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Arte


Ritratti salentini 7. Isa Tulino PDF Stampa E-mail
Arte
Scritto da Augusto Benemeglio   
Sabato 18 Luglio 2015 08:40

Un’artista  gallipolina a Berlino


1. Fantasmi colorati

Una giovane artista emergente, purissima gallipolina, la trentenne Isabella Fedele, in arte Isa  Tulino, espone ormai da tempo  i suoi quadri, - opere di grandi dimensioni (mediamente da cm120x130)-  alla Galerie “Jan Wentrup” in Chorin Strasse di Berlino  che in questi ultimi anni è diventata un’immensa  città d’esposizione a cielo aperto, la vera capitale dell’arte europea, in particolare per i giovani, sia per la sua effervescenza culturale che per il suo spirito liberale e innovativo. Berlino è diventata la Mecca per migliaia di giovani artisti che vogliono confrontarsi con i coetanei di tutto il mondo n un’ottica di sperimentazione creativa.

Ma se volete sapere qualcosa dell’arte di Isa Tulino, dei fantasmi colorati della sua pittura  che invadono la superficie e vi fanno colare la materia liquida e lacerti di stracci, insetti, chele, come mostruose figure d’altri mondi; se volete sapere delle sue notti blu estive, lapislazzuli di Gallipoli,  o blu Metal autunnali di Berlino – dove risiede ormai da sette anni; se volete sapere che fine hanno fatto le maschere grottesche di Ensor con le loro umane passioni e i loro ghigni minacciosi; se volete sentire il rumore di una nuova alba che s’affaccia nel cielo della vecchia  Berlino, fatto di cose informi e grigie, di fischi brevi e laceranti, di voci murate e omini gialli, di sfide disumane e crociate di Gerusalemme tra cristiani e musulmani, dove consessi di cadaveri vagano  nell’etere senza pace intorno alle croci e al  lutto del mondo; se volete scoprire tutto ciò che la città nasconde, che è sordido e schifoso, sommerso di rifiuti, di solitudini estreme e d’abbandoni; se volete rischiare di infilarvi nella cruna di un ago come farebbe un cammello, che è poi il suo modo di essere, la sua maniera di fare arte per andare a caccia di emozioni forti e desideri assurdi – cercare angeli senz’ali in cieli viola, stelle spente e solitarie, disperanti fiori nel fango; se volete, infine, intravvedere quegli spiragli in cui vanno a ficcarsi le anime degli albini di tutto l’universo quando declina l’estate nel Salento (tutto un concerto, una sinfonia di ragazze dagli occhi azzurri e dai capelli nerissimi) e il plenilunio porta nuovo vigore, e tutto è intriso di una strana gioia di vivere  e di morire, ed è un crash pazzesco di luci gialle ,matasse azzurre aggrovigliate insetti rossi e intrecci e  liane della jungla; se volete tutto ciò, dovete dimenticare per un poco il pensiero razionale, mettere in disparte le ragioni della ragione e spalancare il terzo occhio, l’occhio interiore, quello che vi fa abbandonare al flusso delle sensazioni, quello che vi riporta indietro nel tempo di anni luce e vi apre all’ascolto delle pure emozioni della creazione; vi dovete muovere, insomma, sul filo d’equilibrio delle libere associazioni  care alla pratica psicoanalitica, e iniziare così il vostro viaggio nel caotico affascinante orrido mondo di Isa.

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A bordo del veliero: Laura Petracca PDF Stampa E-mail
Arte
Scritto da Paolo Vincenti   
Martedì 19 Maggio 2015 06:24

Dal 16 al 23 maggio 2015, si terrà nelle sale del castello di Copertino, la sesta edizione della manifestazione “Il veliero parlante”, Mostra dei libri prodotti dalle scuole. Alla manifestazione, è stata invitata, dalla dirigente dott.ssa Ornella Castellano  dell'Istituto "G.Falcone" di Copertino, la pittrice Laura Petracca, che partecipa insieme a Gian Piero Leo, un altro "artista a Bordo del veliero”. Di Laura Petracca, che  insegna "Disegno e Storia del Costume" nell'indirizzo "Abbigliamento e Moda" presso l'I.I.S.S. Polo Professionale "Don Tonino Bello" di Tricase, abbiamo già detto che a colpire è il cromatismo intenso delle sue pitture. La natura che compare nelle sue opere non è raffigurata nello stile tel quel della tipica pittura verista ma viene reinventata,attraverso l’uso sapiente dei colori, trasfigurata dalla sensibilità calda e mediterranea di questa artista salentina. Così, ecco esplodere sulla tela l’immaginario pittorico forte e intenso dell’universo poetico della Petracca, il suo pennello segue i tracciati dell’anima, la sua rappresentazione palesa una interiorità profonda, un vissuto intimo ed esperenziale che conosce vastità, confini, emozioni, intrecci. Laura Petracca realizza pitture su legno, pitture su stoffa (come abiti decorati, tende, coordinati  e fiocchi per neonati o per carrozzina, coperte), fregi, specchi decorati e finanche poster, a testimonianza di una grande versatilità. Passa dal paesaggio all’astratto con estrema facilità. Nella sua formazione artistica, molta parte hanno avuto il Futurismo e Fortunato Depero, per quella dinamicità del segno che le è congeniale. Ma fortemente influenzata è stata anche dagli astrattisti come Kandinsky . E notevoli  e particolari sono i suoi omaggi a Klimt, a Depero, a Matisse, allo stesso Kandinsky. In alcune opere, pubblicate nel suo libro “Il senso dell’incanto” (Libellula Edizioni 2013), si assiste ad una sintesi affascinante fra  vecchio e nuovo, fra la tradizione e lo sperimentalismo.  Ammirando i suoi quadri, si può cogliere una rappresentazione polisemantica che tocca tutti i punti focali dell’arte e della vita e di entrambe fuse insieme. Anche quelle  esposte alla mostra “Il veliero parlante” sono opere astratte, d'ispirazione futurista . Insieme a queste vi è anche una realizzazione nuova, l’opera dal titolo: "Il veliero dei sogni", che l’artista ha deciso di donare alla scuola. Un veliero, simile ai galeoni degli antichi pirati, naviga su un mare increspato di onde azzurre e blu ed un arcobaleno che dall’acqua si dirama nel cielo, in un sole giallo acceso forte intenso, simile a quello delle favole. Infatti è  l’elemento favolistico ad avere ispirato alla Petracca quest’opera  in cui accentua l’uso espressivo del colore. Questo veliero ci parla di antiche rotte corsare, di sfida del pericolo, di avventure per mare in quel tempo e in quello spazio sospesi che sono il regno della fantasia. Le dimensioni del reale si dilatano e il soggetto si fa aereo, immateriale, impalpabile come la materia dei sogni. Questo veliero non parla solo ai bambini, pronti ad imbarcarsi per méte sconosciute, in viaggi di scoperta, ma anche ai grandi, affinché possano ritrovare la fantasia perduta, e insieme il  coraggio di tentare, di andare oltre le apparenze e le quotidianità, per tornare a credere che non è tutto nel finito il senso di questa vita, ma che c’è qualcosa che va oltre il transeunte, per cui vale ancora la pena lottare con il coltello tra i denti:  lottare per tornare a vivere.


Architetture in transizione PDF Stampa E-mail
Arte
Scritto da Ivan Quaroni   
Giovedì 14 Maggio 2015 07:11

“Vous savez, c'est la vie qui a raison, l'architecte qui a tort.

(Le Cordbusier)

 

 

Credimi, quella era un’età felice, prima dei giorni

degli architetti, prima dei giorni dei costruttori.

(Lucio Anneo Seneca)

 

 

 

La città come teatro delle trasformazioni culturali e sociali è un tema iconografico ricorrente fin dalla fine del diciannovesimo secolo. Prima le visioni dinamiche dei futuristi, poi gli squarci silenti delle periferie di Sironi hanno trasformato il landscape urbano in un vero e proprio genere. In particolare tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del nuovo millennio, la pittura figurativa si è spesso cimentata con soggetti metropolitani.

Sulla scia delle teorie dell’etnoantropologo francese Marc Augé, molti artisti hanno sviluppato il tema dei non-luoghi, dedicandosi da un lato alla rappresentazione di spazi abbandonati, dall’altro a quella di luoghi di passaggio, caratterizzati da una riduzione ai minimi termini della socialità. Fabbriche in disuso, vecchi gasometri, scheletri di archeologia industriale, ma anche aeroporti, centri commerciali, ipermercati, autostrade sono entrati stabilmente nell’immaginario della nuova figurazione italiana, documentando la transizione tra una società di tipo industriale e una basata essenzialmente sullo sviluppo del terziario avanzato.

In anni più recenti, il sociologo Zygmunt Bauman ha messo in discussione la vita quotidiana delle persone nelle grandi aree metropolitane. Nel saggio intitolato Fiducia e paura nella città, Bauman ha documentato come la metropoli, un tempo luogo di sviluppo e promozione sociale, ma anche di sicurezza, sia diventata un ricettacolo di problemi difficilmente risolvibili, che generano un senso di frustrazione e insicurezza.

Le città postmoderne sono diventate oggetto di un fenomeno inverso di abbandono, dovuto non solo alle proibitive condizioni materiali ed economiche, ma anche al senso di precarietà e paura, due elementi chiave della teoria di Bauman sulla modernità liquida.

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L’éclat des ténèbres PDF Stampa E-mail
Arte
Scritto da Pierre Dhainaut   
Domenica 23 Novembre 2014 09:02

Quand j’ai rencontré son œuvre, il y a plus de vingt ans, Serge Boularot peignait volontiers des oiseaux, puis il a peint des sols, comme s’il lui avait fallu passer d’un pôle ou d’un élément à l’autre, et sans doute n’est-ce pas un hasard si le mythe d’Icare l’a inspiré : ce sont des corps qui maintenant le fascinent, qu’il ne se lasse pas d’interroger.

Je résume une évolution qui a sa logique propre, Serge Boularot sait bien qu’il faut lui obéir à la fois fidèlement et en toute conscience : une œuvre, une passion sans cesse de découvrir et de s’ouvrir. En fait, après 2000, après son séjour à Rome, Serge Boularot n’a pas vraiment changé, il a donné libre cours au mouvement qui dès l’origine l’animait, le besoin d’un trait qui ne cerne jamais, qui ne sépare pas l’intérieur de l’extérieur d’une forme, qui fait tressaillir les couleurs, celui de même de repousser les limites d’une toile et surtout celui de multiplier les approches en ayant recours à des techniques nouvelles, en particulier ces dernières années la sculpture ou plutôt la céramique.

L’emploi de la céramique a lui aussi exigé un développement de moins en moins timide : les figurines du début sont devenues torses et personnages. Des corps, seulement des corps nus, ce qui dans les peintures était déjà évident l’est davantage à présent. À une exception près, ils n’ont pas de tête : Serge Boularot ne veut se rendre qu’à l’essentiel, et l’essentiel, ce sont ces épaules ou ces poitrines qui se dégagent à peine de la terre et de la mémoire, une terre sombre, une mémoire tragique. L’anonymat qui est le leur nous rappelle à notre destinée d’êtres mortels, souffrants. Il ne subsiste des épreuves qu’ils ont endurées que des lambeaux : la peau est arrachée, voici que la chair est montrée, dans sa profondeur, dans sa nuit. Pourtant ces « corps révélés », comme les nomme Serge Boularot, ne restent pas figés : ce qui les a lacérés, pénétrés, troués, continue d’agir, mais ils résistent, ils témoignent d’une vivacité d’autant plus tenace qu’elle est d’une fragilité extrême.

Les gestes du céramiste sont différents de ceux du peintre, plus patients, précaires, toujours prêts à se rompre sans retour en arrière possible. C’est pour cela que Serge Boularot les aime. Tantôt il utilise l’oxyde de fer, tantôt l’oxyde de cuivre qui procurent au grès ces nuances de rouille ou de basalte, et il n’est pas indifférent de savoir que les terres sont cuites à de très hautes températures. Dans ces choix, dans une telle pratique, toute une symbolique se révèle, en accord avec la démarche même de l’artiste, qu’il s’agisse de sculpture ou de peinture, comprendre les grandes forces qui pourraient nous détruire, saisir de justesse ce qui soudain les suspend, l’éclat des ténèbres, l’esprit de la matière.

 

juillet 2008


L’arcaismo nel Salento da Norman Mommens a Luigi Fulvi PDF Stampa E-mail
Arte
Scritto da Rosa Dell'Erba   
Lunedì 20 Ottobre 2014 06:49

["Il Galatino" anno XLVII n. 16 del 17 ottobre 2014, p. 3]

 

Norman Mommens (1922-2000), scultore con “grandi visioni dell’Universo”, trascorse i suoi ultimi anni a Spigolizzi, masseria vicina a Salve, noto sito preistorico del Salento da cui provengono manufatti attestanti un’industria  litica risalente al Paleolitico Superiore.

Dopo l’esperienza in Cornovaglia ricca di cave di granito, l’artista giunge in Italia, a Carrara, successivamente viaggia per il Mediterraneo: Catalogna, Provenza e infine l’approdo a Naxos, l’isola più grande delle mitiche Cicladi ricca di marmo. Il primitivismo cicladico degli idoletti in marmo svelano a Mommens un mondo intriso di magia e di arcaismo che aveva anche affascinato Moore, Modigliani e Brancusi.

Gli idoli cicladici dell’età del bronzo evocano riti e religiosità legati alla   dimensione magico-religiosa delle civiltà primitive, come quella maltese.

Presente nell’opera di Mommens  è il riferimento alle sculture preistoriche di Gozo conservate nel museo archeologico dell’isola:  sono assemblate nella tipologia della “family group”, la famiglia di sculture;  si tratta di un indizio preziosissimo perché le forme più antiche di religiosità, come il politeismo, erano caratterizzate da famiglie di divinità la cosiddetta “parentela mitologica” riproposta da Mommens nei suoi amati Serafini. Nella mostra dedicata a Mommens “Merìca e le visioni” allestita nelle scuderie del Castello Risolo a Specchia (20-28 luglio 2012) passata quasi del tutto inosservata, erano esposte per la prima volta le opere dell’artista belga, che, come I contemplatori di stelle, I Serafini, Il poeta dichiaravano  in maniera inequivocabile la suggestione dell’arcaismo. Gli idoli cicladici dell’Età del bronzo venerati nei templi prima della conquista cretese, cioè della prima civiltà europea, erano lì, a Specchia, riproposti dall’artista  come fine ultimo della sua riflessione: Back to the Land. A Specchia ci hanno incantato quelle statue: ritte, monolitiche, con il capo appena abbozzato rivolto verso l’alto e gli occhi  chiusi, in preghiera, in contatto con la divinità.

La  visione interiore  suggeriva Eternità e mistero. L’uomo si sentiva parte della natura, ma allo stesso tempo ne aveva paura. Ascoltava i segnali, la voce del vento, le scosse sismiche, i versi degli animali, ma soprattutto, il moto ondoso del mare, il Mediterraneo, che non era un confine ma luogo d’incontro. I visionari, gli sciamani erano concentrati sulle percezioni di quelle forme di energia e tutto: arte, scienza, trascendente erano l’Unità. Mommens “non usava il martello pneumatico neanche per i primi sbozzi” perché anche il processo che porta al finito è parte della stessa creazione.

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