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L'elogio di Eusebia donna lungimirante PDF Stampa E-mail
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Scritto da Pietro Giannini   
Giovedì 05 Gennaio 2017 07:58

[“Nuovo Quotidiano di Puglia” di martedì 3 gennaio 2017, p. 29]

 

Alla morte di Constantino, mentre i suoi figli erano designati come Augusti, un tumulto militare eliminò il resto dei suoi parenti maschi. All'eccidio sopravvissero solo i figli del fratellastro Giulio Costanzo, cioè Giuliano e Gallo. Tenuto sotto stretta sorveglianza, Giuliano si dedicò agli studi letterari e filosofici, cui si sentiva particolarmente incline. Da tali studi fu distolto nel 355, quando l'Imperatore Costanzo lo nominò Cesare e gli affidò il governo della Gallia, allora percorsa da torbidi interni. A caldeggiare con vigore questa nomina era stata la moglie dell'Imperatore, Eusebia, che aveva dissipato alcuni sospetti che gravavano sul giovane principe, aveva insistito sul suo nome contro il parere della corte imperiale e aveva vinto alcune titubanze dello stesso Giuliano, che esitava ad abbandonare la tranquillità dei suoi studi. Giunto in Gallia, Giuliano sentì il dovere di sdebitarsi nei confronti dei sovrani scrivendo due elogi per Costanzo e l'elogio di Eusebia. Se però l'elogio di Costanzo rientrava nella tradizione del basilikòs logos, era eccezionale l'elogio dell'Imperatrice, che, secondo la consuetudine del tempo, poteva trovare posto solo nell'elogio dell'Imperatore. Invece qui, pur motivata dalla gratitudine verso Eusebia, affermata nei capitoli iniziali, troviamo una trattazione autonoma che tocca i punti canonici relativi a: "la patria, i genitori e come si sposò e con chi" (cap. 3). Così veniamo a sapere che Eusebia è di origine macedone, è nata a Tessalonica, è figlia di un console e per le sue doti personali è stata prescelta come moglie dall'Imperatore. Naturalmente queste scarne notizie trovano ben altro sviluppo nel testo, che dà ad esse lo sviluppo richiesto da un discorso di lode sia sul piano dei temi narrativi (della inventio, potemmo dire), che sono arricchiti da continui riferimenti storici e mitologici, sia sul piano della esposizione (della elocutio, quindi) che si avvale di una lingua elegante e retoricamente sostenuta e da frequenti citazioni (soprattutto da Omero).

Tutti questi aspetti del contenuto e della forma (di cui si può dare qui solo sommario cenno) sono ben presenti nel lavoro di traduzione e commento fatto da Adele Filippo nella recente edizione dell'elogio pubblicata con la consueta cura dall'Editore Fabrizio Serra, con il contributo del Dipartimento di Studi umanistici dell'Università del Salento e dalla Fondazione Puglia. La traduzione segue da vicino il testo greco offrendone una lettura chiara ed elegante; il commento illustra esaurientemente i vari referenti del testo ma si sofferma con particolare attenzione sulla sua articolazione argomentativa e sulle strategie discorsive che alimentano il contatto con il pubblico, cui l'elogio era destinato. Una Introduzione e due indici (dei luoghi citati e delle parole), curati da Marco Ugenti, arricchiscono il volume.

Entrando brevemente nel merito del testo, e seguendone la traduzione, possiamo osservare che, volendo celebrare le virtù di Eusebia (e cioè "la sua intelligenza e bontà e moralità e umanità e clemenza e liberalità", cap. 8) Giuliano ricorda in particolare due sue doti.

La prima è la sua capacità di farsi amare dal marito, e qui il paragone ovvio è con la Penelope omerica della quale (dice Giuliano) "questo, in particolare… ammiro, l'avere… indotto il marito ad amarla fortemente e teneramente, disdegnando, come dicono, nozze divine e sprezzando non meno la parentela dai Feaci", cap. 8). Si può rilevare, en passant, che Penelope è anche un termine di confronto per la madre di Eusebia alla quale, rimasta vedova, nessuno osò rivolgersi come pretendente, mentre la moglie di Ulisse molti giovani si proposero come marito (cap. 6): una matrona romana entro una cornice greca.

La seconda è la sua umanità, per cui ella interviene presso l'Imperatore per fargli usare, nei casi possibili, una particolare indulgenza nei processi; in tal modo Eusebia "diviene partecipe delle decisioni del marito e sollecita il sovrano, per natura mite e nobile ed amabile, più confacentemente a quelle sue inclinazioni naturali e indirizza l'esercizio della giustizia al perdono", cap. 8).

Naturalmente larga parte hanno nell'esposizione gli interventi dell'Imperatrice in favore di Giuliano, che culminano nel colloquio decisivo avuto con lei: "Ed io, non appena fui, per la prima volta, al cospetto di lei, ebbi l'impressione di vedere, come edificata in un tempio, la statua della modestia. Un sentimento di rispetto m'invase l'animo e tenni gli occhi, assai a lungo, saldamente fissi al suolo, finché ella mi incitò a farmi coraggio e: «Alcuni appoggi - disse- già li possiedi, te ne verranno anche altri con l'aiuto di Dio, se solo sarai fedele e leale nei nostri confronti»". Le parole dell'Imperatrice, riportate da Giuliano, testimoniano la sua benevolenza ma anche un certo pragmatismo. Pragmatismo che lo storico Zosimo mette all'origine vera della scelta di Eusebia, come commenta Adele Filippo: "Se… la fortuna gli fosse stata propizia, il giovane Cesare, secondo Eusebia, avrebbe ascritto a Costanzo il merito dei suoi successi, se, invece, fosse morto, sarebbe scomparso l'ultimo superstite della stirpe imperiale, ipotetico aspirante al potere" (p. 152). Ma di ciò non vi è traccia nel discorso, e non altera la lode tributata, così come non incide su di essa il fatto, riferito sempre da Giuliano, che ella, sfruttando la benevolenza dell'Imperatore "ricolmò di onori tutta la sua parentela e i congiunti…; e non solo ai parenti procurò… vantaggi, ma anche a chiunque seppe legato da vincolo di ospitalità acquisito con gli avi della madre", cap. 10). Una prassi normale per quei tempi. Ma, tra gli atti compiuti dall'Imperatrice nei suoi confronti, quello che ha reso "straordinariamente felice" Giuliano è stato il dono di una grande quantità di libri "di filosofi e di validi storici e di numerosi retori e poeti" (cap. 15) che egli ha portato con sé in Gallia, alcuni dei quali lo accompagnano anche nelle campagne militari.

Tuttavia la formazione letteraria e retorica, acquisita con i suoi studi, non gli consente di ricevere l'apprezzamento dei "beati sofisti" del tempo che diranno che egli "avendo messo insieme fatti di poco conto e insulsi, li riferisca come se si trattasse di qualcosa di notevole". Una polemica, non isolata nell'opera di Giuliano, con la quale egli, contro gli artifici della retorica ufficiale, rivendica il suo metodo consistente nel "dire la verità come viene"(cap. 17).

L'atteggiamento di Giuliano rivela la sua personalità schietta e talvolta rude, come egli stesso ama rappresentarsi nel Misopogon, "L'odiatore della barba", scritto contro i raffinati Antiocheni, opera magistralmente edita da Carlo Prato.

La menzione di Carlo Prato non è casuale. Nella nota introduttiva sulla tradizione manoscritta Adele Filippo ricorda che la sua edizione si basa su "appunti e scambi di vedute" avuti con lui quando egli progettava di dare una edizione dell'opera omnia dell'Apostata, progetto interrotto dalla sua morte (p. 21). I riflessi di queste discussioni traspaiono nei criteri cautamente conservativi che Adele Filippo adotta nella contitutio textus e in alcune felici scelte testuali. Gli "scambi di vedute" sono (come ella stessa dichiara) "frutto di una frequentazione continua e di un lavoro a tavolino fianco a fianco". L'espressione ci restituisce un'immagine di Carlo Prato che chi ha avuto la fortuna di lavorare con lui conosce bene: quello dello studio condotto "fianco a fianco", senza gerarchie che si traducessero in collocazioni di sapore cattedratico, ma nella modestia di un lavoro comune da compiere, in cui tutti potevano essere nello stesso tempo maestri ed allievi.

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Quel che posso dire di Gianluca Virgilio PDF Stampa E-mail
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Scritto da Antonio Mellone   
Sabato 10 Dicembre 2016 11:40

["Il Galatino" anno XLIX n. 19 del 25 novembre 2016, p. 3]

 

Non è la prima volta che Gianluca Virgilio mi fa dono di uno dei suoi libri.

Ecco. Quando succede sospendo quasi automaticamente la lettura dell’altro che ho per le mani per buttarmi a capo fitto e con gran diletto in quella del suo testo. La “parentesi virgiliana” di solito non dura più di un paio di giorni, al massimo tre, tanto scorrevolissimo e vorace, come sempre, è quel che egli scrive.

Stavolta la strenna è il suo “Quel che posso dire”, ancora caldo delle rotative di Edit Santoro di Galatina (settembre 2016); mentre l’altro che avevo per le mani – e che ha dovuto attendere il suo turno – era un classico della Naomi Klein, “No logo” (Bur, Milano, 2015), insieme al centesimo volume di Andrea Camilleri, “L’altro capo del filo” (Sellerio, Palermo, 2016). Sì, in genere me ne porto avanti un paio per volta, quando non di più.

Questo bel libro del prof. Virgilio, dello stesso formato degli altri suoi e, combinazione, dei romanzi che Camilleri pubblica con Sellerio, non è un romanzo, come l’autore ci ha tenuto a puntualizzare, ma una raccolta di disiecta membra, brani d’esistenza, punti di vista, racconti di vita vissuta, edite e inedite riflessioni di un osservatore, pensieri sfregati perlopiù su pagine di rubriche tenute sul quindicinale salentino per antonomasia: “il Galatino”.

Non una trama, dunque, visto che nemmeno la vita ne ha una, ma una serie incommensurabile di orditi, schizzi, flash, colpi di scalpello che, tuttavia, all’occhio più attento non sono mai stocasticamente indipendenti uno dall’altro, come direbbero gli statistici, ma legati in qualche modo da un fil rouge, una visione d’insieme, direi pure una concezione politica dell’esistenza.

Non solo nella prima parte del libro (“Scritti cittadini”), nella quale il Virgilio analizza la microsociologia della sua città, ma anche nelle restanti cinque (“Passeggiate con Ornella”, “Scritti scolastici”, “Prose”, “Racconti” e “Incontri”) affiora potente l’urgenza di una Politica (finalmente con la maiuscola) volta al bene comune, al rispetto dell’altro, alla formazione culturale di un popolo, alla realizzazione dei principi costituzionali negletti da troppa dimestichezza con la sbadataggine locale, e ultimamente minacciati anche da una riforma centrale pensata male e scritta peggio.

Mentre leggevo i brani di questo libro, non so perché, nella mia mente si andava delineando, dapprima sfocata e poi sempre più nitida, la figura di chi potesse assumere il ruolo di prossimo venturo sindaco di Galatina. E il profilo che in tal senso pagina dopo pagina si stagliava con connotati sempre più netti era proprio quello del prof. Gianluca Virgilio (erede, oltretutto, di Zeffirino Rizzelli nella direzione e nell’organizzazione dell’Università Popolare di Galatina).

Galatina in effetti ha bisogno di una persona, che dico, di una classe dirigente virtuosa. E Gianluca Virgilio, per spessore e impegno culturale, padronanza morfo-sintattica nell’eloquio e nella scrittura, onestà intellettuale, capacità di ascolto e di comunicazione, e dunque visione strategica della Polis, potrebbe rappresentare un punto di riferimento importante, un’insegna, anzi un insegnante per il nuovo gruppo dirigente. Abbiamo bisogno di qualcuno a Palazzo Orsini che finalmente, come Virgilio, faccia “l’elogio degli alberi” (pag. 31), che comprenda che qui è pieno di “decine di case monofamiliari chiuse e abbandonate, e con tanto di cartello VENDESI” (pag. 41), e che dunque un buon sindaco non si misura da quanto asfalto mette a terra o da quanto cemento farà colare, che il vero cittadino non può vivere “del poco, e di molta televisione, e si nutre di fiction” (pag. 20) ma di cultura e partecipazione, che “rottamazione è parola magica del consumismo” (pag. 43), che “la Buona Scuola ha dato il colpo di grazia alla libertà di insegnamento” (pag. 59), che non bisogna “prestare orecchio alle sirene del mercato” (pag. 61), che “la classe dirigente degli ultimi anni ha perseguito l’affossamento della scuola e la distruzione delle biblioteche scolastiche per dare i soldi alla scuola privata oppure favorendo l’ingresso nella scuola pubblica di privati sempre più rapaci” (pag. 76), che i giornali stanno diventando sempre più inutili, pieni zeppi, come sono, di pubblicità e di “commenti e opinioni tutti dalla parte del vincitore di turno, salvo dirne male quando per lui è giunta l’ora del tramonto” (pag. 95), ogni riferimento agli orrori di stampa locale è puramente causale…

Ho già passato questo bel libro a mio papà Giovanni. Mio padre ha 93 anni, è contadino, va ogni giorno in campagna, vive di poco, ha la terza elementare, non ha dunque una libreria (pag. 113) come quella del prof. Giuseppe Virgilio (compianto papà di Gianluca), ma quando è libero legge, legge tutti i libri che gli passo. Conosce Gianluca molto bene perché è il suo vicino di campagna. Tra i nostri due contigui appezzamenti di terreno non c’è muro di cinta, non soluzione di continuità. Sicché Gianluca e mio padre, il professore e il contadino, si vedono spesso, si scambiano consulenze, derrate agricole, e qualche volta anche i ruoli. Ho sempre pensato che quelle di mio padre fossero braccia strappate alla cultura.


“L’Osceno del Villaggio” di Paolo Vincenti: una conferma della smisurata passione per la scrittura PDF Stampa E-mail
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Scritto da Paolo Vincenti   
Venerdì 09 Dicembre 2016 07:52

Continua l’inarrestabile corsa letteraria di Paolo Vincenti, giornalista e scrittore salentino, il quale continua a ottenere, come accade per ogni sua pubblicazione, consensi e successi.  Dalla scorsa primavera, è la volta de “L’Osceno del Villaggio” ArgoMenti edizioni.

Lo scrittore ruffanese giunge, con “L’Osceno del Villaggio” da un percorso  che sostiene la sua intera esistenza e ce lo racconta  la sua ricca, anzi ricchissima ed eclettica produzione letteraria, tra romanzi, racconti e  articoli pubblicati su numerose riviste letterarie cartacee e testate online.

Con questo lavoro lo scrittore salentino ha percorso altre formule di scrittura dove comunque resta, ineluttabile, l’innata passione per la carta stampata, un mezzo che usa con abilità e competenza. La pubblicazione è una antologia, una  raccolta di articoli  racchiusi in 53 capitoli brevi, pubblicati, nel giro di 2 anni, dal 2014 al 2016, in diverse riviste che con tanta passione e tenacia propone nelle differenti realtà culturali salentine.

Un filo unisce i capitoli che dipanano l’arduo percorso esistenziale lungo il quale lo scrittore affronta una gamma sorprendente di temi di attualità. Molto interessanti sono le tante esperienze quotidiane in una società che va cambiando così velocemente. Fatti di cronaca, esperienze e problematiche  sociali e culturali, episodi legati alla politica e alle ultime mode e vizi, in continui nodi che si riavvolgono e si sciolgono con intuizioni illuminanti.

Un caleidoscopico paesaggio antropologico, realistico e a volte, visionario, doloroso, ma vibrante alla ricerca della parola… giusta! Tutto questo trasformato in una esperienza editoriale, tradotta, così, in questa originale pubblicazione.

Il titolo è un calembour, è un gioco di parole con cui l’autore  si riferisce, naturalmente,  allo scemo del villaggio, una figura, un personaggio dalle particolari caratteristiche che notoriamente esiste in ogni comunità e che un tempo si individuava soprattutto e maggiormente nei piccoli centri. Oggi la contemporaneità si apre a un mondo che ormai appare rimpicciolito, un mondo che è divenuto un villaggio, un villaggio globale. Per cui lo scemo lo si  incontra dovunque.

Ma lo scemo è, inevitabilmente, nello stesso tempo, osceno? Sicuramente sì, ma non fa scalpore, perché  questa figura possiede dei privilegi: dire liberamente quello che pensa in quanto sorretto e protetto proprio dalla sua pecularità  che lo giustifica.

Ma chi è lo scemo del villaggio?  E chi L’osceno? Molto interessanti sono le riflessioni che propone, nella prefazione al volume, Antonio Soleti, il quale  sottolinea che “L’osceno del villaggio dice quello che noi pensiamo ma, per prudenza , pudore o codardia, teniamo per noi”,  e che “L’ osceno esplora i comportamenti stereotipati, il basso profilo culturale che caratterizzano la società globale”.

I numerosi titoli, spesso, si ispirano a motti della tradizione popolare come… “Chi ben comincia…”  oppure “Al pelo si conosce l’asino” o a modi di dire  come ad esempio “Quando il gioco si fa duro”  e così via, consegnando al lettore intitolazioni accurate ed efficaci, e come molti aneddoti che ancora e per fortuna  resistono come in “Natale ai tempi della crisi” dove Paolo Vincenti coglie l’occasione per parlare di  purciddhuzzi , pucce e taraddhi, pittule e limoncello, ancorandosi al folklore e alla superstizione.

Il libro possiede delle peculiarità: ciascun capitolo è  introdotto da brani di cantautori da Paolo Conte a Zucchero a Elio e le storie tese,  da Fossati a Jovanotti,  per fare solo alcuni esempi. Le pagine sono sorrette da straordinarie illustrazioni  e vignette in bianco e nero realizzate da Melanton che  puntellano la scrittura  ora sarcastica, ora più seria, ora di denuncia, offrendo, come afferma lo stesso vignettista e illustratore, nella sua introduzione, “un ironico e filosofico complemento di divagazione”.

Lo scrittore trova l’occasione in “Uomo calvo mettiti in salvo” per quella sua erudita predilezione per  i classici, di narrarci di Sinesio di Cirene autore di un “Elogio della calvizie” vissuto tra il 300 e il 400 d.C. per poi, con un salto ultra millenario giungere ai nostri giorni elencando le diverse soluzioni  alle quali ricorre chi si avvia alla calvizie. Frattanto ironizza su se stesso che già nota con sottile sgomento, ma non troppo, i primi segnali di una incipiente calvizie, concludendo, con canzonatoria consolazione,  che tutto sommato meglio perdere i capelli che la ragione!

Sfogliando il libro, verso l’ultima parte Paolo Vincenti, nonostante non abbia scritto una introduzione al corposo volume, dà delle esplicitazioni come in “ L’Oscena Italia”  parlando della trasmissione televisiva che ha ispirato il titolo della sua rubrica: “Glob, l’osceno del villaggio”trasmessa da Rai Tre, condotta da Enrico Bertolino che parafrasava un’altra trasmissione, “Blob” e alcune pagine più in là in “Decadenza”. Aprendo con una canzone di Ivano Fossati, ci riferisce, senza mezzi termini che: “L’osceno del villaggio è a piede libero. Si aggira tra noi, è il concentrato di vizi e delle dissolutezze degli italiani… È una maschera tragica e comica… è il mostro che aspetta al varco della nostra addomesticata e borghese serenità”…. L’osceno è lo “scemo più scemo” del villaggio globale degli anni duemila”.

Nonostante le tematiche impegnative, l’Osceno si lascia leggere con fluidità e leggerezza, e il lettore si ritrova con quella libertà e possibilità, tra pagine scritte  e vignette, di saltare da un capitolo all’altro, a seconda degli argomenti che possono interessare in una certo proprio, personale stato d’animo!

È una passione viscerale quella di Vincenti che si propone in ogni opera letteraria con una scrittura ricca, colta e straripante. Un volume robusto “ L’Osceno del Villaggio” sia nella impostazione grafica sia nella parola, dalla copertina originale da tenere se non proprio in  borsa, sul comodino o in auto!”


L’Osceno del villaggio: forma e contenuto PDF Stampa E-mail
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Scritto da Franco Melissano   
Giovedì 01 Dicembre 2016 18:45

Ne L’Osceno del villaggio, raccolta di articoli già apparsi su diverse testate giornalistiche e blog pubblicata quest’anno da Paolo Vincenti per i tipi della ArgoMenti Edizioni, il contenuto si sposa magnificamente con la forma prescelta.

Non si intende qui fare riferimento allo stile giornalistico utilizzato, giacché la stessa natura di quegli scritti lo imponeva necessariamente. D’altra parte Vincenti lo dichiara apertis verbis, sebbene sempre con il solito taglio ironico che lo caratterizza, allorquando in L’Oscena Italia gioca a più riprese con la preoccupazione, tipicamente giornalistica, delle “battute, spazi inclusi”.

La forma qui è data, invece, soprattutto dal linguaggio con il quale Vincenti tesse la trama dei vari pezzi.

Un linguaggio moderno, giovanile, a volte molto vicino a quello in uso nei mass-media e nel mondo della musica leggera, soprattutto dei cantautori. Non è un caso che più di un esergo sia tratto da canzoni di Dalla, Venditti, Vecchioni, Ligabue eccetera.

Molti neologismi derivano dal linguaggio dei giovani. Ad esempio, parlando dei cine-panettone e dei Vanzina, Vincenti ne mette in risalto il “loro portato di flatulenze, rutti, sbroccamenti e volgarità varie”. Ecco. Sbroccamento - termine romanesco, che sta per perdita totale di ogni controllo – è chiaramente mutuato dal linguaggio giovanile.

Non possono sfuggire i numerosi forestierismi: francesismi, ma soprattutto anglismi. Vincenti li usa con grande naturalezza e scioltezza, persino quando forse si potrebbe utilizzare il corrispondente termine italiano. Ma ciò egli fa sempre con naturalezza, senza snobismi intellettuali di sorta.

Anche qui un solo esempio: a proposito dei ragazzi di oggi che riescono a pronosticare molto rapidamente se un film gli piacerà oppure no, scrive che essi riescono a farlo dal “primo frame”. Non dalla prima immagine. No. Dal primo frame.

Spesso ricorrono delle forme volutamente popolari o comunque dell’uso corrente. Così ad esempio “Euri” al posto del più paludato “Euro” (maschile invariabile). Non mancano alcuni toscanismi. Parlando di un pubblico scaltrito, scafato, non facile da raggirare, ci imbattiamo nell’espressione “non certo facile da imbecherare”.

Tuttavia, l’uso di questi termini moderni, frizzanti, vivaci non impedisce a Paolo Vincenti il ricorso alla citazione culta. E così con nonchalance, senza citarlo espressamente, egli richiama l’Orazio dell’Ars Poetica (“in tema di utile dulci”); oppure apre il toccante ricordo del compianto Sergio Torsello con l’acronimo R.I.P. (Requiescat in pace).

La robusta cultura classica dell’Autore emerge prepotentemente, contribuendo ad arricchire ulteriormente un linguaggio estremamente articolato, composito, variegato, sempre piacevole ed accattivante.

 

Altre volte invece le citazioni sono esplicite. Il lettore ne troverà a bizzeffe: da Dante ad Ungaretti, da Dione Crisostomo all’Apocalisse di Giovanni, da Breton a Corrado Guzzanti e Pippo Baudo, tutti sono citati con estrema naturalezza all’interno di un discorso asciutto, rapido, essenziale.

Quanto ai contenuti occorre premettere che Paolo Vincenti – lo confessa lui stesso – non ama cantare nel coro. E questa sua tendenza a contrastare sempre, immancabilmente, l’opinione dominante, ad andare controcorrente, qualche volta lo spinge a sostenere tesi paradossali. Come quando, ad esempio, in Privilegi arriva a criticare papa Francesco per l’uso della Ford Fiesta o il Presidente Mattarella per il ricorso al treno.

Vincenti – uomo lontano da qualsiasi parrocchia o confraternita - si consente il lusso di scagliare i suoi strali in tutte le direzioni, contro tutto e contro tutti. E tuttavia lo fa sempre senza eccessiva enfasi, senza retorica e senza acrimonia, bensì “con il sorriso sulla bocca”, ritenendosi egli “un disimpegnato”.

E questo è vero, ma solo parzialmente; perché, se lo fosse del tutto, il totale disimpegno lo condurrebbe inevitabilmente al cinismo.

Invece, la sua disincantata denuncia dei mali della nostra società (dall’incoerenza al conformismo, dal consumismo alla corruzione dilagante, dalla barbarie di certe trasmissioni televisive al culto dell’apparenza) e la difesa della Grecia come gelosa salvaguardia della cultura e della civiltà occidentale, fanno emergere chiaramente la presenza di un nucleo di valori (amore per la cultura, onestà, impegno nel lavoro e nella vita, coerenza, aspirazione ad una società migliore ecc.) che l’Autore cerca invano di celare nel suo proclamato disimpegno.

D’altra parte gli articoli che compongono l’antologia ben si possono definire di satira sociale e politica, e la satira, come insegna Giovenale, nasce sempre, immancabilmente da una potente reazione di sdegno, di profonda indignazione (Facit indignatio versum).

Il libro, arricchito dalle stupende vignette di Melanton, è estremamente interessante e si offre ad una lettura piacevole.


Il taccuino di Gigi 5. Alla ricerca di due mondi (irreconciliabili?) PDF Stampa E-mail
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Scritto da Luigi Scorrano   
Mercoledì 16 Novembre 2016 18:41

["Il Galatino" anno XLIX n. 17 del 28 ottobre 2016, p. 6]

 

Non c’è Comune della nostra provincia, credo, che non abbia la sua brava monografia inesorabile nel proporre la storia di un luogo e la vita che lo ha caratterizzato e lo caratterizza. Al lettore volenteroso sono proposti ora studi seriamente condotti, e dunque affidabili sul piano dell’informazione, ora più o meno avventurose ricostruzioni che, quando non altro hanno da proporre ti sbattono in faccia le personali opinioni dello ‘storico’ di turno e ti intimano quasi (il tono è quello della perentorietà) di prenderle per buone. Rare quelle opere che a una rigorosa documentazione affiancano il piacere di una scrittura elegante e vivida di scorci rappresentativi che ti mettono sotto gli occhi, con una nettezza da incisione e con un soffio di poesia, la rappresentazione della vita quotidiana di un paese come le persone che hanno una certa età l’hanno vissuta. Il libro sul quale vorrei richiamare l’attenzione è il seguente: ANTONIO RESTA, Un paese, due mondi / Il Salento dalla civiltà contadina alla società globale, Edizioni Grifo, Lecce 2016 ; un libro che si distingue anche per la sobrietà del colore e dell’immagine che ne perfezionano l’insieme.

Resta ci racconta un mondo che fu il suo e il nostro e di cui portiamo dentro di noi l’immagine e la memoria; le stimmate si vorrebbe dire; talvolta il rimpianto e la malinconia per quanto ci accade di risvegliare attraverso una narrazione sempre intrigante pur nell’apparente semplicità del dettato. C’è descritto un passaggio che oggi, con abusata parola, si direbbe ‘epocale’; un passaggio decisivo sintetizzato nelle due parole-chiave che sono nel sottotitolo: civiltà/società. La civiltà è osservabile nella nostra storia: periodo di lunga durata qui ricostruito nella sua prossimità e ancora leggibile, per quanto insidiato dal soverchiare di un quotidiano che preme senza soste. La civiltà ridisegnata con estrema perizia e partecipe abilità da Antonio Resta s’affidava alla lentezza delle stagioni e dei giorni: una civiltà che sposava i ritmi della natura al contrario della società che quei ritmi vive in una accelerazione senza respiro.

Il libro di Resta, dalle cui pagine si diffonde la luce di un’esistenza laboriosa, faticosa, persuasa dei propri compiti, si concentra sulla civiltà contadina e ne tesse un elogio non retorico ma visitato dalla grazia di una memoria che ha conservato gelosamente immagini e prospettive di quella civiltà. L’autore si sofferma sulle affinità che stringevano luoghi diversi in un quadro di similarità che evitava una parcellizzazione di usi, costumi, modi di pensare e di vivere contrassegnati da omogeneità di sentimenti e comportamenti. Era, quella realtà, ancora legata alla dimensione del magico e del religioso, come ricorda Resta: «La vita quotidiana era attraversata da entità misteriose, del male e del bene, che potevano intervenire, a danneggiare o a soccorrere; e si pregavano i santi, spesso caratterizzati da una loro ‘specialità’, e i familiari morti, che si sentivano vicini e rassicuranti nel momento dell’affanno e del dolore». Diviso in capitoli tematici, ma senza irrigidimenti, Resta vi esplora – e lo si prenda ad esemplare del tutto – il lavoro duro, e spesso misconosciuto, delle donne.

L’amorosa pazienza di Resta ci restituisce il senso di una vita povera di beni materiali, ricca di sentimenti profondi. La sua fondamentale sobrietà è una cifra che può aiutare a leggere queste pagine ripensando utilmente il confronto che ne nasce. Il libro di Resta ha anche, fra tanti pregi che possiede, quello di fornirci una esatta nomenclatura delle cose ricordate (oggetti azioni, forme del costume), un risvegliare nella mente un mondo irreparabilmente (ma necessariamente) perduto e, fosse possibile, l’assunzione di certi suoi modi di vita che si potessero usare come correttivi alle convulsioni della società globale.


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