnare due volte nelle acque dello stesso fiume’. Dov’è la mia vita?”, pensava sempre più spesso negli ultimi giorni, “ Nelle baruffe degli amanti?  Nelle bettole dove bevono e ruttano gli ubriachi?  Nelle case basse dei rioni popolari, nelle stamberghe dei poveri, nei cinemini di periferia?” Non riusciva a darsi nessuna risposta. In quel luogo di vacanza, dove tutta la vita intorno sembrava spumeggiare, dove si teneva un carnevale continuo e fragoroso di balli, di canti, di musica e allegria, dove tutti cercavano nel matto divertimento di annullare i pensieri, dove ognuno sperava nel relax e nello sbrago per ritemprarsi dallo stress di un duro anno di lavoro, egli invece si ripiegava, si raccoglieva nella riflessione intima, sottoponeva sé stesso ad un duro esame di coscienza, il più severo, spietato che avesse fatto fino ad allora. E come ne “La morte a Venezia” di Thomas Mann, sembrava che invece della vita, di un nuovo inizio, fosse venuto a cercare la fine.

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Racconti sovietici 10. MICHAIL ZOŠČENKO: Cartella clinica PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Scrittori sovietici   
Lunedì 07 Settembre 2015 07:29

Traduzione dal russo di Tatiana Bogdanova Rossetti

 

Francamente, preferisco essere malato a casa.

Certo, all'ospedale, forse, è molto più tranquillo, luminoso e, sul livello di servizio, nulla da recriminare, a dir in una parola: cultura. Perfino l'apporto calorico del cibo, lì, forse, è molto più bilanciato; ma, come si dice dalle parti nostre: a casa propria anche la paglia è calorica.

All'ospedale mi ricoverarono con tifo enterico. Con questo i familiari credettero di alleviare le mie incredibili sofferenze.

E’ solo che non raggiunsero il loro scopo, in quanto mi capitò, evidentemente, un ospedale particolare, dove non tutto mi piacque.

Figuratevi, arriva un malato, lo registrano in un librone, e all'improvviso lui alza gli occhi e legge sul muro un manifesto: «Consegna salme dalle 15 alle 16».

Non so agli altri malati, ma a me tremarono le gambe e persino oscillai, non appena lessi un tale appello. Il bello è che ho una febbre da cavallo e la vita in sostanza, forse, è appena presente nel mio organismo, forse è appesa ad un filo, e tutto d'un tratto ti costringono a leggere parole come queste.

Allora all'uomo che compilava la mia cartella clinica: «Compagno infermiere diplomato» – dissi, – «ma cosa fate, perché affiggete certe scritte di cattivo gusto? Non vi pare» – dissi, – «che gli ammalati non hanno alcun interesse a leggere questo?»

L'infermiere diplomato, o, com'è ancora – l'aiuto medico – si stupì che gli dicessi così: «Ma guarda te: è malato, e cammina appena, e manca poco che sputi vapore di bocca dalla febbre, eppure» – disse, – «ad ogni cosa fa l'autocritica.». «Se la sua salute» – disse, – «si ristabilirà, il che è poco probabile, allora critichi, se no, davvero dalle quindici alle sedici la consegniamo sotto forma di quello che c'è scritto, così impara!»

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Quaderno di traduzione 47. Les après-midi dehors PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Domenica 23 Agosto 2015 16:27

Traduzione di Annie e Walter Gamet

 

Après l'école, il était convenu de nous retrouver tous, vers treize heures trente, autour de la table de la salle à manger pour le repas principal de la journée. À peine rentré, mon père avait beaucoup à nous raconter, les faits survenus dans sa classe, ses relations avec les élèves, avec des collègues, bref différents épisodes de la vie scolaire. Ma mère, femme au foyer, avait, elle aussi, des choses à raconter. Elle nous parlait des rencontres qu'elles avait faites en ville pendant ses courses de la matinée, ses prises de bec avec des commerçants dont il fallait surveiller les comptes précisément pour éviter de se faire avoir, les conversations qu'elle avait eues avec ses amies. Les questions rituelles qui nous étaient posées, à ma sœur et à moi, étaient toujours les mêmes : « As-tu été interrogé ? As-tu des devoirs à faire ? Comment ça va à l'école ? ».

J'étais capable d'avaler le repas entier en dix minutes, entrée, plat principal et fruit, auquel pouvait s'ajouter un dessert ; ce dernier toutefois, peu fréquent en semaine, était généralement réservé au dimanche. Mon père et ma mère cherchaient à me freiner en me disant que le secret d'une bonne digestion réside dans une lente mastication, mais je faisais la sourde oreille et j'attendais que le plat principal fût servi pour l'engloutir et filer. Le fruit, j'allais pouvoir le grignoter après, tout en marchant vers le petit terrain où m'attendaient mes camarades. À deux heures moins vingt, je quittais la maison. Ma mère n'arrêtait pas de me recommander : « Fais attention en traversant la rue ! ». Pour rejoindre notre petit terrain de jeux dans le quartier Nachi, il fallait franchir la Via di Gallipoli, toujours très fréquentée. Non seulement elle me recommandait de faire attention à la circulation automobile et de regarder à droite et à gauche plutôt deux fois qu'une avant de la traverser, mais de surcroît elle se mettait à la fenêtre de la petite salle à manger pour suivre ma progression jusqu'à ce qu'elle m'eût jugé hors de danger. En moins de cinq minutes, j'étais chez Raffaele, mon camarade d'école.

Le père de Raffaele était employé municipal et ses heures de service ne coïncidaient pas avec celles de mon père qui revenait de l'école, comme je l'ai dit, un peu avant treize heures trente. Le sien rentrait vers deux heures, si bien que, chez eux, le repas principal était décalé d'environ une demi-heure et au moment où il commençait, j'étais là dans la rue en train de jouer avec mon camarade à taper du pied dans le ballon. Depuis la fenêtre, sa mère l'appelait quand tout était prêt sur la table. Je me retrouvais donc seul dans la rue. Sans doute inspirais-je une grande pitié à la mère de Raffaele, qui immanquablement me faisait entrer chez elle, m'offrait un siège, me priait instamment de prendre place avec le reste de la famille autour de la table sur laquelle elle avait disposé les plats et m'invitait à me servir. Ayant déjà déjeuné, je déclinais l'invitation, et conformément aux règles du savoir-vivre, je souhaitais bon appétit à tout le monde. J'ai ainsi assisté pendant de longues années aux déjeuners de la famille de mon camarade d'école, dans l'attente de le voir finir son repas au plus vite, pour aller ensuite en courant vers le petit terrain tout proche avec la possibilité d'y jouer au moins deux heures durant ; après quoi, en raison de l'obscurité, il fallait revenir à la maison faire nos devoirs pour le lendemain. Je dois dire que les parents de Raffaele se montrèrent très indulgents à mon égard en passant sur un tel manque de discernement de ma part. Heureusement, Raffaele était aussi rapide que moi pour avaler le repas, et c'est ainsi qu'au bout de dix minutes nous étions de nouveau dans la rue.

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Quaderno di traduzione 46. Les deux Marie PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Giovedì 23 Luglio 2015 08:10

Traduzione di Annie e Walter Gamet

 

Au bord de la Via Luce, près d'un édifice abandonné et délabré, une ancienne usine de tabac aux murs envahis de lierre, se trouvait, grand comme un mouchoir, un bout de terre battue rouge d'à peine plus d'un mètre de large ; à l'angle droit formé par la jonction du terrain et du mur, il y poussait des touffes d'herbe. C'est sur ce terrain que nous, les gamins, jouions aux billes : cela consistait à rassembler un peu de terre en la poussant avec le bord de la chaussure utilisée comme grattoir, à en faire un monticule de trois centimètres de haut tout au plus, sur lequel nous posions les billes, deux ou trois chacun, même quatre, quand nous voulions braver le danger. Puis, à quelques mètres de distance, après avoir désigné celui qui devait tirer le premier, nous essayions de déloger les billes, chacun lançant la sienne dans l'ordre du tirage au sort. Étaient gagnées celles qui avaient été délogées. Le dernier à tirer avait peu de chances d'en récupérer, même celles qu'il avait mises en jeu, parce qu'à force de jouer, nous étions tous devenus peu ou prou des tireurs infaillibles.

Un tir était très apprécié, l'alto piombo : la bille qu'on lançait devait percuter les autres, sans toucher la terre, tombant aussi droit que le fil à plomb d'un maçon qui garantit l'exacte verticalité d'un mur ; il y avait aussi le tir de strisciu, pour lequel il était permis de nettoyer préalablement le terrain de jeux : la bille lancée à ras de terre, passant par-dessus les creux et les bosses, les fétus de paille, brindilles, cailloux, empêchements et obstacles inopinés, comme par miracle, touchait à peine tangentiellement la dernière bille d'un alignement sur la montagnette et par un effet domino provoquait la chute de toute la série. Et celui qui parvenait, en alliant les deux techniques, à toucher le bel alignement de billes de strisciu avec un tir alto piombo, laissait tout le monde bouche bée et suscitait les applaudissements de l'assistance.

J'habitais près de là, une maison louée par mes parents Via Mazzini, à l'angle de la Via Luce, en face du marbrier, notre fournisseur de staccia que nous prélevions en cachette parmi les chutes provenant du travail du marbre  pour nous en servir quand nous jouions avec les vignettes à l'effigie des footballeurs du moment, de leurs équipes et des champions, ces dernières valant double. En ce cas aussi, nous mettions en jeu quelques images, nous les fixions sur un petit tas de terre et, chacun à notre tour, à une distance convenue, nous tirions à staccia : morceau de marbre, ai-je dit, mais cela pouvait être aussi une autre sorte de pierre bien polie aux bords arrondis pour l'aérodynamisme et la maniabilité. Dans ce jeu, nous n'utilisions que des images que nous avions en double, car le but véritable de nos défis de gamins, c'était d'être le premier à remplir un album contenant toutes les équipes du championnat, de la Serie A à la Serie C.

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Racconti sovietici 9. Maksim Gor'kij: La vecchia Iserghil’ PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Scrittori sovietici   
Sabato 11 Luglio 2015 06:04

Traduzione di Tatiana Bogdanova Rossetti


[Dal racconto: La vecchia Iserghil’ (1894)]

 

Ho sentito queste storie nei pressi della città di Ackermann, nella Bessarabia, in riva al mare ...

 

- Perché non sei andato, lì, con loro? - mi domandò la vecchia Iserghil’, facendo cenno con la testa da quella parte.

Il tempo la piegò in due, gli occhi una volta neri se erano offuscati e lacrimavano. La sua voce suonava in modo strano, scricchiolava, come se la vecchia parlasse con le ossa...

Al posto della luna nel cielo rimase un’opaca macchia opalina che a volte veniva completamente coperta da qualche brandello di nube bluastra. Nella lontananza della steppa, a quest’ora oramai nera e spaventosa, come se fosse messa in agguato e nascondesse in sé qualcosa; baluginavano con le vampe delle piccole lucine azzurre. Queste, or qua or là, apparivano per un attimo e si spegnevano, come se tanti uomini sparsi per la steppa, a grande distanza tra loro, accendessero dei fiammiferi che il vento spegneva all’istante. Erano molto strane queste fiammelle azzurre, alludevano a qualcosa di favoloso.

- Tu le vedi, le scintille? - mi chiese Izerghil’.

- Quelle azzurre, lì? - domandai, indicando verso la steppa.

- Azzurre? Sì, sono quelle... Quindi, volano ancora! Bene, bene... Io invece non le vedo più. Non riesco a vederle.

- Che cosa sono queste scintille? - chiesi alla vecchia. Avevo già sentito qualcosa prima circa l'origine di queste scintille, ma desideravo di sentire, come mi racconterà lo stesso la vecchia Izerghil’.

- Queste sono le scintille del cuore ardente di Danko. C’era stato al mondo un cuore che una volta arse di fuoco vivo... Ecco, sono le sue queste scintille. Ti racconterò di lui... Anche questa è una favolosa storia antica...

 

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Il viaggio di Antonio PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Giovedì 02 Luglio 2015 08:05

["Il Titano, supplemento economico de "Il Galatino" anno XLVIII n. 12 del 26 giugno 2015, p. 33]


Partiva alle dieci di notte con l’auto piena di bagagli, in corpo una buona dose di caffeina, lasciandosi dietro la madre che ancora borbottava per quel figlio che viaggiava col buio; gli aveva caricato l’auto di cibarie e di maglioni, come se dovesse andare in Alaska. Lei non avrebbe dormito tutta la notte pensando a lui che risaliva da solo l’Italia nella Panda bianca. Le madri non si fanno mai una ragione di nulla. Gli sembrava ancora di risentirla: “Perché non parti di giorno, magari con qualche amico, così viaggi alla luce del sole, in compagnia? Perché non parti di giorno?” risentiva la voce della madre che si era lasciato alle spalle rivedendola nello specchietto retrovisore.

Antonio risaliva l’Italia, un paese dopo l’altro, senza alcuna fretta, rollando ogni tanto una canna mentre teneva il volante stretto fra le lunghe gambe. Musica a tutto volume, sparata nelle orecchie. Non avrebbe preso l’autostrada, perché – diceva – quel percorso obbligato l’avrebbe fatto addormentare. Preferiva le provinciali o le statali, che penetravano nei paesi e ne attraversavano le piazze deserte; qualche volta era lui che ci entrava di proposito, evitando le circonvallazioni, col pretesto di risparmiare benzina. In realtà era incuriosito dalle luci che lo attiravano come una falena. A una certa ora, mi diceva, non c’è più nessuno in giro, i camionisti dormono dentro i camion nelle piazzuole di servizio al bordo della strada, le auto diventano sempre più rare e le piazze dei paesi sembrano sporche e abbandonate: neanche gli spazzini si sono ancora svegliati.

Brindisi, Monopoli, Polignano a Mare, Mola di Bari, Bari, Giovinazzo, Molfetta, Bisceglie… costeggiando l’Adriatico, gli facevano compagnia, in lontananza, le luci delle paranze in mare, sulla terra quelle dei semafori a ogni incrocio, luci arancione quasi sempre, ottimo lasciapassare per i pochi viaggiatori. Perché avrebbe dovuto spendere trentacinquemila lire per pagare l’autostrada?

Le luci della città gli tenevano compagnia. Ma tra città e città il buio lo impensieriva, le campagne scorrevano interminabili e irriconoscibili  ai lati dell’auto che si dava a una corsa più veloce: aumentava il rischio di travolgere qualche animale notturno, una volpe, un cane, un riccio… presenze inopinate della notte negli spazi interurbani. Bastavano pochi minuti di buio pesto, appena rotto dai fari dell’auto, per fargli sentire la solitudine del suo viaggio. Allora, premendo sull’acceleratore, sperava al più presto di vedere altre luci, un fanale, un lampione, un semaforo, e con le luci finalmente qualche presenza umana come appiglio salvifico al proprio essere in fuga.

Foggia, San Severo, Termoli, Vasto, Ortona, Francavilla, Pescara… Mi raccontava che durante questi viaggi aveva conosciuto molte donne, che ritrovava sempre al medesimo incrocio, spesso sotto il medesimo lampione. Erano sole anch’esse, e sfinite, e avrebbero voluto andare a dormire, se non fosse che ancora avevano fiducia, alle quattro di notte, di fare qualche lira. Si fermava a parlarci, chiedeva il loro nome, il costo delle varie prestazioni, infine aveva fatto amicizia e mangiava con loro il panino con la carne fritta preparato dalla madre. Lo lasciavano andare, il più delle volte senza averci ricavato niente, se non un panino: scomparivano al buio nello specchietto retrovisore della Panda bianca.

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Racconti sovietici 8. Aleksej Tolstoj, Vipera (parte terza) PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Scrittori sovietici   
Martedì 30 Giugno 2015 07:02

Traduzione dal russo di Tatiana Bogdanova Rossetti

 

[continuazione]

4

 

Come un passero che sta volando nel ventoso cielo impazzito e all'improvviso casca con le ali spezzate e rotola per terra, così la vita di Olga Vjačeslavovna, il suo passionale, innocente amore tutto d'un tratto fu spezzato e si ruppe e cominciarono a trascinarsi giorni pesanti, incerti e a lei inutili. Per molto tempo dovette stare in un lettino di vari ospedali da campo, veniva sgombrata con gli altri feriti nelle retrovie dentro i fatiscenti carri ferroviari, moriva per la fame ed il freddo sotto un logoro pastrano. La gente attorno era estranea, ostile, per tutti lei era soltanto un numero della tabella dell'ospedale militare, nessuna persona cara aveva al mondo. La vita stessa divenne opprimente e disgustosa, ma neppure questa volta la morte se la prese.

Quando fu dimessa dall'ospedale, rapata a zero, magra al punto che il pastrano e gli stivali le cascavano di dosso come da uno scheletro, andò nella stazione ferroviaria, dove abitava e crepava di freddo sui pavimenti nelle sale d'attesa una marea di gente priva di connotati umani. Dove si poteva andare? Il mondo intero era come un campo deserto. Tornò in città, andò in un punto di raduno del comando militare, fece vedere i suoi documenti e la spilla-freccia d'onorificenza, e da lì a poco con un convoglio partì per la Siberia, a combattere.

Il battito delle rotaie, il calore ferreo di una stufetta avvolta da fumi grigi, le migliaia e migliaia di verste, le canzoni lunghe come la strada stessa, il fetore e la neve imbrattata delle caserme, le lettere urlanti dei manifesti militari e, il diavolo solo sa, di quali altre affissioni e notificazioni; i brandelli di cartaccia fruscianti nel gelo invernale, i comizi cupi tra le pareti di tronchi d'albero nella penombra di un lume fumante; e poi, nuovamente, le nevi, le conifere, le fumate dei falò, il suono famigliare del flagello delle battaglie, un gran freddo, i villaggi arsi dal fuoco, le macchie del sangue sulla neve, le migliaia e migliaia di cadaveri come i ceppi di legno sparsi dappertutto e ricoperti dalle folate di neve... Tutto questo si aggrovigliava nei suoi ricordi, si fondeva in un lungo rotolo delle disastrose calamità infinite.

Olga Vjačeslavovna era magrissima e molto scura; era capace di bere l'alcool delle automobili, fumava il tabacco forte e, se era necessario, la sua bocca sputava parolacce non meno degli altri. Da pochi veniva considerata una donna, era troppo smagrita e rabbiosa, come una vipera. Ci fu un caso, quando di notte nella caserma, un ignaro soldatino con le grosse labbra, arrivato da poco dal fronte, soprannominato “Labbrone”, si fece avanti e le chiese di giocare un po'; lei, con un improvviso accanimento, lo colpì tanto forte con il calcio della pistola in mezzo agli occhi che l'amico fu soccorso e portato all'ospedale militare. Questo caso tolse ogni desiderio perfino di pensare di combinare qualcosa con la “Vipera”...

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Racconti sovietici 8. Aleksej Tolstoj, Vipera (parte seconda) PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Scrittori sovietici   
Venerdì 26 Giugno 2015 07:51

Traduzione dal russo di Tatiana Bogdanova Rossetti

 

[continuazione]

3

 

La fragile ragazzina covava forze ferree: non si comprendeva neppure da dove venissero fuori. Dopo un mese di addestramento sul campo in una formazione a cavallo e nello schieramento a piedi, il suo corpo si slanciò e si raddrizzò come una corda, il vento gelido diede un bel colorito al volto. «A guardarla con gli occhi di un estraneo» – diceva Emeljanov, – «è una mocciosa e ci vorrebbe uno sputo per spezzarla; ed invece è un accidente di ragazza...». E come era bella! I giovani cavalleggeri si attorcigliavano il baffo, divenivano pensierosi quelli più anziani, quando Zotova, alta e snella, con un caschetto accurato di capelli scuri in testa, un pellicciotto stretto in vita da una cintura, tintinnando gli speroni, passava nel fumo di tabacco forte della caserma.

Le sue magrissime mani impararono abilmente e sensibilmente a governare un destriero. Le gambe adatte, sembrerebbe, soltanto alle danze borghesi e alle gonne di seta, si svilupparono e si rafforzarono, in modo particolare facevano meravigliare Emeljanov i suoi comandi guida con l'interno del gambale: acciaio, sensibilità, fiuto, come una zecca rimaneva attaccata alla sella, come una pecorella le ubbidiva il destriero. Seppe maneggiare perfino la sciabola: con baldanza spaccava con la lama una piramide di prova e il vimine di salice, ma un vero colpo non l'aveva, certamente: in un vero colpo, tutta la forza è nella spalla, le sue spalle invece erano quelle di una fanciulla.

Non rimase ignorante anche dal punto di vista della cultura politica. Emeljanov temette per i cosiddetti “resti borghesi”; i tempi di allora erano duri. «Compagna Zotova, quale obiettivo si prefigge l'Armata Rossa degli operai e dei contadini?..». Olga Vjačeslavovna saltava in piedi e senza intoppi rispondeva: «La lotta contro il capitalismo sanguinario, contro i latifondisti, contro il clero e contro gli invasori, in nome della felicità per i lavoratori di tutta la terra...». Zotova fu reclutata come soldato semplice nello squadrone che comandava Emeljanov. Nel mese di febbraio il reggimento fu caricato sui carri merci ferroviari riscaldati, e fu inviato sul fronte di Denikin.

Quando Olga Vjačeslavovna, fermandosi per un momento con il cavallo in una stazione impantanata di neve mista al letame, dove il reggimento scese dai convogli, guardava ad un cupo tramonto acceso rosso-carbone e blu, nelle nubi di vento e sentiva il lontano fragore dei cannoni, tutto il suo futuro prossimo con un'incancellabile offesa ed un odio vendicativo le si sollevò dentro. «Basta fumare!.. A cavallo!..» – si sentì la voce di Emeljanov. Con un'abile mossa saltò in sella, la sciabola sbatté sul fianco... Adesso nessuno si permetterebbe di strapparle la camicia, di minacciarla con il pesetto da cinque libbre, non la trascinerebbe per le braccia nel sotterraneo! «Al trotto, marc'!...». Scricchiolò la sella, cominciò a fischiare il vento umido, gli occhi fissarono la purpurea ignota oscurità del tramonto. «Le briglia sono sciolte, le catene strappate, oramai non ci fermeremo più fino all'oceano» – le tornarono in mente, come un incantevole canto, le parole dell'amico amato... Così ebbe inizio la sua vita militare.

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Racconti sovietici 8. Aleksej Tolstoj: Vipera (parte prima) PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Scrittori sovietici   
Domenica 21 Giugno 2015 08:40

Traduzione dal russo di Tatiana Bogdanova Rossetti

 

1

 

Quando appariva Olga Vjačeslavovna con una vestaglietta di cotone, spettinata e cupa, in cucina tutti si mettevano a tacere; sibilavano soltanto puliti diligentemente, pieni di kerosene e di una latente rabbia, i fornelli a petrolio. Da Olga Vjačeslavovna si diffondeva una certa minaccia. Uno degli inquilini, parlando di lei, disse: «Esistono delle carogne come questa col dito sempre sul grilletto... Tenetevi da loro, cari miei, a dovuta distanza...».

Con un boccale e uno spazzolino da denti, stretta alla cinta da un asciugamano a fibre lunghe, Olga Vjačeslavovna s’avvicinava al lavandino e si lavava, bagnando sotto un getto d'acqua del rubinetto la sua testa dai corti capelli scuri. Quando in cucina si trovavano soltanto le donne, si faceva scendere la vestaglietta in vita e si lavava le spalle; appena sviluppate, come quelle di un'adolescente, seni con dei capezzoli marroni. Salita su uno sgabello, si lavava le belle e forti gambe. Allora si poteva scorgere sulla sua coscia una lunga cicatrice trasversale; sulla schiena, sopra una scapola, l'incavatura rosa-lucido della traccia d'uscita di una pallottola perforante; sul braccio destro un piccolo tatuaggio bluastro. Il suo corpo era slanciato, olivastro, con una sfumatura dorata.

Tutti questi particolari erano studiati molto bene dalle donne moscovite, abitanti in uno dei molti appartamenti d’un grande edificio del rione Zarjadje. La sarta Maria Afanass'evna, che odiava con tutta l'anima Olga Vjačeslavovna, la chiamava “bollata”. Rosa Abramovna Besikovič, disoccupata, e il cui marito abitava nelle tundre siberiane, si sentiva letteralmente venir meno alla sola vista di Olga Vjačeslavovna. Una terza donna, Sonja Varentsova, ossia, come la chiamavano tutti, Ljalečka, una signorina molto carina che lavorava nel Consorzio Statale dei Tabacchi, se ne andava frettolosamente dalla cucina, non appena sentiva i passi di Olga Vjačeslavovna, lasciando ronzare incustodito il fornello a petrolio... Ed era un bene, che sia Maria Afanass'evna che Rosa Abramovna avessero simpatia per lei, se no avrebbe mangiato la povera Ljalečka quasi tutti i giorni la minestrina bruciacchiata.

Dopo essersi lavata, Olga Vjačeslavovna buttava uno sguardo alle donne con i suoi “selvaggi” occhi scuri ed andava nella sua stanza in fondo al corridoio. Un fornello a petrolio lei non lo aveva e nessuno degli abitanti dell'appartamento di coabitazione capiva come si nutrisse al mattino. Un inquilino, Vladimir L'vovič Ponisovskij, un ex ufficiale, adesso mediatore per l'acquisto e la vendita di oggetti d'antiquariato, poteva giurare che Olga Vjačeslavovna beveva al mattino cognac a sessanta gradi. Ci si poteva aspettare di tutto. Ad essere più precisi, un fornello a petrolio lei lo aveva, ma per pura misantropia lo usava nella sua stanza, sino a che, con una disposizione del comitato di inquilini, ciò non le fu proibito. L'amministratore del condominio, Žuravljov, nel minacciare Olga Vjačeslavovna con il tribunale e lo sfratto, se dovesse ripetersi questo “scandalo d'antincendio”, rischiò d'essere ucciso: lei scagliò contro di lui il fornello acceso – per fortuna lui riuscì a scansarsi – e lo subissò di parolacce, ma di un genere, che lui non aveva mai sentito niente di simile in vita sua, neppure dagli ubriachi per strada nei giorni di festa. Certamente il fornello andò perduto.

Alle nove e trenta Olga Vjačeslavovna andava via. Strada facendo, probabilmente, si comprava un tramezzino imbottito con una qualche “gioia del cane”, e prendeva un the in ufficio. Tornava in un'ora non predeterminata. Non riceveva mai uomini.

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Tutti in coda – (10 giugno 2015) PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Ferdinando Boero   
Venerdì 12 Giugno 2015 07:57

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di mercoledì 10 giugno 2015]

 

Se non siete molto abituati a prendere l’aereo, ma qualche volta vi capita, vi sarete accorti che, nei voli Alitalia, c’è l’imbarco prioritario. C’è la coda delle persone normali, e a fianco ce n’è un’altra, quella dei VIP. Ecco, io sono uno di quei VIP. Come ho fatto a ricevere il piccolo privilegio di salire prima degli altri? Semplice: ho volato tanto con la compagnia, e se si vola per un certo numero di miglia si diventa automaticamente VIP. Praticamente si tratta di privilegi simili a quelli delle carte fedeltà dei supermercati. Ogni tanti bollini, ti danno una pentola. Ecco, ogni tante miglia ti danno il privilegio di salire prima e di sentirti un VIP. Tutto qui. Sono a Roma, devo tornare a Brindisi, e mi metto nella coda prioritaria. A fianco c’è quella delle persone normali. Inutile dire che mi sento un pochino str… a stare lì, ma fa comodo salire prima. Si trova posto per il bagaglio a mano, ci si siede subito e, mentre i passeggeri, con lentezza esasperante, prendono posto, si può lavorare un pochino col computer portatile. Ogni minuto è prezioso, se si viaggia molto. Bene, la hostess annuncia che tra poco avverrà l’imbarco e che prima si imbarcheranno le famiglie con bambini e chi ha la priorità. Ed ecco che arriva un signore, con una grossa scatola, e si mette davanti alla coda dell’imbarco prioritario. La coda c’è, e ci sono anche io. Ma per lui, che ha la priorità, avere la priorità significa passare avanti a tutti, anche a quelli che, come lui, hanno la priorità e sono già in coda. Così, senza dir niente, avanzo e mi metto ostentatamente avanti a lui e al suo scatolone. Questo lo fa innervosire. Che maleducato che sono! un vero cafone. Come oso passargli avanti? Gli faccio notare che ero già in coda ed è lui che mi è passato davanti. Le chiedo scusa, mi dice, ma poi continua ad apostrofarmi. Sentendo il mio accento non propriamente salentino, mi dice di tornarmene a casa mia e di non scendere in Salento. Quando queste cose le dice un “nordico” a qualcuno del sud che va verso nord, l’aggettivo che si usa è: razzista. Così mi trovo ad avere a che fare con un razzista del Salento, che supera le code, e che si arrabbia se glielo si fa notare. Sono quelli che, quando sei in coda con la macchina, superano tutta la coda e poi si infilano di prepotenza e si arrabbiano se non li fai passare. Ti tagliano la strada, e poi ti mostrano le mani in segno di richiesta di scusa, e visto che ti hanno chiesto scusa sono autorizzati a fare le peggiori cose. Mi accorgo che è una brava persona. Credo anche che mi abbia riconosciuto, perché ha parlato di premi che mi hanno dato (immeritatamente). Non avrei dovuto reagire, lo so. Avrei dovuto lasciarlo fare la sua piccola e inconsapevole prepotenza. E’ una brava persona, ne sono certo. E non si riconosce nel comportamento da buzzurro che ha messo in atto. Non fa piacere essere ripresi, ne sono consapevole. Essere scavalcati nelle code è esperienza così frequente che si corre il rischio di litigare ogni cinque minuti. Solo che non riesco a rassegnarmi all’ineluttabilità della nostra cafonaggine innata. E ho l’arroganza di pensare di rieducare le persone. Ho abitato in una casa con posto macchina, e passo carrabile. Non sono mai riuscito ad entrare a casa mia senza dover litigare con qualcuno che, per un minuto, aveva parcheggiato l’auto nel passo carrabile. Se osavo dire qualcosa, l’incivile ero io. E spesso venivo invitato a tornarmene nel mio paese di origine.

Inutile dire che, mentre stavamo battibeccando per uno scavalcamento di coda, è arrivato un ineffabile signore, con una elegantissima borsa di pelle, che si è infilato nella coda passando davanti a tutti. Avendo la priorità, per lui era logico passare davanti a tutti. Il resto del mondo non esiste. Vede? gli ho detto, eccone un altro che si comporta come lei. Non lo fa con malizia, e se gli dovessi dire che c’è una coda mi riterrebbe un pochino strano, forse persino un fanatico prepotente, proprio come lei ha percepito me, ribaltando completamente i ruoli.

Avrei voluto fare la pace con il signore col pacco che mi è passato avanti, offrigli un caffè, e chiedergli persino scusa della mia reazione al suo inconsapevole scavalcamento. Sono alto un metro e ottanta, e peso novanta chili ma in quel momento per lui non esistevo. Non lo ha fatto con malizia o con cattiveria, ne sono ultrasicuro. Semplicemente “non ci ha fatto caso”. Bene, credo che questa noncuranza per le “regole” sia alla base di tutti i nostri mali. Chi infrange le regole, tipo gli amministratori del comune di Roma, davvero non se ne rende conto, lo ritiene normale. La cosa strana è che le stesse persone, all’estero, non si comportano così, ve lo assicuro. Ma appena arrivano in Italia si sentono autorizzati a sgomitare. Chiedo scusa al signore col pacco, ma se mi ripasserà davanti in una coda credo che si ripeterà la stessa scenetta. Mi succede tutti i santi giorni, ma non mi voglio arrendere.

 


Favola e realtà degli Urali 11. Un maestro immortale PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Evgenij Permjak   
Mercoledì 10 Giugno 2015 08:13

Traduzione dal russo di Tatiana Bogdanova Rossetti

 

Alla buona memoria di P. P. Bažov [1]

 

Il nonnino Astutan Petrovič nelle giornate dei S.S. Pietro e Paolo, allegra festa della fienagione, era considerato, secondo il vecchio ordinamento, essere nel giorno del proprio onomastico, perché nell'estratto di nascita era stato registrato con il nome di Pietro. Veniva chiamato dalla gente semplicemente Petrovan, secondo le abitudini linguistiche del luogo. Il nome Astutan, invece, gli era stato affibbiato più tardi dalla stessa gente del luogo. Il fuoco che ardeva nell'animo di Astutan Petrovič era davvero a bizzeffe. Era servito a tanta, tantissima gente. Era riuscito a riscaldare ed accendere molti cuori. Soprattutto quelli infantili. I ragazzini, c'è da dire, gironzolavano attorno ad Astutan Petrovič come dei passerotti presso una spiga matura di frumento. Avevano un sacco da beccare per saziarsi: storielle vere e fantastiche; fiabe, frottole ed aneddoti; racconti, riassunti, preamboli e leggende... Chissà dove da solo li prendeva? Sapeva di tutto. Poteva ragionare su ogni cosa ci fosse sulla terra.

Soprattutto teneva tanti discorsi a proposito delle mani. In quanto le mani per la testa sono i principali e i più affidabili fattori. Una testa priva di mani è come un genitore senza prole: c'è da comandare, ma non c'è a chi lo si possa fare.

Le mani dei ragazzini poi, si sa, hanno da sempre una presa davvero forte. In modo particolare dalle nostri parti crescono dei ragazzini dalle mani grosse. Alcuni non stanno ancora solidamente in piedi per camminare, ma già li si può scorgere fare amicizia con qualche strumento da lavoro. E’ per questo motivo, si vede, che le terre degli Urali hanno partorito tanti maestri di straordinaria fama. Succede sovente di dare un'occhiata ad un giovinetto, che dovrà crescere ancora per cinque-sei anni per diventare un uomo da potersi sposare, ma già stupisce i vecchi maestri esperti con un'opera plasmata e fusa di rara fattura o acceca con un magnifico manufatto forgiato. Tale è il costume, tale il modo di vivere: si apprezza la testa secondo le mani che ha. Prendiamo, per esempio, un fabbro: a guardarlo, è nero più nero della stessa fuliggine, è brutto più brutto dello spaventapasseri, ma viene chiamato bello amore adorato e non è mai abbastanza lodato e ammirato. Ciò avviene per il fatto che la gente semplice, di fatica, cerca e scorge la bellezza non nella veste, né nei riccioli dei capelli su una testa vuota, né in una mano affusolata e ben curata, né in uno stivale elegante su una gamba flaccida, ma nella sostanza di tutte le sostanze, nel mestiere, nell'arte... nel lavoro, insomma.

Proprio questa sostanza i ragazzini cercano di scoprire da Astutan Petrovič: quale mestiere per loro sarebbe il più adatto, cui avvicinarsi, per prenderlo in modo che non se ne vada più dalle mani, porti la felicità, indichi la strada per la vita, per diventare un vero uomo.

Sovente Astutan Petrovič stava seduto sul cocuzzolo del suo monticello, quale guardiano dei boschi, aggiungeva nel fuoco del falò della legna e trasmetteva la sua saggezza ai ragazzini.

«Senza la testa» – diceva, – «come, peraltro, senza le mani, nessuna faccenda può essere sbrigata, nessun lavoro può essere considerato ben fatto. Ma anche con una testa intelligente e mani forti non si fa niente. Bisogna avere il materiale. La legna, per esempio, o la pietra. O, nella peggiore delle ipotesi, perlomeno l'acqua. Se no, come si potrebbe soffiare anche una bolla di sapone? Fare una buona bevanda o cucinare una minestra.»

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Quaderno di traduzione 45. Scènes de vie dominicale en province III PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Sabato 06 Giugno 2015 07:48

Traduzione di Annie e Walter Gamet

 

Retour à la maison

Nous sortions tous du cinéma plutôt sonnés, comme si, durant la séance, nous avions entièrement dépensé les énergies accumulées lors de l'attente du début de la projection. Pas de bourrades, pas de chahut, mais seulement une dispersion dans toutes les directions de garçons qui retournaient chez eux. Moi aussi, je prenais le chemin de la maison par la Via Robertini.

Le triste paysage du centre ancien de Galatina aux murs rongés par le temps et aux pavés disjoints, sous un ciel déjà presque obscurci, était en accord avec mon état d'âme et il en constituait précisément le prolongement : à la stupeur étourdissante produite par le film faisait place un abattement psychologique qui me rendait incapable de tout sentiment de joie. À cette époque-là, comme substitut de la jeune fille qui occupait toutes mes pensées et qui, dans les moments de prostration, concentrait tous mes espoirs, j'avais mon étoile. Pour la voir, il me suffisait de sortir du tracé des anciennes murailles de la ville. La jeune fille de mes pensées, dans la réalité, je ne la reverrais que le lendemain, à l'école où j'aurais peut-être l'occasion de lui parler. C'était l'unique pensée agréable à laquelle se mêlait vite, pour la gâcher, l'amère certitude de la corvée d'une nouvelle semaine de cours durant laquelle les professeurs allaient me demander d'apprendre mille choses, m'empêchant de penser à ce qui me tenait vraiment à cœur ; et je devrais me soumettre à ces demandes, mon renoncement à tout esprit d'opposition diminuant d'autant mes souffrances. Ma mère disait que, si je voulais faire quelque chose de bien dans la vie, je devais aller à l'école et d'autre part, avec un père professeur, il m'était absolument impossible de me soustraire à l'étude.

Sur la Piazzetta Santo Stefano, une flaque plus large et profonde que les autres m'invitait à y pénétrer. Elle ressemblait à un petit lac enchanté qui réserve tant de surprises agréables qu'on ne peut y résister. Ainsi, ce soir-là aussi, j'allais me tremper les chaussures et me faire gronder par ma mère dès le retour à la maison. Au-delà de la Porta Luce, je pouvais voir distinctement vers l'ouest mon étoile très lumineuse, immobile et lointaine comme chaque soir. Je n'avais jamais dit de mots d'amour à ma petite amie parce que j'en étais incapable, mais j'étais sûr que le grand bonheur attendu pouvait arriver soudainement, même sans aucune déclaration explicite de ma part, sans aucun serment, par la force du destin ou selon un décret déjà fixé par une volonté supérieure à laquelle nul ne pourrait jamais s'opposer ni apporter de démenti. Après la Porta Luce, au-dessus des maisons de la longue Via di Gallipoli, s'ouvrait devant moi un ample paysage lumineux de début de soirée. Je faisais mes derniers pas vers la maison en compagnie de mon étoile. La pensée qu'en paroles je ne saurais jamais lui dire quoi que ce soit me plongeait dans le plus sombre désespoir dont pourtant je me remettais vite en pensant aussi que je pourrais écrire tout cela, l'écrire et le réécrire, ce jour-là et le lendemain, à douze ans, puis à vingt et encore à quarante, si j'atteignais cet âge. Dans ces moments-là, mon étoile suscitait en moi un bonheur infini, comme une douceur qui, même si l'on s'attache à l'extérioriser, ne peut venir que de l'intérieur de soi et fait renaître l'espoir que la vie continue. J'avais déjà oublié – ou peut-être n'y avais-je jamais pensé – la force surhumaine de Maciste, de Samson et d'Hercule, l'adresse de Zorro et les ruses d'Ulysse, la rapidité des héros de western à tirer au pistolet, les bêtises de Ciccio et Franco, je ne me rappelais rien de ce que je venais de voir au cinéma, ma seule réaction était les larmes. J'écrirais tout cela, ne serait-ce que pour avoir la preuve de la réalité de ce qui m'arrivait. Mais l'idée d'écrire aussi était pour moi source d'effroi. En effet, comment pouvais-je chercher à écrire avec précision et pour ainsi dire fidélité à la vérité, si déjà ma professeure me jugeait distrait et agité et ne pensait pas grand bien de moi, au vu des notes qu'elle attribuait à mes devoirs et qui ne dépassaient guère la moyenne ? Du reste, moi-même j'avais souvent eu la preuve de mon inaptitude à écrire, puisque, à chaque fois que j'avais tenté de décrire mes pensées ou mes sentiments, j'avais produit des textes informes et décevants qui, en aucune façon, ne reflétaient fidèlement mon état d'âme et que jamais je n'aurais reconnus comme miens.

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Favola e realtà degli Urali 10. La serratura senza chiave PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Evgenij Permjak   
Domenica 24 Maggio 2015 07:33

Traduzione dal russo di Tatiana Bogdanova Rossetti


Questa favola iniziò ad essere narrata tanto-tantissimo tempo fa, ma ancor adesso, dopo secoli e secoli, sino ai giorni nostri, non cessa ancora di essere raccontata. Così continua a vivere sulla Terra, come una casa senza tetto, come una pelliccia senza collo, come un gallo senza voce.

Tanti cercarono di farla dimenticare, d’impedire che fosse narrata – un nonno del nonno, una trisavola della trisavola, un saggio canuto, un rosso astuto – ma nessuno riuscì a farlo. Neanche io mi azzardo ad assumermi questa incombenza. A chi serve, la finisca pure, se ci riesce. A me tocca soltanto di cominciare...

C'era una volta un uomo dall'animo allegro e chiassoso, aveva un lungo soprannome “Rumore Strillanovič Vantaev”. Lo chiamarono così, perché senza dire «io, io, io», quel tale non riusciva a pronunciare neppure una frase. Ogni discorso che faceva, ogni parola che gli usciva dalla bocca, non risparmiava agli ascoltatori il suo: io, io, io. Cominciava il discorso con l'elogio di se stesso, finiva col vantare se stesso.

Qualsiasi iniziativa prendesse la gente del circondario, Vantaev era sempre pronto a strillare e fare rumore attorno a sé, più di tutti gli altri. Per esempio, la gente pensava di bonificare un terreno paludoso o di dissodare terre mai dissodate, o scavare un pozzo d'ispezione per i minerali fossili e Vantaev, senza essere invitato, era già lì ad agitarsi e strillare: «Gente! Fratelli! Cari! Io sono capace di far muovere le montagne! Io so far cambiare il corso dei fiumi! Io, io, io posso tutto!»

Tacevano gli uomini e pensavano tra sé e sé, nel frattempo: "prima ti saggeremo, vedremo e solo dopo ti giudicheremo dai frutti del tuo lavoro!"

E c'era un altro uomo, soprannominato dalla gente “Chetone Soppiattonovič Sorrisaev”. Costui era mite. Silenzioso. Sorridente. Non si faceva granché né sentire, né vedere, era sempre cheto cheto. Non si metteva in mostra, non strillava a squarciagola, non si gettava in discussioni, camminava nell'ombra. In poche parole, tutte e tre le definizioni – Chetone Soppiattonovič  Sorrisaev – non gli erano state date per caso in questa favola e cui non c'è nulla da aggiungere.

Successe che la gente doveva decidere di arginare uno stagno e di costruirvi sopra un grande mulino a dischi per segare il legname. Vantaev era arrivato per primo all'assemblea popolare, tutto trafelato. Agitava le braccia, arava con un sacco di belle parole, seminava con la lingua ogni sorta di promesse, erpicava di millanteria per se stesso. Se avesse dovuto germogliare, crescere e maturare ogni parola che disse, in tre anni non si sarebbe riusciti a finire tutto il raccolto.

Chetone Sorrisaev intanto stava seduto su un tronco d'albero abbattuto, taceva ed ascoltava ogni parola con un dolce sorriso sulle labbra, come se stesse mangiando delle caramelle.

Ebbene, discussero, valutarono ogni cosa, stabilirono l'ordine dei lavori, marcarono con pali la diga di terra, iniziarono a lavorare.

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Quaderno di traduzione 44. Scènes de vie dominicale en province II PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Giovedì 21 Maggio 2015 07:26

Traduzione di Annie e Walter Gamet


À l'église

Le dimanche matin donc, après le bain et le petit-déjeuner, nous allions tous les quatre à la messe : mon père, ma mère, ma sœur et moi.

L'hiver, dans l'église sans chauffage, il faisait très froid. L'unique source de chaleur dans les grandes nefs de marbres polychromes – moi, je les trouvais tous gris – provenait du corps des fidèles, de leur souffle qu'à contre-jour on voyait nettement sortir de leurs bouches lorsqu'ils priaient.  Se lever et s'asseoir selon les différentes phases de la messe et les ordres du prêtre, c'était le seul exercice permis aux corps transis de froid entre quelques versets bibliques et le sermon sacerdotal. Je me souviens qu'un homme d'âge avancé venait s'asseoir près de nous, dégageant comme une odeur d'eau de javel – mais moi, je ne sais pourquoi, je m'étais persuadé que c'était de sperme ranci – intolérable. Mon esprit de fraternité chrétienne était mis à rude épreuve par ce voisinage, surtout quand le prêtre ordonnait de s'échanger le geste de paix, ce qui signifiait qu'il fallait lui serrer la main. Pour en finir avec mes perceptions olfactives d'autrefois, je rappellerai aussi l'odeur du suif et celle de l'encens, cette dernière étant la seule que je parvenais à tolérer parce que, en se mélangeant à l'exhalaison d'eau de javel mentionnée ci-dessus, elle la couvrait en partie et la rendait supportable. Dans la pénombre du matin dominical, tandis que l'homélie tirait à sa fin, je regardais autour de moi les visages pour constater que la plupart m'étaient inconnus. Seul un événement miraculeux aurait pu me faire entrevoir celui de la jeune fille auquel me ramenaient toutes mes pensées. Je savais que les chances que cela puisse se réaliser étaient minces, car jamais il ne m'était arrivé de la rencontrer à la messe de neuf heures, pour les raisons que j'ai dites. Et de fait, cette rencontre ne se produisit jamais, du moins à l'église.

Apparaissait ensuite un petit homme qui passait entre les bancs avec une corbeille pour l'offrande, et mon père, après m'avoir glissé un peu de monnaie dans la main, me chargeait de la donner.

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Quaderno di traduzione 43. Scènes de vie dominicale en province I PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Giovedì 07 Maggio 2015 07:27

Traduzione di Annie e Walter Gamet

 

Oh, comme je me consumais. Si seulement je savais encore pour quoi.

Robert Walser, Les Rédactions de Fritz Kocher.

 

Le bain hebdomadaire

Le dimanche matin, dès le réveil, c'était le moment du bain hebdomadaire. Dans la maison où nous habitions, il n'y avait pas de baignoire et je crois que la construction de la salle de bain pourvue des principaux équipements est advenue de nombreuses années après celle de la maison, avec l'adjonction d'un cagibi plutôt exigu aménagé dans la cour intérieure et accessible par la cuisine. Ma mère, à cette époque, avait acheté une grande bassine en plastique de couleur verte, elle la remplissait d'eau qu'elle chauffait dans de grandes marmites sur la plaque de la cuisinière : c'est ainsi qu'étaient réduits en cendres tous les journaux de mon père, ils servaient enfin à quelque chose. Nous prenions donc le bain dominical dans la cuisine, la pièce la plus chaude de la maison, l'absence de chauffage central moderne nous contraignant à utiliser des braises et des poêles.

En hiver, la seule idée de me dévêtir et de rester nu pour prendre un bain me donnait la chair de poule, de sorte que le souvenir que je garde du bain dominical n'est pas celui d'un bon moment dans la semaine. J'aurais voulu rester plus longtemps dans la chaleur du lit, sans me soucier de l'appel des cloches qui annonçaient les premières messes de la matinée, sommeiller encore un peu en pensant à la jeune fille qui m'était immédiatement revenue à l'esprit au moment du réveil – je savais que je ne la verrais pas ce jour-là car elle passait les dimanches avec ses parents dans une autre ville ; au lieu de cela, ma mère venait me tirer du lit, prétendant que je devais la remercier de m'avoir concédé une demi-heure supplémentaire de repos par rapport aux autres jours : il était sept heures et demie au lieu de sept, heure à laquelle elle avait l'habitude de nous réveiller les jours d'école. L'eau était déjà chaude dans la bassine verte, il n'y avait pas moyen d'échapper séance tenante au bain purificateur. Ma sœur était la première à se laver pendant que je prenais le petit-déjeuner dans la salle à manger, puis c'était à moi d'aller dans la bassine, tandis que la cuisine se remplissait de vapeur et que crépitait le feu dans la cheminée. Le bain durait un peu moins de dix minutes, il suffisait de se savonner de la tête aux pieds, ma mère se chargeait ensuite de me frotter comme du linge sale. Tout de suite après, on s'habillait dans la petite salle à manger contiguë, la chaleur de la cuisine s'y répandait en nuées de vapeur qui flottaient dans l'air. En une demi-heure, nous étions tous prêts pour la messe dominicale. À dire vrai, si nous devions nous lever aussi tôt, c'était justement à cause de la messe de neuf heures que, par décret familial, il nous fallait suivre car celle de onze heures aurait décalé toutes les opérations de la journée ; ainsi, après la messe, ma mère et ma sœur retournaient à la maison faire la cuisine tandis que mon père et moi attendions l'heure du déjeuner au bar Ascalone. Puis, le repas terminé, nous allions à Corigliano d'Otrante rendre la visite hebdomadaire aux parents de ma mère.

 

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Favola e realtà degli Urali 9. Il Boschetto di Betulle PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Evgenij Permjak   
Domenica 03 Maggio 2015 09:01

Traduzione dal russo di Tatiana Bogdanova Rossetti

 

Viveva nei pressi delle nostre miniere un vecchio molto saggio. Il vecchio faceva dei discorsi molto interessanti. Sapeva narrare poi in modo meraviglioso. Con slancio. Iniziava a parlare come se si trattasse di una cosa da nulla, ma, quando finiva, c'era da impensierirsi. Prendiamo, per esempio, una storiella, che raccontava ogni tanto, di un Boschetto di Betulle. Più la ascolti e più scopri cose nuove, tra le righe, nelle stesse parole.

Se non ci credi, controlla. Te la racconto un'altra volta.

 

Si spense la calda Estate ardente. Venne l'Autunno affaccendato e, coi suoi venti, si mise a soffiar via dalle Betulle le loro vesti verdi, a raccogliere da loro i semi e a nasconderli nell'umida terra.

L'Autunno finì di spargere la semente, ricoprì con le foglie gialle i semi della Betulla e cominciò ad invitare l'Inverno. Intanto, tra una faccenda e l'altra, anche l'Ortica e la Lappola avevano provveduto alla prole. Avevano seminato i loro semi sotto una coperta di foglie.

Arrivò l'Inverno, distese la sua piuma bianca sopra la terra fredda, proteggendo tutti i semi dai freddi tremendi: «Dormite!»

Dormirono i semi sino all'arrivo della bella Primavera con le sue dolci giornate tiepide e cominciarono a crescere.

La Lappola, brigante, dalla presa salda dacché mondo è mondo, crebbe alta-alta a vista d'occhio. Si aggrappò fortemente all'umido terreno. Mise le radici profondamente. Per quanto riguarda l'Ortica, non c'è neanche da parlarne. Se si lascia a questa arraffona un po' di libertà, crescerà perfino sulla copertura della casa, da sfacciata.

Anche i semi della Betulla diedero i loro polloni verdi. Pur se non erano un granché da vedere, non più alti delle piantine del mughetto del bosco, tuttavia sbucarono dalla terra dei germogli-rampolli a tre foglie. Stettero nell'oscurità della fitta Lappola, nella ristrettezza dell'orticaio, ma a fare che? Bisognava crescere. Non per niente, la madre, la vecchia Betulla, aveva dato loro la vita.

«E' molto meglio per voi, se rinsecchite!» – disse l'Ortica alle giovanissime Betulle.

«Tanto, dovrete comunque sparire dalla faccia della terra» – le fece l'eco la Lappola.

Le Betulline, invece, tacevano, ascoltavano e crescevano con tutte le forze che avevano.

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Il Vecchio e l’Ombra 7. Quarto dialoghetto PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Giovanni Bernardini   
Mercoledì 22 Aprile 2015 05:36

[Brogliaccio Salentino di “Presenza Taurisanese”, n. 2 / Febbraio 2015, p. 7]

 

“Stasera” disse l’Ombra “te ne stai raggomitolato nella poltrona, rattrappito quasi, che costringi pure me in una posizione così scomoda. Non sarebbe il caso di stendersi un po’, di rilassarsi? Tanto in codesto atteggiamento non riuscirai certo a metter rimedio ai guai”.

“Lo so benissimo purtroppo. Ma che vuoi farci? Mi rannicchio nel groviglio dei miei pensieri, delle mie angosce”.

“Via, raddrizza un pochino la schiena, allunga le gambe. Ti sentirai meglio e farai star meglio anche me”.

“Va bene, ti accontento. Solo che, come ombra, pretendi troppo”.

“Non pretendo, cerco di aiutarti. In fondo siamo legati indissolubilmente. E ciò che ti suggerisco non proviene da egoismo, comporta vantaggio per tutt’e due”.

“Cosa vai cianciando? Quale vantaggio? Solo per te, che magari stai più comoda. Tu non hai un cervello e un cuore”.

“Che vuoi dire?”
“Voglio dire che il mio cervello e il mio cuore, anche cambiando posizione, continuano a soffrire”.

“Qual è oggi il motivo di tanta sofferenza?”

“Non dire ‘oggi’, questo lo sai, che da lungo tempo ho molti motivi, non uno solo. Certo, a volte uno prevale sugli altri”.

“Allora non ho sbagliato del tutto. Qual è dunque il motivo prevalente al momento?”
“E’ lo scrupolo, il rimorso verso mia moglie”.

“Per averla tradita più d’una volta?”

“No, ti sembrerà strano, non ho di questi rimorsi. I miei tradimenti reali, pochi in verità, sono stati sostanzialmente innocui”.

“M’hai rinfacciato che non ho cervello né cuore. Bene. Mi domando però se li hai tu. Come si può affermare una simile cosa: tradimenti innocui?”

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Tutto può succedere… 15. Nozze PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Domenica 19 Aprile 2015 07:24

["Il Galatino" anno XLVIII n. 7 del 10 aprile 2015, p. 4]

 

Vieni a lamentarti con me perché si deve sposare tuo figlio e non hai i soldi per il matrimonio? Dici che devi fare un mutuo? Come ti capisco! Fra qualche anno toccherà anche a me, che per fortuna ho figlie ancora piuttosto giovani. Però sappi che un mutuo io non lo faccio, perché non ho intenzione di far debiti per dar da mangiare a parenti e amici, che poi, finita la festa, chi s’è visto s’è visto… Ma come, mi dici, non dovrei pagare il matrimonio a mio figlio, per una volta che si sposa? Obietto: che si sposi una sola volta, è dubbio, ma ammettiamo che sia come dici, pagaglielo pure questo matrimonio, ma senza far abbuffare la gente e soprattutto senza buttar via i soldi. Che ne sai, mi risponde, ho visitato molti ristoranti per avere dei preventivi e… non ti dico… i ristoratori hanno fatto a gara nel propormi l’angolo delle mozzarelle prodotte  sul momento da un prestigiatore vestito di bianco, la cascata di prosciutto, la fontana di salumi e quella di formaggi, l’angolo dei frutti di mare con tanto di pescatore che apre le ostriche su una piccola paranza,  e poi gli antipasti e i primi e i secondi e i dolci, metri di tavole imbandite con dolci d’ogni tipo. E vini e spumanti…; lasciate fare a noi, mi hanno detto, che non vi troverete scontenti: vi prepareremo una torta nuziale a cinque piani, che non dimenticherete... E mentre il ristoratore mi parlava, pensavo: sì, sicuro che non dimenticherò nulla, ma tutto questo chi lo paga? E poi, come se non bastasse, mi hanno proposto un complessino con almeno tre strumenti e una belloccia che canta, così si può anche ballare. Che matrimonio è se non si balla? E il fotografo, si può fare a meno del fotografo? E del filmino, bisogna fare il filmino e comprare costosissime bomboniere, e poi serve la macchina d’epoca, e infine, non ci pensi? il viaggio di nozze: s’è vista mai una coppia appena sposata che non vada alle Seychelles e alle Canarie o in America, insomma, da qualche  parte, purché sia dall’altra parte del mondo? Certo, gli dico io, è un bel problema; tu fa’ che lo risolva tua figlio con la sua futura sposa: se ha i soldi, si sposa come dici, facendo il boom, altrimenti si sposa lo stesso con pochi soldi. Figuriamoci, mi risponde, loro non ci pensano alle spese, credono che debbano sposarsi come se facessero la prima comunione, coi soldi di papà! Il problema è mio, che devo fare un mutuo. E tu non lo fare, gli dico. Il giorno delle nozze, offri un pranzo con un primo, un secondo, il contorno e la frutta, una torta ad un piano solo e le bevande che servono, così, giusto per festeggiare. Niente fotografo, niente filmino, niente auto d’epoca, niente complesso con belloccia, niente bomboniere costose, niente di niente. Per le foto e il video puoi supplire col cellulare, la fotocamera te la presto io, e in chiesa i promessi sposi se vogliono ci vanno con l’auto di tutti i giorni. Basta un piccolo stereo e qualche CD per ballare. Questo si chiama abbattimento delle spese. Mi risponde: tu credi che sia così facile…? E che cosa diranno i parenti e gli amici? Che sono un taccagno! E tu lasciali dire, lo incalzo, peggio per loro, se vogliono svenarsi quando si sposeranno i loro figli, a te che importa? Mah, mi risponde, non so proprio se mio figlio e la mia futura nuora accetterebbero una soluzione del genere. E se proponessi loro di recarsi in viaggio di nozze nella casa al mare? Certo, gli ho detto, così almeno la casa prende un po’ d’aria e risparmiate un sacco di euro. Esclama: dieci giorni a Santa Maria al Bagno, bellissimo! Potrei anche andarli a trovare. E no, gli dico, questo no: gli sposini vorranno stare da soli davanti al mare. Però, mi risponde, quasi quasi mi hai convinto: in banca a fare il mutuo non ci vado e mio figlio, se proprio vuole sposarsi, che vada a Santa Maria…

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L'osceno del villaggio 24. Un giorno di ordinaria follia PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Paolo Vincenti   
Giovedì 16 Aprile 2015 07:21

Dice “scusa, scusa senti /potrei passare avanti / la fila è lunga ed io non posso aspettare /

Dico “prego, prego, faccia /lo so, una giornataccia /la pioggia, il traffico e le scadenze del mese”/

“diamoci del tu” mi dice lei / “io mi chiamo Samantha”/ Io le do la mano e intanto penso “madonna, quanta!”/

Samantha – Daniele Silvestri

 

In fila all’Inps per  una pratica contributiva.  Molta gente in attesa. C’è uno che, seduto accanto a me, impaziente, batte rumorosamente il piede per terra e quel picchiettio distoglie la mia concentrazione e mi fa scollare la faccia dal giornale nella cui lettura sono immerso.  C’è la sfitinzia che da quando sono entrato parla ininterrottamente delle sue cose al telefonino, noncurante del rischio concreto di essere sgozzata da un momento all’altro. C’è quello in piedi che conciona di tasse e malgoverno davanti ad una piccola platea distratta ed ha un tono di voce così alto che sembra abbia inghiottito un megafono. La telecamera a circuito chiuso dell’ufficio intanto riprende tutto. Mi vedo nel monitor e concepisco per un attimo la singolare fantasia di essere un altro e di potere guardarmi dall’esterno, dall’alto o dal basso. Sul giornale leggo dell’intensificazione dei controlli e delle misure di sicurezza in Francia in seguito agli attentati di Parigi e alla strage al giornale Charlie Hebdo. Ben presto Parigi supererà Londra che detiene il primato di città più video sorvegliata d’Europa . Ma anche qui in Italia non si scherza quanto ad invasione della privacy dei cittadini, sebbene la sicurezza sia un nodo centrale e un’esigenza molto più sentita e importante per tutti. Mi viene in mente quella canzone di Jovanotti, “Io danzo”, che dice: “Ci ascoltano al telefono. Ci guardano i satelliti. Ci intasano nel traffico. Controllano gli artisti. Ci rubano le password. Ci frugano nel bancomat. Ci irradiano.  Ci scannerizzano. Ci perquisiscono”.

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Il Vecchio e l’Ombra 6. Terzo dialoghetto PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Giovanni Bernardini   
Lunedì 13 Aprile 2015 11:36

[Brogliaccio Salentino di “Presenza Taurisanese”, n. 1 / Gennaio 2015, p. 10]

 

Il Vecchio sprofondò nella poltrona restando al buio, finché una vocina interiore non l’ammonì: “Perché non accendi la lampada? Mi darai modo d’uscire a conversare un poco con te meglio che da qui dentro”.

Il Vecchio accese e, quando sedette, l’Ombra al solito s’accovacciò ai suoi piedi. Quasi a scusarsi disse: “Ormai ho preso l’abitudine a queste chiacchierate che non so farne a meno. A te non accade lo stesso?”

“Sì, certo. Ma stasera sono talmente agitato che ho dimenticato d’accendere”.

“Cosa t’è successo?”

“Pensa che la pressione arteriosa era altissima. Non tanto la massima quanto la minima. Da potermi venire un colpo”.

“T’hanno fatto arrabbiare”.

“Sì, una signora dalla capitale, in fondo una vecchia cara amica, vedova d’un generale”.

“Allora, se un’amica, perché?”

“Perché a volte anche gli amici pretendono d’importi il loro punto di vista su materia delicata e discutibile”.

“Conoscendoti, scommetto che si trattava di religione”.

“Hai indovinato. Mi parlava di mia moglie che sta in Paradiso e prega per me. Sicuro, se esistesse un Paradiso non potrebbe trovarsi che là. Ma come si possono affermare certe cose senza un minimo dubbio?”

“E’ la fede, Vecchio mio”.

“D’accordo, mia cara, però da qualche cattolico aperto ho sentito dire che il dubbio alimenta la fede. Mia moglie stessa, pur sorretta da salda fede, si poneva degli interrogativi. Intuivo che talvolta si tormentava. A me chiese se Gesù Cristo fosse davvero esistito. A proposito dell’Antico Testamento, ebbe un incontro con una insegnante di religione. Rimase delusa per la risposta che si trattava di tutti simboli. Uguale insoddisfazione provò dopo il colloquio con un dotto sacerdote, docente universitario. Continuava a desiderare una conversazione possibilmente risolutiva ed esprimeva il sospetto che gli stessi Vangeli non potessero garantire assoluta autenticità essendo passati attraverso secoli e secoli”.

“Capisco, tua moglie mancava d’una buona cultura, ma era dotata di discreta intelligenza e d’un carattere complesso, molto sensibile. Riconosciuto ciò, non mi sembra che quell’amica abbia detto nulla di offensivo”.

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Favola e realtà degli Urali 8. L’inizio di tutti gli inizi PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Evgenij Permjak   
Venerdì 10 Aprile 2015 06:13

Traduzione dal russo di Tatiana Bogdanova Rossetti

 

C'era una volta un ricco-straricco riccone. Aveva l'oro, stava seduto sull'oro, nuotava nell'oro, si occupava dell'oro, pensava e ragionava in termini di oro. Nulla, tranne l'oro, vedeva e voleva vedere. Come se non bastasse, anche il cognome il riccone aveva d'oro, Zolotov, ovvero, per essere chiaro in italiano, Dorov.

Questo Dorov si ficcò in testa che l'oro fosse la forza di tutte le forze, il potere di tutti i poteri e l'inizio di tutti gli inizi. Che perfino Dio fosse soggetto all'oro, perché, tramite l'oro, ci si poteva aggiudicare pure il paradiso.

Una volta, Dorov cominciò a vantarsi, durante un convito, in cui oltre a gran signori e proprietari terrieri, furono invitati uomini del ceto dei lavoratori: addetti al lavaggio dei minerali, trituratori, scavatori, capominatori, minatori e vari altri addetti al servizio minerario. Il fatto successe da noi, nelle terre degli Urali, perché non sarebbe neppure potuto succedere altrove. In quanto è qui che accadde ogni sorta di miracolo e di meraviglia…

Dorov  gozzovigliò, dunque, oltre misura ed attaccò con la sua solita millanteria. Ordinò al suo tesoriere di portare il suo oro e si mise a vantarsi: «Io, se voglio, posso ordinare a questa pepita d'oro, piccola quanto una lumachina, di diventare una diva di marmo e lei lo diventa. Io, se voglio, la obbligo a stendersi ai miei piedi come un tappeto prezioso e lei si stende. Oppure, se mi verrà in mente di farla diventare uno zar-samovar da un migliaio di litri, si metterà a far bollire l'acqua, eccome, per tutto il mondo ed a cantare per tutti quanti le sue samovariche canzoni. E' giusto, vero?»

«E' giusto, è giusto, signor Dorov» – fecero in coro i gran signori.

«E' vero, è vero» – grugnirono i proprietari terrieri.

Intanto Dorov proseguì con le sue chiacchiere, vantandosi: «Questo lingotto, a vederlo, ha una fernetta assai corta, ma ha un ampio potere di giro. Solo a volerlo, può trasformarsi in un raro orologio straniero o in una carrozzella automatica che corre da sé, all'ultimo grido. Se vuoi, si innalzerà al cielo con sette cupole di una grande chiesa e brillerà di croci. Oppure, se vuoi, potrebbe diventare un allegro locale di tutt'altro tipo. Ah, ah, ah! E' giusto, vero?»

Fecero nuovamente eco e grugnirono i gran signori ed i proprietari terrieri.

Invece tutti gli uomini del ceto dei lavoratori stavano seduti taciturni, si accigliavano, si scambiavano sguardi, si agitavano seduti sulle larghe panche. Non andavano affatto a genio a loro tutti questi discorsi. Sapevano i lavoratori, eccome, il reale andazzo delle cose, su quale albero crescevano le pizze calde e sopra quale cespuglio maturavano le buone, gustose focacce. In modo particolare lo sapeva un semplice minatore che perfino il ricco-straricco riccone Dorov un po' temeva. Perché quest'uomo di poca presenza aveva una grande-grandissima forza. La forza verbale. Era capace di parlare in una tale maniera, che tutto quello che diceva diveniva visibile. Si trasformava in un'immagine viva. Non raccontava le cose semplicemente, ma le mostrava, le faceva vedere. Se si metteva a parlare del bosco, tutti, come per un incantesimo, si trovavano improvvisamente nel bosco. Si metteva a parlare del mare e cominciavano tutt'attorno a spumeggiare le onde ed a schizzare in faccia l'acqua da tutte le parti, da far venire voglia di asciugarsi.

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Quaderno di traduzione 42. La pergola de Galatina (huit ans après !) PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Lunedì 06 Aprile 2015 07:06

Traduzione di Annie e Walter Gamet

 

Il y a quelques années, j'ai eu l'occasion de signaler un fait de la petite histoire locale, d'abord dans les pages du Galatino du 19 mars 2006, puis dans mes Écrits politiques (2008) avec un article intitulé Quand la « Cité du vin » détruit la vigne...

Qu'était-il arrivé ? On avait coupé une pergola bicentenaire, un véritable monument végétal, le symbole de l'âge fastueux de la politique d'introduction de la vigne dans les années qui ont suivi l'Unité italienne, parce qu'elle gênait, selon la vox populi, les travaux de restructuration de l'Institution Colonna, appelée aussi le Couvent des Dominicains. L'éventuel lecteur de cette page pourra prendre connaissance de la proposition punitive, mais aussi rédemptrice que j'avançais : « Je propose au juge de proximité d'ordonner au commanditaire du méfait de replanter une nouvelle vigne au même endroit, avec obligation d'en prendre soin sa vie durant, associé au tronçonneur effectif, ce dernier soumis à l'obligation d'arrosage les dix premières années suivant la plantation. Cela me semble juste ! »

Depuis cette époque, huit années se sont écoulées, au moins trois mandatures se sont succédé, de nombreux juges ont été nommés et ont quitté Galatina (jusqu'à la fermeture du Tribunal), bien des naissances et des décès ont eu lieu, et la treille est là, à sa place, avec ses dix mètres au-dessus du niveau de la via Cafaro, grimpant comme autrefois sur la loggia de l'Institution Colonna, telle une toile d'araignée déchirée sur une paroi noircie.

Bien entendu, c'est toujours la même vigne qu'il y a huit ans, mais à cause du cep sectionné, la sève printanière n'est pas montée dans les sarments, les feuilles n'ont pas poussé sur les rameaux, ni à plus forte raison les grappes de raisin (très savoureux, disent les anciens). En fait, une fois la vigne sectionnée, personne ne s'est soucié de l'ôter de là et de l'utiliser comme bois à brûler. Il serait maintenant impossible d'en faire un tel usage, car pourrie comme elle l'est, si l'un de ces pigeons qui roucoulent sur l'église de l'Immacolata s'y posait, le cep s'effriterait sous ses pattes. Alors que fait-elle encore à cet endroit ? Simple incurie, dira-t-on.

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Favola e realtà degli Urali 7. Fulmine ciarlone PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Evgenij Permjak   
Sabato 28 Marzo 2015 17:45

Traduzione dal russo di Tatiana Bogdanova Rossetti

 

Dalle nostri parti qualunque monte è una favola, qualunque poggio è la premessa faceta ad una favola. Sarebbe difficile fare mente locale ad ogni avvenimento del passato, qualcosa, tuttavia, si può estrapolare ed esaminare minuziosamente. Ecco, diciamo, perché non menzionare la storia del monticello Calvo e di Diavolossaev stesso...

C'era una volta e viveva sul monticello Calvo un uomo di nome Fëdor e di cognome Ogol'zov, in lingua italiana sarebbe Fëdor Denudaev, un cognome che già per sé era tutto un programma: è come dire, che era assai poco protetto Fëdor, nudo davanti ad ogni sorta di disgrazie. Come se non bastasse, la gente aveva dato a Fëdor Denudaev anche un soprannome: “Grazia Divina”. Venne chiamato così, perché Fëdor Denudaev aveva subito innumerevoli incendi di casa per “grazia divina”, da fulmini. Non appena si ricostruiva la casa, vi si trasferiva per abitarvi con la famiglia, paff – un fulmine -, pscik – una vampata –, non c'era più la casa. Al suo posto rimaneva un mucchio di fuliggine: poteva, giusto, toglierne l'eccesso, zappare l'orto e piantarvi le rape.

Sul terreno bruciato le rape crescono meravigliosamente: dolci, oleose.

Per Fëdor Denudaev però era assai amaro ricostruirsi la casa tutta daccapo. Era poco consolante sapere che il legname lo aveva gratuitamente, come le sue braccia, che non doveva comprare, ma doveva faticare, eccome, con l'accetta per tagliare dalle dodici file di travi rotonde quarantotto angoli da incastro. Queste erano soltanto le travi portanti, che andavano messe direttamente sul muschio del terreno. Ma c'erano pure le travi maestre del solaio, anch'esse da mettere ad incastro per montarvi sopra le assi di legno dei soffitti e dei pavimenti, in modo tanto fitto, da non lasciar alcuna luce tra loro, se non vuoi farti scrosciare la terra in testa, quando i padroni di casa, insieme agli ospiti alle feste, si gettano in una frenetica danza alla russa. Eppure senza le capriate, un'isba non era un’isba vera. Se la copertura della casa era a quattro capriate, si dovevano sempre segare otto cappi e dopo incastrarli. Per non parlare delle finestre! Ammettiamo pure fossero solo tre. Si trattava comunque di sei infissi a ventiquattro vetri. Solo di stucco per vetri se ne doveva consumare un grosso mucchio, se non volevi che il freddaccio dormisse insieme ai tuoi figlioli, sulla stufa con giaciglio alla russa.

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Il Vecchio e l’Ombra 4. Dialoghetto socratico PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Giovanni Bernardini   
Sabato 21 Marzo 2015 08:33

[Brogliaccio Salentino di “Presenza Taurisanese”, n. 11 / Novembre 2014, p. 9]


Dopo che il Vecchio ebbe acceso la lampada e si fu seduto, subito l’Ombra si accovacciò ai suoi piedi e, senza preamboli, disse: «Oggi mi sembri più triste che mai».

«Non ti sbagli» rispose. «Più triste e sconvolto».

«La tristezza, posso capire. Ma sconvolto addirittura?»

«Più triste poiché in questi giorni cade l’anniversario del matrimonio e mia moglie non c’è più. Pensa, ci conoscemmo circa a quindici anni e presto nacque fra noi una simpatia, che in me divenne innamoramento. Ero però un ragazzo timido e nello stesso tempo orgoglioso. Non manifestavo il mio sentimento per timidezza e insieme per l’orgoglio di non ricevere un rifiuto».

«Già, ma alla fine decidesti di scriverle».

«Appunto, e di consegnare la lettera alla sua più cara amica, dato che mi mancava il coraggio di dargliela direttamente. Qui sbagliai».

«In che senso?»

«Nel senso che non era la persona giusta. Quell’amica mi dissuase, mi scoraggiò. Ed io strappai la lettera. Quell’amica mentiva».

«A qual fine?»

«Era innamorata di me. Lo scoprii anni dopo. Allora scrissi un’altra lettera da lontano e la spedii per posta alla ragazza amata da tanto tempo, che doveva diventare mia moglie».

«Ed è scomparsa e l’anniversario è vuoto. Ciò ti accascia di più. Ma sconvolto, questo non riesco a interpretare».

«Guarda, guarda cosa succede nel mondo. Così capirai».

«Hai ragione. Il mondo, cioè gli uomini diventano sempre più malvagi».

«Siamo arrivati a livelli impensabili di disumanità, a forme di barbarie e ferocia, che i media permettono di ammannire come spettacolo a milioni di spettatori. Di qui il mio citare spesso Leopardi, irridente le magnifiche sorti e progressive. Non per nulla un critico illustre lo paragonò a un meteorite caduto per caso nell’Ottocento».

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Quaderno di traduzione 41. Histoire de Fefé et Fanny PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Giovedì 19 Marzo 2015 09:22

Traduzione di Annie e Walter Gamet

 

Jamais il ne mourrait, il avait sept vies comme les chats, c'est ce qu'on disait de lui, depuis qu'à l'âge de quinze ans il parcourait les rues de la ville sur une Morini 50 sans pot d'échappement, dans un vacarme tel qu'à son passage les vitres des fenêtres tremblaient et que même les murs des maisons semblaient secoués. Qui sait combien de fois ses concitoyens l'ont maudit ! Mais Fefé passait à toute vitesse, disparaissant au coin de la rue, couché sur sa selle et touchant presque l'asphalte du genou au premier virage qu'il prenait. Les malédictions tombaient dans le vide sans même l'effleurer.

Je me rappelle bien, comme si c'était hier, ce qui se passait sur le circuit du terrain de cross, près de l'abattoir communal. Fefé sautait sur les buttes comme un fou et tous ses amis au bord de la piste l'y encourageaient, avec un peu de méchanceté et contre tout bon sens, car sa moto n'était pas faite pour le cross. Dès cette époque, il pouvait mourir, comme Mimmo qui, lors d'une chute de moto, se fracassa la tête dans la grande courbe longeant la baie de Gallipoli entre Les Canne et Rivabella ; ou comme Marco qui alla heurter un olivier avec la voiture de son père et dont on dit par la suite qu'il était ivre.

M'apprêtant à raconter cette histoire, j'ai conscience que seul un ensemble de circonstances fortuites fit que je n'ai pas pris part aux rites secrets qui s'accomplissaient le soir, soit dans une auto près du cimetière ou derrière une butte du terrain de cross, quand personne ne l'utilisait, soit aux alentours de la guérite ferroviaire dans une maison de cantonniers sale et inoccupée. J'étais un petit garçon à cette époque et ces jeunes réunis à l'écart me semblaient vénérer une divinité inconnue et mystérieuse ; je ne savais pas – et eux-mêmes ne le savaient pas non plus – qu'ils célébraient un rite dont ils ne tarderaient pas à devenir des victimes sacrificielles.

À vingt-deux ans, Fefé rencontra Fanny, elle en avait seize, ils s'éprirent l'un de l'autre. On les voyait toujours à deux, quand on en voyait un, on pouvait être sûr de voir l'autre. Leur manière de marcher ensemble, lui devant, elle un pas en arrière, était étrange. Pourtant, de toute évidence, il n'y avait en Fanny nulle soumission d'ordre psychologique à l'égard de Fefé, plutôt une espèce de désir de le suivre et de percevoir ses mouvements. À cette époque-là, je n'étais pas l'ami de Fefé, qui me semblait bien plus âgé que moi et quasi inaccessible ; en revanche, j'allais souvent voir Fanny, ma camarade de classe, et nous faisions nos devoirs ensemble.

Fanny était une jeune fille renfermée et introvertie, elle ne réussissait pas à l'école et personne n'avait jamais compris pourquoi. Sa rencontre avec Fefé lui donna l'impression de renaître et d'avoir enfin un but dans la vie. Dès lors, elle se mit à étudier et ne tarda pas à être la première de la classe. Fefé et Fanny, je le sais, conclurent un pacte qui interdisait pour toujours à Fanny de chercher à connaître l'effet de l'injection dans les veines de cette substance blanchâtre qu'on appelle héroïne. Elle avait eu plusieurs fois la curiosité d'essayer, mais s'en était abstenue pour ne pas violer le pacte qui l'unissait à Fefé. Je le sais avec certitude car elle me racontait tout, d'une certaine manière en guise de compensation. Il n'est pas facile d'expliquer cela, mais Fanny savait que j'étais amoureux d'elle, intensément et secrètement, et qu'en recevant ses confidences, je me sentais du moins un peu récompensé. Bien sûr Fefé l'avait compris, mais il ne s'opposait pas à nos rencontres, parce qu'alors il me considérait comme un adolescent immature.

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Favola e realtà degli Urali 6. Un’ammenda per un’ammenda PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Evgenij Permjak   
Mercoledì 18 Marzo 2015 07:09

Traduzione dal russo di Tatiana Bogdanova Rossetti

 

Un altro caso accadde con un sottufficiale di polizia. Diavolossaev riusciva a trovare il modo per contrastare ogni sopruso. Era molto abile a difendere un poveraccio dalla polizia.

Ascoltate...

Un larice dalle nostri parti viene considerato una pianta-regina. Ne crescono certi giganteschi che con uno solo è possibile costruirsi la metà di un’isba. L’unica cosa è che la scure dev'essere affilata spesso. Perché un larice è duro-duro, come una pietra. Però, per centocinquanta anni almeno, non viene intaccato né dall'umidità, né dalla muffa. Per la fila inferiore delle rotonde travi portanti, incastrate agli angoli dell'isba, un larice è la pianta perfetta! Non è necessaria una particolare accortezza: è sufficiente mettere queste travi direttamente sul terreno e la costruzione durerà a lungo, senza creare problemi agli abitanti della casa per molte  generazioni.

Pensò bene, quindi, un povero cristo – un operaio delle miniere d'oro – di sistemare sotto la sua vecchia isba una nuova fila inferiore di travi di larice. La faccenda accadde nei nostri vasti boschi di Tagil. Dunque, quest'uomo riuscì ad abbattere un larice, lo divise in ceppi da travi e caricò il tutto su un carro per portarlo via, ma ecco comparire una guardia forestale.

Arrivò e si mise a dire all'uomo che quel bosco apparteneva all'erario della corona e che senza il pagamento dell'ammenda, non lo avrebbe lasciato libero. L'ammenda era di una tale entità che, se anche il poveraccio avesse venduto ogni suo bene, non sarebbe bastato per coprire la metà della somma richiesta. In quegli anni le guardie forestali erano assai abili e svelte a multare esosamente. Una mano lavava l'altra, insieme alla polizia. Cinquanta copechi consegnavano all'erario e altri cento rubli se li mettevano in tasca. E così ingrassavano.

La guardia forestale portò il nostro povero cristo dal sottufficiale di polizia, cosicché fosse lui a farsi dare la somma dell'ammenda.

A lungo il sottufficiale di polizia tormentò il poveraccio, cercando con ogni sorta di minaccia di spaventarlo. Per farsi dare almeno qualche moneta d'oro, provò di tutto. L'uomo invece continuò con la sua linea: «Non ho neanche un soldo bucato. Non ho di che pagare.»

«Se non hai di che pagare, allora vai dritto dritto in gattabuia.»

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Favola e realtà degli Urali 5. Il dono-ricordo di Diavolossaev PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Evgenij Permjak   
Giovedì 05 Marzo 2015 10:28

Traduzione dal russo di Tatiana Bogdanova Rossetti


A Diavolossaev piaceva accorgersi di un brav'uomo qualsiasi, dispiacersi per un poveraccio, rendere felice un infelice. Era capace di passare per dei sentieri già calpestati trovando una via nuova, di far notare un tale sentiero perfino ad un camminatore esperto che, pur vivendo magari tre vite, non sarebbe mai arrivato alla semplice saggezza di quest’uomo, soprannominato Diavolossaev. Era evidentemente una persona assai istruita. Entrava in profondità in ogni cosa, si metteva a riflettere su ogni sciocchezza e a tutto riusciva a scovare una soluzione ingegnosa.

Di ciò narra, fra realtà e favola, il presente racconto-riassunto...

Una volta successe che Diavolossaev, lungo il suo cammino, arrivò in uno sperduto villaggio nella taiga profonda. Entrato nel villaggio, bussò alla prima isba e si fece ospitare per la notte. Il padrone di casa, oltre a un pezzo di pane nero, una cipolla e acqua, non aveva niente da offrire all'ospite. Aveva, il povero uomo, una famiglia grande, ma una fortuna piccola, piccola. Faceva da padrona in casa sua la miseria nera. Aveva però un po' di miele. Un buon rosolio di miele. Il miele era ottimo, di lunga stagionatura. L’aveva tenuto in serbo per il matrimonio di una figlia, ma lo offrì generosamente all'ospite.

Diavolossaev mangiò quel che c'era, bevve il miele, si fece una bella dormita e la mattina dopo cominciò a prepararsi per andar via nel bosco, di nuovo. Mentre raccoglieva le sue cose, disse al padrone di casa: «Grazie per il miele, brav'uomo. Ti auguro che il miele non manchi mai dentro la tua casa; per farti ben nutrire, vestire ben caldo e per invitare dei buoni pronubi.»

E il padrone di casa fece un sorrisetto e gli rispose: «Ti ringrazio, Diavolossaev, ma un uomo povero non può mai andare in fallimento. Inoltre, gente come noi si sazia pure con un buon augurio.»

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Quaderno di traduzione 40. Paolo, le révolutionnaire PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Martedì 24 Febbraio 2015 07:52

Traduzione di Annie e Walter Gamet


Après avoir pris congé de moi distraitement, il s'engagea dans la rue qui le ramenait chez lui, tandis que je continuais à le regarder s'éloigner comme pour mieux comprendre le sens de ma résolution. Il marchait, dégingandé, sur le bas-côté de la rue, à droite des poteaux de l'éclairage public, sans se soucier des flaques d'eau qui creusaient le sol non asphalté du quartier suburbain.

Cet après-midi-là, il était tombé une pluie battante. Nous avions revu les épreuves du tract pour le distribuer le lendemain à l'occasion de la grève des élèves. Nous étions dans ma chambre à attendre que la pluie cesse et je sentais bien que Paolo me cachait quelque chose, son regard empreint d'une certaine défiance à mon égard me laissant supposer qu'il taisait je ne sais quelle pensée. Soudain il surmonta cette défiance et me dit : « Avec ce tract et cette grève, on n'obtiendra rien du tout, il faut au moins briser les vitres de l'école. »

Paolo avait prononcé ces mots avec une froideur et une détermination qui vraiment me surprirent et m'épouvantèrent. En ce temps-là, je pensais bien le connaître parce que nous nous fréquentions depuis le collège : nous imitions les plus grands, les lycéens politisés et les étudiants, jouant à l'adulte avec sérieux. Depuis longtemps donc, je parlais de révolution avec Paolo, mais l'idée de commettre une quelconque violence ne m'était jamais venue à l'esprit. Paolo était en train de me proposer de passer de la parole à l'acte. Je refusai.

Je refusai tout net : je ne me voyais pas en train de lancer des pierres sur qui ou quoi que ce soit, j'avais peur et je le lui dis. Paolo eut alors un étrange rictus : « Tu ne feras jamais de révolution et tu finiras par devenir un bon bourgeois comme ton père, comme tant d'autres. »

Je jure qu'aujourd'hui encore, à trente années de distance, quand j'y repense, ces mots m'indisposent presque autant qu'à cette époque-là, peut-être parce qu'effectivement je suis devenu un bourgeois, j'ai une famille, des enfants, je travaille pour eux et pour moi ; et il est vrai que je n'ai jamais fait aucune révolution. Mais sans doute n'est-ce pas le sens que nous donnions alors aux mots bourgeois et révolution. La phrase de Paolo était une prophétie facile, dira-t-on, mais moi je ne le pense pas, car à seize ans il n'est en rien facile d'imaginer ce qu'on deviendra à quarante.

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Favola e realtà degli Urali 4. Anellini d'oro PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Evgenij Permjak   
Martedì 17 Febbraio 2015 09:46

Traduzione dal russo di Tatiana Bogdanova Rossetti

 

C'era una volta una vedova bianca di nome Màrja. Suo marito era sempre lontano da casa, faceva il falegname su commissione nelle città, e lei, nel frattempo, si occupava di parecchie faccende al suo villaggio. Niente le cadeva dalle mani. Né la mungitura delle vacche, né l'allevamento dei vitellini, né la coltivazione del grano, né segare la legna, in tutto non era soltanto una lavoratrice, ma fiamma. Non bruciava solo per se stessa, ma riusciva ad incendiare, con la sua scintilla alacre, tutta la gente che le stava attorno. All'improvviso, però, arrivò il tempo in cui cominciò a spegnersi. Ad avvilirsi. Ad avvizzirsi. Ad essiccarsi. Ad ingobbirsi. Ogni attività smise improvvisamente d’attirarla. Ogni passatempo smise di rallegrarla. L'unico suo interesse divenne andare spesso al cimitero per visitare la tomba della sua defunta madre.

«Ho fatto il mio tempo» – cominciò a dire. «Sono arrivati alla fine i miei bei giorni di luce. Sta arrivando per me il buio eterno. Mi è rimasta da maritare la mia figliola più piccola e con ciò sarà tutto finito.»

La gente del vicinato provò a dissuaderla in tutti modi. Cercò di darle ogni sorta di buoni consigli. Le indicava una strada d'uscita dalla depressione. Lei invece: «La vita non può iniziare daccapo. Neppure un minuto potrebbe essere rivissuto un'altra volta, per non parlare dei giorni d'oro che certamente non potranno mai più ritornare.»

Diceva così e si metteva a rievocare gli anni vissuti, uno più bello e più focoso dell'altro.

Molti uomini per amor suo si struggevano, chiedendola in sposa. La supplicarono, piangendo, in ginocchio, gelarono per delle ore davanti alle sue finestre nei freddi invernali, soltanto per scorgerla un attimo. Lei, invece, abbracciò con le sue sottili braccia un falegname dalla chioma rossa e con un leggero strabismo di venere nell'occhio sinistro, lo chiamò suo promesso e a lui diede, davanti a tutta la gente, il suo primo bacio.

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Misteri prodigi e fantasie in Terra di Puglia 2. Ufficio Smarrimenti & Ritrovamenti PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Antonio Mele/Melanton   
Giovedì 12 Febbraio 2015 08:08

Una ‘drammatica’ cronaca barese d’altri tempi


[Tratto dal libro di recente pubblicazione Misteri prodigi e fantasie in Terra di Puglia, Capone Editore]

 

 

All’Ufficio “Smarrimenti & Ritrovamenti” di Bari, non lontano dal nuovo Teatro Margherita e dal Lungomare, c’era molta folla, quella mattina del primo agosto dell’anno di grazia 1929, e i due Impiegati facevano gran fatica a esaudire le numerose e pressanti richieste del pubblico.

 

Uno Strano Signore, completamente decapitato, agitava freneticamente verso lo sportello una fotografia che riproduceva un volto a grandezza naturale, e di tanto in tanto l’avvicinava a sé, ponendosela sul collo.

Il Maggiordomo che l’accompagnava cercava di spiegare all’Impiegato dietro lo sportello: - Vedete? il signor Conte ha perso la testa per una Ballerina… Osservate bene la fotografia e controllate cortesemente se la testa del signor Conte è stata ritrovata!

Alle loro spalle, tra sbuffi e spintoni, un Uomo col cappello sulle ventitré farfugliava rumorosamente che l’avevano mandato lì perché aveva perso la memoria, mentre un Celebre Oratore seguitava ad urlare: - Insomma, sono due settimane che vengo qua, e domani ho la conferenza… Allora, l’avete trovato il filo del mio discorso?”.

 

La confusione cresceva, finché sul posto non intervenne un burbanzoso Gendarme, con tanto di mustacchi scuri e di sciabolone alla cintola, che con voce poderosa ordinò: - Silenzio, o faccio sgombrare! Poi, con tono sarcastico, aggiunse: - Ci mancherebbe che, oltre al resto, perdiate pure la calma!

La folla zittì, e sotto lo sguardo severo del Gendarme ripresero le richieste.

 

- Io, disse una Signora Corpulenta, vengo dalla Stazione ferroviaria… Ho appena perso il treno per Foggia… Che, per caso, l’avete ritrovato?

L’Impiegato allo sportello chiese al Collega di controllare in magazzino, ma dopo qualche minuto il Collega ritornò a mani vuote, spiegando che di là c’era soltanto un treno locale per Ruvo di Puglia, e una vecchia littorina in disuso, sicché la Signora Corpulenta se ne andò via, sbuffando come una locomotiva.

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Misteri prodigi e fantasie in Terra di Puglia 1. Nel mondo dei Folletti invisibili e dispettosi. PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Antonio Mele/Melanton   
Domenica 08 Febbraio 2015 09:31

[Tratto dal libro di recente pubblicazione Misteri prodigi e fantasie in Terra di Puglia, Capone Editore)

 

In principio furono i numi tutelari della casa, dei campi, delle sorgenti e dei fiumi: i Lari, i Sileni, i Satiri.

Secondo Esiodo erano fratelli delle Ninfe dei monti, e aiutavano i contadini e i pastori nel loro lavoro, coltivando la terra, e prendendosi cura del bestiame. Poi cominciarono a diventare pigri, gaudenti e dispettosi. Spesso ballavano al suono dei loro flauti, e di notte si celavano tra le foglie degli alberi, o dentro anfratti e caverne, o in piccole grotte scavate a fior di terra.

Dalla Grecia, dov’erano nati e vissuti ai tempi del mito, si sparsero rapidamente nell’Italia meridionale, poi in Etruria, quindi nelle zone alpine, e infine in tutta Europa, assumendo nomi diversi: Elfi, Gnomi, Folletti, Fauni, Spiritelli, Augurielli...

 

Di piccola statura, non più alti di un palmo o due, con le orecchie a punta, i piedi di capro e una piccola coda, indossano quasi sempre un magico cappelletto a punta (che è il centro del loro potere magico, in grado di renderli invisibili), solitamente di color rosso vivace, più raro verde o bruno, del quale sono gelosissimi. Chiunque riuscisse a impossessarsene, otterrebbe preziosissimi doni per la sua restituzione.

Alcuni – imparentati con i Sandmann o i Koboldi tedeschi e i Nissen della Norvegia – indossano anche piccoli sonagli che fanno tintinnare quando c’è la luna piena. Sono molto gentili e servizievoli. E spesso, quando i bambini hanno finito di dire le preghiere della sera e si addormentano, soffiano una polverina magica sui loro occhi, per favorire sogni lieti e sereni.

 

Chi, da bambino (ma credo anche in età adulta), non è rimasto letteralmente estasiato dai tanti racconti e dicerie – quasi sempre bisbigliati sottovoce – che avevano come prim’attori questi mitici e inafferrabili Sciacuddhi?

Personaggio fantastico delle leggende pugliesi di ieri e di oggi, indefinibile tanto nella sua sfuggente iconografia di satirello o elfo, quanto nel nome (Sciacuddhi a Galatina e nella Grecìa Salentina, Monaceddhu a Gallipoli e dintorni, Laùru e Laurieddhu nelle zone del Gargano e Capitanata come a Lecce e nel Capo di Leuca, ma altrove noto anche come Diaulicchiu, Carcagnulu, Scarcagnulu, Scazzamurrieddhu, Uru, e simili), questo sapido spiritello tutto pepe, animato da un carattere burlone e dispettoso, è stato per i nostri antenati, e lo è ancora per noi, l’assoluto protagonista di altrimenti inspiegabili beffe, birbonate, furtarelli e tiri mancini, giocati allegramente alle nostre spalle.

In alcune zone dell’alta Murgia e nella Grecìa salentina, quando si va ad abitare in una casa nuova, permane l’usanza di preparare un banchetto notturno per ingraziarsi il folletto del luogo, e se la mattina del giorno dopo le vivande risultano consumate (oppure no), è segno preciso del gradimento (benigno oppure no) della presenza in quella casa dei nuovi abitanti.

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Tutto può succedere… 10. Come siamo diventati brutti! PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Sabato 07 Febbraio 2015 08:14

["Il Galatino" anno XLVIII n. 2 del 30 gennaio 2015, p. 5]

 

“Io pure, una volta, ero bello,

ma mi sono imbruttito a forza di presunzione…”.

Saul Bellow, Herzog.

 

Voglio raccontarvi quello che mi ha detto un amico qualche giorno fa. Ero appena entrato in un bar per prendere un caffè, ed ecco che l’amico entra dietro di me, guadandosi intorno. Io lo saluto e lo invito a bere il caffè; egli accetta e, mentre il barman lo prepara, comincia il racconto di quanto gli era accaduto la sera prima.

-         Certe cose non si dovrebbero mai fare…

-         Che cosa? – gli chiedo.

-         Erano trent’anni – mi risponde – trent’anni che non incontravo i miei compagni di liceo. Ti consiglio di non fare mai questo errore.

-         E’ un errore incontrare i compagni di scuola dopo trent’anni? Io la considero una bella rimpatriata.

-         Sì, ma ti è mai capitato di fare mai questa “bella rimpatriata”?

-         No, almeno non ancora… ma…

-         E allora senti che cosa mi è successo. Qualche giorno fa mi telefona un mio compagno di scuola e mi dice: “Ci vediamo tutti in pizzeria”. E così è stato. Immagina una ventina di uomini e donne di una certa età, seduti intorno a un tavolo, che si guardano con qualche imbarazzo. Poi ci siamo sciolti e abbiamo cominciato a rievocare i vecchi tempi.

-         E questo non ti sta bene?

-         A dire il vero i rigurgiti di nostalgia non mi sono mai piaciuti. Ma non è questo... Il fatto è che i miei compagni di liceo erano diventati tutti molto brutti. Il mio ex-compagno di banco, che neanche a farlo apposta s’era messo a sedere propria di fianco a me, me lo ricordavo come un capellone. Ebbene, ieri sera non si voleva togliere il cappello neppure a tavola e così qualcuno gliel’ha tolto di soppiatto scoprendogli una zucca pelata; una compagna che una volta aveva due seni gonfi da non farti dormire la notte, era diventata piatta come una lavagna: seno sparito, prosciugato, succhiato dai figli; un altro per poco non lo riconoscevo: da mingherlino era diventato grasso come un maiale e aveva una faccia che sembrava dover scoppiare da un momento all’altro; una signora aveva più rughe lei, dalla fronte al collo, d’uno Shar Pei: colpa della dieta, diceva, ma si capiva che era invidiosa delle sue ex-compagne, che sembravano uscite allora allora dalla sala operatoria di qualche chirurgo estetico: avevano due labbroni come due canotti e neanche una ruga sulle guance siliconate; e poi c’era uno che si diceva tra noi avesse fatto un sacco di soldi con non so che commercio e aveva due occhi che sembravano uscire fuori dalle orbite: malato di tiroide; un altro ancora aveva la faccia piena di bozzoli, di nei, sì, insomma, cheratosi o angiomi o fibromi, come delle escrescenze tumorali: che facevo, dopo tanti anni, non lo baciavo? Ma ti dico che mi ha fatto un po’ di ribrezzo. No, no, se l’avessi saputo, non ci sarei andato all’appuntamento. Un conto è incontrare un vecchio compagno di scuola per caso, per strada o al bar, un altro conto è incontrarne venti tutti insieme in una sera, tutti così brutti.

-         Forse sono solo invecchiati.

-         Certo, sono invecchiati e sono diventati brutti. Pensa che c’era uno che non faceva altro che raccontare barzellette, proprio come al tempo del liceo. Ma si vedeva che interpretava una parte, giusto per dire che nulla era cambiato. Ed invece no: era tutto cambiato. Ero cambiato pure io, perché davanti a tutta quella bruttezza, ho capito che non potevo costituire un’eccezione, e dunque anch’io ero diventato brutto.

-         Ma no, non essere così pessimista, anche tu sei invecchiato, come i tuoi compagni – andavo ripetendo,  mentre sorseggiavo l’ultimo cucchiaino di caffè.

-         Sì, è così, sono invecchiato e sono diventato brutto. Ma tu non ci andare, se ti invitano i tuoi ex-compagni di scuola, non ci andare. E’ una trappola per farti scoprire quanto siamo diventati brutti – e così dicendo improvvisamente mi coinvolgeva nel discorso. Ed in effetti, mentre posavo sul banco la tazzina ormai vuota, riflettevo che io e il mio amico avevano all’incirca la stessa età, anzi io forse ero un anno o due più anziano di lui.

-         D’accordo – gli dico, farò tesoro di quanto mi hai raccontato. – Tiro fuori il portafoglio per pagare, alzo lo sguardo in cerca del barman, ed ecco che vedo la mia immagine riflessa nello specchio di fronte, dietro il banco.

Ho pagato e poi, uscendo a braccetto col mio amico, ho detto: “Comunque, è vero: come siamo diventati brutti!”.

 

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Quaderno di traduzione 39. Vie nouvelle PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Lunedì 02 Febbraio 2015 16:37

Traduzione di Annie e Walter Gamet


Depuis ces temps lointains il s'est passé tant de choses que seules quelques-unes d'entre elles me reviennent en mémoire, sans doute les plus importantes ; j'en veux laisser une trace dans ce présent petit livre pour qu'elles donnent lieu à un nouveau départ et qu'on n'en reparle plus jamais, car je pense ainsi commencer une vie nouvelle.

J'étais très jeune à cette époque, j'avais à peine plus de quinze ans. ELLE avait deux ans de plus que moi. Son nom importe peu dans cette histoire. Je ne me rappelle pas quand je La vis pour la première fois, ni comment ELLE était vêtue, ni ce que nous nous dîmes, rien. Je me rappelle seulement avoir ressenti au fond de moi une émotion qui ne s'atténua pas, même quand je me retirai dans ma chambre. J'ignorais ce qu'était cette émotion, mais ce que je savais, c'est que tout le monde l'appelait amour ; ainsi l'appelai-je moi-aussi.

Pour La voir, je sortais très souvent de la maison de façon à La croiser comme par hasard, ce qui m'arrivait parfois, sans plus de résultat. ELLE était toujours accompagnée d'une amie ou d'un garçon qui L'emmenait sur sa vespa, si bien que je devais me contenter d'un bref salut, d'un regard, d'un geste amical.

Je L'avais vue de nombreuses années auparavant ; était-ce au cinéma, lors d'une fête enfantine, dans la rue ? Je ne sais plus. Nous habitions tous deux dans la même ville, il se peut donc que je L'aie vue dans une de ces circonstances. À cette époque-là aussi, j'avais éprouvé la même émotion que cette deuxième fois, une sorte de stupeur suscitée par un corps inconnu, différent du mien, pour cette raison mystérieux et attirant ; une stupeur telle qu'elle m'amena à écrire mes premiers poèmes, je les fis lire à mon meilleur ami qui m'encouragea à poursuivre. À présent je sais que son conseil ne valait guère plus que celui d'un sot.

Dans ma chambre, mon corps se déplaçait le plus souvent comme une machine privée de toute conscience de soi. Ce fut pourtant là, je crois, que je commençai à me connaître. Je confrontais ma vie avec les situations romanesques que je lisais dans de nombreux livres où je trouvais le point de départ pour tracer les premières lignes d'un discours sur moi-même, dont je ne sais dans quelle mesure il correspondait à la réalité. Là, j'écrivais des poèmes, sans doute très puérils et j'ai bien fait, il y a quelques années, de les jeter avec tous ceux que j'écrivis par la suite. Dommage qu'il ne m'en soit resté aucun ! Sinon, j'en donnerais ici quelques exemples, juste pour que le lecteur se fasse une idée de ma stupidité. Mais à cette époque, il me semblait ne rien pouvoir écrire d'autre. En attendant, je maigrissais à vue d'œil, je négligeais ma personne et ma tenue vestimentaire. « Mais qu'as-tu ? » demandaient les amis que je rencontrais. Je n'allais quand même pas répondre que j'étais amoureux ! Je gardais le silence et dans mes sorties je m'efforçais de me montrer le moins possible, je feignais l'indifférence, ainsi personne ne me posait de questions.

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Favola e realtà degli Urali 3. La Dea Fortuna di Dalmàt PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Evgenij Permjak   
Sabato 24 Gennaio 2015 09:30

Traduzione dal russo di Tatiana Bogdanova Rossetti

 

I lavori di artigianato delle terre di Vjatka godono da sempre di una gloriosa fama.

Sin dai tempi antichi i bravi maestri-artigiani dei piccoli villaggi di questa sperduta provincia russa hanno creato e prodotto ogni sorta di oggetti stupendi. Dai cucchiai alle fisarmoniche. Dalle belle, tornite matrjoške colorate ai cavallini-giocattolo con le lunghe criniere dorate. Ingegnosi scrigni, astucci, scatole, bauli e bauletti, oggetti vari intagliati di legno, mobili e mobiletti, suppellettili di ogni fattura e genere erano assai apprezzati dalla gente ed andavano a ruba. Dal mercato non ritornavano mai indietro invenduti. Il più delle volte venivano commercializzati addirittura nel luogo di produzione, a casa degli artigiani. Dagli incettatori. Esisteva un tempo un tale ceto di strozzinaggio di mercanti-incettatori che si accaparravano delle merci a priori. Incettavano, pagando le merci più richieste con un acconto, con ciò ricavando per se stessi dei lauti introiti. Per meno della metà del loro prezzo questi mercanti-incettatori riuscivano a portar via i prodotti, catturando dei poverissimi artigiani nella trama delle loro reti.

Come sarebbe potuto accadere diversamente, se mettevano in mano il denaro contante e per giunta presentavano in tavola una vecchia bagarina – vodka, in un grosso bottiglione da tre litri? Quell’imbrogliona riusciva in un battibaleno ad offuscar la mente degli affamati artigiani e cavarne fuori una ricevuta debitoria di fornitura a lunga durata.

Però, vi dico, non erano tutti così arrendevoli. Alcuni non consegnavano le loro mani lavoratrici a questa frode palese. Proprio di uno di questi sto per iniziare la narrazione-riassunto, presa da una trama arabescata di mia nonna, che lei, da gran maestra della parola che era, seppe raccontare con ogni minimo particolare: dal più piccolo nodino al più minuscolo riccioluto svolazzo del suo colorito linguaggio, per la brava gente – per sempre – scolpiva profondamente nella memoria le storie vere del remoto passato.

A quei tempi ero soltanto un ragazzino moccioso, facevo l'aiuto pastore, ma ancor adesso, ai miei ottanta superati da tempo, non ho perso tutte le parole di mia nonna. Se gradite sentirle, prego, favorite, sarete davvero i benvenuti.

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Favola e realtà degli Urali 2. Padroni del monte di ferro PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Evgenij Permjak   
Giovedì 08 Gennaio 2015 21:08

Traduzione dal russo di Tatiana Bogdanova Rossetti


C'era e viveva una volta, in un borgo di Mosca, Mukùla-slittaio. Era un mastro di mestiere assai strano per i paesi caldi, ma laddove l'inverno pieno di neve dura sei–sette mesi all'anno, non lo era, in quanto in quei mesi, in quei freddi paesi, una slitta sostituiva, in tutto e per tutto, una carrozza. Mikùla-slittaio era un vero maestro nel curvare dal legno le slitte. Le curvava con tanta maestria da far rimanere a bocca aperta di meraviglia persino il Grande Zar di tutte le Russie. Lo zar di allora – Pietro Primo – era assai capace di apprezzare le ottime mani lavoratrici, perché anche lui non se ne stava seduto con le braccia conserte a scaldare il trono, ma forgiava e lavorava con la scure. Cuciva e limava. Comprendeva, insomma, che dallo stesso legno si poteva a gran fatica, da mani poco esperte, ricavare al massimo lente slitte poco attraenti per il trasporto della legna, ma si potevano pure creare delle veloci e magnifiche slitte-cigni. Erano proprio dei cigni, per come erano belle, leggere e veloci, le slitte che curvava il mastro-slittaio Mikùla. Perciò lo accolse amorevolmente nel suo cuore lo Zar-falegname, lo Zar-fabbro e lo fece diventare il suo slittaio personale e di tutta la corte.

Mikùla aveva una figlia di nome Aksinja. Era una fanciulla talmente graziosa – un tal cigno di rara bellezza e curve, da far girare e far perdere la testa a un fedele amico e inseparabile ombra dello zar, Saška Menšikov, che per amor di Aksinja perse se stesso. Smagrì in volto. Cominciò a farsi vedere assai spesso al borgo, tanto da far capire a tutti, quali fossero le belle slitte che avrebbe voluto procurarsi da Mikùla.

Mikùla non era affatto contrario. Non sarebbe stato niente male imparentarsi con un compagno inseparabile delle gozzoviglie dello Zar! La figlia, però, la pensava a modo suo. Non voleva un grande “turbine”. Cercava una felicità tranquilla. Non era disposta a credere nell'amore passeggero di Saška birbone.

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Favola e realtà degli Urali 1. Il colubro d’oro PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Evgenij Permjak   
Mercoledì 31 Dicembre 2014 08:36

Traduzione dal russo di Tatiana Bogdanova Rossetti

 

Questa favola, dall'allegria faceta, contiene in sé sciocchezze a bizzeffe. In tempi oramai dimenticati e brutti, questa fantastica frottola fu creata dalla lingua oziosa di qualcuno e fu mandata a spasso per il mondo. Ebbe una vita così così. Minima. Vagò tra la gente, abitò dove capitava, in uno spazio ristretto, ma, bene o male, visse sino ai giorni nostri e finì del tutto per caso nel mio orecchio.

Peccato smarrire una favola! A qualcuno, forse, potrebbe anche servire a qualcosa. Se si ambienta, attecchisca – campi pure! Se no – la faccenda non mi tocca di certo; io, a quanto l'ho comprata, a tanto la vendo.

Sentite.

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FAVOLE di EVGENIJ PERMJAK 41. A cosa servono le mani PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Evgenij Permjak   
Giovedì 25 Dicembre 2014 09:58

Traduzione dal russo di Tatiana Bogdanova Rossetti

 

Petja e il nonno erano grandi amici. Parlavano di tutto.

Una volta il nonno domandò al nipote: «Dimmi Petja, a cosa servono le mani?»

«Per giocare a palla» – rispose Petja.

«E a cosa ancora?» – chiese il nonno.

«Per tenere un cucchiaio.»

«E ancora?»

«Per carezzare un gatto.»

«E ancora?»

«Per scagliare le pietre nel fiume...»

Per tutta la sera Petja rispose al nonno. Rispondeva esattamente. Solo che aveva giudicato tutte le altre mani, secondo le proprie mani, non aveva tenuto in conto quelle della mamma, del padre, quelle mani operose, mani lavoratrici su cui si reggono tutta la nostra vita e tutto il nostro mondo.


I rimasti PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Luigi Scorrano   
Mercoledì 24 Dicembre 2014 08:14

["Il Galatino" anno XLVII n. 21 del 19 dicembre 2014, p. 8]

 

Finito di percorrere un lungo corridoio, l’uomo si ferma davanti ad una porta aperta: un varco da un vuoto ad un altro vuoto. Quest’immagine gli attraversa la mente quando spinge lo sguardo nel vano intravisto di un grande freddo stanzone. L’ambiente è un vasto refettorio in grado di contenere gli ospiti del luogo sia nel tempo in cui vengono serviti loro i pasti quotidiani, sia in quello che li riunisce tutti insieme per una malinconica forma di intrattenimento. L’uomo che si affaccia per una rapida visita al loro mondo quotidiano da principio non scorge nessuno: i raggi del sole al tramonto di una giornata fredda e serena penetrando da una finestra gli hanno impedito di mettere bene a fuoco le immagini catturate da una veloce ricognizione.

Si accosta alla soglia, passa nel refettorio. Vi regna un gelido ordine che, con la semplice disposizione di mobili e poche altre suppellettili, sembra respingere qualsiasi visitatore. I banchi sono tutti al loro posto, pulitissimi; sui sedili sono distese coperture di lana per attenuare l’impatto dei corpi con il legno freddo. Una grande stufa di maiolica, chi sa da quanti anni installata, non basta a intiepidire l’aria. Uno degli ospiti (che ora l’uomo vede) vi si attacca alla ricerca di un poco di calore.  Infagottato nel suo povero abito si sforza di aderire il più possibile a quell’oggetto così mostruosamente ingombrante e così inutile. Non sembra che dal contatto con esso tragga qualche beneficio; si accontenta, chi sa! di ricreare con l’immaginazione un filo di calore negato dalla realtà. Forse vuole solo reggersi un poco in piedi e si tiene stretto alla stufa per evitare di cadere. In un banco alle sue spalle, un altro dei ‘ricoverati’ (così vengono indicati gli ospiti accolti in quella struttura) dormicchia difendendo la miseria del suo corpo patito in una lisa giacca da camera che in quel soggiorno conosce soprattutto i pungenti rigori degli inverni non i dolci risvegli delle primavere. Il berretto, coordinato alla giacca (un residuo di vanità da bei tempi!) è calato sulla faccia a escludere ogni possibilità di vedere quello che c’è intorno. Una ricerca di isolamento dentro il quale maturano pensieri oscuri. Dorme sotto la saracinesca chiusa del suo berretto, dorme rimemorando nel sonno giorni felici e scoppi d’allegria? Il visitatore non glielo chiederà: cercherà di capirlo.

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Dove Amalin guarda il Presepio di Michele Massari e incanta PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Maurizio Nocera   
Mercoledì 24 Dicembre 2014 08:07

["Il Galatino" anno XLVII n. 21 del 19 dicembre 2014, pp. 6-7]

 

Amalin non conosceva ancora Lecce, la città del Salento dove -si diceva- ci fossero bellissimi palazzi, balconi rossi di gerani, chiese antichissime, fortezze principesche, torri di bei-luoghi con ninfei per donne che -si favoleggiava- si rincorrevano alla ricerca dell’acqua più salubre. Di tutto ciò, Amalin aveva sentito solo parlare.

Un giorno accadde che sua madre, la vecchia Romanì, la portasse per davvero nel capo-luogo. L’occasione fu data per via di una sua brutta infezione alle ovaie, che da settimane le procurava dei forti dolori alla pancia. A Casarano, la sua città, i medici le avevano diagnosticato la causa di quei dolori, però, per assicurarsi che alla ragazza Rom fossero fatte tutte le cure del caso, preferirono indirizzarla ad uno specialista.

Si era sotto Natale, e nei paesi, perfino nei più sperduti villaggetti dell’antica Messapia, i bimbi cantavano Tu scendi dalle stelle,  sillabando le belle parole scritte molto tempo fa da Gaetano di Thiene (1480-1547). Dappertutto si paravano le strade di luminarie, di stele filanti, di bandierine colorate, di rami di pino o di abete, ma soprattutto nelle case la gente allestiva il presepio, che sempre appariva uno diverso dall’altro. In ogni famiglia ed in tutti c’era un grande raccoglimento ed un forte senso di unità familiare.

Nella casa di Amalin però non c’era tutto ciò, perché in essa c’era ancora tanta povertà. La famiglia Rom, anche durante il periodo natalizio, doveva industriarsi per far fronte alla vita di tutti i giorni. Ciononostante, ugualmente lì c’era un grande raccoglimento. Anche se mancava la neve. Amalin ne aveva sentito parlare spesso, qualche volta le era capitato pure di vedere fioccare un pulviscolo simile ad un qualcosa da paragonare alla neve, ma non le era accaduto ancora di affondare i suoi delicati piedini in questo elemento di sogno e di fate. Ricordava che solo al tempo della sua prima infanzia aveva visto fioccare la neve a Casarano, ma in fondo, allora, si trattò di una spolverata che imbiancò appena appena i tetti della case e tutt’intorno, nelle campagne, Amalin vide appena un misto di colori tra il rosso della terra bauxitica ed il bianco immacolato della neve.

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Tutto può succedere… 8. La lettura del giornale PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Lunedì 22 Dicembre 2014 07:54

["Il Galatino" anno XLVII n. 21 del 19 dicembre 2014, p. 8].

 

Ci fu un tempo in cui la lettura del giornale per alcuni, seri responsabili del destino del mondo, costituiva la preghiera laica del mattino; per altri, gli edonisti, un piacevole inizio di giornata, meglio se accompagnato anche da caffellatte e pasticcini ancora caldi. In un caso e nell’altro, il giornale assolveva alla funzione di recare notizie a chi ne era privo, suscitare emozioni in chi giaceva in uno stato di forte apatia - uno tsunami, un terremoto, un’alluvione, una guerra hanno sempre il loro effetto -, insomma mettere in comunicazione il mondo degli uomini.

Sin da quando ero bambino, il giornale era una presenza costante nella mia famiglia. Mio padre lo acquistava regolarmente, sempre dallo stesso giornalaio, quasi sempre lo stesso giornale. Alla lettura del giornale dedicava le ultime ore del giorno, ma esso era con lui in tutte le fasi della giornata, come un fedele compagno cui rivolgiamo la nostra attenzione appena le incombenze  della vita ce lo consentono: prima di pranzo, tra una lezione e l’altra, prima di cena, a letto, prima di dormire. Un giornale al giorno, in un anno, fa poco meno di trecentosessantacinque giornali, il che vuol dire che in poco tempo la casa ne sarebbe risultata ingombra. Allora, interveniva mia madre, la custode della casa, che provvedeva a smaltire i giornali in parte bruciandoli nella cucina economica a legna, in parte barattandoli col pescivendolo e col macellaio da cui si recava a fare la spesa, in cambio di un prezzo di favore per i suoi acquisti. I settimanali no, quelli rimanevano accatastati in un angolo dello studio per anni, impilati fin quasi al soffitto, salvo poi essere scaricati tutti insieme in diversi bidoni della spazzatura prima del prossimo trasloco. Insomma, se la mia famiglia non è rimasta sepolta dai giornali, lo deve a mia madre; la quale non esitava a deprecare lo sperpero di denaro profuso da mio padre nell’acquisto quotidiano del giornale, e poi i settimanali e le riviste mensili e bimestrali e trimestrali e gli annuari ecc., come se non bastassero i libri che si accumulavano nello studio e in altre stanze tanto che avrebbero potuto far crollare la casa… Mia madre si arrendeva, o fingeva di arrendersi, solo quando arrivava la giustificazione del marito, che cioè, come diceva Hegel, il giornale era la preghiera laica del mattino… Ma più che una resa, era un omaggio alla cultura di mio padre, e un modo per non scontentarlo. In realtà, se il telegiornale a sera ci dava tutte le notizie di questo mondo, che senso poteva avere leggere il giorno dopo le notizie relative al giorno prima? E i commenti, gli approfondimenti, le opinioni, le recensioni – rispondeva mio padre – come fare ad averli, se non dopo attenta lettura del giornale? E poi te lo immagini – aggiungeva – un professore di liceo che non legge neppure il giornale? Che professore sarebbe?

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FAVOLE di EVGENIJ PERMJAK 40. Un uomo affidabile PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Evgenij Permjak   
Martedì 16 Dicembre 2014 13:04

Traduzione dal russo di Tatiana Bogdanova Rossetti

 

Andrej Rudakov – il figlio di un ardito pilota-collaudatore sovietico, occupava il primo banco in una classe di prima elementare. Andrej era un bambino forte e coraggioso. Difendeva sempre gli altri bambini più deboli, perciò godeva della stima e dell'affetto di tutta la classe. Il secondo posto dello stesso banco, al fianco di Andrej, era occupato da una piccola, esile, gracile bambina di nome Assja. Il fatto che fosse piccola, gracile e debole si poteva anche perdonarglielo, ma che lei fosse una vera fifona, questo Andrej non riusciva proprio a sopportarlo. Bastava sgranare gli occhi per spaventare Assja. Temeva ogni cagnolino incontrato per strada, scappava nel vedere avvicinarsi delle oche. Tremava tutta, perfino vedendo le formiche.

Ad Andrej non faceva alcun piacere stare seduto nello stesso banco con una fifona simile e in tutti i modi aveva cercato di sbarazzarsi di Assja. Ma la maestra non volle mai accontentarlo.

Un giorno Andrej aveva portato in classe un barattolo di vetro con dentro un grande ragno. Vedendo questo mostro, Assja impallidì tutta e scappò via, sedendosi su un altro banco vuoto della classe.

E' qui che cominciò... Per due giorni Assja rimase seduta tutta sola e la maestra, Anna Sergeevna, si comportava come se non si fosse accorta di questo cambiamento, ma al terzo giorno pregò Andrej di trattenersi a scuola alla fine delle lezioni.

Andrej capì subito il motivo e, quando tutti gli altri bambini furono andati a casa, lui, sentendosi colpevole, disse tutto imbarazzato alla maestra: «Ho portato il ragno a scuola apposta. Volevo insegnare ad Assja a non avere paura. Invece lei si è spaventata di nuovo.»

«Ebbene, io ti credo» – disse Anna Sergeevna. «Ognuno aiuta a crescere i compagni come crede. Io, invece, ti ho fatto rimanere in classe per raccontarti una piccola storia.»

La maestra fece accomodare Andrej al suo solito banco e si sedette vicino, al posto di Assja.

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FAVOLE di EVGENIJ PERMJAK 39. Le impronte conosciute PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Evgenij Permjak   
Domenica 07 Dicembre 2014 09:43

Traduzione dal russo di Tatiana Bogdanova Rossetti

 

Il nonno di Nikita faceva il giardiniere in un kolchoz, così nell'Unione Sovietica venivano chiamati gli insediamenti delle cooperative agricole. Nel tempo libero al nonno piaceva andare a caccia. Era un bravo cacciatore. Conosceva tutti i segreti del bosco. Successe una volta che il nonno stava facendo vedere al nipote le varie impronte degli animali che si possono incontrare nel bosco. Nell'indicarle, diceva: «Finché vivi, impara, scova la radice di ogni cosa. Nessun sapere può nuocere ad un uomo.»

Nikita ascoltava e intanto dentro di sé pensava: «Tutti i vecchi sono uguali, adorano fare prediche ai ragazzi. A che mi serve conoscere le impronte degli animali, se voglio diventare un macchinista di treni?»

Nikita non pensava a nient'altro all'infuori dei treni. Cercava di conoscere ogni vite, ogni piccolo dettaglio su una locomotiva elettrica e di scoprirne la funzione. Andava spesso in una stazione, piuttosto lontana dal villaggio in cui abitava, per vedere i treni e spesso lo seguivano anche altri ragazzini.

Un giorno, agli inizi dell'inverno, tornando dalla stazione nel suo villaggio, i ragazzi decisero di non camminare lungo la strada battuta, come facevano sempre, ma di prendere una scorciatoia attraverso il bosco. Era molto più vicino e più divertente. Era bello correre sulla prima neve. Sopra la neve fresca c'era un'infinità di impronte. Di chi fossero le impronte i ragazzi non lo sapevano, ma le seguivano, correvano, non si sa mai, forse avrebbero potuto vedere una volpe o un capretto selvaggio. Non sarebbe stato niente male vedere anche una lepre. Correvano, seguivano le impronte, senza prestare attenzione dove andavano. Ad un certo punto si accorsero che si erano persi nel fitto del bosco. I ragazzi si spaventarono. Qualcuno si mise persino a piagnucolare.

«La colpa è tua Nikita, con i tuoi treni... Come facciamo adesso ad uscire dal bosco, se tutti i sentieri sono stati coperti dalla neve?»

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Globish spoken en Italie PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Annie e Walter Gamet   
Martedì 02 Dicembre 2014 13:58

« Au printemps prochain, nous irons en Italie ! »

Nous étions au XXe siècle, à la fin des années cinquante, en un temps où l'ouverture sur le monde extérieur se faisait essentiellement par l'école et la lecture. J'avais douze ans et d'emblée la perspective du voyage en Italie – mon premier voyage à l'étranger – avec la possibilité de confronter ma toute jeune expérience livresque à la réalité m'avait enthousiasmée. Nous allions traverser la France en diagonale, passer sous les Alpes à Modane en mettant la voiture sur le train, avait expliqué mon père, et à la sortie du tunnel nous serions en Italie ; autant dire que ce passage de frontière représentait pour moi l'indispensable épreuve des ténèbres sous le poids de la montagne, avant de pouvoir en quelque sorte renaître libre à la lumière et découvrir de nouveaux horizons. Florence... Ainsi, j'allais voir pour de vrai la prouesse architecturale de Brunelleschi, la porte du Paradis à laquelle – difficile à imaginer, mais mon professeur d'histoire le disait – Ghiberti avait consacré vingt-sept années de sa vie et la peinture si novatrice du Quattrocento sur laquelle il ne tarissait pas d'éloges non plus, affirmant que sans ces illustres précurseurs rien, non rien, ne se serait passé en France dans le domaine artistique.

J'ai donc regardé tout cela avec avidité, les monuments célèbres, les rues des villes, les gens qui les habitaient et leurs manières de vivre, mais surtout, j'ai écouté avec surprise et quel ravissement la langue italienne que j'entendais pour la première fois. La clarté des sonorités, la douceur des intonations, l'expressivité de la ligne mélodique furent un émerveillement constant tout au long du voyage. La découverte  de ses particularités et en même temps de sa proximité avec le français me fit vite comprendre l'intérêt de mes toutes récentes études latines et je ne craignis pas de faire, avec plus ou moins de pertinence, de l'étymologie appliquée ! D'ailleurs, dans la famille, ce fut à qui comprendrait le premier le menu proposé à la trattoria, le prix demandé et les indications données par nos hôtes ! C'était un enchantement de découvrir qu'en nous portant mutuellement attention, entre Cis- et Transalpins nous parvenions à nous comprendre. Il y eut bien quelques doutes et quiproquos, comme l'invitation à choisir le pain più morbido ou à salire la ruelle pour rejoindre notre hôtel, mais cela aussi fit partie des bons souvenirs familiaux.

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Tutto può succedere… 6. Il lettore alienato PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Lunedì 01 Dicembre 2014 07:47

["Il Galatino" anno XLVII n. 19 del 28 novembre 2014, p. 5.]

 

Chi sarà mai il lettore alienato, forse una nuova figura della moderna ricezione letteraria? Certamente no, questo tipo di lettore non ha così grandi ambizioni! Egli è l’uomo qualunque, mediamente acculturato, con capacità di spesa variabile, dunque una figura interclassista, che qualche volta si reca in libreria con l’intenzione di comprare un libro. Gli succede due o tre volte l’anno e, per l’occasione, attratto da qualche successo editoriale travolgente che lo ha raggiunto per gli infiniti canali della pubblicità, sceglie un megastore, non certo una piccola libreria, dove sa che troverà ben poco. In realtà, troverebbe anche lì il libro che ha tanto successo, ma, vuoi mettere? Un conto è prelevarlo tra i centomila libri di una grande libreria, un altro riceverlo dalle mani di un piccolo libraio all’apparenza tanto sfigato, che presto chiuderà il suo esercizio per mancanza di clienti!

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Tutto può succedere… 5. Il semaforo delle infrazioni PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Domenica 16 Novembre 2014 07:33

["Il Galatino" anno XLVII n. 18 del 14 novembre 2014]

 

Due minuti dopo il suono della campanella che segnala la fine delle lezioni, alle 13.17, ogni giorno, nei pressi della mia scuola, succede qualcosa di straordinario. Gli studenti e i professori si sono già preparati allo scatto. Il tempo per gli uni di riporre l’ultimo libro nello zaino, per gli altri quello di chiudere a chiave il cassetto in sala professori, e poi via, tutti fuori, all’aria aperta.

Fuori, nel piazzale della scuola, già da qualche minuto alcuni genitori, col motore acceso, sono pronti ad accogliere nelle auto la prole studiosa, e ripartire subito, prima che il traffico aumenti; altri, più accorti, hanno parcheggiato l’auto cento metri più avanti, assicurandosi una veloce via di fuga. All’uscita di scuola, difatti, tutto il piazzale appare bloccato, almeno per qualche minuto, mentre il vigile di turno si dà da fare, con alterna fortuna, per ripristinare la circolazione. La maggior parte degli studenti s’incammina a passo spedito in una lunga e scomposta fila indiana, alcuni sul marciapiede, altri ai margini della strada, lasciando tutt’intorno una densa scia di fumo da tabacco (ma è solo tabacco?) che si mescola con il biossido di carbonio delle auto e rende l’aria irrespirabile. La lunga fila si dirige verso la fermata degli autobus e verso il centro cittadino non molto distante. Dopo aver percorso cento metri, i primi della fila, i più veloci,  sono giunti nei pressi del semaforo che disciplina il passaggio delle auto e dei pedoni del quadrivio.

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Quaderno di traduzione 34. Miracle à Leuca PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Giovedì 13 Novembre 2014 08:55

Traduzione di Annie e Walter Gamet

 

Le jour de son arrivée à Leuca, immédiatement après avoir aidé les membres de sa famille à décharger les bagages de l'auto, Luca s'était mis à la recherche de roseaux. Ayant l'intention d'apprendre à pêcher durant les vacances d'août, il voulait se procurer une canne et s'était muni d'un couteau très effilé. Il s'était adressé à la première personne qu'il avait rencontrée, un vieux pêcheur en train de réparer des filets sous la tonnelle d'un petit jardin contigu à celui de la maison où logeait sa famille. Celui-ci, à la question de Luca, avait souri affable et, interrompant son travail, il lui avait indiqué une roselière au bout de l'agglomération, dans le grand chenal creusé par la mer lors des tempêtes hivernales. Même si les courants marins amenaient des eaux saumâtres, les roseaux y poussaient plus luxuriants qu'ailleurs et c'est là que Luca s'était rendu sans perdre de temps, après avoir remercié le pêcheur.

Il avait choisi le roseau le plus grand et l'avait coupé à la racine. Mais en se penchant, il avait cru voir, que dis-je, il avait vu, au cœur de la roselière, la silhouette d'un homme allongé, la face renversée, couvert de boue des pieds à la tête, barbe comprise. De l'endroit où il se trouvait, Luca distinguait mal le visage, selon lui, d'un naufragé échoué en ce lieu comme par miracle après une tempête. Un frisson de terreur lui passa dans le dos à la vue de l'homme immobile dont la raideur lui fit penser qu'il était probablement mort. Mais il eut vite fait de se ressaisir et de comprendre qu'il lui fallait donner l'alerte. C'est ainsi que, tenant d'une main le roseau qu'il venait de couper et de l'autre le couteau, il se dirigea en courant vers le centre de la localité. Pour faire court, haletant et bouleversé, il alla trouver un agent de police municipal et tout excité déclara ce qu'il avait vu ; quand, quelques minutes après, tous deux se rendirent sur les lieux, ils ne trouvèrent aucune trace d'homme, mort ou vif, selon les termes de l'agent de police, lequel menaça Luca de l'envoyer en prison, lui promettant de tout dire à son père, car il n'aimait pas qu'on se moque de lui. Le garçon avait protesté de sa bonne foi, mais que pouvait-il faire, sinon se rendre à l'évidence du fait ? Et pourtant, il était intimement convaincu d'avoir raison, il ne pouvait s'être trompé, d'autant qu'une bévue de ce genre, s'il s'agissait bien d'une bévue, il n'en avait jusqu'ici jamais commis. Il pensa en parler à son père, mais ne le fit pourtant pas, préparant plutôt une stratégie de défense pour le cas où l'agent de police le dénoncerait à son paternel, comme il le lui avait promis. Il en parla, en revanche, au vieillard dont il venait de faire la connaissance et qu'à son retour chez lui, il trouva assis, les jambes croisées, à l'endroit où il l'avait quitté une heure auparavant en train de remailler des filets.

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FAVOLE di EVGENIJ PERMJAK 38. La cosa peggiore PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Evgenij Permjak   
Lunedì 10 Novembre 2014 21:44

Traduzione di Tatiana Bogdanova Rossetti

 

Volodja cresceva robusto e forte. Era un ragazzino temuto da tutti. Come si poteva non avere paura di uno come lui? Picchiava i compagni maschi. Alle bambine sparava con la fionda. Faceva le boccacce agli adulti. Al suo cane schiacciava la coda. Al gatto strappava i baffi. Tormentava il porcospino, cacciandolo con una scopa sotto l'armadio. Perfino alla sua vecchia nonna diceva un sacco di insolenze.

Non aveva paura, Volodja, di niente e di nessuno. Non c'era nulla che lo potesse intimorire. Tutto ciò lo inorgogliva, ma non durò a lungo.

Arrivò un giorno in cui i suoi compagni maschi non lo vollero insieme per giocare. Lo abbandonarono, e basta. Lui andò di corsa dalle bambine, ma anche loro, persino quelle più docili e più buone, gli voltarono le spalle.

Chiamò Volodja il suo cane e quello non lo volle nemmeno sentire, scappò via da lui per strada. Cercò allora di giocare un po' con il gatto, ma il gatto saltò sull'armadio e con i suoi occhi verdi guardò il ragazzino in malo modo. Arrabbiato.

Decise Volodja di richiamare da sotto l'armadio il porcospino. Sì, domani! Il porcospino era andato da tempo ad abitare in un'altra casa.

Volle avvicinarsi, Volodja, alla nonna. Ma la nonna, offesa, non degnò neppure di uno sguardo suo nipote. Stava seduta, povera vecchietta, nell'angolino della stanza a fare la calza e si asciugava le lacrime.

Era successa la cosa peggiore di tutte le cose peggiori che possono succedere sulla terra: Volodja era rimasto solo.

Solo soletto.


FAVOLE di EVGENIJ PERMJAK 37. Come Miša voleva superare la mamma in astuzia PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Evgenij Permjak   
Giovedì 30 Ottobre 2014 09:25

Traduzione di Tatiana Bogdanova Rossetti

 

La mamma di Miša ritornò a casa dal lavoro e in segno di perplessità, alzando di scatto le mani e battendole leggermente, disse: «Ma come hai fatto, Mišen'ka, a staccare la ruota della bicicletta e romperla?»

«Non sono stato io, mamma, si è rotta da sola.»

«E perché hai la camicia strappata?»

«La camicia, mammina, si è strappata da sola.»

«Ma dove è finita la tua seconda scarpa? Dove l'hai persa?»

«Si è persa da sola, mamma, non si sa dove.»

Allora la mamma di Miša disse: «Ma guarda, come sono cattivi! A tutti questi monellacci si deve dare una bella lezione!»

«E come?» – domandò Miša.

«E' semplice» – rispose la mamma. «Se hanno imparato a rompersi da soli, strapparsi da soli e perdersi da soli, diamo loro del tempo per imparare ad aggiustarsi da soli, a ricucirsi da soli e da soli a ritrovarsi. Invece io e te, Miša, resteremo intanto a casa ad attendere, affinché lo facciano da soli .»

Miša si sedette davanti alla bicicletta rotta, con la camicia strappata, senza una scarpa e s'impensierì fortemente. Questo ragazzino, si vede, aveva davvero molto di che pensare.


Quaderno di traduzione 33. L'homme du gouffre PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Domenica 26 Ottobre 2014 20:55

Traduzione di Annie e Walter Gamet

 

Voici l'histoire que j'ai l'intention d'adresser à tous les journaux. Elle s'est déroulée au cours de l'été qui vient de s'achever, à la campagne dans le jardin de mon beau-père. Vu son âge et sa peine à remonter le seau du puits, je lui épargnais cette tâche tandis que lui vaquait à d'autres occupations. C'est donc en remontant un seau que, bizarrement, dans le cercle d'eau tremblotante, je crus voir quelque chose, une toute petite bouteille, de celles qu'on collectionne et qui contiennent au plus vingt centilitres de liqueur, bien bouchée et cachetée. Je m'en saisis, la porte à hauteur des yeux et me sens soudain plongé dans une histoire à la Salgari ou à la Jules Verne : le flacon renfermait un petit rouleau de papier, composé de six feuillets de bloc-notes couverts d'une écriture incertaine à l'encre noire, qui n'attendaient que d'être lus. Ce que je fis aussitôt et voilà ce qui était écrit :

 

Si quelqu'un lit ces mots un jour, je le prie d'en informer ceux qui me connaissent pour qu'ils sachent que je suis encore en vie. Je ne leur demande pas de venir à mon secours (et comment le pourraient-ils !), mais seulement de garder de moi le meilleur souvenir.

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Lecce, sera del 3 ottobre 2014 PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Mimmo Tardio   
Domenica 05 Ottobre 2014 21:17

Stasera sono stato casualmente a Lecce, dalle parti della Chiesa greca, per provare ad incontrare quel Dio che sovente anelo e che ancora mi sfugge ed ho ritrovato e riscoperto angoli bellissimi ed un silenzio assoluto, come ad indicare una necessaria quiete per chi vi passava... Anche noi, (Antonio, Patrizia, Maria Grazia e Gianfranco),  in frettoloso peregrinare, intenti a parlare con baldanza, abbiamo rallentato il nostro fluire retorico... Ecco, ho pensato allora,  sarebbe bello scoprire luoghi e silenzi, con più leggera  e naturale andatura, sopratutto in questa bellissima città; perché sovente è nei silenzi  e nella mollezza dell'abbandono ai vichi bianchi o indorati dal barocco, in questa città  sempre amata nel cuore,  che si nasconde e ci aspetta un pensiero meno usurato, un fluire più leggero; quella città invisibile che spesso solo un più accorto equilibrio tra corpo e mente, ci può consentire di scoprire e troppo spesso non ci accade,  anche se vi passiamo mille volte. Lecce è anche questo, un ricordo di ragazzo del 1972, inguaribile provinciale, ancora ammalato dei silenzi della sua casa di nascita, a Francavilla Fontana,  e dei fasci di luce di chiese che ancora gli riscaldano il cuore, al ricordo; e di certi stordimenti, nei primi giorni, nella piccola casa di Montefusco, venditore di caldaie,  in vico Isabella Castriota, nel mezzo di via Prato, di sotto ad una statua immanente e sin troppo sporgente, a dormire sonni solitari e senza tempo, svegliandosi a sera, stordito e perso tra le bianche volte, inseguendo pensieri poi affastellati in tanti scarabocchi poetici... Ed una matrona, giunonica e sorridente, a donarti un sorriso, in una mensa autarchica, a mangiare gli eterni fusilli al pomodoro...E le bighellonate delle prime settimane, fuori casa, in attesa dei corsi universitari, al caffè Paisiello ed un Alberto detto tra noi "altro pareggio", per via d'una sua conclamata filosofia di vita, per la quale tutti i contrasti portavano sempre ad un ennesimo pareggio… E poi Pippi, da Guagnano e la sua fresca e irriverente risata ed un candore disarmante,  che ancora ascolto nel silenzio del mio cuore, lui ormai nei pascoli celesti...Lecce è i rustici appena caldi ed i venerdì, a pranzo nella mensa, da Guido e figli o forse allo snack bar, ad ascoltare hit parade... E poi le poesie di Rocco Scotellaro e Vittorio Bodini, l'Europa di Macrì, il Cristo di Carlo Levi e le poesie di Pasolini...Ennio Bonea  a Palazzo Casto e storia americana con Teodori, Storia del teatro con Savarese ed i film russi allo sperimentale... Le rinfrancanti parole di Armida Marasco e le poesie skar-nificate di Carlo Alberto Augieri, proprio stasera reicontrato... Lecce era un sogno quieto ma ancora dormiente d'un bel discorrere di poesia e letteratura tra noi, dopo il '68 e prima dei furori del '77...Lecce era una cicala impazzita ed una Dyane 6 BR134895 color carta da zucchero o una ragazza di Maglie, alla quale ancora chiedere scusa ed una notte all'addiaccio nonostante l'evasione di Graziano Mesina... Lecce era uno sguardo malandrino, al Parlangeli, con l'indomita ragazza calabrese, a nome Maria Teresa e poi un incontro allo Sperimentale tabacchi, io a tirarmela per la mia già antica navigazione universitaria, lei a celarsi dietro una riservata ritrosia, nascosti in occhi bellissimi, che ancora mi soccorrono, nel talamo famigliare. E poi una ragazza, Maria Giovanna, candida amicizia e lunghe passeggiate verso santa Rosa e poi Anna, fragorose risate e sconclusionate peregrinazioni e canzoni di Battisti ed ancora Isabella, in fuga forse da un amore impossibile. Ecco, Lecce era poesia, fragranza d'una naturale andatura slow, magari ad inseguirsi come bambini con Titino l'artista o Lorenzo il castellano, quando gli occhi bevevano i giorni con vorace curiosità ed il tempo era anche scoperta del barocco che era in noi e delle tante chiese illuminate nella città o d'una pioggia in piazza Duomo, a sera, luce lunare che a ricordarla, ancora oggi, il cuore avverte come un trasalimento... Era anche la poesia di amori andati e venuti, di parole leggere e di malinconici addii... Era vita che si spargeva, con doviziosa generosità d'intenti, per divenire nel tempo poesia. Questo ancora non lo sapevemo, ma era così. Questa è la LECCE di questa mia sera, che è stato bello raccontare.


FAVOLE di EVGENIJ PERMJAK 36. Il primo pesciolino PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Evgenij Permjak   
Domenica 05 Ottobre 2014 12:09

Traduzione di Tatiana Bogdanova Rossetti

 

Jurij viveva in una grande, affiatata famiglia. In questa famiglia tutti lavoravano. Soltanto Jurij non lavorava. Jurij era un bambino di appena cinque anni.

Una volta, durante un fine settimana, tutta la famiglia di Jurij era andata in riva al fiume per pescare e cucinare una zuppa di pesce. Tutti insieme pescarono tanto pesce e diedero tutto alla nonna. Anche Jurij aveva pescato un pesciolino: un'acerina, che diede alla nonna per la zuppa.

La nonna cucinò la zuppa di pesce. Tutta la famiglia si sedette in riva al fiume attorno al paiolo. Mangiarono e non smisero di lodare la zuppa: «La zuppa di pesce è tanto buona, perché il nostro Jurij è riuscito ad acchiappare una acerina bella grossa. Il brodo di pesce della zuppa è venuto tanto denso e saporito, perché dentro c'è una bella acerina che dà sapore e grasso del pesce, persino più di un pescegatto.»

Jurij, pur essendo piccolo, comprendeva che gli adulti stavano scherzando. Che densità e sapore può dare al brodo una piccolissima acerina? Tuttavia gioiva. Gioiva, perché nella ricca zuppa di pesce della famiglia c'era anche un suo piccolo, piccolo pesciolino.


FAVOLE di EVGENIJ PERMJAK 35. Come Maŝa diventò grande PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Evgenij Permjak   
Giovedì 18 Settembre 2014 07:06

Traduzione di Tatiana Bogdanova Rossetti

 

La piccola Maša voleva crescere presto. Tanto, tanto. Ma non sapeva come fare. Aveva provato di tutto. Si metteva le scarpe coi tacchi di mamma e camminava per casa. Indossava una vestaglia di nonna, si metteva sul naso i suoi occhiali e si sedeva nella sua poltrona. Si faceva una pettinatura uguale alla zia Katja. Si provava al collo le collane. Si metteva un orologio da polso.

In qualunque modo tentasse, non riusciva comunque. Tutti attorno nel vederla così, ridevano e scherzavano, prendendola in giro.

Una volta Maša decise di fare un po' di pulizie di casa. Prese una scopa e scopò il pavimento. E lo fece tanto ben bene che persino la mamma si stupì: «Mašen'ka!» – disse, – «ma come, stai già diventando grande?»

Ma quando Maša lavò benissimo tutti i piatti e li asciugò sino a specchiarsi dentro, a stupirsene non era stata più solo la mamma, ma anche il babbo, il quale stupito disse, mentre tutti stavano a tavola: «Non ci siamo quasi accorti di come la nostra Maria sia diventata grande. Non solo pulisce in casa, ma lava anche i piatti.»

Adesso tutti chiamano la piccola Maša grande. Anche lei si sentiva grande, anche se camminava con le sue minuscole scarpette e nel suo vestitino corto. Senza una pettinatura. Senza delle collane. Senza un orologio.

Si vede che non sono loro a far diventare i piccoli grandi.


FAVOLE di EVGENIJ PERMJAK 34. Un temperino frettoloso PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Evgenij Permjak   
Giovedì 04 Settembre 2014 07:09

Traduzione di Tatiana Bogdanova Rossetti


Mitja piallava un bastoncino con un temperino, piallò sino a un certo punto e poi lasciò perdere. Il bastoncino era piallato tutto da una parte. Storto. Brutto.

«E come mai?» – domandò il padre a Mitja.

«E' un cattivo temperino» – rispose Mitja, – «pialla storto.»

«Ma no» – disse il padre, – «il temperino è buono. E' solo un po' frettoloso. Bisogna insegnargli la pazienza.»

«E come?» – domandò Mitja.

«Guarda come» – disse il padre.

Prese il bastoncino e si mise a piallarlo lentamente, leggermente, con molta cura.

Mitja comprese come si deve insegnare la pazienza ad un temperino e si mise anche lui a piallare lentamente, leggermente, con molta cura.

Per tanto tempo il temperino frettoloso non volle obbedire. Si affrettava, correva troppo: ora andava troppo storto, ora cercava di scartare tutto da una parte, ma non ci riuscì. Mitja lo obbligò ad essere paziente.

Cominciò a piallare bene il temperino. Diritto. Liscio. Bello. Docilmente.


FAVOLE di EVGENIJ PERMJAK 33. Due ruote PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Evgenij Permjak   
Lunedì 18 Agosto 2014 07:54

Traduzione di Tatiana Bogdanova Rossetti

 

In una bicicletta nuova c'erano una volta due ruote. Anteriore e Posteriore – motrice e comandata. Dato che, a volte, è assai difficile distinguere una ruota motrice da una ruota comandata, a questo proposito assai spesso nascono vivaci discussioni e intensi dibattiti, perciò anche le ruote di questa bicicletta nuova si misero a discutere.

La Ruota Posteriore affermò: «Se sono io a muovere la bici, se sono io a portarla, significa che sono io la ruota motrice.»

A ciò la Ruota Anteriore sensatamente rispose: «Dove si è mai visto che la ruota motrice camminasse dietro e la ruota comandata avanti? Sono io, ruotando per prima, davanti a te, a guidarti sulla mia traccia. Questo non può significare altro, che sono io la ruota motrice.»

In risposta a questo, la Ruota Posteriore fece l'esempio del pastore con il gregge: «Quando un pastore fa muovere un gregge di pecoroni, anche lui cammina dietro, ma nessuno potrebbe mai affermare che il gregge di pecoroni conduce il pastore e non il pastore il gregge di pecoroni.»

«Se ti permetti di paragonarmi agli animali» – si indignò la Ruota Anteriore, – «sarebbe allora molto meglio immaginarsi un asino che, camminando dietro, portato alle briglie dal suo padrone, si mette ad insistere d'essere motrice e il suo padrone essere un comandato.»

«Dovresti vergognarti» – sibilò in curva la Ruota Posteriore - «ad utilizzare questa insensata similitudine esteriore. Bisogna vedere nella profondità delle cose. I miei raggi sono tesi al massimo. Io, usurando prematuramente il mio tubolare, ti metto in movimento. Così tu giri senza pressioni in una corsa a vuoto. Persino scarti dove ti pare e piace, e con tutto ciò pretenderesti pure di chiamarti ruota motrice!»

«Smettila di dire sciocchezze!» – contraddisse la Ruota Anteriore nuovamente. «Io non scarto per niente, dove mi pare e piace. Ma ti guido, ti conduco, scegliendo la strada migliore. Sono io per prima a prendere su di me ogni brutta spinta e botta. E' la mia camera d'aria ad essere tutta forata e rattoppata. A cosa servirebbe il tuo rettilineo movimento limitato, se non ci fosse la mia capacità di andare a zigzag? Sono io a portarti avanti, sono io la ruota motrice.»

«Io, io!» – continuò ad urlare la Ruota Anteriore, tremolando e cigolando il suo parafango. «Senza di me non c'è la Bicicletta! La Bicicletta – sono io!»

«Se è così, svitati e vattene, fila, rotola via!» – propose la Ruota Posteriore con stizza. «Vedremo, come sarà il tuo movimento privo dei miei sforzi... Vedre...» non finì di dire e cadde su un fianco, perché in quell'istante la Ruota Anteriore si svitò e rotolò in avanti tutta sola... Rotolò per un metro, due, tre... trenta metri e cadde pure lei su un fianco.

Rimanendo stese per un certo tempo sul ciglio della strada, le ruote compresero che senza le ruote motrici non c'è moto, come non c'è, peraltro, senza le ruote comandate.

Dovettero convincersi, in seguito alla brutta loro esperienza, che essere motrice e comandata è ugualmente difficile e onorevole persino in un elementare collegamento delle ruote, come la bicicletta, per non parlare dell'automobile, del treno, nonché delle più complesse unioni delle diverse ruote, pignoni, volani e degli altri pezzi ancora dei meccanismi, che compongono l'unità, in una logica consapevole di azione concorde per un moto d'avanzamento di successo.

 


Quaderno di traduzione 32. Bien écrire et tout écrire PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Domenica 17 Agosto 2014 08:18

Traduzione di Annie e Walter Gamet


Je me reprochais de ne pas avoir les deux qualités du parfait écrivain selon l'idée que je m'en faisais : le courage de tout écrire et la faculté de bien écrire. Tout écrire, d'après moi, signifiait noter, instant après instant, tout ce qu'on fait dans la vie, tout ce qu'on pense, tout ce qu'on imagine ; or c'était impossible – comme il me fut impossible de parvenir à compléter le plan des rues de la ville à partir du moment où je découvris qu'il était facile de se le procurer en l'achetant dans un kiosque à journaux – parce que cela m'aurait empêcher de vivre et donc aussi d'écrire. Quant à bien écrire, cela signifiait être en mesure d'écrire tout ce que je voulais d'une manière claire et limpide, susceptible de me procurer le plaisir déjà éprouvé quelquefois dans le passé devant une page que j'étais parvenu à écrire avec clarté et selon les règles de l'art. Ce plaisir-là pourtant naissait d'une sorte d'autosatisfaction, c'était un plaisir narcissique, seulement lié à mon habileté personnelle à écrire, si bien que je doutais fortement que celui qui viendrait à me lire l'éprouverait également. De la même façon, j'ignore combien se seraient orientés en ville en suivant les parcours esquissés sur mon plan approximatif des rues, après l'assemblage, morceau par morceau, des résultats des petites excursions matinales. Quand bien même j'apprendrais à bien écrire, je n'allais pas pour autant devenir un écrivain, mais seulement un littérateur suffisant, imbu de soi-même, incapable de faire autre chose dans la vie, que n'importe quel lecteur tiendrait à distance comme l'avait fait avec moi le jeune garçon rencontré un matin de septembre au cours d'un tour à bicyclette ; quand bien même j'aurais le courage de tout écrire, et pas seulement une simple liste d'événements quotidiens, comme je le faisais dans mon journal intime, qui pourrait être intéressé par le récit de ma vie qui en définitive ne regardait personne d'autre que moi ? D'autre part, comment pourrais-je écrire en connaissance de cause sur des sujets que je ne connaissais pas ? Que signifiait le trouble à la vue d'une jeune fille ? Bref, quels mots employer quand, à mon âge, je n'étais parvenu ni à concevoir ne serait-ce qu'une opinion ni à imaginer un seul récit de fiction, jeune au point de ne pas encore avoir commencé à vivre ? Et connaître la ville, la sentir dans ses aspects les plus secrets et quotidiens, cela n'exigeait-il pas de moi que j'abandonne mon carnet de tracés des rues pour m'immerger dans les activités urbaines, y participer, qui sait en cherchant à travailler comme apprenti chez un artisan ou un garagiste pour m'initier à ces travaux manuels dont chaque jour je me limitais à être un observateur muet ? Mais comment cela pouvait-il se faire dans la mesure où mes parents m'envoyaient à l'école et prévoyaient déjà que j'irais au lycée, puis à l'université ?

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FAVOLE di EVGENIJ PERMJAK 32. Una coppia felice PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Evgenij Permjak   
Mercoledì 23 Luglio 2014 06:52

Traduzione di Tatiana Bogdanova Rossetti


Un Coltello e una Forchetta erano considerati un'ottima coppia di posate e venivano apparecchiati a lungo in tavola. Facevano una coppia davvero molto bella, distinta dai bei manici d'osso e dal pregevole disegno del cesello. Persino quando diventarono un po' vecchi e antiquati, non smisero di porle in tavola, perché tutti li ammiravano e dicevano: «Ma che benemerita coppia di belle posate antiche!»

Tutto sarebbe andato bene, ma il Coltello cominciò a rovinarsi. Saranno stati gli anni o l'effetto di qualcosa d'altro, ma successe che, nel fervore di un attacco di nervi, lui disse alla Forchetta: «Non sei adatta a me, vecchia trerebbiata arretrata. Hai solo tre rebbi, adesso invece, sono di gran moda le moderne forchette d'acciaio inossidabile a quattro rebbi con i manici colorati in materia plastica.»

La Forchetta, essendo pungente per natura, all'istante punse il Coltello in modo tale da fargli un gran male: «Ma guardati nel vassoio nichelato, ottuso giovincello dal filo perso; così, forse, vedendoti, smetterai d'avere dei grilli per la testa e avrai di che pensare...»

Da quella volta Forchetta non si fece scappare una sola occasione per punzecchiarlo quotidianamente. Il Coltello, per le offese patite, si scuriva e si ricopriva di ruggine, cosicché lo fecero diventare un coltello qualsiasi da cucina. Lo usavano per pulire il pesce, con lui tagliavano le sottili schegge di legno per accendere il fuoco in una stufa e, a volte, persino cercavano di usarlo come apribarattoli di conserve. Molto presto il Coltello divenne del tutto inservibile e fu gettato in una discarica.

La Forchetta, lì per lì, aveva manifestato gioia maligna, che, tuttavia, non durò a lungo. La estromisero per sempre dalla tavola. Dovette ricredersi del suo atteggiamento, perché le divenne chiaro che, senza il Coltello, non avrebbe mai più potuto essere una coppia di posate.

Provando angoscia nella solitudine, la Forchetta per tanto tempo fu abbandonata nel cassetto buio di una credenza. Fu lasciata sino a che, per la sofferenza, non scoppiò il suo manico e poi anche lei fu buttata in una discarica. Lì avvenne il triste incontro del Coltello con la Forchetta. Sempre lì furono pronunciate parole piene di disperazione nell'ammissione delle proprie colpe.

«Ah!» – disse la Forchetta piangendo. «Come sono stata pungente ed ingiusta con te, mio caro,..»

«Oh!» – esclamò il Coltello singhiozzando. «Perché mai avevo rivolto l'attenzione a quella forchetta stampata di largo consumo a quattro rebbi? Avremmo potuto vivere ancora per tanto tempo come una felice coppia di posate e ci metterebbero ancora, come prima, sull’allegra tavola dei commensali. Adesso, nulla si può più cambiare. Tutto è finito! E' tutto finito, mia piccola Jenny...» – così la chiamava nei loro anni più felici, in gioventù.


Quaderno di traduzione 31. Septembre (extraits) PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Martedì 15 Luglio 2014 12:46

Traduzione di Annie e Walter Gamet

 

Qui peut dire ce que je voulais ? Puis-je le dire moi-même, puisque je ne l’ai jamais bien su ?

Charles Dickens, Les Grandes Espérances, ch. XIV.

 

Le journal intime

Sur le conseil de mon père, je m'enfermais dans ma chambre l'après-midi après le déjeuner pour écrire mon journal intime, un compte-rendu de ce qui m'était arrivé la veille. Je passais en revue les faits les plus importants et les transcrivais de manière schématique, impersonnelle, comme si je les recopiais d'un livre préexistant à ma vie ; et en cela, je me voyais contraint de manifester le détachement et l'indifférence que l'on met ordinairement dans une action qui n'est pas considérée comme nécessaire, mais qui constitue une tâche dont il faut s'acquitter. Pour moi-même ou pour quiconque me lirait, quel sens pouvait-il y avoir à écrire que je m'étais réveillé à sept heures et demie du matin, que j'avais accompagné ma mère pour faire les courses, qu'ensuite j'avais regardé un film, qu'enfin j'avais fait un tour à bicyclette avant de revenir à la maison pour le déjeuner en famille ? Tout comme le puzzle que j'assemblais avec peine pour établir mon plan des rues1 et auquel il manquerait toujours une pièce, cette suite de faits ainsi transcrits mettait apparemment  ma vie en ordre, chaque action correspondant à une phrase qui devait avoir la fonction d'en résumer le sens, mais elle me présentait une réalité que je ne pouvais en aucune façon reconnaître comme mienne, car tout ce que j'avais vraiment vécu la veille en était exclu. Je savais que mon journal intime ne resterait pas secret, parce que, tôt ou tard, un membre de ma famille, ma sœur, mon père, ma mère, le lirait. C'est pourquoi, si j'écrivais que j'étais allé faire les courses au marché avec ma mère, j'évitais d'ajouter qu'au coin d'une rue, à l'improviste, mes yeux avaient croisé ceux, très beaux, d'une jeune fille et que cette jeune fille avait exercé sur moi un tel pouvoir de fascination que je n'avais cessé de penser à elle en regardant le film, l'assimilant à l'héroïne féminine, dont la figure m'accompagnait au déjeuner, jusqu'au soir où je laissais, en guise de repère, une petite marque d'encre que j'étais seul à reconnaître, au bas de la page du journal de ce jour-là ; si j'écrivais que j'avais vu le film intitulé Voyage au centre de la Terre, je m'abstenais de raconter mon attente de son début dès le matin ainsi que le rôle que je m'étais attribué dans ce voyage pendant et après le film ; et quand, pour terminer la page du journal de la veille, j'écrivais que  j'étais allé dormir à dix heures du soir, je constatais que je n'avais même pas mentionné les sensations indéfinies – je dis indéfinies car j'aurais été bien incapable de les raconter – nées de mon observation de la ville et de ses habitants – la très belle dame de la via Lombardia, quel mystère renfermait-elle ? – et des mille activités qui s'y déroulaient, indépendamment de moi qui circulais à vélo, un carnet en poche pour prendre des notes en vue de l'œuvre inutile qu'était le tracé de mon plan de la ville. Je taisais la déception éprouvée à la réception d'une lettre d'un ami de Leuca qui m'avait semblé plutôt froide et distante, ainsi que la grande frustration née de la rencontre avec un jeune garçon hostile qui m'avait reproché de ne savoir ni fumer ni jouer correctement à tuddhi 2.

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La città fantastica 2. La grande cena PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Giovedì 10 Luglio 2014 16:05

[Estratto da La città fantastica, capitolo II]

 

Decidiamo di fermarci in città

 

Pieni di curiosità per quanto avevamo visto, chiedemmo ai nostri ospiti se fosse possibile fermarci in città almeno per una notte. Cortesemente ci fu risposto che i cittadini sarebbero stati assai contenti di averci fra loro per tutto il tempo che avessimo desiderato. In città, aggiunsero, arrivavano poche persone, quelle che, non essendo prese dalla grande velocità con cui sfrecciavano sulla vicina autostrada, decidevano di fare una sosta. Quando ciò accadeva, tutti i cittadini erano felici e preparavano subito dei gran festeggiamenti. Vedemmo uno dei nostri accompagnatori, pieno d’entusiasmo, staccarsi dal gruppo e, fendendo un piccolo gregge di pecore e capre che pascolava tra le case all’ombra d’un querceto, raggiungere un altro gruppo per comunicare la notizia del nostro pernottamento in città, almeno così pensammo. Fatto è che nel giro d’un’ora tutti i cittadini erano stati messi al corrente, perché cominciarono a giungerci numerosissimi inviti a cena. Donne e uomini d’ogni età ci si presentavano davanti recando ciascuno un dono: asciugamani, dentifricio, spazzolino da denti, un libro, una penna, un block notes, un ventaglio, e soprattutto abiti di lino colorato. Noi ci schermimmo dicendo che quanto ci sarebbe potuto servire nell’immediato era nelle nostre borse e che avremmo fatto presto a prenderle dal bagagliaio dell’auto lasciata nel Grande Parcheggio sotterraneo, ma non ci fu verso: così voleva l’uso del luogo, che all’ospite fosse assegnato un intero corredo nel momento dell’invito a cena, ovvero nel momento in cui manifestava il desiderio di fermarsi in città per almeno una notte, come segno di amicizia. A noi non rimaneva che accettare per non far torto a nessuno dei cittadini, sebbene ci chiedessimo come avremmo fatto ad onorare l’invito di tante persone dal momento che avevamo deciso di fermarci solo fino all’indomani. I nostri ospiti sembravano aver capito la perplessità che doveva trasparire dai nostri volti, perché ci chiarirono subito che nessuno ci aveva rivolto un invito individuale, bensì ciascuno aveva agito a nome dell’intera città. Devo dire che questa spiegazione lì per lì non ci persuase del tutto – difatti sarebbe stato più economico che un rappresentante della città si fosse fatto avanti a nome di tutti -, ma in quel momento non ci pensammo più che tanto, perché un’esigenza più urgente ci incalzava, di procurarci una camera per la notte. I nostri amici, ancora una volta, sembravano leggere nella mente, perché ci rassicurarono dicendo che subito ci avrebbero accompagnati nella Foresteria, dove avremmo trovato un luogo accogliente. Fu così che rientrammo nella parte vecchia della città, dove in mattinata avevamo già visto l’edificio della Foresteria, che s’allungava sotto un albero di quercia. Con grande sollecitudine ci fu aperto un appartamento spazioso, molto spartano nell’arredamento, ma piuttosto confortevole. Una volta portati dentro tutti i nostri doni, ci accorgemmo che non mancava nulla di quanto avrebbe potuto servirci; per questo, decidemmo di lasciare in auto le nostre borse che - ci fu assicurato – nessuno avrebbe toccato nel Grande Parcheggio. I nostri amici ci salutarono e andarono via, lasciandoci, per la prima volta dacché eravamo giunti in città, soli.

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FAVOLE di EVGENIJ PERMJAK 31. Una farfallina bianca PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Evgenij Permjak   
Domenica 06 Luglio 2014 10:50

Traduzione di Tatiana Bogdanova Rossetti


Lì, dove finisce un bosco blu ed inizia una steppa d'oro, una vecchia mamma-topo delle piramidi aveva cresciuto un bel figlio piumoso. Gli aveva insegnato quel che poteva finché dovette salutarlo, facendogli gli auguri per la sua giovane vita.

«Sei ancora molto giovane, mio topo delle piramidi, stai molto attento, ora che sei solo agli inizi della tua vita indipendente! Non essere credulone, non dare la tua fiducia ad ogni animale. Scegliti una sposa dopo aver riflettuto bene. Ti auguro che sia una bella femmina laboriosa.»

«Va bene» – disse il Topo delle piramidi, – «terrò gli occhi bene aperti e mi sceglierò una bella sposa, intelligentemente.»

Il Topo delle piramidi cominciò la sua vita indipendente e si mise a cercare una moglie.

Incontrò uno scoiattolino-femminuccia con una bella coda. Sì, era proprio stupenda e allegra con la sua piumosa lunga coda, che sbatteva da una parte all'altra. Peccato solo che non abitasse in una tana, ma in un'alta cavità-casetta sopra un albero. Stava troppo in alto!»

Pensò di corteggiare la figlia di un porcospino. Lei sì che abitava in una tana, ma si accorse per fortuna in tempo che la giovinetta era troppo puntigliosa.

Vide che non erano niente male anche le giovani talpe della mamma-Talpa. Avevano pelliccette morbide, morbide, le zampette scavavano veloci, veloci ed erano abili in tutto. Una giovanissima talpa avrebbe potuto essere un'ottima sposa, se non fosse stato per gli occhi, che erano troppo piccoli. Di giorno la talpa era quasi cieca.

«Non dovresti, Topo Piumosovič, cercare del male nel bene» – gli disse un giorno una saggia Civetta Grigia. «Ti potrebbe andar male, se stai cercando la sposa secondo l'abito e non per il suo operato.»

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FAVOLE di EVGENIJ PERMJAK 30. Le basse calosce PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Evgenij Permjak   
Domenica 22 Giugno 2014 15:51

Traduzione di Tatiana Bogdanova Rossetti

 

Ahi!.. Non non avrei mai voluto raccontarvi questa bruttissima storia delle basse calosce, successa soltanto pochi giorni fa nell'anticamera del nostro grande appartamento, in cui abitano tante brave persone e cose. Sono costernato che ciò sia potuto davvero accadere proprio nella nostra anticamera.

La storia ebbe inizio da cose futili. Un'inquilina del nostro appartamento, chiamata da tutti noi zia Luša, aveva portato dal mercato una borsa piena di patate. Arrivata a casa, la aveva messo per terra nell'anticamera, vicino all'attaccapanni, ed era andata via.

Prima di andarsene, zia Luša lasciò la borsa della spesa vicino alle calosce. Ad un tratto si udì un saluto gioioso: «Buongiorno, care sorelline!»

Secondo voi chi e chi aveva salutato in questa maniera?

No, no… Non lambiccatevi il cervello, tanto non indovinereste lo stesso. Era il saluto delle grosse Patate rosa alle nuove Calosce di gomma.

«Come siamo felici di incontrarvi di nuovo, care sorelline!» – gridavano, interrompendosi l'un l'altra, le Patate dalle facce tonde.

«Come siete belle! Ma quanto siete brillanti e lucenti!»

Le Calosce, dando un'occhiata sprezzante alle Patate, brillando con superbia per lo smalto, risposero alquanto rudemente: «Primo, non siamo affatto vostre sorelle. Noi siamo fatte di gomma e lacca. Secondo, abbiamo in comune con voi, semmai, solo qualche vocale nei nomi. Terzo, non abbiamo alcun desiderio di conoscervi e di parlarvi!»

Le Patate, sconvolte dall'altezzosità delle Calosce, tacquero. A questo punto al posto loro si mise a parlare un Bastone.

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Quaderno di traduzione 30. Vacances à Leuca (extrait) PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Giovedì 19 Giugno 2014 15:59

Traduzione di Annie e Walter Gamet

 

Nouvelles amitiés

– Qu'est-ce que t'as pris ?

J'étais assis sur le ponton depuis une heure déjà, tournant le dos au soleil matinal qui s'élevait derrière le sanctuaire de la Madone de Leuca, quand me parvinrent ces mots inattendus car, bien qu'à Leuca depuis trois jours, je n'avais pas encore noué de nouvelles amitiés. C'est alors que je fus fier d'avoir pêché un minuscule petit poisson que j'aurais mieux fait de laisser vivre dans son élément au lieu de l'exhiber encore agonisant devant le garçon à la peau brune qui s'était approché de moi, attiré par la proie. Je la lui montrai comme s'il s'agissait d'un mérou de dix kilos, alors que ce n'était qu'une blennie, une « baveuse » de vingt grammes à peine et  de dix centimètres de long. Mais ce qui fut également surprenant, c'est l'effet que fit sur ce garçon le petit poisson que j'avais miraculeusement pêché et qui laissait dans la main, quand on le touchait, une bave répugnante, d'où son nom. Il s'informa sur le type de ligne, d'hameçon, de plomb et de flotteur que j'utilisais et sur l'appât que j'avais préparé pour obtenir cet excellent résultat. Il loua aussi ma canne que j'avais taillée la veille dans un roseau – laquelle se révélait assez pesante pour mon bras peu entraîné ; ce n'est qu'à la fin du mois que, séchée au soleil, elle pourrait perdre la moitié de son poids, justement quand elle ne me servirait plus parce que ce serait le moment du retour à Galatina –, alors que lui avait une canne achetée dans un magasin, avec un moulinet s'il vous plaît, qui ne devait pas être très efficace vu qu'il n'avait pas pris un seul poisson. Ce jour-là, nous continuâmes à pêcher ensemble, nous ne prîmes rien, mais en contrepartie, nous devînmes amis.

Antonio – c'était son prénom – me présenta Gigi, son cousin, qui vivait à Vimodrone et parlait avec l'accent milanais. Ils passaient leurs vacances ensemble à Leuca, dans la même maison, non loin de la mienne, avec leur famille respective. L'après-midi, après la sieste durant laquelle il était interdit de quitter la maison, j'allais les retrouver et c'est ainsi que je découvris qu'il était possible de passer des heures étendu sur un lit, à lire des livres sans se lasser. Jusqu'alors, je n'avais quasiment lu que des bandes dessinées, mais Gigi, lui, lisait vraiment des livres, des livres de grands, et quand on l'interrogeait, il était capable d'en reformuler le contenu dans un langage pour moi si difficile à comprendre, et pourtant si fascinant, que j'en restais bouche bée et n'avais plus qu'à regretter ma profonde ignorance.

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Quaderno di traduzione 29. Convalescence PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Domenica 08 Giugno 2014 09:37

Traduzione di Annie e Walter Gamet


Quand la fièvre tombait et que seul un état de grande faiblesse subsistait en moi, je me mettais à lire les livres qu'entre-temps mon père m'avait rapportés de l'école. Quelques années auparavant, mes parents avaient acheté les Quindici, et c'est dans ces moments-là que je leur demandais le tome II intitulé Récits et Contes dans lequel je ne me lassais pas de lire et relire l'histoire de Fortunato et de son flambeau magique dont j'espérais qu'il ne se consumerait jamais, les histoires des cinq frères chinois se ressemblant comme cinq gouttes d'eau et les exploits des musiciens de Brême. Je passais ainsi des journées entières, du matin au soir, dans ma chambre d'où je pouvais noter le changement de la lumière aux différentes heures de la journée, la course du soleil et les divers degrés de clarté à travers les vitres de la fenêtre. C'était le moment des bonnes résolutions. Qu'allais-je faire dans la vie ? Quel chemin devrais-je prendre ? Mes parents allaient m'orienter vers les études supérieures, mais la perspective de me réaliser dans les études était si lointaine qu'elle en était désespérante. Il me faudrait encore aller au lycée, puis à l'université, et qui sait ce qui arriverait ensuite ! Les études me rendraient, de nombreuses années encore, dépendant de mes parents pour lesquels, tôt ou tard, vu mon improductivité, je serais une charge. Rester au lit avec la fièvre signifiait pour moi réfléchir à tout cela, faire le point de la situation et me préparer à affronter l'avenir. Il me fallait alors fixer mon esprit sur quelques points précis : la nécessité d'étudier – comme mes parents me le prêchaient, tandis que moi je préférais rester à jouer dans la rue avec mes camarades –, la nécessité de réfléchir, comprendre, sentir les choses, les vivre intensément de façon à corriger le sentiment de précarité et d'inutilité inhérent à ma condition d'élève à durée indéterminée. C'étaient pour moi des moments de grande tristesse, mais aussi de très profonde méditation. Et cette jeune fille qui ne cessait de rôder dans ma chambre de manière obsédante, que représentait-elle ? L'amour impossible, certainement, mais que signifiait cet amour impossible ? Dans l'ignorance  de ce que l'avenir me réserverait, tout mon désir me portait vers une image de jeune fille dont la figure sans consistance, uniquement fantasmée, constituait un appui imaginaire auquel je me raccrochais, par crainte de tomber dans le vide. Si j'aimais tant le chant où Roland sombre dans la folie, c'est peut-être parce que j'y voyais le reflet d'un désir semblable au mien, sans équivalent dans la réalité. Je ne demandais rien à la jeune fille de mes songes, sinon de continuer à ignorer ses apparitions dans mes rêves et d'y jouer son rôle protecteur contre ma chute vers le néant. Qu'arriverait-il si la jeune fille réelle apprenait mon amour et qu'elle y répondait ? Je craignais qu'une telle éventualité pût un jour se concrétiser, me prenant totalement au dépourvu.

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Come stanno le cose… 18. La mia prima volta PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Mercoledì 04 Giugno 2014 06:43

["Il Galatino" XLVII n. 10 del 30 maggio 2014]

 

Il giorno in cui per la prima volta mi sembrò di capire come va il mondo, a dispetto delle intenzioni degli uomini di buona volontà, il giorno in cui mi s’illuminò la mente su come davvero stanno le cose…, fu un giorno della tarda primavera di tanti anni fa, precisamente un pomeriggio di giugno dei miei sedici anni. L’ho impresso nella memoria come un avvenimento fatidico, cioè destinato a cambiare la mia vita morale.

Già un quarto d’ora prima che iniziasse la partita, mio padre nel tinello era incollato davanti al televisore, pronto a sentire l’inno nazionale dell’Italia e quello della squadra avversaria con relativo elenco dei calciatori. Io ero nella fase acuta dell’adolescenza, quella nella quale bisogna differenziarsi a tutti i costi dal padre, e per farlo si individua un motivo dominante, che rimarrà per sempre lo stigma del proprio carattere. Doveva essere una partita di calcio importante quella che si disputava quel giorno, valida per la qualificazione dell’Italia alla finale dei mondiali, se non la finale stessa. Mio padre avrebbe avuto piacere a vedere la partita insieme a me, ma io rifiutai, presi le mie sigarette e uscii da casa.

A giugno le giornate sono piuttosto lunghe e alle diciotto il sole è ancora alto nel cielo. Via Roma ne era invasa ed io la percorrevo nel silenzio generale, interrotto qua e là dalla telecronaca della partita, che giungeva fin nella strada deserta dalle finestre delle case, tenute aperte per il gran caldo. Camminavo piano, fumando una Gauloise o una Gitane, una Camel o una Nazionale o forse una Super, rigorosamente senza filtro, proiettando un’ombra lunga sull’asfalto della strada che mi avrebbe condotto dalla periferia, dove abitavo, al centro del paese, alla villa grande, come diciamo noi. Chi vi avrei trovato? Sapevo bene che tutti i miei amici si erano riuniti da qualche parte, in casa di uno di noi, per vedere la partita. Ma io non volevo vedere nessuna partita, e dunque non li avrei raggiunti e me ne sarei stato da solo seduto su una panchina, aspettando che finisse quel rituale di massa da cui io volevo rimanere escluso. L’adolescenza, nei suoi momenti solenni, si nutre della propria solitudine, anche a costo di rimanervi schiacciata.

Su una panchina della villa grande, seduto al solito modo trasgressivo, cioè sulla spalliera e coi piedi sul sedile, osservavo intorno a me la città deserta, seguendo con gli occhi qualche rara auto guidata da un ritardatario e da qualcuno presso da affari indifferibili, sintonizzato però sul canale radio che gli consentiva, anche in auto, di seguire la cronaca della partita. Sentivo che la città brulicava d’una vitalità sovreccitata, rinchiusa nelle case, dentro i bar, i circoli sportivi, le sedi dei partiti, gli oratori delle parrocchie, ecc., da cui di lì a un’ora avrebbe erotto nella strada con canti, grida, inni di uomini impazziti, tra suoni di trombe e di fanfare, in caso di vittoria; oppure sarebbe svanita sommessamente tra le vie della città percorse da persone a testa bassa e molto amareggiate per la sconfitta.

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FAVOLE di EVGENIJ PERMJAK 29. Acciaio e ghisa PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Evgenij Permjak   
Martedì 03 Giugno 2014 20:07

Traduzione di Tatiana Bogdanova Rossetti

 

Si riversò con un flusso fiammante dal caldissimo altoforno il bollente Acciaio. Brillò in stelle d'oro, si freddò in costosi lingotti e cominciò a darsi delle arie. Si mise a vantarsi davanti alla grigia Ghisa, che, poveretta, per poco non si corrose e non arrugginì dalla vergogna.

«Io» – disse l'Acciaio, – «sono inossidabile, sono l’ottimo prodotto di una fusione molto ingegnosa, non scurisco mai, rimango per sempre lucido e brillante! Sono duro e resistente come un diamante, pur avendo la flessibilità di una serpe! Sono tanto temprato da non spaccarmi mai. Tagliare, forare, limare, tutto posso fare, sono ottimo per qualsiasi utilizzo. Se vuoi divento una spada, se vuoi, un ago! Se voglio mi distendo a ponte. Se voglio corro in binari. Lavoro in una macchina, non mi spezzo. Ma se voglio mi piego, mi curvo tutto in una molla. Non sono come te, Ghisa grigia! Che servi soltanto per fare le piastre e le padelle da cucina, e, semmai, per far costruire dei bancali di seconda scelta per le macchine e per i pignoni delle trebbiatrici! Non sei forgiabile, né adatta per essere lavorata, sei friabile come il ghiaccio. Tu non sei un metallo all'ultimo grido!»

L’Acciaio parlava e parlava in questa maniera, per tutto il reparto di una fonderia, per glorificare soltanto se stesso. Dicendo che avrebbe volato sotto forma di un aereo, avrebbe navigato sotto le sembianze di una nave, elencò ogni oggetto che sarebbe potuto divenire in futuro... Non trascurò nulla, si ricordò persino che presto sarebbe diventato il pennino di una penna stilografica. Sarebbe divenuto la piccolissima lancetta di un orologio. Non si dimenticò nulla. Disse di sé una marea di cose stupende. Non appropriandosi affatto di quel che a lui non apparteneva. C'era nel suo suono d'acciaio la verità vera.

Si sa che l'Acciaio supera di gran lunga la Ghisa. Proprio per questo fatto non si sarebbe dovuto dimenticare che altro non era se non un figlio naturale della Ghisa e che, pertanto, le sarebbe dovuto essere molto riconoscente...

Ma per il resto, è tutto giusto, se non si prende in considerazione la coscienza!


Quaderno di traduzione 28. Jeux d'enfants (extraits) PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Giovedì 22 Maggio 2014 09:45

Traduzione di Annie e Walter Gamet


« Il n'y a peut-être pas de jours de notre enfance que nous ayons si pleinement vécus que ceux que nous avons cru laisser sans les vivre, ceux que nous avons passés avec un livre préféré ».

Marcel Proust, Journées de lecture. 1905

 

Alité avec de la fièvre

Dans mon enfance, je jouissais d'une excellente santé. Et pourtant, au moins une fois par an, la grippe ou quelque autre indisposition me contraignait à garder la chambre pendant une semaine. La fièvre, quand elle était forte, allait jusqu'à m'empêcher de lire. Mon père me rapportait tout de même des livres de la bibliothèque de son école pour le moment de ma convalescence : Vingt mille lieues sous les mers, De la terre à la Lune, Voyage autour du monde en quatre-vingts jours, L'Île mystérieuse de Jules Verne ; et puis les romans d'Emilio Salgari, Les Tigres de Mompracem, Le Corsaire noir, Les Pirates de la Malaisie, Sandokan à la rescousse ; ces romans, tout en n'ayant pas encore remplacé les bandes dessinées qui restaient mes lectures préférées, avaient le pouvoir de me projeter dans le monde de l'aventure et du fantastique et me tenaient compagnie les jours où je ne pouvais pas sortir. En plein hiver, la fièvre avait pour effet d'empêcher de jouer aux abords de la maison l'après-midi quand la nuit tombait très tôt et que les deux heures libres d'après déjeuner semblaient passer en un clin d'oeil, avant, comme je l'ai dit, qu'on ne retourne à la maison faire ses devoirs. Avec la fièvre, je ne pouvais pas jouer, mais, en échange, j'étais exempté des devoirs. Alité dans ma chambre, j'entendais les autres garçons jouer dans la rue comme chaque jour à cache-cache, aux billes, à la marelle, au football, à échanger des vignettes de joueurs et j'imaginais leurs gestes dans ces différents jeux auxquels nous avions l'habitude de nous livrer. Avec mes camarades d'école aussi, les relations étaient interrompues pour au moins une semaine. Avoir la fièvre, c'était ne pas aller en classe, donc rompre avec le train-train quotidien pénible et décevant, échapper aux tâches scolaires qui surchargent la journée, empêchent de respirer et privent de liberté. Je pensais à la jeune fille qui, ignorant probablement tout de moi, était loin d'imaginer qu'elle était pour moi le symbole de l'amour impossible, ou plutôt la personnification de tout ce qui m'était inconnu, de tout ce vers quoi, dans un grand émoi, me poussait mon désir d'élève de treize ans.

Mon père disait qu'il s'agissait à n'en pas douter d'une fièvre de croissance et qu'une fois guéri, je me retrouverais plus grand. Je lui demandais de s'asseoir à mon chevet et de me tenir compagnie quelques instants. Ce fut dans ces circonstances qu'il me lut, la première fois de sa propre initiative, ensuite à ma demande, l'épisode de la folie de Roland extrait du Roland furieux de l'Arioste. Combien je regrettais pour ce prince si valeureux qu'Angélique ne l'aimât point, lui préférant Médor, un soldat qui ne lui avait jamais prêté attention et aurait fort bien pu vivre sans elle ! Je me rappelle aussi la lecture d'un  passage d'une autre oeuvre, la découverte de la mer par le héros des Confessions d'un Italien d'Ippolito Nievo : la mer, infinie et mystérieuse, évoquée dans ma chambre tandis que je gardais les yeux fermés en tenant la main de mon père qui lisait à voix basse et cherchait à me consoler de l'impossibilité d'aller jouer dehors avec les autres garçons !

 

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Quaderno di traduzione 27. Promenades avec papa 7. Anecdotes familiales et autres propos PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Domenica 11 Maggio 2014 20:20

Traduzione di Annie e Walter Gamet


Une brève anecdote que mon père m'a souvent racontée quand nous longions le Canal de l'Asso, a pour protagoniste un frère de mon grand-père paternel Pietro ; il se prénommait Antonio et mourut jeune, avant la Grande Guerre, en tombant d'un arbre. D'ailleurs, d'après mon père, les deux causes récurrentes de mortalité dans le monde paysan sont la chute d'un arbre et le coup de sabot d'un cheval. Il ne reste rien de la tombe d'Antonio, car dans les années qui ont immédiatement suivi sa mort, on inaugura un nouveau cimetière où seules les dépouilles des riches furent transférées. Si l'on manquait d'argent pour le transfert de ses propres morts, on devait les laisser dans l'ancien cimetière, là où, des années soixante à  une période récente, s'est trouvé un chenil communal délabré, jusqu'à ce que les mauvais traitements infligés aux animaux soulèvent les protestations de leurs défenseurs et qu'on en construise un nouveau. Pour revenir à l'anecdote, le jeune Antonio avait coutume de dire qu'il ne se marierait jamais avant de disposer de je ne sais combien d'ares de terre. Il ne s'est jamais marié, non pas, semble-t-il, que son ambition fût excessive, mais parce qu'il mourut avant de l'avoir réalisée par son propre travail. Mon père ne garde en mémoire aucun autre souvenir de lui.

Les récits sont de nature très diverse et nul ne saurait donner d'explication suffisante à la perpétuation du souvenir de ce fait – le mariage manqué d'Antonio – alors que d'autres faits ne laissent absolument aucune trace. Dans le cas d'Antonio, le récit ressemble presque au résumé de sa vie et de sa mort prématurée.

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FAVOLE di EVGENIJ PERMJAK 28. Tre cuori PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Evgenij Permjak   
Domenica 11 Maggio 2014 08:04

Traduzione di Tatiana Bogdanova Rossetti


C'era una volta un fonditore. Un vedovo. Un mastro vero del grande fuoco. Ma il suo cuore era ancor più grande. Decise di non risposarsi, finché la sua figliola di pochi anni non fosse cresciuta. La figlia voleva un gran bene al padre. Stravedeva per lui come se fosse un fratello maggiore, un fedele amico e consigliere. Riversò su di lui il doppio affetto che non poté restituire alla madre.

Quando la figlia fu cresciuta da essere oramai una signorina da marito, il fonditore si risposò e fece entrare in casa l'altra moglie. Si scelse una brava donna, che amava il buon marito con tutto il cuore. Per curarlo, niente da ridire, anzi esagerava perfino, come si direbbe da noi: non gli faceva posare sopra un granello di polvere, né cadere dalla testa un solo capello. Per prima non si addormentava, per seconda non si svegliava. Era un'ottima lavoratrice. Maestra in tutte le cose. Ed era anche una bellezza.

Di meglio non si poteva immaginare, ma non c'era felicità in quella casa.

La matrigna si lamentava del comportamento della figliastra nei suoi confronti e versava lacrime, mentre la figlia piangeva a dirotto e malediceva la matrigna.

«Il mio cuore è pronto da un momento all'altro a saltar fuori, si spezza tutto in mille pezzi» – piangeva con lamenti la moglie, – «fai qualcosa, aiutami, caro marito mio, ti prego.»

Si dispiaceva il fonditore per la moglie. Il cuore gli faceva male nel vederla soffrire, ribolliva di rabbia contro la figlia. E la figlia invece: «Sì, ascoltala pure... la tua strega. Ti ha incantato proprio come si deve. Ti ha ammaliato con l'incanto d'amore. A me, invece, succhia il sangue tutto il giorno. Sta cercando di gelare il mio cuore d'orfana. All'infuori di te, non ho nessuno. Sei tu per me entrambi i genitori!»

Soffriva il fonditore per la figlia. Come poteva essere altrimenti, per tutto quel gran bene che le voleva. Per il dispiacere della figlia offesa, il cuor suo si metteva a battere d'astio forte per la moglie e spesso cominciava a fargli dei brutti scherzi, rifiutandosi di battere regolarmente.

Il fonditore si metteva a discutere con la moglie, a convincere, a spiegare... La moglie, invece, alla verità della figlia contrapponeva una verità tutta sua. Di nuovo il cuore cominciava a dolere per la moglie e a battere forte contro la figlia.

Non si sa per quanto tempo bollì e ribollì il cuore del fonditore in questo modo, tra due fuochi, tra due cuori, ma una volta sbollì. Non resistette più. Si fermò, per sempre.

La matrigna e la figliastra scoppiarono in un pianto incessante per il marito amato e per il carissimo padre. Compresero a questo punto ogni cosa, ma con troppo ritardo. Pur versando lacrime a fiumi – non si può far rivivere un cuore.

Finì il buon padre, il marito, il mastro-fonditore. E finisce anche la favola che è stata molto dura, difficile da narrare. Ma cosa si poteva fare: si è svolta per conto suo, pretendeva di essere raccontata. Non sarà stato, evidentemente, invano. Non saranno, evidentemente, ancora estinti nel mondo i cuori che battono soltanto per loro stessi e non risparmiano gli altri cuori, persino i più vicini, i più cari.


Quaderno di traduzione 26. Promenades avec papa 6. Le Canal de l'Asso PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Giovedì 01 Maggio 2014 08:53

Traduzione di Annie e Walter Gamet


De la route qui mène aux Padùli, un peu au-delà de la succession des petits champs, apparaissent les courbes que dessinent les roseaux du Canal de l'Asso, œuvre séculaire de bonification du territoire, destinée à collecter les eaux de pluie et à débarrasser les terrains de leurs eaux stagnantes. Une fois par an, au moyen d'une machine très bruyante, une équipe d'agents du service de l'Environnement envoyée par la Province procède à l'élimination des déchets qui s'accumulent dans le Canal, surtout dans les tronçons longeant la route principale, et à la coupe des roseaux qui y poussent florissants. À ces endroits-là, il est facile de déverser de la route des réfrigérateurs, des lave-vaisselle, des téléviseurs et toutes sortes d'objets tombés en désuétude ! J'imagine la faune qui pourrait y vivre sans le passage de la machine du service de l'Environnement, si assourdissante qu'elle effraie toute espèce animale : canards sauvages, petits rongeurs et autres animaux aquatiques. Il fut un temps où même les renards aménageaient leur tanière au milieu des roseaux sur le rebord extérieur. Il ne reste que des grenouilles et des crapauds à l'abri des pierres qui constituent la digue, laquelle cède parfois ici ou là sous l'effet des pluies excessives, inondant la campagne et nécessitant des réparations. C'est justement grâce à cette digue sinueuse que le Canal reste visible en hiver, avec le léger sillon qu'elle forme sur la surface plane de la campagne dénudée. D'après mon père, dans son enfance, à la belle saison, des petits garçons se baignaient dans l'eau du Canal, ce qui aujourd'hui serait impossible, parce que, l'été, autant qu'il m'en souvienne, on n'y a jamais vu un filet d'eau. Encore d'après lui, le soir des milliers d'hirondelles - aujourd'hui plutôt rares – se posaient dans les roseaux pour y dormir. Le Canal a dû avoir une fonction essentielle pour ce territoire, celle d'empêcher la stagnation des eaux et la formation d'un marécage. Padùli, en fait une métathèse du vocable palùdi, est le signe que l'homme s'est approprié le lieu et l'a assaini. Et ce ne sont pas les vore, surtout à la saison des pluies, qui pouvaient suffire, ces gouffres qui s'ouvrent ça et là dans la campagne et engloutissent les eaux charriées vers on ne sait quelle embouchure. Il est certain qu'il ne faut pas s'en approcher, comme chacun le sait, car s'y engager, c'est sceller son destin d'un aller sans retour.


Come stanno le cose…16. Passeggiata al mare PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Lunedì 28 Aprile 2014 06:49

["Il Galatino" XLVII n. 8 del 25 aprile 2014, p. 4]

 

Questa volta ce ne andremo al mare. Scegliamo una domenica mattina d’aprile, una mattina di tramontana pulita, che il sole ancora non è tanto caldo, da consigliare di rimanere in casa; mettiamoci in macchina comodamente verso le dieci e andiamo verso la marina più vicina: Santa Maria al Bagno. Da Galatina, facendo la strada che passa per Galatone, la più breve – sono solo diciotto chilometri – in venti minuti ci si arriva. Ma oggi faremo un’altra strada, di qualche chilometro più lunga, ma certamente più suggestiva. Prendiamo la via di Collemeto, che è un piacere percorrere in questa stagione in cui la natura sembra essere esplosa, tanto che anche la strada, invasa dalla vegetazione, appare più stretta del solito. I vigneti sono verdi, i seminativi punteggiati dal rosso dei papaveri ondeggiano già alti al soffio della brezza e le margherite gialle corrono lungo tutta la carreggiata, sicché noi passiamo in questa piana verdeggiante come in trionfo.

Il respiro è profondo e la salute tiene: che c’importa del resto?

Ci complimentiamo col contadino che fatica per offrirci un simile spettacolo, e coi cinesi che pare gestiscano una bella porzione di queste contrade, perché il paesaggio che noi vediamo non è opera della natura, ma dell'arte del coltivare. Se l’auto potesse procedere più piano, fino a fermarsi senza intralciare la circolazione, ti farei dimenticare il mondo intero con la visione di un siliquastro fiorito, una chiazza fucsia nel verde della campagna, o d’un tronco di fico simile a una scultura surrealista o, prima di Collemeto, verso lu Pindaru, con la visione d’un boschetto di olivi centenari, che per ora i nostri simili hanno risparmiato. Per ora. Nei dintorni pare che vogliano costruire un grande centro commerciale. Non so tu, ma io non ne sento la necessità, tanto più che mi sembra di perdere molto tempo inutilmente facendo la spesa in luoghi così grandi.

Una volta superato Collemeto, prendiamo lo svincolo per Gallipoli ed entriamo nella superstrada proveniente da Lecce, che, almeno in alcuni tratti del suo percorso, è sopraelevata rispetto al piano della campagna, e questo ci consente di allungare un po’ lo sguardo sul mondo. Stiamo attraversando un territorio agricolo equidistante dai comuni maggiori della zona: Galatina, Galatone, Nardò e Copertino; un territorio che la costruzione della superstrada negli anni Settanta ha solo tagliato senza grandi modifiche agrarie: boschi d’olivi e vigneti, salvo poche eccezioni, non hanno lasciato il posto a capannoni industriali e fabbriche, ma solo a qualche casa sparsa qua e là, appena visibile tra gli alberi e qualche masseria isolata.

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Quaderno di traduzione 25. Promenades avec papa 5. Mon père PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Mercoledì 23 Aprile 2014 17:36

Traduzione di Annie e Walter Gamet

 

Longtemps, dans mon enfance, je me suis interrogé sur le passé de mon père. Chose étrange, j'ai toujours pensé qu'il n'y avait pratiquement rien à savoir sur ma mère, mais qu'en revanche mon père détenait un secret qu'il me fallait découvrir, car de cette découverte allait s'ensuivre quelque bienfait pour moi. Quant à expliquer pour quelle raison j'en étais venu à concevoir une telle idée, j'en serais bien incapable. Mais il est certain qu'au fil des années,  cette enquête a fini par me lasser moi-même. Je sentais que, tant qu'elle durerait, je ne sortirais pas de mon état d'immaturité dont j'étais bien conscient, tel un enquêteur à l'obstination irraisonnée recherchant un coupable qui n'existe pas, donc introuvable, et ne se résignant pas à classer une affaire qui s'avère sans fondement. À présent, je sais que tout cela était le fruit de mon imagination juvénile et je sais aussi que c'est une grave erreur de vouloir connaître le secret d'un être cher, quel qu'il soit, parce que l'enquêteur viole ce qui constitue l'identité personnelle, d'une manière ou d'une autre il exerce une violence contre celui qui fait l'objet de l'enquête, et de plus inutilement. En fait, dans la plupart des cas, il n'y a pas de secret à découvrir et prendre conscience de cette vérité élémentaire signifie qu'on a fini de grandir, qu'on est devenu adulte, et qu'avec l'inévitable retour des choses, dès qu'on a des enfants assez grands, on est soi-même l'objet d'enquêtes tous azimuts. Si cela pouvait servir à quelque chose, en ce qui me concerne, je dirais dès aujourd'hui à mes deux filles de ne pas perdre leur temps à enquêter sur moi, parce que, lorsqu'elles auront mon âge, elles en comprendront l'inutilité. Mais à quoi bon ? Dans les rapports intergénérationnels, hélas, on ne constate aucun progrès, mais une continuelle et interminable répétition d'erreurs qu'en général on ne parvient à éviter qu'à l'âge adulte. En tout cas, avec ce  récit autobiographique, mes filles sauront au moins que je n'ai jamais eu l'intention de me soustraire à leurs investigations.

Mon père avait un tel talent de conteur que je lui ai toujours reproché de ne pas avoir mis par écrit les anecdotes qu'il savait très bien raconter. Il s'y est toujours refusé, préférant écrire d'autres choses, les événements historiques de Galatina considérés à la lumière de la grande Histoire. Il a toujours tenu à nous présenter les petits événements de Galatina comme significatifs d'une histoire plus large, nationale, tandis que moi, j'aime les petits faits locaux pour eux-mêmes, sans autres relations entre eux que celles qui se  déduisent naturellement du récit. À présent, mon père étant, comme je l'ai dit, parvenu à un âge avancé, il parle beaucoup moins et ses récits ne sont plus que des répétitions ; il ne prend plus la peine de varier l'histoire, mais utilise les mêmes mots, les mêmes pauses syntaxiques, ainsi que les mêmes intonations et je m'y suis tant habitué que, lorsqu'il ne retrouve plus un mot, c'est moi qui lui viens en aide en lui rappelant le nom ou le détail que je connais pour l'avoir déjà entendu de sa bouche je ne sais combien de fois. La matière des propos de mon père concerne des faits et des personnages de  notre province et principalement de la partie située dans l'orbite de Galatina. Et je puis affirmer, pour en avoir fait mille fois l'expérience, qu'il adore parler de lui, raconter les histoires de sa jeunesse et de son entrée dans l'âge adulte. Voilà qui explique comment la conversation avec papa a parfaitement correspondu à mon désir de connaître son passé, c'est-à-dire cette partie de la vie de mon père dont je ne puis avoir de souvenir ; et comment entre nous les sujets de conversation ne manquaient pas, quand au cours de nos promenades en auto dans la campagne autour de Galatina nous prenions la direction des Padùli.


FAVOLE di EVGENIJ PERMJAK 27. Luna, pozzanghera e albugine d’occhio di cornacchia PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Evgenij Permjak   
Sabato 19 Aprile 2014 16:09

Una volta, di notte, una Cornacchia guercia fece delle scoperte sorprendenti.

Di sera, sopra un bosco, si levò una Luna piena sorridente dalle guance rosse.

«Guardate come sono grande!» – disse la Luna. «Sono addirittura più grande del Sole!»

«Sì, è vero!» – acconsentì la Cornacchia guercia, fermatasi per il pernottamento sopra un albero, nei pressi di una palude.

Verso mezzanotte la Luna si rispecchiò in una piccola Pozzanghera della palude. E fu allora che la piccola Pozzanghera, gioendo, esclamò: «Guardate, a conti fatti, sono molto più grande della Luna! La Luna piena è entrata nei miei argini completamente ed è rimasto ancora tanto spazio per farvi stare dentro anche le stelle!»

«Sì, anche questo è vero» – acconsentì la Cornacchia guercia un'altra volta e si mise a ragionare. «Se la Luna, riflettendosi dentro di te, è entrata tutta dentro i tuoi argini ed è rimasto lo spazio a sufficienza per far entrare dentro anche le stelle, tu, Pozzanghera, sei molto più grande della Luna. Ma allora il mio unico occhio, è molto più grande!»

«In che modo?» – domandò la Pozzanghera della palude.

«E' molto semplice» – rispose la Cornacchia guercia. «Tu, Pozzanghera, entri nel mio occhio insieme alla Luna e alle stelle e rimane ancora tanto posto per farvi entrare dentro tutta la palude.»

L'Albugine che stava sull'occhio sinistro della Cornacchia, disse, dandosi arie: «La più grande al mondo – sono io. Mi basta spostarmi sul tuo occhio destro, quello vedente, Cornacchia, e coprirei non soltanto la Luna con la Pozzanghera, ma anche il mondo intero.»

«Sì, questo è vero» – acconsentì un'altra volta la Cornacchia guercia e si rimise a ragionare sulle sue grandi e sorprendenti scoperte fatte in questa notte di Luna piena.

Lasciamola pure ragionare, mentre leghiamo un altro nodo come promemoria.


Come stanno le cose… 15. Passeggiata in campagna PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Sabato 19 Aprile 2014 06:25

["Il Galatino" anno XLVII n. 7 dell'11 aprile 2014, p. 4]


Oggi non ho voglia di dire come stanno le cose…; esse non stanno né meglio né peggio del solito, ma sono io a non sentirmi nella giusta disposizione di spirito per scriverne. E poi, forse che il titolo di questa rubrica ci deve impedire di lavorare di fantasia, quando si ha voglia? Certamente no. Non siamo mica schiavi delle cose, noi!

Il cielo è grigio e fa freddo in questi primi giorni di marzo. Ma ad aprile, quando qualcuno leggerà le parole che sto scrivendo, la natura sarà già tutta in fiore e il cielo si sarà rasserenato. Allora è meglio, caro lettore, non rimanere in città, dove l’ombra dei palazzi ritarda l’arrivo della primavera, e fare invece una passeggiata in campagna, in bicicletta, in moto, in auto, se non hai di meglio.

Andiamo verso Galatone, senza prendere la strada principale, ma quella secondaria, una via traversa, quella che si parte dalle vicinanze dell’Ospedale di Galatina e, attraversando i fondi, va nella stessa direzione. Ah, che bella passeggiata faremo! La stradina ad una sola corsia per entrambi i sensi di marcia corre parallela alla provinciale, ma mentre questa è un rettilineo di otto chilometri, l’altra è più lunga, e piena di curve, che scansano ora un fondo ora un altro. E' una stradina medievale che ci parla di lunghe liti nei tribunali e lontani divieti sanciti in sentenze, di cui oggi non sappiamo più nulla, ma che immaginiamo alla svolta immotivata della strada, quando improvvisamente tocca decelerare per non finire tra gli olivi. Che differenza rispetto alla strada maestra, un vero e proprio rettifilo aperto da una suprema invincibile moderna volontà! Noi faremo un paio di chilometri in più – del resto, quando si fa una passeggiata, non si sta lì a guardare il contachilometri -, ma in compenso ogni tratto spezzato da una curva piuttosto stretta ci manderà l’eco di caparbi desideri di non veder toccata la proprietà, di antiche discussioni, di faticosi compromessi, di vittorie e di sconfitte, di mille aggiustamenti seguiti a mille tentennamenti, di cui i muretti a secco perlopiù sfatti, a stento visibili tra i rovi, conservano il ricordo. Una quercia, all’angolo d’una giravolta, è il segno d’una decisione presa in modo irrevocabile, l’indicazione d’un confine invalicabile, la fine di ogni discussione. Se ci fermassimo per qualche minuto alla sua ombra, sentiremmo quale fremito ancora promanano le sue ombre virenti!

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Quaderno di traduzione 24. Promenades avec papa 3-4. Direction les Padùli; Les Padùli PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Sabato 12 Aprile 2014 07:14

Traduzione di Annie e Walter Gamet

 

Direction les Padùli

Au fil du temps, ayant probablement acquis la conviction que je conduisais bien, mon père autorisa alors une excursion à la campagne par les routes non encore asphaltées qui menaient aux vignes et aux oliviers bien alignés. Là, on était sûr de ne pas rencontrer d’agent de la police nationale ni municipale. À présent, ces routes ont été asphaltées, mais elles sont toujours dégradées et sales car empruntées par de gros engins utilitaires, tracteurs, moissonneuses-batteuses, remorques suivant les saisons, ainsi que par les propriétaires des maisons de campagne. À cette époque, elles étaient à peine carrossables, il fallait rouler au pas en veillant à éviter les trous profonds qui s’ouvraient, nombreux, sur la route non revêtue et pleine de pierres. Je ne vous dis pas l'état de ces routes dans la période des pluies ! C’était un plaisir de slalomer entre les flaques de boue, surtout avec un cyclomoteur ou un scooter, comme je l'ai fait quelquefois en compagnie d'une de mes camarades de classe quand il nous arrivait de sécher les cours.

La campagne autour de Galatina est très variée, comme est varié l’usage qu’on en fait. Oliviers et vignes, ai-je dit, mais aussi des champs de tabac dont la plante atteint une hauteur de deux mètres en été, au printemps les parcelles de blé, d’orge et de maïs, puis en automne les légumes, les chicorées, les fenouils, les navets et les choux que l’on retrouve chaque jour sur les tables des citadins. Villas, villette, villule, villini et villoni, villas doubles, villas champêtres etc., etc. pour le dire à la manière de Gadda originaire de la Brianza, disséminées ça et là, une myriade de constructions sous un pin parasol ou à l’ombre estivale d’un palmier ou plus simplement sous les frondaisons de deux plaqueminiers, arbres auxquels est dévolue aussi une fonction ornementale et que tout bon père de famille prend soin de planter devant la maison : ce sont les résidences secondaires de la petite et moyenne bourgeoisie citadine dont on reconnaît le statut à l’architecture plus ou moins recherchée, changeant au fil du temps et au gré des styles. Les demeures des premières années du siècle passé, de plain-pied, avec leurs nombreuses pièces donnant sur les quatre côtés, leurs corniches à losanges et triangles, surmontées d’une balustrade à colonnettes, trahissent dès le premier coup d’œil l’envie de retrouver à la campagne le même confort que celui dont on disposait en ville. On en voit ça et là, quelques-unes abandonnées et désormais en ruine, noircies par le temps et l’humidité, d’autres, en revanche, récemment restaurées, rendues à une nouvelle vie. La demeure de Vito Vallone, le maire de Galatina à l’époque de Giolitti, puis du fascisme, à présent entourée d’un mur de tuf qui la dérobe en partie aux regards et en défigure l’aspect, la demeure des Sciuga, celle des Vantaggiato, la demeure des Stasi et des Dolce et tant d’autres. Et  puisque chaque époque a laissé son empreinte, quelques appartements des années soixante-dix heurtent le regard, posés comme des boîtes sur de minces colonnes tracées à l’équerre par la main d’un géomètre fou ! Enfin de part en part, dans le lointain, des îlots d’un vert plus intense : ce sont les villas les plus riches, entourées de leur parc de pins, d’eucalyptus et de chênes vélanis qui parsèment toute la campagne des taches de leurs frondaisons. Le soir, ces bosquets se découpent sur le ciel que sillonnent les pies en quête d'un abri pour la nuit.

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FAVOLE di EVGENIJ PERMJAK 26. Il re eterno PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Evgenij Permjak   
Domenica 06 Aprile 2014 19:37

Traduzione di Tatiana Bogdanova Rossetti

 

Un altezzoso, borioso re disse ad un altro re: «Quanto sei piccolo e buffo! Nessuno ti rende gli onori consoni ad un sovrano. Non vieni neppure chiamato “ Sua Maestà ” o “ Sire ”. Che razza di re sei?»

«Ahimè» – rispose l'altro re, – «eppure sono un re vero. Inoltre sono il più famoso di tutti i re! Mi conosce il mondo intero! Su di me sono stati scritti e vengono scritti migliaia di libri. Incessantemente mi trovo su campi di battaglia... Tuttavia nessuno potrebbe chiamarmi re sanguinario, in quanto non verso il sangue di nessuno nelle battaglie vinte. Quando vengo sconfitto, rimango illeso. Certo, non potrei vantare né un'armata né una corte numerosa, posso però assicurare l'immortalità di tutti i miei sudditi. Il mio castello non ha che due torri, ma sono torri indistruttibili. Sono l'unico di tutti i re che non può essere spodestato dal trono. Sono l'unico di tutti i re cui la rivoluzione può garantire molto riconoscimento, popolarità, notorietà tra la gente...»

Così diceva nel silenzio generale, non esagerando di una virgola, non pronunciando una sola parola di menzogna, un re noto in tutto il mondo, stando vicino alla sua regina, circondato dalla sua corte, su... una scacchiera.


Quaderno di traduzione 23. Promenades avec papa 2. Le bar Ascalone PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Giovedì 03 Aprile 2014 07:17

Traduzione di Annie e Walter Gamet

 

C’est de cette époque que datent mes promenades avec papa, promenades du dimanche matin, dans la campagne autour de Galatina. Les premières fois que j'eus le droit de conduire la voiture, j’accompagnai mon père au bar Ascalone, il y passait deux heures à converser avec des amis et à lire le journal, j’allais le rechercher vers midi à l’heure du déjeuner et, pour lui montrer mon habileté à conduire, je lui imposais un large détour avant de rentrer à la maison. Sa fréquentation du bar Ascalone, pour moi, se perd dans la nuit des temps, quand  Andrea, l’actuel propriétaire, était encore jeune apprenti et que lu Totu, son père, assurait la direction avec sa soeur Lucia à la caisse en alternance avec sa soeur Nena. Famille de pâtissiers, les Ascalone, avec moult diplômes dans de beaux cadres accrochés aux murs, datant du siècle passé, quand la maison Ascalone tenait lieu de cuisine annexe à la riche bourgeoisie agraire de la ville et de tous les environs. Pendant les deux heures dominicales qu’il passait dans le bar, assis près de la caisse, mon père conversait surtout avec les « vieux » Ascalone et de temps à autre avec un client. Je restais quelquefois avec lui, mais je ne tardais pas à m’ennuyer et l'envie me prenait de franchir le seuil du laboratoire où  ne pouvaient entrer que de rares élus : ceux qui y travaillaient et quelques amis de lu Totu. Là, parmi les casseroles encore tachées de crème fraîche ou pâtissière et différents ustensiles, entre le plan de travail et le four toujours allumé d’où émanait une chaleur asphyxiante en toutes saisons, entre deux discussions, lu Totu préparait les délices qui allaient conclure le déjeuner dominical de nombreux concitoyens. C'est vers midi, dès la fin de la messe de onze heures, la plus suivie, à l’église principale voisine, que de nombreux fidèles se répandaient dans le bar contigu au laboratoire ; là, dans un petit nuage de fumée de plus en plus dense, ils attendaient d’être servis : choux à la crème, pâtes brisées, palets de dame, fruttoni et fruttini, arlequins et strudels, pour la jouissance du palais gourmand des Galatinais ; et pendant ce temps-là, ils parlaient de tout et de rien, s’échangeaient des politesses comme on le fait entre personnes qu’une nécessité supérieure amène à se rencontrer, au moins une fois par semaine sur terrain neutre, tout en sirotant l’habituel apéritif agrémenté d’olives et de divers amuse-gueule propres à favoriser par la suite une dégustation plus intense du déjeuner dominical. Dans un tel état de plénitude, qui diable allait oser rompre le charme ?

« Papa, suppliais-je, on y va ? » Alors, s'appuyant sur sa canne et sur moi, mon père saluait tout le monde et, avec l'Unità dans la poche de son pardessus, il prenait congé du bar Ascalone, non sans m’avoir confié au préalable le petit plateau de gâteaux à rapporter à la maison. Après la disparition de la vieille génération des Ascalone, les locaux ont été restructurés, le service de bar supprimé et la pâtisserie a adopté un style mi-Liberty mi-Empire. Dans le même temps, mon père a pris de l’âge et renoncé à sa fréquentation dominicale de la pâtisserie d’Andrea, mais pas aux gâteaux. C'est pourquoi, dans notre promenade du dimanche, pour respecter le rituel, on s’arrête encore devant la pâtisserie et c'est moi qui vais chercher les gâteaux commandés par mon père à Andrea la veille au soir par téléphone avec force salutations.


FAVOLE di EVGENIJ PERMJAK 25. Fratelli intransigenti PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Evgenij Permjak   
Domenica 30 Marzo 2014 20:19

Traduzione di Tatiana Bogdanova Rossetti

 

Velocemente dai monti Altaj correvano-scorrevano nelle terre del nord due fratelli: Katun' e Bija. Ardenti, ciarlieri, allegri, uno più bello dell'altro.

Scorrevano ognuno per conto proprio, scorrevano e a un certo punto si incontrarono. Si unirono, si fusero. Insieme fluirono nello stesso letto. Corsero-fluirono i due fratelli fiumi, Katun' e Bija, nello stesso letto e all'improvviso si misero a discutere: come si sarebbe dovuto chiamare adesso il fiume composto da loro due?

«Io correvo-scorrevo per conto mio» – disse Katun' a Bija, – «e tu mi sei sfociato dentro. Perciò adesso questo grande fiume deve essere chiamato con il nome mio – Katun’.»

Ma pure l'altro fratello apparteneva alla stessa razza, quella dei poco malleabili.

«Non sono stato io, Katun', a sfociarti dentro, ma sei stato tu ad affluire dentro le mie acque. Quindi il grande fiume dovrebbe chiamarsi come me, Bija

Avrebbero discusso ancora a lungo, agitandosi, schiumando, uscendo dagli argini, ma incontrarono un uomo. Un esploratore di terre nuove. Un uomo russo. Cominciarono ambedue i fiumi a cercare di erodere, di scavare sotto i piedi dell'uomo, volendo piegare il suo giudizio a proprio favore. Ognuno buttava per lui sulla riva il suo pesce migliore. Ognuno dei fratelli-fiumi voleva suggerirgli il proprio nome, per portarlo dai monti Altaj al mar freddo di mezzanotte e glorificare soltanto se stesso.

L'uomo russo, però, era una di quelle persone semplici. Non gli piaceva chi metteva se stesso davanti a tutto e tutti, chi rincorreva la gloria e la fama a discapito degli altri, non risparmiando perfino dei fratelli. Perciò disse ai due fiumi: «Deciderò, fratelli, la vostra contesa. Né uno né l’altro rimarrà offeso. Ob[1]: entrambi vivrete nel nome del fiume.»

Così disse e chiamò il grande fiume – Ob.

Così gli intransigenti, testardi, cocciuti fratelli, con molte rapide, fondendo le loro acque, persero i nomi loro e si misero a correre-scorrere ambedue come Ob. Un grande fiume russo della Siberia. Tutti lo conoscono, stupendo, magnifico, e di Katun’ e Bija in pochi si ricordano.

 

 


[1] Obe,f., oba, m. (russo) entrambi.


Quaderno di traduzione 22. Promenades avec papa 1. La Fiat 500L et autres détails PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Giovedì 27 Marzo 2014 09:32

Traduzione di Annie e Walter Gamet

 

Quand je cherche à retrouver le temps de mes premières promenades avec papa, je me revois jeune encore, au volant de la Fiat 500L bleue de ma mère. Un petit jeune sans permis de conduire qui tournait dans la localité, veillant à ne pas tomber sur un agent de la police municipale mais voulant se montrer à ses camarades d’école au volant d’une auto ! Type de situation à interpréter sous l’angle oedipien, puisque j’ai profité du handicap de mon père, atteint de poliomyélite aux membres inférieurs, et dans l’impossibilité de conduire, pour m’approprier la voiture de ma mère avant le temps, à quatorze, quinze ans à peine. En fait dans notre famille seule ma mère conduisait, elle avait dû assumer le rôle de chauffeur, un rôle masculin selon sa façon de penser, auquel elle se prêtait de mauvaise grâce, faisant de nécessité vertu, simplement parce qu’à la maison il fallait vraiment quelqu’un pour conduire. Mon père étant dans l’impossibilité de le faire, et nous les enfants encore petits, elle était donc allée à l’auto-école, elle qui n’avait fréquenté l’école que très peu d’années et l’avait quittée depuis longtemps. Si bien que, lorsqu’un peu plus grand, je me mis à lui chiper l’auto, elle gronda, se fit du souci et finit par me donner les clés. À vrai dire, ma précocité lui fut bien utile, puisqu’une fois libéré de mon travail scolaire, je la soulageais de quelques-unes de ses tâches, en allant par exemple chercher ou conduire mon père à l’école, faire les courses ou régler les affaires courantes en ville. Mes parents manifestaient beaucoup d’appréhension chaque fois que je demandais à conduire la voiture et ils me recommandaient d’éviter les policiers municipaux. Je suppose qu’ils comptaient aussi sur une certaine indulgence des policiers : dans une petite ville comme la nôtre, où tout le monde se connaît, on espère tous qu’ils se montreront un peu accommodants, et fermeront les yeux pour peu qu’on ne fasse pas de grosse bêtise.  Exactement à l’âge de quinze ans, - c’était en juin 1978, je m’en souviens bien parce qu’à partir de cette année-là nous ne sommes plus allés en vacances à Leuca - à l’occasion de notre cinquième et dernier déménagement dans une maison enfin à nous, j’ai donné au sein de la famille un sacré coup de main pour transporter d’une maison à l’autre tout ce qui pouvait l’être avec une Fiat 500L munie d’un porte-bagages acheté pour la circonstance, sans oublier les centaines de livres et de revues de mon père. Nous étions relativement pauvres, mais comme mon père était professeur nous ne manquions pas de livres, ma mère disait même qu’il y en avait beaucoup trop.

Quand je repense à toutes les maisons que nous avons louées, je les vois défiler devant mes yeux l’une après l’autre, comme des fragments de mon passé familial, images de lieux variés, chacune avec ses lumières et ses ombres particulières aux différentes heures de la journée. Encore aujourd’hui, dans mes déplacements quotidiens, il m’arrive de passer par la place Fortunato Cesari, la via Mazzini, ou encore la via Val d’Aosta (je ne cite pas les autres lieux habités par mes parents avant ma naissance), je ne manque jamais de lever les yeux vers ces fenêtres auxquelles je me suis tant de fois accoudé et de regarder les façades des maisons où j’ai vécu quatre, cinq ans ; mais l’intérieur de ces habitations m’est désormais interdit et je ferais assurément figure de sentimental si je demandais à ceux qui les occupent actuellement la permission de les visiter.

Grâce au travail de mon père et aux économies de ma mère, nous sommes enfin parvenus à posséder notre maison, via Carlo Mauro 14, une véritable conquête ! Ce fut à l’occasion de ce dernier déménagement que nous décidâmes de jeter le portrait de mon bisaïeul paternel, Fortunato - décédé en 1925 -, la photo étant irrémédiablement rongée par les moisissures de la cave très humide creusée sous la maison que nous étions en train de quitter. Si j’avais alors imaginé que trente ans plus tard les nouvelles découvertes techniques auraient permis de récupérer une photographie si mal en point, je me serais opposé à une telle décision. Mon père regretta cette perte, mais il ne dit mot, ce faisant il adressait un reproche tacite à ma mère, coupable d’avoir exposé le portrait à l’humidité en le reléguant à la cave. À cette époque elle était jeune mariée et supportait mal, disait-elle, de se trouver face à des morts. Puis, les années passant, la commode de sa chambre à coucher se couvrit de portraits funéraires (et depuis quelques temps, hélas, s’est ajouté aussi le sien). Pour revenir à Fortunato, après la perte de ce portrait, il ne reste aucune autre photo de lui, si bien que moi-même aujourd’hui, tout en l’ayant vu des dizaines de fois, je n’ai pas de souvenir précis du vrai visage de mon bisaïeul, dont le portrait rongé par les moisissures, un beau jour de printemps de l’an 1978, alors que nous étions affairés à déménager, fut jeté à la poubelle.


Quaderno di traduzione 21. Mon grand-père PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Martedì 18 Marzo 2014 19:04

Traduzione di Annie e Walter Gamet


Il est absolument impossible qu’un homme n’ait pas dans le sang les qualités et les prédilections de ses parents et de ses ancêtres, quoique les apparences puissent faire croire le contraire.

Friedrich Nietzsche, Par-delà le bien et le mal, aphorisme 264.

 

 

Vers midi, un peu avant que la sonnerie ne retentisse, Uccio Pensa vint me prendre  à l’école.  Le concierge m’accompagna jusqu’à la sortie et je montai dans l’auto avec une certaine anxiété. Je ne me rappelle plus si j’étais seul, avec ma soeur ou mon père, ou avec les deux ensemble. Ma mère était déjà à Corigliano d’Otrante, car mon grand-père était mort quelques heures auparavant et elle s’y était rendue immédiatement avec sa voiture, dès qu’elle avait appris la nouvelle au téléphone. C’est Uccio Pensa, rappelé à la rescousse pour la circonstance, qui m’annonça la mort de mon grand-père. C’était en mai mille neuf cent soixante-trois, j’avais dix ans, j’étais en CM2.

On me poussa vers lui, allongé sur le lit, vêtu de noir, très élégant comme jamais je ne l’avais vu auparavant : je devais l’embrasser. Je porte encore en moi la sensation de la joue rugueuse - d’ici peu, le barbier allait venir le raser - . On lui avait mis un mouchoir blanc autour de la tête pour lui maintenir la mâchoire de façon qu’il garde la bouche fermée, comme on me l’expliqua par la suite.

Entre mon grand-père et mon père, le courant ne passait pas. Ma mère s’était mariée sans la bénédiction de ses parents, elle s’en était passé et avait donc dû se passer aussi de dot : pas de chambre à coucher, pas de trousseau. Elle n’avait attaché aucune importance au fait que mon père avait eu la poliomyélite et marchait avec une canne. Par-dessus le marché il n’avait même pas encore fini sa licence, et pourtant elle l’avait épousé. Dans les années qui ont suivi, le rapprochement n’a pas été facile. On allait à Corigliano le dimanche après-midi, Uccio Pensa nous y conduisait pour quelques sous, on y restait deux heures, puis on revenait à Galatina. Mon grand-père passait beaucoup de temps assis dans un coin de la grande salle du rez-de-chaussée, sorte de hall voûté en étoile et pavé en pierre de Cursi, sous lequel se devinait une citerne utilisée pendant la guerre comme dépôt clandestin de produits agricoles à soustraire aux contrôleurs des finances du Duce. La famille de ma mère passait toute la journée dans cette grande salle : on y cuisinait, filait, cousait, on y mangeait le midi et le soir, on y causait ; pour la nuit, les filles et les parents montaient par un escalier étroit et raide dans les deux pièces de l’étage du dessus, tandis que les frères, une fois les lits ouverts, restaient à dormir en bas.

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FAVOLE di EVGENIJ PERMJAK 24. Un tappetino di mente fine PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Evgenij Permjak   
Domenica 16 Marzo 2014 19:33

Traduzione di Tatiana Bogdanova Rossetti

 

Mašen'ka cresceva ed era reputata una ragazzina molto intelligente, tuttavia alcune cose sfuggivano ancora alla sua mente.

Un giorno Mašen'ka era andata nel bosco e, passando vicino all'Ortica, si era scottata le gambe.

«Brutta, cattiva, urticante che non sei altro, ma che male! A cosa serve la tua esistenza al mondo? Solo a procurare dei danni alla gente!»

A ciò l'Ortica rise e disse: «Così si potrebbe dire pure dell'ape, giudicandola soltanto dal pungiglione. Ma l'ape ci dona anche il miele.»

«Come ti permetti, nullafacente, di paragonarti ad un'ape lavoratrice!»

«Sai cosa ti dico» – rispose l'Ortica, – «vieni qua in autunno, così, forse, potrò aggiungere alla tua mente un po' più di giudizio e d'intelligenza.»

Mašen'ka stentava a credere che l'Ortica potesse aggiungere qualcosa alla sua lucida mente, ciononostante tornò. Non si sa mai e se l'Ortica davvero avesse potuto dirle qualche cosa di utile? Trovò l'Ortica autunnale tutta ingiallita, invecchiata. La sua voce era divenuta dura e stridula.

«Mašen'ka, procurati dei guanti» – disse l'Ortica. «Toglimi dalla terra e legami in fasci.»

Mašen'ka si mise dei guanti, strappò l'Ortica e la legò in fasci.

«Adesso» – disse l'Ortica, – «bagnami bene nel fiume e poi fammi asciugare un po'.»

Maša bagnò l'Ortica, l'asciugò all'aria e domandò: «Cosa altro inventerai adesso?»

«Ora» – disse l'Ortica, – «rompi i miei steli, schiacciali ben bene, sbattili per toglierne tutto il superfluo. E dopo vedrai...»

Mašen'ka fece nuovamente tutto quello che le aveva detto l'Ortica e ricavò una lunga, resistente fibra d'ortica.

Maša rifletté per un po' di tempo e decise: se c'è una fibra, posso benissimo farla diventare dei fili. Maša filò i fili e si impensierì di nuovo. Pensò, pensò e decise di tessere con i fili un tappetino. Tessé un tappetino, cui sopra ricamò una giovane, allegra Ortica. Appese il tappetino sul muro e disse: «Grazie tante, Ortica, che mi hai aggiunto dell'intelligenza e del giudizio. Ora so che non tutto al mondo è futile e inservibile, pur sembrando futile e inservibile.»

Da allora Maša cominciò a ragionare su tutto, cercò di vederci chiaro in ogni situazione, ricercando in ogni particolare quale fosse l'utilità per tutti.


FAVOLE di EVGENIJ PERMJAK 23. Madre-matrigna PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Evgenij Permjak   
Domenica 09 Marzo 2014 21:10

Traduzione di Tatiana Bogdanova Rossetti

 

Una scapestrata femmina di Cuculo fece tre uova. Il primo  nel nido del Rigogolo, il secondo  nel nido del Picchio nero, il terzo  nel nido de Cardellino. Depositò le sue uova la madre leggera, snaturata, e volò via a cuculiare nei boschi allegri, predire gli anni da vivere, abbindolando la gente, per solleticare l'amor proprio e compiacersi. Svolazzò senza sosta, cuculiò a più non posso e si ricordò tutto ad un tratto dei figlioli che aveva abbandonato nei nidi degli altri.

«E' arrivata l'ora di riprenderli sotto la mia ala» – si disse la femmina di Cuculo. «Chissà, come saranno felici i miei figlioli ad incontrare la loro madre naturale!»

Si avvicinò la femmina di Cuculo al nido dei Rigogoli, ma il piccolo Cuculo non rivolse neppure uno sguardo alla madre. Chiamava la madre e il padre dei Rigogoli. Accettava il cibo dal loro becco, riconosceva le loro voci e rispondeva soltanto a loro.

«Ahi, ecco come sei, ingrato! Sei uscito dal mio uovo e non vuoi neppure riconoscermi» – disse stizzosamente la femmina di Cuculo e volò al nido dei Picchi neri. Vide dentro al nido un pulcino di Cuculo e si precipitò verso di lui: «Ciao! Caro figliolo! Mi riconosci? Sono io, la tua vera madre!»

Il pulcino di Cuculo fu spaventato da quell’uccello mai visto prima, si mise a pigolare per tutto il bosco, chiamando a squarciagola i Picchi neri: «Mamma, babbo, volate qui, presto! Una signora estranea vuole portarmi via dal nostro nido!»

Arrivarono i Picchi neri e scacciarono a beccate la femmina di Cuculo. Non rimase altro alla femmina di Cuculo che volare subito verso il nido dei Cardellini, in cui il suo pulcino di Cuculo era cresciuto tanto grande da diventare due-tre volte più grosso dei genitori adottivi, i Cardellini, che andavano e tornavano dal nido come impazziti per imbeccare questo loro voracissimo pulcino.

«Se le cose stanno così», – pensò la femmina di Cuculo, – «questi due mi restituiranno, eccome, il mio mangione!»

«Prendilo» – dissero i Cardellini, – «il tuo trovatello. Noi due siamo davvero sfiniti per sfamarlo.»

Non appena sentì questo il pulcino di Cuculo, si mise a tremare tutto, sbatté le alette e pigolò lamentosamente, pietosamente: «Cari miei genitori, per me è meglio morire di fame che andar via dalle vostre ali, sotto l'ala di questa estranea.»

Si impietosirono i Cardellini, piansero persino insieme al pulcino.

«Ma no, caro figliolo, abbiamo scherzato, a nessuno mai, mai ti daremo, stai tranquillo, magari riposeremo meno, ma cibo e cure non te le faremo mai mancare.»

Si precipitò la femmina di Cuculo dal giudice di pace per cercare di farsi restituire i figli con la legge. Il giudice di pace in questo bosco era un saggio Gufo. In un battibaleno riusciva a sbrigare tutte le cause. E la causa della femmina di Cuculo la giudicò molto rapidamente. Secondo coscienza: «Una madre come te» – disse il Gufo alla femmina di Cuculo, – «è peggio di una cattiva matrigna!»

Secondo una saggezza popolare, emanò il verdetto: «Per essere una vera madre non basta partorire i figli. I veri genitori sono quelli che fanno crescere i figli!»


Quaderno di traduzione 20. À pied jusqu’à Galatina PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Giovedì 27 Febbraio 2014 08:28

Traduzione di Annie e Walter Gamet

 

Les doctrines passent - les anecdotes restent.

E. M. Cioran, Carnets, 1957 - 1972, 27 mai 1969.

 

Je repense au récit que ma mère faisait d’une journée mémorable, la première passée loin de la maison de ses parents. Lorsqu’elle conduisait la voiture sur la route de Corigliano d’Otrante, où, le dimanche, nous allions retrouver sa famille, le souvenir de ce jour lointain revenait affleurer à sa mémoire, et chaque fois, elle nous répétait l’histoire de son voyage à pied à Galatina le jour de la San Pietro, de nombreuses années auparavant.

La voici, avec ses amies, sur la route non encore asphaltée de Corigliano d’Otrante à Galatina, à l’âge de quinze, seize ans, donc dans les toutes premières années cinquante (ma mère était née en 1934), à marcher, marcher pour arriver dès que possible à la fête du saint patron de Galatina, Santu Petru, la plus importante des alentours. Elle est partie à l’aube, évidemment avec l’autorisation de ses parents tout à la dévotion du saint, pieds nus et chaussures à la main pour économiser les semelles ; elle ne les mettra qu’aux portes de Galatina. Dans la poussière du chemin empierré, quelques groupes de fidèles de Corigliano, Maglie, Castrignano dei Greci, distants d’un kilomètre l’un de l’autre, croisent de rares marcheurs en route vers Corigliano qui sait pour quelles affaires. De temps en temps, un char à bancs les dépasse, on se demande ce qu’il transporte : ses côtés sont hauts, sûr que derrière il y a quelque chose, ou bien quelqu’un qui ne veut pas se montrer. Sûr que là-dedans, dit l’une des jeunes filles de Corigliano, il y a une tarentulée en retard qui va demander la grâce de Santu Paulu.

Voilà justement sur le chemin un figuier chargé de ses premiers fruits. Impossible de ne pas s’en approcher, marcher donne faim : elles mangent à qui mieux mieux. Elles marchent encore et encore jusqu’au sommet de la côte d’où apparaît enfin San Pietro de Galatina, grand édifice plus haut que les autres : pour les jeunes Coriglianaises, vingt mille habitants, c’est une grande ville, comparés aux trois mille de Corigliano. Quelle joie pour ma mère d’être enfin libre une journée entière, loin des parents, avec ses amies et qui sait combien de beaux jeunes hommes à Galatina ! Certes les amies ne cachent pas quelque crainte, à cause de tout ce qu’elles ont entendu sur les Galatinais, que c’étaient des canailles, qu’il fallait faire attention à qui on accordait sa confiance. Combien de temps leur faudra-t-il pour arriver jusqu’à Galatina ? Dix kilomètres à pied, en riant et en plaisantant, se parcourent en trois heures, quatre tout au plus si l’on compte quelques temps de pause. Parties de nuit, à trois heures, elles seront à sept heures au plus tard à Galatina, sous un soleil déjà haut et brûlant en cette saison. Il a dû faire très chaud ce vingt-neuf juin 1951, et si l’on dit qu’à la San Pietro il pleut toujours, c’est dans l’espoir que le ciel apporte un peu de fraîcheur aux gens qui vont à la fête dans une chaleur à mourir.

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FAVOLE di EVGENIJ PERMJAK 22. Fili spariti PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Evgenij Permjak   
Martedì 25 Febbraio 2014 12:53

Traduzione di Tatiana Bogdanova Rossetti


C'era una volta una vecchia litigiosa. Che era, inoltre, una sciattona. Una volta le capitò di dover cucire. E trovò, come tutte le sciattone, i suoi fili imbrogliati in un groviglio pazzesco. Si mise a sbrogliarli. Sbrogliava, sbrogliava la vecchia svogliata, negligente, frettolosa, ma perse presto la pazienza ed urlò: «Ma andatevene tutti in malora! Sparite per sempre, fili cattivi! Che non vi vedano mai più i miei occhi, né voi né tutta la vostra brutta razza!»

I fili non se lo fecero ripetere un'altra volta e sparirono insieme a tutta la loro razza di fili: camicette, bluse, pullover, gonne, abiti e tutta la biancheria. Niente di niente di ciò che era fatto coi fili rimase dentro la casa della vecchia litigiosa.

Rimase nuda la vecchia seduta in mezzo alla stanza e le sue urla riecheggiavano per tutta la casa:

«Mamma mia, mamma mia, ma dove son finiti tutti i miei vestiti?»

La vecchia si precipitò a prendere il suo cappotto di montone rovesciato per coprirsi in qualche modo, ma vide che pure del cappotto erano rimaste soltanto le pelli separate di montone, in quanto anch'esse erano state cucite tra loro con dei fili.

La vecchia si agitava, correva da un angolo della casa all'altro, sollevando per tutta la casa soltanto le piume delle coperte e dei cuscini, perché anche le loro fodere e le federe erano tessute coi fili. Non rimasero nella casa né calze né coperte né tappeti né passatoie. Nulla rimase di quello che era stato fatto con i fili.

Si mise addosso un sacco di tessuto di fibra di tiglio e cominciò a supplicare i fili perché la perdonassero: «Voi, carissimi fili di lino, voi, fili di lana belli caldi, voi, gioia dell'anima mia, fili freschissimi di cotone e anche voi, bellezza solare degli occhi, fili di seta luminosa! Vi supplico, perdonatemi, perdonate una vecchia litigiosa, frettolosa, negligente e sciatta. Tornate, vi prego, dentro la mia casa!»

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FAVOLE di EVGENIJ PERMJAK 21. Chi macina la farina PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Evgenij Permjak   
Domenica 09 Febbraio 2014 20:13

Traduzione di Tatiana Bogdanova Rossetti

 

Viveva nella cassa-raccoglitrice del mulino Furfante, un verme della farina. Una volta, dopo essersi abbuffato di farina fresca, strisciando a fatica, arrivò sul bordo della cassa, si affacciò fuori e, sbadigliando, domandò: «Ma chi macina la farina?»

«Come chi?» – stridette la macina. «Sono io!»

«Ma cosa dici, sono io» – cigolò irritato il pignone di legno. «Sono io a far rotolare l'asse su cui tu, macina, stai appoggiata. Ciò significa che sono io a macinare la farina!»

«Non vi pare di esagerare?» – si intromise nella discussione l'albero principale del mulino. Tu, pignone, sopra chi sei messo? Non ti pare che sono io a farti ruotare? Perciò, è giusto attribuire a me tutto il compito della macinazione della farina!»

A questo punto le pale del mulino non resistettero più e si misero a fischiare per il disappunto: «Siamo noi, le pale, a girarvi tutti quanti! Quindi siamo noi a macinare la farina e nessun altro.»

Ma nel sentire questo, si incollerì il vento. Imbestialito, se la prese con la porta del mulino, entrò dentro il mulino, soffiò via il Furfante verme della farina e si mise a soffiare con una potenza tale che dovettero girare le povere pale del mulino, baluginando, come matte.

Per reazione, si misero a girare e lavorare più velocemente e più forte l'albero principale, il pignone e la macina. La macinazione della farina proseguì allegramente.

«Adesso, spero che abbiate capito chi macina davvero la farina!»

«Certo, come non comprendere, caro vento, che sei tu il nostro benefattore a girarci tutti!» – risposero tutti.

«Dite?» – sorrise il mugnaio. «E' certo che non a tutti è ancora chiaro chi macini veramente la farina, a chi siano soggetti tutti i venti, tutte le acque, chi costruisca tutti i mulini della terra».

Così dicendo il mugnaio girò la leva principale della ventola. Il lavoro del mulino si arrestò. Tutti si fermarono: la macina, l'albero principale e il pignone. Il mugnaio si mise a lubrificare a tutti loro i punti di attrito, cosicché la smettessero una volta per tutte di scricchiolare. Poi mise del grano non macinato, svuotò la cassa-raccoglitrice dalla farina già macinata e rimise in funzione il mulino.

Le pale si misero a lavorare docilmente. Silenziosamente rotolarono l'albero principale e il pignone di legno. Senza chiacchiere e scricchiolio.

«Ecco, bravi, così va molto meglio» – proferì il vecchio mugnaio.

Chiuse con un lucchetto il mulino ed espresse una minaccia al vento, scuotendo il dito indice: «E tu, brigante, non scherzare più, macina!» e andò a casa per il pranzo e, già che c'era, a raccontare ai nipotini questa favola, in modo che sapessero chi macina la farina, a chi sono soggetti tutti i venti, tutte le acque e tutti i mulini sulla terra.


FAVOLE di EVGENIJ PERMJAK 20. Il brutto abete PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Evgenij Permjak   
Giovedì 23 Gennaio 2014 22:10

Traduzione di Tatiana Bogdanova Rossetti


In un bosco misto, parlante danese, crescevano alberi parlanti danesi che si esprimevano tra loro nell'unica lingua che conoscevano,  il danese.

Nelle giornate caldissime di sole, spossati dalla calura, gli alberi parlavano tra di loro sottovoce, talmente piano, che persino gli uccelli dall'udito sensibile non potevano distinguere una parola di ciò che sussurravano. Però, non appena si alzava il vento, nel bosco si sollevavano dei discorsi tanto agitati e rumorosi che chiunque avrebbe potuto ascoltare facilmente i loro temi.

Il più chiacchierone di tutti era il Tremolo. La sua voce sonante di undicimila foglie non si zittiva neppure a mezzogiorno. Il Tremolo adorava darsi al pettegolezzo, come, peraltro, la Betulla. L'Abete invece era fatto di una pasta opposta a loro due. L'Abete era estremamente taciturno e pensieroso. Lui, a differenza dei suoi belli e slanciati fratelli, veniva su non tanto bello. Anzi, diciamolo pure, cresceva proprio brutto: tutto da una parte e storto.

L'Abete non era benvoluto dai confratelli del bosco, anche se a nessuno di loro aveva fatto alcun male. Non copriva loro il sole, non gettava loro ombra, non li privava dell'umidità, non frusciava per disturbare il loro riposo, come facevano, per esempio, il Frassino e il Rovere. Insomma, il suo comportamento era molto tranquillo. Gli alberi, però, avevano una pessima maniera di rapportarsi tra loro, privilegiando su ogni cosa l'aspetto fisico, l'abito, la bellezza dei rami e la conformazione delle fronde. L'Abete invece non era attraente, era brutto. Proprio questo servì da pretesto perché fosse perennemente deriso dal narcisista Frassino, dal giovane bellissimo Acero e dalla Betulla, il cui vanto maggiore era, oltre a tutti gli altri, di avere dei rami raffinatamente sottili.

Tutti loro non volevano bene all'Abete, in virtù anche di un altro importante motivo. Infatti, uno Scrittore di favole che godeva di grande rispetto presso tutti gli alberi e gli altri abitanti del bosco, ma che proprio al brutto Abete mostrava maggior riguardo e attenzione, spesso si sedeva sotto l'Abete con i suoi quaderni per scrivere le sue favole o soltanto per sognare pensierosamente.

Nessuno sapeva perché preferisse proprio la sua ombra, ma c'erano tante chiacchiere nel bosco a questo proposito.

Il Frassino sosteneva che lo Scrittore di favole, così come l'Abete, era solo, brutto e spilungone. L'Acero trovava la ragione nel fatto che l'Abete, per farsi ben volere, faceva cadere apposta per terra i suoi aghi più morbidi perché lo scrittore stesse seduto più comodo. La Betulla diceva certe cose che sarà molto meglio non ripetere. Comunque, non vogliamo di certo assumere il ruolo del Vento, che senza ritegno spargeva tutte le insensate voci nel bosco. Peraltro bisogna adesso passare agli avvenimenti più importanti del nostro racconto...

...Un giorno nel bosco arrivarono i tagliaboschi ed abbatterono il vecchio Rovere. Si sentì il pianto disperato degli altri alberi: piansero figli, nipoti, pronipoti e amici del vecchio Rovere. Avevano la sensazione che tutto fosse finito per sempre. Soprattutto dopo che il vecchio Rovere fu segato in tanti ceppi e portato via dal bosco.

Nel momento in cui tutta la parentela della quercia-rovere pianse sul fresco taglio del ceppo rimasto del Rovere, apparve lo Scrittore di favole. Gli dispiacque tanto che il bosco fosse stato privato del suo verde Ercole, il grande, fronzuto Rovere di tre secoli, cosicché pure una sua lacrima cadde sul taglio fresco del ceppo rimasto.

Ma le lacrime non risolvono le disgrazie. Sapendo questo, decise di raccontare una favola su quello che succede agli alberi, quando li portano via dal bosco.

«Signori,» – disse in danese, rivolgendosi agli alberi, – «volete ascoltare una favola sul vostro futuro?»

Nel bosco parlante tutto tacque. Gli alberi drizzarono le foglie e si misero ad ascoltare.

«Nessuno di voi, come peraltro nemmeno io» – cominciò lo Scrittore di favole, – «vorrebbe abbandonare questo stupendo bosco. Ma non tutti, andando via di qua, smettono di vivere. Non tutti, una volta abbattuti, muoiono.»

Il bosco rumoreggiò e aggrottò la fronte. L'inizio della favola sembrò agli alberi solo una consolante menzogna.

Lo Scrittore di favole fece un segno e nel bosco ritornò il silenzio.

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Racconti sovietici 7. JURIJ OLJOŠA: Amore PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Scrittori sovietici   
Lunedì 06 Gennaio 2014 17:51

Traduzione di Tatiana Bogdanova Rossetti

 

Šuvalov attendeva Lelja nel parco. Era un caldo mezzogiorno. Sopra un sasso apparve una lucertola. Šuvalov pensò: sopra questo sasso una lucertola è vulnerabile, è facile vederla. «Mimicry» – pensò. Il pensiero del mimetismo gli fece venire in mente un camaleonte.

«Buona notte!» – disse Šuvalov. «Ci mancava solo il camaleonte!»

La lucertola fuggì.

Šuvalov, in preda ad irritazione, si alzò dalla panchina e si diresse a passo spedito lungo la stradina. Era stato sopraffatto dalla stizza, sentiva il desiderio d’opporsi a qualcosa. Si fermò bruscamente e, a voce piuttosto alta, disse: «Accidenti! Come mai sto pensando ai camaleonti e al mimetismo? Non so, decisamente, che fare di questi pensieri!»

Giunse ad un praticello e si sedette su un ceppo d’albero abbattuto. Volavano gli insetti. Trasalivano gli steli delle piante. L’architettura del volo d’uccelli, mosche, scarabei, maggiolini era illusoria, tuttavia si poteva captare qualcosa di una linea tratteggiata di contorni e sagome d’archi, ponti, torri, terrazze d’una misteriosissima città, in continua, istantanea trasformazione e velocissimo spostamento.

«Comincio a non essere più padrone di me stesso» – pensò Šuvalov.     «L’ambito della mia attenzione è inesorabilmente intaccato. Divento un eclettico! Mi sento d’essere gestito, ma da chi, da che cosa? Sto iniziando a vedere quello che non esiste!»

Lelja non arrivava. La permanenza di lui nel parco si era protratta troppo. Si mise a gironzolare, come se facesse una passeggiata. Dovette costatare l’esistenza delle specie più disparate di insetti. Lungo uno stelo camminava un minuscolo coleottero, lo acchiappò e se lo mise sul palmo della mano. All’improvviso vide brillargli l’addome. Si infuriò a questo punto: «Al diavolo! Un’altra mezz’ora e diventerò un naturalista!»

Gli steli erano molteplici, le foglie, gli arbusti; notò i fili d’erba a nocche, articolati come il bambù; rimase stupefatto dalla policromia e dalla varietà di erbe di quello che comunemente viene denominato “prato” o “macchia d’erba”; la policromia dello stesso terreno, risultava per lui, adesso, una totale sorpresa.

«Ma io non voglio diventare un naturalista!» – implorò Šuvalov. «A nulla mi servono tutte queste osservazioni, del tutto casuali!»

Di Lelja nessuna traccia. Šuvalov aveva fatto alcune deduzioni statistiche e aveva stabilito una qualche classificazione. Poteva oramai asseverare perfino, che dentro questo parco vi erano, in prevalenza, alberi dal largo arbusto e fronde ed a foglie grandi a forma di fiori del mazzo di carte. Riusciva a distinguere ed a riconoscere il ronzio degli insetti. La sua attenzione, lungi dalla sua volontà, si era riempita di contenuto per lui alquanto indifferente.

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E una stella nel cielo brillò PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Maurizio Nocera   
Martedì 31 Dicembre 2013 17:01

Quando il giorno volgeva al crepuscolo, al tempo dell’inverno inoltrato, quasi dentro il giorno della festa della Luce, cioè della Natività, la madre raccoglieva i suoi figli intorno al braciere e, seduti su dei minuscoli scanni, li comandava al Rosario; un Rosario che non finiva mai: quanti Credo, Ave o Maria, Padre Nostro, Ora Pro Nobis, Anime dei Cari Morti, Suppliche a tutti i Santi del Paradiso, tanti e tanti semini da sgranare, tanti che nessuno dei figli si è mai ricordato quanti. L’interminabile cantilena non finiva se non quando il padre faceva ritorno dal lavoro. Solo allora, inaspettatamente e come per magia, la madre, in fretta e furia, chiudeva con l’Amen il Rosario, e i figli che, finalmente autorizzati, si alzavano dagli scanni e si sgranchivano le gambe quasi ormai anchilosate, che friggevano per l’addormentamento forzato.

Iniziava allora il rito del lavaggio del corpo padre.

Allora si viveva in cinque (padre, madre e tre figli) in un solo vano basso (la cantina), che un tempo era stata la stalla per l’asinello del nonno, alla cui morte, con la gioia che tracimava dalle orbite, era stata ereditata dal padre, povero che più povero non c’era un altro in tutto il paese.

Data l’angustia della stanza, non era cosa semplice il lavaggio del corpo impolverato del padre: il primogenito andava alla fontanina al centro dello spiazzo del quartiere a prendere l’acqua col secchio e, poiché c’era un solo secchio in tutta la casa, occorreva fare più viaggi; il secondo figlio aveva una brocca per mano e, a seconda della richiesta del padre, versava nel catino ora acqua calda ora acqua fredda; la figlia, ultima nata, teneva tra le sue braccine gli asciugamani, uno più morbido per il viso e l’altro più ruvido per le braccia e le gambe.

Solo alla fine del quotidiano rito del lavaggio, la madre, che intanto aveva scaldato il cibo alla fiamma del camino, chiamava tutti attorno alla tavola, faceva congiungere le mani a tutti e comandava la preghiera del Ringraziamento al Signore per il pasto di quel giorno. E con ciò finalmente arrivava anche l’ordine di mangiare.

Si era ormai alla vigilia del 13 dicembre, giorno dedicato a Santa Lucia, e la famiglia povera del bracciante proprio nel rione denominato Santa Lucia abitava.

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La città fantastica 1. Arrivo in città PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Venerdì 27 Dicembre 2013 09:01

[Estratto da La città fantastica: capitolo I]


Arrivo in città

 

Dall’autostrada vedemmo in lontananza un bosco e, siccome faceva un gran caldo, decidemmo di fare una sosta sotto gli alberi che promettevano una buona frescura. Prendemmo il primo svincolo e, dopo pochi chilometri, seguendo la strada maestra, ci accorgemmo che la selva nascondeva una vera e propria città, invisibile da lontano. I suoi edifici, infatti, essendo piuttosto bassi, ad un piano solo sul livello stradale, appena comparivano tra il fogliame. Nessuno di noi conosceva il nome della città e presto smettemmo anche di cercarla sulla cartina, che giudicammo piuttosto imprecisa. Il TomTom, poi, aveva smesso di funzionare, forse il caldo gli aveva fuso i microchip.

Svoltando a sinistra, imboccammo una breve discesa che ci condusse dieci metri sotto la città, nel bel mezzo di un Grande Parcheggio sotterraneo. Alcuni abitanti del luogo, vestiti con abiti multicolore, sembravano aspettarci. Ci vennero incontro pieni di allegria e ci spiegarono che, seguendo la segnaletica, avremmo potuto raggiungere qualunque luogo della città, nei quattro punti cardinali, verso ognuno dei quali si apriva un ingresso al Grande Parcheggio, servito da scale e ascensori. In pochi minuti fummo tra gli alberi e le case.

Al nostro arrivo avevamo già notato l’assenza pressoché assoluta di auto in circolazione. Le strade erano sgombre e stranamente larghe, gli spazi al bordo della carreggiata, solitamente utilizzati per il parcheggio delle auto, erano occupati da grandi aiuole piantate a cespugli e ad alberi d’alto fusto, sotto i quali numerose panchine invitavano alla sosta e al riposo. Ma quello che attirò ancor più la nostra attenzione in quella strana selva cittadina, suscitando in noi non poca meraviglia, fu che sotto ciascun albero e accanto a ciascuna panchina il lastricato recava, scolpito nella pietra, un lungo racconto diviso in paragrafi, ognuno dei quali non più largo di tre metri quadri. Ci fu detto dai nostri ospiti che negli spazi un tempo occupati dalle automobili erano sepolti i cittadini, e che il lastricato copriva le tombe, sulle quale i vivi incidevano le testimonianze relative al defunto.  Paragrafo dopo paragrafo, l’intera storia della città era leggibile ai nostri piedi. In realtà, camminando su questo racconto cittadino, ci accorgemmo che alcune parti di esso non erano più leggibili per via del gran via vai che c’era in certi punti della città. Si trattava, dunque, di un racconto incompleto e che col tempo sarebbe svanito al consumarsi della pietra, ma di questo i nostri nuovi amici mostravano di non preoccuparsi più di tanto perché, com’ebbe a esprimersi uno di loro, “il racconto sarebbe proseguito lo stesso”.

Scoprimmo anche che sotto il lastricato cittadino venivano sepolti solo coloro che in vita erano stati giusti. Gli altri erano stipati invece in una grande fossa comune nel vecchio cimitero extra moenia. Alla domanda: chi erano considerati giusti? Ci fu risposto che giusti erano considerati coloro che avevano lavorato a favore della comunità, coloro che mai un giudice aveva condannato, ed infine coloro che prima di morire avevano saldato tutti i debiti.

 

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Una carezza per l’asinello PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Luigi Scorrano   
Martedì 24 Dicembre 2013 18:51

Il bue non si capacitava di tante cose che si vedevano nel presepio, sempre lo stesso, in cui di anno in anno andava invecchiando. Come l’asinello, del resto. Intorno al presepio si facevano tante chiacchiere quando i componenti della famiglia con molti amici si radunavano per un giro di carte o per una tombolata per accontentare i ragazzi, che reclamavano, almeno nei giorni intorno al Natale, un poco d’attenzione. Che mondo era quello, rifletteva il bue, che mondo era quello dove era un continuo gridare pensando così di far valere le proprie ragioni? Che ragioni forti non dovevano essere dal momento che occorreva difenderle a cornate: a discussioni in cui gli opposti si scontravano con una tale violenza verbale da far pensare che quegli amici così affiatati di solito di colpo erano diventati non avversari che difendessero differenti punti di vista ma nemici che su un campo di battaglia si mostrassero decisi a combattere fino all’ultimo sangue. Fino a vendere cara la pelle! sospirò il bue, pensando che la vendita della sua non doveva essere troppo lontana.

Si scannavano sulle pensioni. Malmenavano, a parole si capisce! il governo e tutti i suoi componenti, che avevano scoperto nella politica (così dicevano) la fonte in cui approvvigionarsi per quello che occorre ad una vita finalmente agiata: ricca, anzi, e di una ricchezza sfacciata. Se la prendevano con lui e con l’asinello, perché erano due bestie chiamate in causa (in similitudine) per aggiungere legna al fuoco della polemica; e si sentiva di tanto in tanto un riferimento sgarbato, quasi offensivo nei loro confronti: quel ministro è un asino, quel sottosegretario è un bue. E si capiva che non piovevano elogi.

Così, mentre corrispondeva al compito assegnatogli di riscaldare col suo fiato il bambino nato appena, il bue andava ruminando pensieri. Si chiedeva se anche lui e l’asino avrebbero raggiunto, e in quali condizioni, un’età pensionabile. Sull’argomento il bue non poteva attendere lumi dall’asino, che non capiva niente di niente: l’aveva sempre sentito dire che asini sono quelli che non capiscono assolutamente nulla; e a scuola quegli alunni che si rifiutavano d’imparare e non sapevano elaborare il più elementare pensiero venivano tenuti nell’ultima fila di banchi della classe, appunto al posto riservato agli asini. Noi, pensava con un atteggiamento di superiorità il bue, noi siamo animali riflessivi: una cosa la pensiamo e la ripensiamo, ci giriamo intorno da tutte le parti, non ci lasciamo andare ad entusiasmi inopportuni, sappiamo mantenere un aspetto di gravità: pensiamo, insomma. Siamo – posso dirlo? – filosofi. Purtroppo una pia tradizione ci vuole insieme nel presepio; la scienza e l’ignoranza riunite. Non credo che il mio collega possa trasmettermi la sua asinità: sarebbe un disastro. Per quel che mi riguarda mi son sempre messo al riparo dei fatti miei; a quell’asino non do alcuna confidenza, neanche quando sto con lui muso a muso costretto dall’alloggio poco confortevole in cui tutti ci dobbiamo arrangiare. Meno male che i miei pensieri non sono disturbati da niente. Certo quando arrivano qui come orde di turisti scaricati da una fila di pullman frotte di pastori con quelle pecore così lamentose nel loro belato c’è da scappare. Non parliamo poi di quando arrivano quei gran signoroni dei Magi, con un codazzo di fotoreporter asfissianti! Che cosa vuol dire la notorietà! Abbiamo anche noi la nostra; ma è abbastanza moderata. Non so se il mio collega, l’asino, si lasci volentieri fotografare! Io resto indifferente: io sono filosofo!

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FAVOLE di EVGENIJ PERMJAK 19. L’abito nuovo della regina PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Evgenij Permjak   
Venerdì 20 Dicembre 2013 08:00

Traduzione di Tatiana Bogdanova Rossetti


Se non mi accuserete di contrabbando dalla Danimarca, vi racconterò, perché no, una favola del tutto opposta a quella famosa in tutto il mondo.

Un tempo vissero sulla terra due tessitori, due sarti. Filavano dal nulla favolosi fili, con cui tessevano fantasiose stoffe, per poi confezionare degli stupefacenti e fiabeschi abiti.

La vita dei due tessitori-sarti era tremenda. Spesso venivano definiti imbroglioni, castigati a frustate, privati dei diritti civili, tanto che dovettero, affamati, senza una casa, vagabondare per il mondo in cerca di un magico lavoro, con il quale avrebbero donato alla gente felicità, gioia, fascino, incanto. Ma da tutte le parti furono sempre ricevuti con risate e accompagnati da bastonate.

Tutto questo accadeva in quei tempi remoti in cui i cantori erano equiparati ai giullari, i poeti e gli scrittori ai mentitori e agli imbroglioni, e i geni venivano bruciati sui roghi.

A lungo dovettero peregrinare i due tessitori-sarti, ma un giorno il destino sorrise ai disgraziati.

Capitarono in un magico regno.

Il regno, dove vennero a trovarsi, non aveva frontiere, né mura di cinta, né alcun altro tipo di delimitazione o di barriera. Non aveva né un'armata militare, né il più piccolo distaccamento di guardie di frontiera. Però era un regno potentissimo, indipendente e invincibile. Non poteva essere diversamente, in quanto si trattava del Grande Regno del Sogno e della Fantasia. Ma, come è risaputo, nessuno al mondo mai era stato in grado di mettere in ginocchio il Sogno e asservire la Fantasia.

Un regno come questo, un libero paese come questo soddisfaceva in pieno ogni buon proposito dei due tessitori-sarti, cosicché si fecero annunciare e si presentarono al cospetto della regina del magico regno.

La Regina del Sogno e della Fantasia indossava un abito dal quale si diffondeva una dolce sinfonia. Dalle sue spalle scendeva un mantello fatto di giambi di cinque piedi e in testa si distingueva una classica ghirlanda di sonetti.

«Quali venti vi hanno portato da noi, stranieri?» – risuonò un'invisibile arpa della regina.

«I venti di libertà e il desiderio di diventare cittadini a pieno diritto di questo regno» – risposero i due tessitori-sarti.

«Quali sono le vostre credenziali per avere diritto di diventare cittadini del Grande Regno del Sogno e della Fantasia?» – suonò la regina una nuova domanda sul violino di etere puro.

I due tessitori-sarti raccontarono della loro arte di tessere dal nulla il bello e cucirne l'eterno.

Raccontando, disegnarono nello spazio coi loro morbidi gesti le macchine tessili, poi tesero i fili della trama dai dorati raggi del sole e cominciarono a tessere, con il colorito, forbito linguaggio delle ricercate combinazioni di parole, un'immagine poetica del cielo stellato per l'abito da sera della Regina del Sogno e della Fantasia.

Non appena il più fine e raffinato degli abiti del mondo fu cucito, i due tessitori-sarti lo fecero indossare alla regina.

Si sentì un'esclamazione estasiata di ammirazione!

Grandi e piccoli cittadini del Regno del Sogno e della Fantasia in tutti i modi resero celebre il nuovo abito della regina. Gli uni, immortalandolo nella stupenda musica, gli altri, nei tenui colori pastello dei loro quadri, altri ancora, espressero la loro ammirazione in incantevoli danze... Nell'animo puro ed entusiasmato di ognuno dei cittadini del libero paese, l'arte dei due tessitori-sarti trovò una viva, positiva accoglienza.

Tutti, persino i bambini non privi di fantasia, seduti sugli alberi, si entusiasmarono nello scorgere l’abito nuovo della regina, mentre in corteo solenne, incedeva per le vie della capitale del paese dell'Immortalità, del paese del Sogno e della Fantasia. A nessuno, a nessuno assolutamente passò per la mente che la regina fosse nuda, che non avesse alcun abito, così come, peraltro, non c'era neanche lei stessa, ma una favola.

Questa è la favola nella quale, ancor oggi, vivono dei meravigliosi maestri che tessono dal nulla l'eterno e il bello...


Racconti sovietici 6. JURIJ TYNJANOV: Il sottotenente KIŽÉ (parte seconda) PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Scrittori sovietici   
Lunedì 09 Dicembre 2013 17:06

Traduzione di Tatiana Bogdanova Rossetti

 

11

 

L'aiutante dell'imperatore era un uomo astuto, perciò non disse a nessuno del sottotenente Kižé e della sua buona stella. Lui, come ogni altro, aveva dei nemici. Raccontò, quindi, a qualcuno soltanto che l'uomo che aveva gridato «Guardie!» era stato individuato.

Ciò ebbe uno strano effetto e suscitò scalpore nella metà del palazzo abitata dalle donne.

Al palazzo, con le sue colonne superiori tanto sottili da sembrare delle dita sopra un clavicembalo, costruito da Cameron, erano state annesse alla facciata due ali tondeggianti, alla maniera delle zampe di un gatto che sta giocando con un topolino. Una delle ali occupava una nubile dama d'onore di corte, Nelidova, con il suo personale.

Spesso Pavel Petrovič, passando con aria colpevole un cordone di guardie, si avviava a quell'ala, ed una volta le sentinelle videro perfino come l'imperatore uscì da lì frettolosamente con la parrucca spostata da un lato, e all'inseguimento suo, sopra la testa, gli volò una scarpa da donna.

Nelidova, pur essendo soltanto una dama d'onore di corte, aveva lei stessa le dame d'onore al suo seguito.

E, quando sino all'ala delle donne arrivò la notizia che l'uomo che aveva gridato «Guardie!» era stato trovato, una delle dame d'onore di Nelidova ebbe un breve svenimento.

Anche lei, come Nelidova, era riccioluta ed esile, come una pastorella.

Ai tempi della vecchia nonna Elisabetta, le vesti delle dame di corte facevano rumore coi tessuti di broccato, scricchiolavano addosso le sete, i capezzoli liberati timorosamente apparivano dagli abiti. Così era la moda.

Le amazzoni, cui piaceva vestirsi da uomini, le code marine di velluto e le stelle vicino ai capezzoli, sono decadute insieme all'usurpatrice del trono.

Adesso le femmine erano diventate pastorelle con delle belle testoline ricciolute.

Dunque, una di loro stramazzò in uno svenimento breve.

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Racconti sovietici 6. JURIJ TYNJANOV: Il sottotenente Kižé (parte prima) PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Scrittori sovietici   
Giovedì 05 Dicembre 2013 17:25

Traduzione di Tatiana Bogdanova Rossetti


1


L'imperatore Pavel I sonnecchiava davanti alla finestra aperta. Nel pomeriggio, subito dopo il pranzo, quando il cibo lotta con il corpo, era severamente proibito qualunque disturbo. Sonnecchiava, adagiato nella poltrona alta, semi circondato alle spalle da un paravento di vetro. Pavel Petrovič vedeva un suo consueto sogno pomeridiano.

Si trova a Gatčina, sta seduto nel suo giardinetto ben potato e un paffuto tondeggiante Cupido nell'angolo lo segue con lo sguardo, mentre sta pranzando circondato dai familiari. Da lontano si ode arrivare, proveniente da una strada piena di buche, un cigolio monotono e saltellante. Pavel Petrovič scorge in lontananza un tricorno, il galoppare di un cavallo, le stanghe di un calesse, la polvere, e si nasconde sotto il tavolo, perché il tricorno altro non è, che un corriere militare. Da Pietroburgo galoppano per prenderlo.

«Nous sommes perdus...» – grida con voce rauca da sotto il tavolo alla consorte, affinché anche lei si nasconda.

Manca l'aria sotto il tavolo, il cigolio si sente proprio qui, vicino, e un calesse con tutte le stanghe lo investe in pieno.

Il corriere militare sbircia sotto il tavolo, individua lì Pavel Petrovič, e dice: «Sire. Sua Maestà la Zarina, Vostra madre, è deceduta».

Ma non appena Pavel Petrovič mette fuori la testa da sotto il tavolo, il corriere militare gli dà un brusco buffetto in fronte ed urla: «Guardie!».

Pavel Petrovič fece un gesto per scacciarlo, e prese al volo una mosca.

Stava seduto, strabuzzando gli occhi grigi alla finestra della reggia Pavlovskoe, soffocando dal cibo e dall'angoscia, con una mosca ronzante in mano, e tendeva l'orecchio.

Qualcuno aveva gridato sotto la finestra: «Guardie!».

 

 

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FAVOLE di EVGENIJ PERMJAK 18. La regna Glu-Glu PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Evgenij Permjak   
Giovedì 28 Novembre 2013 20:48

Traduzione di Tatiana Bogdanova Rossetti


Come sapete, tutte le bottiglie vengono al mondo fragili, nude e vuote.

Ogni bottiglia ha per lo più un bel collo lungo, una rotondità attraente nelle spalle, sulle quali non ha la testa.

Un turacciolo solitamente sostituisce la testa alla bottiglia. Ma siccome un turacciolo, a parer di tutti, è un sinonimo puro di stupidità e di leggerezza, ragionare e riflettere con un turacciolo è oltremodo difficile. Proprio per questo le bottiglie molto di rado arrivano alle tesi di dottorato in scienze e ancor meno frequentemente sono atte ad occupare cariche di corte, pur facilitando talvolta l'accesso degli altri a tali cariche.

Le bottiglie sono prive di volontà e superficiali. Possono essere riempite di qualsiasi cosa. Per questo motivo sono utilizzate per gli scopi più disparati in mense, latterie, regge, botteghe di ferramenta, farmacie, laboratori di analisi e nei romanzi di avventure per l'invio della posta via mare.

Questo è tutto ciò che dovevamo precisare, per renderci conto del ruolo e della posizione della bottiglia nella società. A questo punto si può, a cuor leggero, mettersi a descrivere la vita privata di una Bottiglia.

La soffiarono nell'anno dell'incoronazione di Silvaner XII, soprannominato in seguito «Beone». Il Grande Regno dell'Uva, sul cui trono ascendeva Silvaner XII, era talmente minuscolo, da essere completamente coperto dal meridiano che attraversava le sue terre. Solo sopra alcune carte geografiche, su cui i meridiani erano tracciati a linee sottilissime, si poté distinguere sotto ’uno di loro, i contorni est-ovest del Grande Regno dell'Uva. I cartografi mai tracciarono sulle mappe degli atlanti il nome del Grande Regno dell'Uva, neppure in abbreviazione, in quanto persino una lettera, la più piccola, non soltanto avrebbe ricoperto tutto il territorio del regno, ma avrebbe sconfinato ed invaso le terre dei vicini stati stranieri, scatenando complicazioni nei rapporti diplomatici e, forse, una guerra.

«Non tutto quello che appare microscopico, o non appare affatto, su una carta geografica è minuscolo davvero. Se prendessimo la carta geografica più grande del mondo e la mettessimo sopra le terre di questo nostro regno, coprirebbe a malapena una metà dei suoi vigneti!» Esattamente questo esempio portò il primo ministro come prova schiacciante per poter proclamare il piccolo regno «Grande».

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FAVOLE di EVGENIJ PERMJAK 17. Favola della grande campana PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Evgenij Permjak   
Mercoledì 20 Novembre 2013 07:55

Traduzione di Tatiana Bogdanova Rossetti


E’ trascorso tantissimo tempo da quando un marinaio, oggi ormai scomparso, arrivò in gran Bretagna e si ammalò nella città di Londra. Ma di lui è rimasta ancora viva la sua storia.

Rimase il marinaio russo a Londra. I compagni lo ricoverarono in un buon ospedale di Londra e gli lasciarono quanto era necessario in soldi e viveri.

«Curati bene, guarisci presto, amico, e aspettaci qui al ritorno con la nostra nave!» – dissero i compagni dell'equipaggio e partirono per la rotta di ritorno verso le terre russe.

Il marinaio non rimase a lungo nell'ospedale. Lo curarono con buone medicine,senza badare al risparmio,  con ogni sorta di pozioni, di polveri e di gocce. La vita ebbe ragione sulla malattia. Non era un giovane da nulla, ma un purosangue delle terre della città d'Arcangelo,  un figlio di genitori indigeni delle zone vicine ai mari nordici, dove abitano popolazioni assai temprate. Uno così difficilmente si piega alle malattie!

Una volta dimesso dall'ospedale, il marinaio russo si ripulì la marinara, lustrò i bottoni a specchio, passò un ferro rovente sugli altri articoli del suo abbigliamento della marina e si diresse al porto per cercare dei compaesani.

«Non ci sono i tuoi compaesani» – gli dissero al porto. «E' la terza settimana che l'Islanda ci manda le sue nebbie. Non possono esserci adesso delle vele russe a Londra.»

«Poco male» – rispose il marinaio. «I miei occhi non si lasciano sfuggire nulla. Anche sulle vostre navi troverò dei miei compaesani.»

Disse così e si presentò in visita su un veliero della marina militare del Regno Unito. Si pulì i piedi sulla stuoia, fece il saluto militare alla bandiera britannica. Si annunciò. Si presentò.

Agli inglesi fece piacere vedere tutto ciò, dato che i regolamenti della marina sono uguali ovunque.

«Niente da ridire, si vede che sei un vero marinaio! Peccato, però, che non troverai dei compaesani sulla nostra nave!»

Il marinaio sorrise, non disse niente e si avviò dritto dritto verso l'albero maestro.

«A che pro», – pensarono i marinai inglesi, – «può interessarlo il nostro albero maestro?»

Il marinaio russo gli si avvicinò, lo carezzò con la mano e disse: «Ciao! Come stai, compaesano mio, bel pino di Arcangelo?»

Tornò in sé l'albero maestro, rinacque, come se si fosse risvegliato da un lungo sonno. Si mise a rumoreggiare come i pini per alberatura della foresta russa, versò persino un’ambrata lacrima di resina.

«Salve a te, compaesano! Raccontami, come vanno le cose a casa?»

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FAVOLE di EVGENIJ PERMJAK 16. Sette re e una regina PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Evgenij Permjak   
Lunedì 11 Novembre 2013 07:52

Traduzione di Tatiana Bogdanova Rossetti

 

Un tempo visse sulla terra una regina, malvagia alla follia e mostruosa da morire. Ereditò tutto questo dai suoi avi: re e regine, duchi e duchesse, zar e zarine, conti e contesse... Tutti loro, di generazione in generazione, si comportavano sempre più come bestie feroci nei riguardi dei loro popoli. Questi individui, adorando i predatori sanguinari, rappresentavano tutto il loro potere sugli stemmi del casato, raffigurato da leoni, tigri, aquile, coccodrilli, pitoni, pantere e scorpioni… La regina, di cui si narra, era una personificazione incarnata di tutti questi stemmi addirittura superandoli di molto... La sua mostruosa bruttezza era più mostruosa della stessa paura tremenda e di tutte le brutte streghe malvagie che esistono soltanto nelle favole.

Giudicate voi stessi come era la regina: invece dei capelli, le cresceva una fitta setola di cinghiale in testa, tanto da essere costretta a portare sempre un pesante elmo, stringandolo fortemente con una cintura al mento. Ciononostante, quando il cuore da pantera le cominciava a fervere di rabbia e in testa le si rizzavano le sue setole di cinghiale, il pesante elmo si sollevava di otto-dieci pollici al di sopra del capo.

Gli occhi riempiti d’ira incutevano orrore a chiunque la vedesse e, per nasconderli, doveva mettersi sempre gli occhiali neri da sole.

E siccome, al posto delle unghie, le crescevano artigli da leone, non le rimaneva altro da fare che indossare dei guanti di una spessissima pelle d'alce. I guanti normali di pelle di capretto, portati da tutte le signore, per lei non erano sufficientemente resistenti: gli artigli li rompevano all'istante, non appena la regina perdeva la pazienza, usciva dai gangheri e ciò succedeva assai di frequente. La feroce e crudele regina portava alla disperazione il povero, laborioso popolo di questo regno.

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FAVOLE di EVGENIJ PERMJAK 15. Bolle di sapone PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Evgenij Permjak   
Venerdì 01 Novembre 2013 20:48

Traduzione di Tatiana Bogdanova Rossetti

 

Per «bolle di sapone» comunemente s’intende tutto quanto è lacunoso, imperfetto, assai fragile, instabile, dubbio, poco affidabile e chi più ne ha più ne metta... Nel frattempo le bolle di sapone hanno alcuni meriti e di ciò sarete convinti, se avrete voglia di ascoltare una favola chiamata, proprio come loro, «bolle di sapone».

E' successo tanto tempo fa, se si misura il tempo in anni, ma di recente, se ci si esprime in secoli.

E' successo in un ricchissimo, sfarzosissimo regno, a giudicarlo dai pizzi e dai merletti regali sulle maniche e i pantaloni dei cortigiani.

E' successo in un paese di mendicanti, a valutarlo dagli strappi dei cenci di cui erano vestiti i sudditi di sua maestà e dai volti scarnificati e dalle guance infossate dei suoi tessitori e delle sue merlettaie.

E' successo nella piazza principale del reame, dove era in corso un'eccezionale rappresentazione.

Nell'immensità del blu del cielo doveva sollevarsi la prima, per questo reame, mongolfiera, insieme con il suo aeronauta.

Sulla piazza principale del reame venne di persona il re, il seguito del re e tutta la corte. Sulla piazza principale del reame vennero dignitari, ministri e alti funzionari. Sulla piazza principale del reame accorsero bottegai, apprendisti e bighelloni. Sulla piazza principale del reame arrivarono agricoltori, pastori e artigiani. Sulla piazza principale del reame arrivarono a stento un vecchio e una vecchia da uno sperduto villaggio.

La mongolfiera, gonfiata ben bene da gas leggero, sembrava impaziente di lanciarsi nel volo lontano, ma veniva trattenuta dalle funi legate ai paletti piantati nella terra.

Ed ecco, tutto era pronto.

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Racconti sovietici 5. S. N. SERGEEV-ZENSKIJ: Acqua viva PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Scrittori sovietici   
Martedì 29 Ottobre 2013 12:31

Traduzione di Tatiana Bogdanova Rossetti

 

Poema...  alla vita

1

 

Un uomo picchia un altro uomo, corpo a corpo, non del tutto sicuro. E’ persino capace d'apprensione: se costui, che sta picchiando, dovesse giocargli qualche brutto tiro…?

Picchia con la parte maggiore del suo essere, mentre la sua parte minore osserva e medita.

La parte minore sussurra: «Basta!» La maggiore continua a picchiare... La minore dice in modo distinto: «Fermati! Smettila!». La maggiore picchia un po' meno forte, con più dominio di se stessa e meno accanimento. La minore, finalmente, ordina: «Smettila! Giù le mani, a chi sto parlando?!» – e si mette all'istante al posto della parte maggiore, e l'uomo che picchiava, lasciando stare colui che stava picchiando, se ne va via con l’atteggiamento esteriore di chi ha ragione e con aria scanzonata, ma portando talvolta nell'animo la vergogna.

Tutta un'altra cosa è la folla. Alla folla sono sconosciuti i sentimentalismi. La folla, quando urla, non urla, giudica; la folla non medita, non pondera, non osserva, emette il verdetto; la folla non picchia, esegue la condanna a morte, e colui che viene picchiato dalla folla è sicuro di non alzarsi più.

Anche Fëdor n'era sicuro, lo sapeva bene. Fëdor Titkov, nativo di un villaggio cosacco, ossia, in russo, la stanitsa Urjupinskaja; uomo in sé di poca prestanza, di statura piccola, ma con il corpo nerboruto, sodo e la faccia paonazza. Era ancora piuttosto giovane, aveva occhi piccoli, che non stavano nelle orbite, ma collocati direttamente sopra le guance tonde.

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FAVOLE di EVGENIJ PERMJAK 14. Il pastorello e al viola PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Evgenij Permjak   
Mercoledì 23 Ottobre 2013 16:00

Traduzione di Tatiana Bogdanova Rossetti


Lei nacque nella bottega di un falegname-melomane di uno sperduto villaggio. La sua bellezza faceva stupire persino i grandi maestri liutai. Si diceva che il falegname avesse soffiato la propria anima all'interno del suo corpo, per farle avere il suono vivo e la splendida voce.

Ogni persona che passava nei pressi della bottega del falegname non riusciva a non fermarsi pe

r ascoltare la sua stupenda voce, mentre cantava del cielo e del sole, del bosco e dei ruscelli ciarlieri, dei campi dorati e delle fioriture dei giardini del suo natio villaggio ceco.

Per ascoltarla si mettevano a tacere gli uccellini canterini. Soltanto il miglior usignolo di tutti gli usignoli del circondario ardiva, a volte, di farle eco con il suo canto. Le toccò, però, l'infausta sorte di finire nelle mani di un Asino che si finse un musicista.

L'Asino si presentò come apprendista, ma, alla morte del falegname solitario, si impossessò di tutti i beni del maestro, fra cui la stupenda Viola.

Un destino tremendo. Obbligando Viola a suonare i valzer dei cani, le rapsodie dei ciucci, i galoppi dei ronzini, l'Asino la fece diventare presto irriconoscibile. Le sue corde finissime e melodiose si resero simili a scompigliati lacci di scarpe. La tavola armonica si ricoprì di brutte scalfitture e di macchie. La sua cordiera da un bel colore nero divenne tutta grigia. I piroli traballanti si allentarono da matti. L'Asino arrivò persino a suonarla come l'ultima delle balalajke, completando con ciò la sua devastazione.

Un giorno nel tendone degli artisti-girovaghi del circo ambulante, l'Asino vide un pagliaccio suonare la sega con l'arco. Ora curvando, ora drizzando la sega a nastro, il pagliaccio riusciva ad ottenerne una specie di melodia che su alcuni spettatori, compreso l'Asino, faceva un'impressione irresistibile.

Da lì a poco l'Asino acquistò dal pagliaccio la sega e abbandonò Viola nel buio della soffitta di casa. Allora non le rimase altro che, impolverandosi, ascoltare, nelle lunghe notti invernali, l'ululato lamentoso del vento nel camino e, durante le lunghe giornate autunnali, beccarsi l'umidità gelida, scollarsi nelle giunture e così via, fino ad arrivare all'inservibilità definitiva.

Non si può senza lacrime amare, senza sentirsi offesi nel profondo del cuore, raccontare ogni sorta d'ingiustizia e sofferenza subite dalla povera Viola infelice. Umiliata ed offesa a tal punto che qualsiasi suono esterno, pervenuto in soffitta dall'abbaino, suscitava in lei profonde emozioni. Nella sua anima ritornavano i ricordi del passato: il canto dell'allodola, il fischiettar sibilante della cinciallegra e il lontano suono capriccioso dello zufolo di un Pastorello.

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Quaderno di traduzione 18. Comment un palmier revint à la vie PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Gianluca Virgilio   
Domenica 20 Ottobre 2013 05:58

Traduzione di Annie e Walter Gamet

 

Dans la clarté d’un lumineux matin de mars, un vieil homme l’avait apporté en cadeau à de jeunes mariés. L’épouse l’avait installé dans un coin du salon, là où la lumière pénétrait à travers les vitres de la fenêtre, filtrée par un rideau de lin : lumière sans soleil, mais lumière quand même, de l’aube au crépuscule. Il ne manquait ni d’eau ni de soins. Dès que ses jeunes branches piquaient, elles étaient presque quotidiennement passées au chiffon doux qui en éliminait la poussière ; et elles étaient fréquemment aspergées d’une légère vaporisation qui en rendait les feuilles luisantes. Ainsi croissait le palmier, comme on peut croître dans un salon, dans un petit pot de terre cuite. Il voyait autour de lui des enfants vifs et agaçants qui lui infligeaient des peines injustes : une feuille arrachée, un peu de terre enlevée, des racines mises à nu, les branches violemment secouées par un ballon. Heureusement leur mère intervenait toujours en sa faveur, réprimandant les enfants et les éloignant dans une autre pièce.

Avant d’être apporté par le vieil homme dans cette maison, le petit palmier avait passé trois ans dans une serre en compagnie de centaines de jeunes palmiers alignés sur des planches de bois, dans un grand hangar dont les nombreuses lucarnes dans le toit laissaient passer lumière et chaleur. Des journées toutes semblables s’étaient succédé pendant tout le temps qu’il était resté planté dans son petit pot. Puis il avait été transplanté dans un pot plus grand pour être vendu au marché. Aucune racine n’avait été cassée dans cette circonstance, mais la disparition soudaine du périmètre à l’intérieur duquel il avait vécu l’avait secoué dans le tréfonds le plus intime de son tronc fragile, les branches elles-mêmes s’en étaient trouvé déstabilisées. Il en avait retiré une triste sensation d’arrachement et de mort. Lentement il avait étendu ses racines dans la terre fraîche et grasse à l’intérieur du pot de plus grande contenance. Lors du bref déplacement de la serre au fourgon destiné à le transporter au marché, une vision lui était apparue, soudaine : au-dessus de lui s’était ouvert tout grand un espace infini plein d’une lumière émise par une grande lampe, un souffle printanier parfumé d’essences inconnues l’avait envahi jusque dans les branches, même celles encore à poindre. Puis dans le fourgon obscur et bruyant, une nouvelle sensation de mort, l’espoir que la vision revienne et que le ciel, le soleil et le vent deviennent pour toujours le cadre de son existence. Qu’il était doux le soleil de mars sur la place du marché où il avait été déchargé et où il s’était mis à vibrer ! Voici donc d’où lui parvenait la chaleur qui l’avait nourri jusqu’alors ! Il avait toujours soupçonné qu’à l’existence d’un dedans correspondait celle d’un dehors et que lui-même par erreur était né dedans alors qu’il aurait dû naître dehors. Maintenant il savait ce que pouvait être la vie.

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Biforcazioni PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Paolo Maria Mariano   
Venerdì 18 Ottobre 2013 18:23

["Il Galatino a. XLVI, n, 16 dell'11 ottobre 2013, p. 3]


La biblioteca pareva infinita, così sembravano le biforcazioni tra gli scaffali. Il fato, gestore d’ironia implicita, volle che a dirigere ci fosse chi più non vedeva, per malattia, non per trauma, accidentale dolorosa ventura. Il direttore vide la biblioteca con occhi di altri, di chi per lui e a lui leggeva fino a raggiungere la notte. Toccò la carta, le costole dei libri e stette in piedi, dentro la torre, ad ascoltare gli scricchiolii che venivano da laggiù, dove le pagine si muovevano l’una accanto all’altra nella spirale di scaffali in alto. Immaginò nella nebbia degli occhi che la biblioteca fosse infinita, che avesse le sfumature del mondo, che non fosse un sogno improvviso, ma avesse la fragranza dei fiori. Nel sogno parlò con se stesso, mentre era seduto su una panchina ad ascoltare l’acqua del lago di Ginevra. Se stesso era un altro, una copia, forse anche di un altro universo, persino vedeva – chissà, il direttore si chiese, com’era davvero il colore del cielo. L’altro se stesso gli disse – non poca era la rabbia, qualcosa come disprezzo – che la sua poesia era solo un insieme di belle parole, altro dall’anello sotto la loro terra, altro dal conoscere i meccanismi riposti del mondo, altro dalla verità. Sorrise il direttore, nel suo modo nebbioso, e gli disse che invece, anche lui, rompendo atomi, cercava in fondo poesia, che guardava l’essenza del mondo nel modo che i suoi occhi quasi spenti seguivano salendo su per la torre per cercare scaffali, di cui non riusciva, pur essendo lui il direttore, a leggere i libri ma di essi sentire poteva solo le parole.

L’altro se stesso rimase in silenzio.

Il lago li guardava quieto, per loro non provava interesse.


Racconti sovietici 4. ALEKSANDR GRIN: Quattordici piedi PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Scrittori sovietici   
Giovedì 17 Ottobre 2013 06:39

Traduzione di Tatiana Bogdanova Rossetti


1

 

«Ma è vero? Lei si è negata a entrambi?» – domandò, congedandosi, il padrone di una piccola locanda nella steppa. «Cosa ha detto?»

Rod in silenzio sollevò un po’ il cappello e s’incamminò; Klist agì nello stesso modo. I minatori provavano risentimento verso se stessi, in quanto ieri sera avevano sciolto un po’ troppo la lingua, in balia dei fumi dell’alcool e adesso il padrone della locanda aveva cercato di canzonarli; per lo meno, quest’ultima domanda non celava un palese sogghigno.

Non appena la locanda scomparve dietro la svolta della strada, Rod, con un sorrisetto imbarazzato, disse: «Sei tu che hai voluto della vodka. Se non avessimo bevuto, a Katty non si sarebbero infiammate le guance dalla vergogna per il nostro discorso, anche se la ragazza si fosse trovata lontana da noi duemila miglia. Di che s’impiccia questo pescecane, non è affar suo…»

«Di che ti preoccupi? Non abbiamo fatto sapere all’oste niente di tanto particolare» – lo contraddisse Kist cupamente. «Ebbene… tu amavi… io amavo… una donna, la stessa. Per lei invece era indifferente… Ma il discorso riguardava le donne in genere…»

«Tu non capisci» – disse Rod. «Ci siamo comportati male nei suoi riguardi: abbiamo pronunciato il suo nome in questa bettola, davanti al bancone. Ma non parliamone più, lasciamo perdere!»

Malgrado la ragazza fosse entrata saldamente nel cuore di ciascuno di loro, erano rimasti buoni amici. Non si sa come andrebbe in caso di preferenza. La sofferenza di cuore, la sfortuna amorosa comuni li fece avvicinare, rendendoli persino più intimi: entrambi scorgevano Katty, mentalmente, nel telescopio e nessuno è così affine, l’uno con l’altro, come lo sono gli astronomi. Per questo il loro rapporto non si ruppe, ma divenne più solido, indistruttibile.

Kist disse: «Per Katty era indifferente». Non era però così, non del tutto. Ma lei aveva taciuto.

 

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FAVOLE di EVGENIJ PERMJAK 13. Primo sorriso PDF Stampa E-mail
I mille racconti
Scritto da Evgenij Permjak   
Giovedì 10 Ottobre 2013 18:17

Traduzione di Tatiana Bogdanova Rossetti

 

Nel paese il cui nome svanì nel tempo, visse uno straordinario maestro-cesellatore di vasi prodigiosi. Il prodigio era determinato dal fatto che, se il maestro, cesellando, aveva un buon umore gioioso, il vaso, a chiunque vi posasse lo sguardo, conferiva allegria e gioia. E viceversa, quando il maestro era malinconico, la sua creazione generava tristezza e meditazione. Il maestro-cesellatore rese celebre il suo paese con tantissimi vasi prodigiosi, che suscitavano nelle persone sensazioni e sentimenti i più svariati: gioia, tristezza, risata, pentimento, intrepidezza, afflizione, riconciliazione, perdono... Tuttavia tra le centinaia di opere meravigliose non ne aveva creato una, la più prodigiosa, il vaso d'Amore. In quanto l'amore non era ancora fiorito nell'animo del giovane cesellatore, anche se una voce, precedendo gli eventi, aveva già profetato ed indicava una fanciulla...

Ma non ci metteremo ad imitare quella voce, cercando di prevedere l'imponderabile. Ammettendo pure che, al pari del vento, la voce sia forte, determinata e inesorabile: le vele della vita, tuttavia, come peraltro della favola, sono spesso dominate da altre forze.

Nello stesso paese viveva un vasaio che non si distingueva per la maestria fra gli altri mastri-artigiani del vasellame d'argilla; aveva, però, una figlia talmente bella che la sua bellezza era riconosciuta perfino dalle stelle del cielo.

Gli occhi della stupenda figlia del vasaio erano di un blu più blu del cielo e del mare. Il candore dei suoi denti non si poteva paragonare al candore delle perle, in quanto le perle erano soltanto un'imitazione dei denti della fanciulla stupenda. E, come è risaputo, l'imitazione mai può superare l'originale!

Una finissima fibra di seta sembrava tondino di ferro al confronto dei capelli d'oro-solare della bellissima fanciulla. Le ser